Salviamo il mondo dal brutto delle metropoli

Intervista a Richard Rogers e Burdett

Salviamo il mondo dal brutto delle metropoli. Si apre a Venezia la X edizione della mostra: dalle megalopoli al Padiglione Italia, dall´utopia di Verma a Norman Foster . E l'architetto che ha ricevuto il Leone d'oro alla carriera, dice: "Dobbiamo pensare al modello ellenico, rinascimentale".

Venezia - Portare in laguna la vita delle città di tutto il mondo. Magari con l'ambizione di trovare un modello per la città ideale del nuovo millennio. E questa la strada su cui cammina la decima edizione della Mostra Internazionale di Architettura della Biennale di Venezia - vernissage dal 6 settembre, apertura al pubblico dal 10 settembre al 19 novembre, catalogo Marsilio - che, come al solito, invade le due sedi tradizionali, Arsenale e Giardini. Ecco Città. Architettura e società, scelta che nasce da una constatazione. Spiega il direttore, l'inglese Richard Burdett: «Più della metà della popolazione del mondo vive nelle città. Un secolo fa essa costituiva meno del 10 per cento. Il ventunesimo secolo rappresenta la prima età davvero urbanizzata dove più del 75 per cento della popolazione mondiale vive in aree urbane, molti di loro in mega-città con più di 20 milioni di abitanti, concentrati nei paesi in rapido sviluppo dell'Asia, Africa e Sud America».

Città e megalopoli dunque, attraverso un viaggio che a Venezia comincia alle Corderie dell'Arsenale, dove vengono presentati inediti progetti architettonici e urbani di Bogotá e Los Angeles, Istanbul e Berlino, Shanghai e Caracas, fino a Milano e Torino.
Ancora saggi di assetti urbanistici al Padiglione Italia dei Giardini con i progetti di tredici istituti di ricerca internazionali. Tra le novità un Padiglione nuovo di zecca per l'Italia allestito all'Arsenale, istituzionalmente di competenza della Darc (Direzione generale per l'architettura e le arti contemporanee), che inaugura la sua attività sotto la cura di Franco Purini, la direzione di Pio Baldi coadiuvato da Margherita Guccione come responsabile per l'architettura, con l'utopico progetto di Verma, città ideale da costruire tra Verona e Mantova, in un'area rettangolare di quasi due chilometri e mezzo per quattro, con trentamila abitanti.

Ancora città nell'area delle ex Fonderie dell'arsenale con un «duello» tra Norman Foster e Renzo Piano, a cui sono stati affidati, a Milano, il quartiere Milano Santa Giulia e l'ex area Falck a Sesto San Giovanni. E la presenza di Richard Rogers, con cui Piano collaborò per il progetto del Centre Pompidou. A Richard Rogers è stato assegnato Leone d'Oro alla carriera della Biennale di Venezia proprio «per il suo appassionato interesse per le città», recita la motivazione, per aver affermato «in un mondo in rapida urbanizzazione, l'importanza dell'architettura nel rendere le città più sostenibili ed eque».

  • L'architettura madre della città dunque, figlia di un architetto che è anche sociologo, urbanista, artista... Un architetto con un numero di funzioni sempre più ampio. Eppure non sembra esserci un cambiamento epocale di questa figura. Sostiene Richard Rogers, nominato Lord dalla Regina d'Inghilterra:
    «Ho una casa vicino a Pienza, che ha una bellissima piazza progettata dal Rossellino per papa Pio II, su cui s'affacciano palazzo Piccolomini, la cattedrale e altri magnifici edifici. Se io guardo a questa piazza o penso al Brunelleschi, credo che l'architettura non sia cambiata. L'architettura ha molte facce, molte possibilità di scala: a un livello c'è la casa, la porta... l'altra scala è quella della città, che non è più una questione locale bensì mondiale perché abbiamo problemi molto seri di sostenibilità».
  • Quindi nessun ritorno al passato.
    «No. Ripeto c'è il livello della porta della casa e della città. A me interessano tutti i livelli ma soprattutto quello della città. E un tema molto importante anche perché stiamo attraversando un momento di crisi. In Europa l´80 per cento della popolazione abita in città, in Gran Bretagna il 90 per cento. Dobbiamo quindi avere delle città vivibili, dove la gente può incontrarsi, lavorare. Non può essere un posto da dove scappare, fuggire per trasferirsi in campagna. Tra l'altro la campagna non è sostenibile come una città, dove si può andare a piedi, passeggiare in un parco vedere gli altri. Dobbiamo avere delle vere città e la vera città è la città ellenica, la città del Rinascimento, dove le persone possono ritrovarsi, conoscersi».
  • Ma la dimensione era modesta rispetto a una megalopoli. Non era più semplice il compito dell'architetto?
    «Il grande cambiamento di oggi è l'informazione tecnologica. Sappiamo in tempo reale cosa sta accadendo in tutto il mondo. Abbiamo più informazione, a tutti i livelli. Sappiamo benissimo cosa dobbiamo fare, quello che si può fare in ogni angolo di mondo. La città è più grande ma la scala è sempre relativa. Un tempo era una grande città quella da ventimila persone».
  • Per lei qual è il problema che accomuna tutte le città?
    «Il problema più importante? La cosa più importante è la voglia di viverci delle persone. Questione non semplice. Mi spiego. La città industriale è una città molto dura. Un secolo e mezzo fa a Londra e Manchester la vita media di un lavoratore era di soli 17 anni. Ovviamente tutti volevano fuggire. Oggi non c'è più questa ragione. Non ci sono più i problemi di quel tempo, i problemi sociale, le malattie. La città moderna, specialmente in Occidente è una città dove si può di nuovo abitare. E se facciamo dei buoni progetti, se lavoriamo in modo sociologicamente corretto si possono cambiare molte cose. E a quello che vedo la gente comincia a tornare verso la città. In Gran Bretagna per un secolo le persone sono scappate. Oggi stanno tornando. La vita media si è allungata, la città è un posto normale dove si può incrociare la gente per strada, nelle piazze che sono il cuore pulsante di mille arterie».
  • Questa città nel futuro avrà lo skyline sempre più segnato dai grattacieli?
    «Grattacieli? In Europa città come Barcellona, che ha la più alta densità, non hanno palazzi che superano gli otto piani, salvo due o tre eccezioni. In Europa non c'è bisogno di grattacieli anche se dipende da dove si costruiscono».
  • Ma in genere c'è una specie di corsa al grattacielo?
    «C'è sempre stata l'idea di costruire l'edificio più alto, più grande, di rincorrere il cielo. Ma ci sono grattacieli belli e brutti. Dipende anche dal luogo. In città come Firenze a mio giudizio non sono da costruire, a Milano vanno bene».
  • Ma chi deve decidere, la classe politica o gli architetti?
    «L'architettura è politica ma l'architetto non può lavorare solo. Tutti e due i soggetti dunque ma deve avere una voce anche la gente che abita la città».
  • L'architettura è politica?
    «Sì. Personalmente sono fortunato, sono consulente del sindaco di Londra, ad esempio. L'architettura ha una forza sociale particolare. Se uno abita in una brutta città la vita non ha qualità, non si gode la vita. Ma non contano solo le belle costruzioni conta la bellezza degli spazi pubblici.
  • A proposito di questo. Il Centre Pompidou lo rifarebbe uguale?
    «Paganini non ripete. Non si fa mai la stessa cosa nello stesso modo. In quel momento guardando le necessità del tempo, per far nascere una grande piazza, uno spazio aperto, una costruzione che non fosse solamente per un certo tipo di arte e per tutte le persone, di ogni razza e religione, era quello il progetto. Era questa la questione da risolvere: la piazza. E' una tradizione fortissima italiana. Almeno dell'Italia di ieri. Oggi se guardo in giro molto è cambiato, vedo le città circondate da orrendi centri commerciali e la campagna piena di casette».
  • Insomma secondo lei la salvaguardia del territorio non è stata e non è sufficiente.
    «Non tutto è uguale. La Val d'Orcia, ad esempio, si è salvata. Ma se andiamo da Firenze a Pisa il territorio è terribile. Ribadisco la città deve essere un luogo di felicità, con una buona densità, un buon trasporto pubblico... Non deve esserci la fuga dalla città dei ricchi dove restano solo i poveri. Non deve diventare un ghetto». 

 

di Paolo Vagheggi
da La Repubblica del 04.09.06


Se il Big Bang va in città. La Biennale Architettura / Esplodono le magalopoli, tra utopie ecologiche e sfide high-tech. Parla il direttore Richard Burdett.

E’ la Sfida-che-comprende-tutte-le-sfide. Sociali, energetiche, demografiche, politiche, ambientali, culturali, etniche. Il Big Bang urbano prossimo venturo (ma già in atto) assume connotati raggelanti. Tokyo ha ormai 35 milioni e 327 mila abitanti, Città del Messico 19 milioni e 13 mila, New York 18 milioni e 498 mila, San Paolo 18 milioni e 333 mila, Mumbai 18 milioni e 336 mila, Shanghai 12 milioni e 665 mila, Los Angeles 12 milioni e 148 mila, Il Cairo 11 milioni e 146 mila in attesa che nel 2050 addirittura il 75 per cento della popolazione mondiale si sia trasferito nelle città.

Mentre gli astronomi si dilettano a trattare il sistema solare come una fisarmonica annunciando promozioni e declassamenti di pianeti e prendono “storiche” decisioni che vengono ribaltate in meno di una settimana, la Terra si trova impegnata a fronteggiare «la prima epoca veramente iper-urbanizzata conosciuta dall’umanità», come dice Richard Burdett, direttore di questa 10a Biennale Architettura, che la Fondazione veneziana inaugura il 10 settembre con la partnership di Risanamento e Inarcassa. E l’esplosione, secondo molti autorevoli scienziati e opinion-maker , rischia di avere conseguenze catastrofiche. Al punto che persino un genio come Stephen Hawking è arrivato a sostenere che l’unica via di scampo per gli abitanti di un pianeta sconvolto da problemi insostenibili sarebbe quella di “traslocare” in un altro corpo celeste...

Architetto e urbanista inglese, 50 anni, professore alla London School of Economics e consulente del sindaco di Londra, Burdett è invece moderatamente ottimista. «La nostra era urbana», dice, «è problematica e trabocca di sfide impellenti ma anche promettenti in quanto offre la possibilità di ripensare i significati, le funzioni, le capacità e le virtù delle diverse forme e strategie urbane per costruire un mondo sostenibile».

  • Professor Burdett, quali sono le ragioni del suo ottimismo di fronte a questo tsunami urbano?
    «Ce ne sono tante. Città come Bogotà e Barcellona, New York e Los Angeles stanno cambiando la loro rotta per evitare il degrado sociale e urbano grazie a scelte intelligenti e coraggiose. L’esempio che mi colpisce di più è rappresentato da Bogotà, una megalopoli di quasi sette milioni di persone con problemi enormi di criminalità, droga, flusso di immigrati poverissimi. Bene, a Bogotà, sono riusciti con una serie di misure che riguardano il trasporto urbano, le ciclovie, i parchi urbani, le biblioteche e le scuole a cambiare la qualità della vita della maggioranza delle persone. Hanno costruito molte scuole, riducendo sensibilmente il tasso di analfabetismo e, soprattutto, hanno fatto costruire dai loro grandi architetti una ventina di biblioteche nelle zone più difficili, quelle vicine ai barrios. Adesso, le usano milioni e milioni di persone: un primato per i paesi dell’America Latina».
  • Insomma, bisogna puntare su spazi che possano garantire convivialità, aggregazione e socializzazione...
    «Certamente. Credo, però, che la rinascita urbana avvenga soprattutto quando vengono attuate iniziative integrate tra di loro, in un quadro globale. In caso contrario, lasciano il tempo che trovano. Per esempio, a Barcellona sono stati recuperati spazi pubblici degradati ma contemporaneamente le amministrazioni locali hanno investito nei trasporti pubblici, nel Transmillennio collegato con le ciclovie. E il risultato è che il 25 per cento dei pendolari adesso arriva in pochi minuti nei posti di lavoro e nel centro della città».
  • Quali sono i segnali più promettenti, i progressi più significativi compiuti?
    «Il fatto che 22 grandi città si siano accordate per agire insieme sulla sostenibilità globale è un segnale molto positivo. Straordinario».
  • E quelli più inquietanti?
    «Mi preoccupa che in megalopoli come Città del Messico, Mumbai o Il Cairo, con il loro astronomico tasso di crescita, la differenza sociale venga nascosta dietro alti muri sorvegliati da videocamere e coperti da filo spinato... Guai se, anziché trovare la strada della democrazia e della solidarietà, l’espansione urbana dovesse travolgere la coesione sociale».
  • Si riferisce anche alla rivolta delle banlieues parigine?
    «Proprio così. Quel che è avvenuto a Parigi è un monito per tutti. A Johannesburg, motore economico e culturale dell’Africa meridionale, è difficile girare per le strade anche per i neri. Soprattutto per le città africane è impellente un piano d’azione globale».
  • Ma fare riferimento al rapporto centro-periferie è ancora valido per le sterminate megalopoli di oggi e del futuro? Oppure dovremo trovare nuovi termini di riferimento?
    «Il modello di sviluppo urbano dei prossimi anni deve essere quello policentrico. Non ci sono alternative. Soltanto le città che sceglieranno la via del policentrismo potranno vincere la sfida del Big Bang urbano».

 

DOVE E QUANDO - 10. Mostra Internazionale di Architettura

  • “Città. Architettura e società”
    Arsenale e Giardini della Biennale - 10 settembre al 19 novembre 2006
  • “Italia-Y-2026. Invito a Vema”
    Padiglione Italiano - Tese delle Vergini - 10 settembre - 19 novembre 2006
  • “Città di Pietra”
    Venezia - Artiglierie dell’Arsenale  - 10 settembre - 19 novembre 2006
  • “Città - Porto”
    Palermo - dal 15 ottobre 2006 al 14 gennaio 2007
  • “Maxxi - Cantiere d’autore Workscape”
    Padiglione Venezia - Giardini - 10 settembre - 19 novembre 2006
  • Il 10 settembre Richard Rogers riceverà il Leone d’oro alla Carriera.

 

di Massimo Di Forti
da il Messaggero del 03.09.06

 

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vedi anche:

10.Mostra Internazionale di Architettura Venezia

il nuovo Padiglione Italiano & MAXXI cantiere d'autore


data pubblicazione: giovedì 7 settembre 2006
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