Lauree brevi poco efficaci: «Esclusi dalla Ue»

pro e contro

Architetti con laurea breve: «Esclusi dalla Ue». Ballio: «Possono lavorare solo in Italia». Gli studenti: assurdo, è un titolo da stracciare. La Commissione europea: il corso triennale non ha alcun valore oltre il confine. E per il biennio magistrale necessaria una prova d’ingresso.

MILANO - Gli architetti «junior», i laureati nel primo ciclo del «3+2», possono lavorare solo in Italia. Lo dice la Commissione europea: servono almeno quattro anni di studi per esercitare la professione nei Paesi Ue. «Si sapeva fin da prima della riforma, ma non è vero che la laurea triennale non serve», puntualizza il rettore del Politecnico, Giulio Ballio. Gli studenti protestano: «Siano almeno rivisti i criteri d’accesso al corso biennale: chi non superasse il test avrebbe la certezza di avere un titolo non riconosciuto fuori dall’Italia». «Le preoccupazioni sono legittime - commenta Piercarlo Palermo, preside di Architettura -, ma sul valore del titolo triennale noi siamo sempre stati chiari».

Architetto junior? Spiacenti, può lavorare solo in Italia. Lo dice la Commissione europea: servono almeno quattro anni di studi per esercitare la professione nei Paesi Ue. E dunque il corso di laurea triennale, il famoso 3 del «3+2», non ha alcun valore fuori dai confini italiani. «Si sapeva fin da prima della riforma», minimizza il rettore del Politecnico, Giulio Ballio. Ma la notizia si diffonde velocemente. E getta nel panico migliaia di studenti. Soprattutto quelli che l’anno prossimo dovranno affrontare il test di ingresso per iscriversi al biennio di laurea magistrale: «Chi non lo passasse - dicono - rimarrebbe architetto junior, con la quasi certezza di non avere un titolo riconosciuto fuori dall’Italia».

Il documento, redatto in aprile a Bruxelles, non lascia alcun dubbio: «Molte confusioni sono nate dal fatto che in almeno uno Stato membro la qualifica triennale di "junior architects" permette di esercitare la professione... Ma il percorso di studi deve essere al minimo della durata di quattro anni».

Pochi fogli che sollevano un mare di polemiche. Soprattutto alla luce di una recente decisione del senato accademico: dal prossimo anno, per iscriversi al biennio magistrale sarà necessaria una prova d’ingresso. Che vuol dire: 700 posti per oltre 1.300 aspiranti. «E quindi - sospira una matricola - la metà dei laureati triennali si ritroverà esclusa e con un titolo del tutto inutile».

Giulio Ballio, a capo del Politecnico, cerca di fare chiarezza: «Non è vero che la laurea triennale non serve: consente infatti di iscriversi all’albo nazionale e di sviluppare certe competenze. Del resto, abbiamo sempre saputo che per avere un titolo europeo occorre un percorso almeno quadriennale, il documento della Ue è soltanto una conferma». Quanto poi ai timori dei ragazzi, Ballio aggiunge: «Li capisco, ma la selezione per il biennio può essere un incentivo a impegnarsi negli studi». La pensa allo stesso modo Piercarlo Palermo, preside di Architettura: «Le preoccupazioni sono legittime, ma sul valore del titolo triennale noi siamo sempre stati chiari».

Il malumore, però, sale. Anche fra gli insegnanti. «Questa riforma - commenta un docente a contratto - è stata fatta per assecondare un modello europeo che ora ci boccia. E questo, fino a pochi giorni fa, non lo sapeva nessuno». Di selezioni, titoli e numero chiuso si parlerà mercoledì, quando i rappresentanti degli studenti incontreranno il rettore. «A questo punto - dicono -, speriamo che vengano rivisti i criteri d’ingresso al corso biennale. Altrimenti sarà battaglia».

  • 3 - GLI ANNI di studio necessari per conseguire la laurea di «architettura junior». Per la Commissione Ue servono almeno quattro anni per esercitare la professione in Europa
  • 2007 - IL SENATO accademico del Politecnico ha stabilito che dal prossimo anno sarà necessaria una prova d'ingresso per l'iscrizione al biennio magistrale di Architettura 2007 
  • 10.500 - GLI ISCRITTI alla facoltà di Architettura del Politecnico di Milano. In totale, sono oltre 41 mila gli studenti iscritti a Ingegneria, Architettura e Design del Politecnico 10.500 
  • LA DECISIONE - Laurea quadriennale in architettura per lavorare in Europa
  • LA PROTESTA - Chiesta la revisione dei criteri d'ingresso al corso biennale
  • IL RETTORE - Capisco le preoccupazioni degli studenti, ma il test di ammissione per il biennio può essere un incentivo a un impegno maggiore negli studi
  • IL PRESIDE - Sul valore del titolo triennale noi siamo sempre stati chiari: per esercitare la professione nei Paesi europei ci vuole la laurea quinquennale

 

di Annachiara Sacchi
dal Corriere della sera del 07.05.06


UNIVERSITÀ  - LAUREE BREVI POCO EFFICACI

Il tema del rapporto tra università e mondo del lavoro è importantissimo da affrontare in una fase storica caratterizzata ormai da un periodo abbastanza lungo di crisi economica a livello non solo nazionale. E nel nostro Paese, che più di altri sembra risentire degli effetti negativi di tale congiuntura, proprio in questi anni le università stanno sperimentando una riforma della didattica, il cosiddetto "3+2", che ha cambiato profondamente la struttura dei percorsi formativi nei nostri Atenei.

Questo cambiamento dell'architettura complessiva del nostro sistema universitario è stata motivata principalmente dall'esigenza di rendere i titoli di studio, cioè le lauree, più facilmente e più rapidamente "spendibili" sul mercato del lavoro intellettuale del nostro Paese.

La riforma del "3+2" è stata introdotta da troppo poco tempo perché si possano dare oggi giudizi definitivi su come essa abbia funzionato, se cioè sia stata in grado di rispondere davvero all'esigenza da cui è nata. Ci vorranno ancora alcuni anni di sperimentazione per poterlo dire. Già ora però gli Atenei più attenti ai problemi della didattica universitaria stanno verificando con un monitoraggio per dir così interno i primi risultati della riforma. Ed è apparso subito chiaro che due sono i principali difetti del modo in cui si è modificato l'assetto della didattica universitaria: il primo è l'eccessiva frammentazione dei corsi di studio, la parcellizzazione dei saperi che si è introdotta creando un numero troppo alto di lauree triennali e con obiettivi formativi troppo ristretti. Il secondo, collegato a questo, è che si è ridotto eccessivamente lo spazio per le discipline "di base", quelle spesso spregiativamente (ma superficialmente) definite "generaliste", che sono però quelle che davano lo spessore formativo alle nostre lauree conseguite prima della riforma.

I nostri "vecchi" laureati ci erano invidiati da tutto il mondo, per la loro preparazione solida che ha dato loro una marcia in più rispetto ai laureati degli altri Paesi europei e a quelli formatisi nelle Università degli Stati Uniti. Il problema nasceva dal fatto che i nostri laureati, si diceva, arrivavano a conseguire la laurea più tardi rispetto a quanto succede all'estero, e quindi si immettevano nel mondo del lavoro ad una età più elevata. Oggi il numero dei laureati "triennali" è aumentato, ed è diminuito sensibilmente il numero degli studenti che si laureano "fuori corso". Merito questo senz'altro della riforma del "3+2", indubbiamente. Ma se guardiamo alle statistiche sull'assorbimento di questi laureati da parte del mondo del lavoro, c'è di che essere abbastanza perplessi.

Ci sono dei dati, forniti dall'indagine "Excelsior" di Unioncamere, che fanno riflettere. Sulle 650.000 circa assunzioni previste nel settore privato, solo l'8,8\% riguarda i laureati. Mentre ci stiamo ormai avvicinando al traguardo del 20% dei giovani tra i 25 ed i 35 anni che hanno conseguito una laurea.Se aggiungiamo che solo un sesto delle domande di laureati che vengono dal settore privato richiedono esplicitamente una laurea triennale, c'è davvero di che riflettere.

Sarà anche vero che in Italia ci sono pochi laureati, se si fanno confronti con altri Paesi (anche se bisogna andarci cauti con analisi che mettono a confronto sistemi universitari molto diversi tra loro, come sono tutt'ora quelli dei Paesi europei). Ma è a partire da questi dati e da queste semplici considerazioni che converrà ragionare nell'immediato futuro.

Bisognerà allora fare grande attenzione negli Atenei all'orientamento dei giovani, per non dare i illusioni di facili inserimenti nel mondo del lavoro con l'acquisizione di lauree che serviranno senz'altro per far crescere la cultura ed il livello di maturazione intellettuale dei giovani, ma che non garantiranno affatto automatici o facili inserimenti nel mondo delle professioni solo perché si è acquisita una laurea.

E sarà bene anche che si approfondisca la necessaria analisi critica su come abbiamo costruito i nuovi percorsi formativi. Cercando possibilmente di non dimenticare mai che l'università non è una scuola professionale, e che prima di tutto deve dare ai giovani la capacità di crescere intellettualmente durante tutta la loro vita lavorativa, non solo insegnare loro a svolgere una professione oggi.

Ma anche due altre riflessioni ci vengono suggerite da questi dati. La prima: siamo sicuri che le aziende italiane non stiano sbagliando alimentando una domanda così bassa di lavoro intellettualmente qualificato? La seconda: è in grado il settore privato di esprimere una domanda realisticamente sensata di come dovrebbero essere formati i giovani di cui le aziende hanno bisogno diciamo di qui a cinque o dieci anni, proponendo insieme stime altrettanto sensate dei fabbisogni prevedibili per tipologia di laurea? Se sì, che si facciano avanti gli uffici studi delle varie associazioni di categoria e di Confindustria. Il sistema universitario del Paese ha bisogno di "input" seri e documentati. Molto meno di chiacchiere demagogiche e di accuse (non si sa poi quanto fondate) di "autoreferenzialità".

 

di Vincenzo Milanesi, Rettore dell'Università di Padova
da Il Gazzettino del 07.04.06


Le nuove figure in linea con l’Europa

A sei anni dal varo della Riforma Universitaria, l’innovativo modello formativo (noto come 3+2) è stato compiutamente applicato in quasi tutte le Facoltà di Architettura. La novità (di portata storica) sta nel superamento del tradizionale modello didattico, lineare e onnicomprensivo che ha contraddistinto la formazione dell’architetto fino al secolo scorso, a vantaggio di un sistema di apprendimento graduale e flessibile che consente all’allievo, dopo il conseguimento della laurea triennale, di proseguire gli studi optando tra varie lauree specialistiche. Anzi. A rigore, dopo i recenti decreti ministeriali, dovremo d’ora in avanti chiamare «magistrali» tali lauree, con una terminologia più adeguata, dal momento che la formazione specialistica postlaurea è ulteriormente arricchita dai master e dai corsi di perfezionamento. All’alba di un nuovo secolo sarebbe stato insensato chiudere gli occhi di fronte ai nuovi orizzonti del sapere. Il modello formativo - a più rami - risponde all’esigenza di delineare la formazione dei nuovi profili professionali, rispondendo ad una domanda di cultura, prima ancora che di mercato. Tant’è che anche l’Ordine degli architetti ha ampliato (ai sensi del decreto n. 328 del 2001) la gamma delle denominazioni, affiancando al millenario termine di architetto, le nuove categorie professionali di pianificatore, paesaggista e conservatore.

Coerentemente al nuovo orientamento legislativo, la facoltà di architettura dell’ateneo Federico II ha incluso nella propria offerta didattica anche corsi di laurea che formano nuove figure di professionisti in campi specialistici quali la pianificazione territoriale e urbanistica, la manutenzione e la gestione del ciclo edilizio, l’arredamento e il design industriale. L’attenzione verso le specifiche competenze tecniche e scientifiche di tali ambiti disciplinari, non ha impedito però una parallela e rigorosa revisione dei percorsi formativi dell’architetto. Non va dimenticato che la Comunità Europea ha fissato le norme per il reciproco riconoscimento delle lauree in architettura. Ne deriva che per formare l’architetto «europeo» è necessario garantire una basilare formazione, per così dire «generalista», rispettando l’equilibrio tra le aree disciplinari. D’altronde, l’architettura è stata da sempre «una scienza adornata da molte cognizioni». Fermo restando la pluralità delle discipline, per conseguire la laurea magistrale in architettura (riconosciuta a livello europeo), la facoltà di architettura della Federico II offre dunque agli allievi la scelta tra un percorso formativo quinquennale, che conduce alla meta senza tappe intermedie e, al tempo stesso, l’innovativo percorso step by step. In tal caso, dopo il conseguimento della laurea triennale in scienze dell’architettura (che consente anche la diretta immissione nel mondo del lavoro, sostenendo l’esame di ammissione all’albo degli architetti junior) l’allievo può prescegliere una delle tre lauree magistrali in «progettazione architettonica», in «progettazione-restauro» e (a partire dal prossimo anno) in «progettazione urbana».

 

di Benedetto Gravagnuolo, Preside di Architettura Federico II
da Il Mattino del 24.04.06

 

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Commenti

18/08/2007 13:23: UNIVERSITA' IN SALDO
Mi spiace dissentire con Lei stimato Preside nonchè professore della prestigiosa Facoltà di Napoli Federico II. Ha già dimenticato gli estremi sacrifici dei laureati secondo il Vecchio Ordinamento universitario? Ho davanti i miei occhi una statistica del CENSIS che individuava in 8/9 anni la durata media di un corso di laurea in Architettura! Cosa significa? che tutti i centinaia di migliaia di iscritti dei Vecchi Ordinamenti non avevano particolare vocazione allo studio? Tutti svogliati? Mi sembra improbabile! E' ben evidente che ciò non corrisponde a verità, anche in virtù del confronto con i nuovi programmi. E' un dato: le nuove lauree richiedono 1/3 del tempo! Potremmo anche convenire ma, c'è un problema di fondo, chi rimborserà gli anni di vita sprecati per conseguire il titolo che gli studenti di oggi conseguono in soli 3 o 5 anni? Immagino Lei abbia già pensato di fregiare gli studenti della vecchia generazione di una onorificenza o li considera solo delle cavie, centinaia di migliaia di missionari che non avendo nulla di meglio da fare sprecavano 8/9 anni per conseguire il titolo di dottore. Mi sovviene da pensare, oggi per lo stesso titolo quanto tempo ci vuole? Non le dà fastidio la confusione di competenze tra iunior che dimenticano il 95% delle volte di apporre quella piccola j o ir che farebbe quella grande differenza? E che dice delle agevolazioni LE COSIDDETTE CONVENZIONI che sommandosi alle già "super agevolate nuove lauree" si concedono ai geometri per esempio (o ai marescialli della finanza per la laurea in scienze politiche) con pochissimi esami pardon ormai crediti, attuati in MENO di un anno si diviene arch j o ing j. Non le sembra una beffa nonchè una mancanza di rispetto per quel mare di studenti che per conseguire lo stesso titolo ha impiegato 8/9 anni di vita? Forse dovreste apporre all'ingresso della ormai sbeffeggi Facoltà la irriverente scritta UNIVERSITA' IN SALDO.
Pasquale

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data pubblicazione: lunedì 8 maggio 2006
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