Vite periferiche

Solitudine e marginalità in dieci quartieri di Roma

Roma, lunedì 10 dicembre 2012, ore 17.00
Facoltà di Ingegneria, Sapienza Università di Roma
Aula grande del Chiostro Chiostro di San Pietro in Vincoli, Via Eudossiana 18

 Presentazione del libro di Enzo Scandurra

Dieci brevi storie di «pezzi» di periferia romana raccontate da un osservatore che ha rinunciato allo sguardo neutrale di urbanista, intrecciate a dieci racconti di vite marginali, solitudini nella folla anonima e silenziosa della città che un tempo fu eterna e, ora, solo moderna.  

 

L'AUTORE NE PARLA CON

  • Francesco Erbani
  • Filippo La Porta
  • Maria Immacolata Macioti

Coordina Lidia Decandia

 

Chi costruisce le nostre città? Gli amministratori, i politici, gli immobiliaristi, gli urbanisti? Si. Ma sono le persone in carne ed ossa a produrre l'anima della città; anche di una grande capitale come Roma. C'è una Grande Storia fatta di personaggi e luoghi noti e c'è una piccola storia fatta anch'essa di luoghi e persone che non vengono raccontati dalla narrazione mainstream. Quella che una volta era la città moderna, la cui aria «rendeva liberi», oggi è una città desertificata di individui che forse potremmo chiamare sconfitti, ma non perdenti, non rinunciatari, ancora non rassegnati. Queste singole esistenze senza una storia sono anche esempi di una irrinunciabile volontà di sopravvivere, di una eccedenza umana irriducibile alle omologazioni della città mercantile, che promette di crescere e diventare collettiva se si avrà la forza di non lasciarle ancora sole; l'inizio di una nuova e diversa storia delle nostre città.

Dal libro: Tor Bella Monaca
C'è una differenza non solo urbanistica tra la periferia raccontata e celebrata da Pasolini, fatta di povera gente immigrata dal sud, sottoproletariato urbano, luogo di miserie e di povertà, ma cui ancora veniva prospettata la speranza di un riscatto, e quella che potremmo definire moderna, magari progettata da architetti e urbanisti di fama, immersa e circondata dal verde, apparentemente elegante. Non è solo la distanza dal centro a fare la differenza. Se attraversi rapidamente, da una parte all'altra, Tor Bella Monaca ti chiedi perché questo quartiere sia diventato il simbolo del degrado romano. Perché a vedere le sue case, i negozi, il verde, i molti caseggiati adibiti a una qualche funzione sociale, ti sembra anzi che sia una sorta di paradiso a ridosso della città caotica e frenetica. Un quartiere insomma tranquillo, «normale», perfino accogliente. Eppure, a frequentarlo, a sentire i racconti di chi lo abita e soprattutto dei giovani, scopri che qui si concentrano e assumono forme patologiche tutte le malattie sociali dell'epoca nostra contemporanea: degrado morale e sociale, assenza di qualsiasi prospettiva di riscatto, abbandono, incuria, rottura della solidarietà sociale, rabbia, violenza privata. Il mito del denaro, della massima libertà individuale e del fai-da-te, alla base del pensiero unico del neoliberismo, hanno trasformato questo quartiere in un laboratorio di darwinismo sociale dove si lotta per la propria sopravvivenza a spese dell'altro che soccombe. «Vivo a Roma, ma questa è Roma? Qui non ci vuole niente a cascà nello sprofondo; bisogna cercà sempre de difende se stessi e le proprie idee, sennò piombi nella melma».


data pubblicazione: giovedì 6 dicembre 2012
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