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Le Vele, il naufragio di un’utopia

Le Vele, il naufragio di un’utopia

di Benedetto Gravagnuolo

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Può sembrare singolare che, mentre l’opinione pubblica esulta ogni qual volta viene demolita una Vela a Scampia, la Soprintendenza per i Beni architettonici e la Facoltà di Architettura del Secondo Ateneo di Napoli dedichino un’ampia e articolata mostra all’opera dell’autore delle tanto denigrate macrostrutture. «Franz Di Salvo. Le architetture della modernità e della sperimentazione» è l’emblematico titolo di tale esposizione, allestita nella Sala Dorica di Palazzo Reale, che verrà inaugurata nel pomeriggio di oggi, corredata da un catalogo curato da Gaetano Fusco. Proprio questo apparente paradosso può aiutare a riflettere più serenamente su una vicenda complessa, evitando la rozzezza dei giudizi frettolosi, senza tuttavia sottrarsi all’imprescindibile valutazione critica del fallimento di quella «sperimentazione utopica». Se è vero infatti che la qualità tecnica ed estetica delle Vele è fuori discussione, resta altresì innegabile la «inabitabilità» delle stesse per ragioni che vanno aldilà dell’architettura.
Per comprendere meglio le motivazioni culturali sottese alle colossali ”ziqqurat”, erette negli anni ’60 nel paesaggio amorfo della periferia-nord di Napoli, bisogna fare un passo indietro. Bisogna risalire al 1945, l’anno di esordio di Franz Di Salvo nell’ambito della progettazione per l’edilizia economica e pololare. Il Rione Cesare Battisti, costruito a Poggioreale in soli tre anni nell’immediato dopoguerra dall’Istituto autonomo case popolari, rappresenta per vari aspetti il paradigma di una «nuova maniera di pensare» la residenza sociale. Il Rione fu un’opera collettiva di vari autori - tra i quali, oltre a Di Salvo, Luigi Cosenza, Carlo Coen, Ezio De Felice, Alfredo Sbriziolo - uniti dalla comune adesione ai valori della modernità.
In quella fase il tema progettuale della «casa per tutti» rappresentò uno dei più avanzati laboratori dell’innovazione architettonica, alimentato anche da una politica statale che, con il varo nel 1949 del Piano-casa Fanfani, giunse a sovvenzionare circa il 25% dell’edilizia costruita in Italia. Sta di fatto che l’impegno sociale, coniugato all’estetica razionale del movimento moderno, produsse un’opera esemplare per rigore compositivo, dove i dodici corpi di fabbrica, allineati su tre file parallele, diedero forma a un habitat ordinato su una nitida chiarezza geometrica. Proseguendo lungo il tracciato logico di quella esperienza, Franz Di Salvo si impegnò nella progettazione di vari complessi residenziali popolari, dal Rione Mazzini, al Rione Cavour, al Rione Luzzatti fino a tanti altri che sarebbe lungo elencare. Al di là di quest’alveo dominante, spicca la splendida ideazione della Fabbrica Sider-Comit (1958) nell’area industriale a ridosso di Poggioreale, concepita come una scomposizione centrifuga di volumi prismatici sospesi su esilissimi pilotis, preceduti da un’altrettanto aerea pensilina retta da due sottili cavalletti metallici a «V». La vocazione per la sperimentazione linguistica e tecnologica verrà ulteriormente accentuata nell’ultima fase dell’opera di Franz Di Salvo come comprovano l’avveniristico progetto per la Città Nolana (1969-70), ed i concorsi per il Politecnico dell’Università di Bari (1970-71), per il Centro Direzionale a Tangeri (1976), per la Rete viaria sotterranea a Napoli (1975) e per il Centro Direzionale di Firenze (1977). Si tratta tuttavia di progetti rimasti sulla carta, mentre le Vele di Scampia (1962-75) restano, nonostante tutto, l’opera realizzata che meglio rappresenta la poetica architettonica di Franz Di Salvo. Fu la Cassa del Mezzogiorno ad affidare a Di Salvo l’incarico di realizzare a Scampia un grande complesso residenziale. Ispirandosi ai principì delle unitès d’habitations di Le Corbusier, alle strutture «a cavalletto» proposte da Kenzo Tange e più in generale ai modelli macrostrutturali, Di Salvo articolò l’impianto del rione su due tipi edilizi: a «torre» e a «tenda». Quest’ultimo tipo, che imprime l’immagine predominante del complesso delle Vele, è contraddistinto (in sezione) dall’accostamento di due corpi di fabbrica lamellari inclinati, separati da un grande vuoto centrale attraversato dai lunghi ballatoi sospesi ad un’altezza intermedia rispetto alle quote degli alloggi. Erano inoltre previsti centri sociali, uno spazio di gioco ed altre attrezzature collettive. La mancata realizzazione di questo «nucleo di socializzazione» è stata certamente una concausa del fallimento.
Non sottovalutabile resta tuttavia l’inadeguatezza tipologica intrinseca al modello macrostrutturale rispetto alle attese abitative dei destinatari. Il che vale a scala internazionale, e non solo nel caso specifico. Tant’è che a St. Louis (negli Usa) gli abitanti demolirono nel 1972 le macroscatole del Pruitt-Igoe Housing realizzate vent’anni prima da Minoru Yamasaki; a Briey-en Foret (in Francia) la cittadinanza giunse a chiedere l’abbattimento della Unitè realizzata postuma dallo stesso Le Corbusier; e un rifiuto non meno radicale è stato più volte manifestato a Roma per il Corviale di Mario Fiorentino. A Napoli, dopo l’abbattimento di tre Vele (due nel ’97, la terza il mese scorso) per dar luogo alla nuova sede della Protezione Civile progettata da Vittorio Gregotti, restano ancora in piedi solo poche Vele, simili a relitti scampati al naufragio di un’utopia. Spero che la mostra sull’opera di Franz Di Salvo possa suggerire il recupero di almeno una di queste architetture d’autore, cambiandone la destinazione d’uso.

 

di Benedetto Gravagnuolo
da Il Mattino del 29.05.03

 

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11/06/2003 13.26.45: a proposito delle vele
mi sembra ovvio che operazioni come le vele falliscono perchè ci sono problemi altri che non architettonici fatti di gestione politica e di ordine economico. Volendoci però realmente interrogare sul fallimento, attenendoci ai soli valori architettonici/urbanistici, penso che chiudere diverse decine di migliaia di persone in uno stesso quartiere (persone per di + tutte a basso reddito) non sia mai una bella cosa. Pensiamo per un attimo al fatto che altrove lo stesso numero di persone vive tranquillamente in un comune con la sua complessità fatta di piazze di edifici pubblici, di prospettive variegate o anche di palazzoni o di brutte architetture in una parola di rifermenti/simboli che possono migliorare la qualità della vita. Auguri al Prof. Gravagnuolo e alle sue battaglie ma attenti ad esaltare l'eccessiva sperimentazione in architettura perche come tutte le sperimentazioni chiamano in causa la necessità di poter poi misurare i risultati su cavie,che in questo caso sono le nostre città e soprattutto i suio abitanti.
Giuseppe Pepe

 

  mercoledì 4 giugno 2003