Il mondo colorato di Sottsass

Addii - È scomparso uno dei grandi protagonisti del 900

Addii. genio del design industriale - Il mondo colorato di Sottsass. Creativo. Ettore Sottsass è morto lunedì 31 dicembre a Milano. Aveva 90 anni.

«Non credo che andrò mai in pensione. Chi me la pagherebbe la pensione?». Quando diede questa risposta, in un'intervista del 2003, Ettore Sottsass aveva 86 anni. E ha continuato a lavorare: fino al 27 dicembre, ogni giorno ha trascorso qualche ora a leggere, disegnare e progettare, come ha ricordato ieri la moglie Barbara Radice. E neppure un mese fa aveva partecipato all'inaugurazione di una grande mostra interamente dedicata al suo lavoro, "Vorrei sapere perchè", che resterà aperta fino al 6 marzo 2008 a Trieste.

Sottsass era nato a Innsbruck, in Austria, nel 1917, ma si era laureato al Politecnico di Torino e alla fine degli anni 40 si era trasferito a Milano, dove conobbe la sua prima moglie, Fernanda Pivano, e la seconda, figlia del pittore Mario Radice, e dove diede vita a uno studio di architettura e design da cui sono passati i più grandi progettisti del secolo scorso e da cui sono usciti alcuni degli oggetti che hanno fatto la storia del design internazionale.

«La leggenda dice che appena nato mio padre mi abbia messo in mano una matita perchè ero figlio unico e lui voleva assolutamente che diventassi architetto», amava ricordare, aggiungendo che per molti anni si era fatto chiamare Ettore Sottsass junior. Con questo nome si presentò ad esempio ad Adriano Olivetti, nel 1958, forse l'incontro più importante della sua vita. Non solo perchè da quell'incontro nacque una collaborazione con l'azienda di Ivrea durata oltre 30 anni e progetti come il computer Elea 9003 (1959); la calcolatrice Logos (1963), la macchina da scrivere Valentine (1968), ma perchè nel genio visionario di Olivetti il giovane architetto trovò conferma della sua idea - che allora era forse solo un'intuizione - di industrial design.

«Da qualche tempo distinguo il termine industrial design dalla parola design, che in inglese significa progettare - raccontava Sottsass in un libro, I maestri del design, pubblicato da Bruno Mondadori nel 2005 -. Si potrebbe progettare anche un assalto al teatro di Mosca; invece c'è un disegno particolare, specifico, che è quello che si fa per l'industria, per la produzione, per i mercati: questo è disegno industriale».

Non voleva essere chiamato artista, ma architetto, che definiva «colui che si cura degli altri», perchè «l'architettura si abita mentre l'arte si guarda ed è una differenza fondamentale». Di recente stigmatizzò le opere di alcuni colleghi: «All'ultima Biennale ho notato che tutti i grattacieli esposti non hanno mai segnato l'orientamento, il nord, il sud, l'est e l'ovest. Vuol dire che a questi architetti non interessa dove è il sole, dove è notte e dove è giorno, sembra che non gli interessi abitare questi posti, ma solo disegnarli». Sottsass teorizzava la collaborazione con il mondo dell'industria, ma rifiutò sempre le logiche del marketing, della moda, del consumismo esasperato. «Non sopporto i vari marketing people, che ti dicono cosa devi fare. Mi è successo che qualcuno venisse da me e mi dicesse: "Adesso va il moderno, mi disegna una stanza da letto?". Ho risposto: "No, guardi, non è proprio possibile". Se (lavorando per una grande azienda) si trovano ostacoli al proprio atteggiamento, diciamo al proprio modo di essere, allora si può arrivare a dire: "No, guarda, io non sono il tuo architetto, non sono adatto"». Delle creazioni di cui andava più fiero diceva: «Vorrei che gli oggetti non fossero tanto silenziosi, quanto piuttosto costringessero al silenzio chi li usa». Con Sottsass il design ha perso un architetto che parlava come un poeta.

  • AL SERVIZIO DELLE IMPRESE - Fondamentale l'incontro con Adriano Olivetti: dal sodalizio con Ivrea, che durò 30 anni, nacque anche la macchina da scrivere portatile «Valentine»

 

di Giulia Crivelli
da Il Sole 24ore del 02.01.08


Sottsass, il Mondrian del design. L'architetto? Professione solo per chi è ricco di famiglia. Viaggio nell'universo produttivo del professionista scomparso dall'Olivetti allo studio Memphis.

La scomparsa all'età di 90 anni di Ettore Sottsass a poche ore dall'inizio del 2008 segna la fine di un percorso creativo forse irripetibile. Architetto prima di tutto, passerà alla storia anche come uno degli industrial designer più geniali della storia.

Il rapporto trentennale con la Olivetti iniziato nel 1958 segnò l'apice della sua carriera. Chiamato da Adriano Olivetti per guidare il nuovo reparto di elettronica dell'azienda di Ivrea, lavorò soprattutto insieme al giovane Roberto Olivetti ed all'ingegner Mario Tchou con cui realizzò alcune pietre miliari sul piano tecnologico e del design. Forte è in questi anni l'influenza di Pop art e Beat culture sull'opera di Sottsass, a spingerlo in quella direzione la sua prima moglie, Fernanda Pivano. Con la più importante innovatrice culturale italiana del XX secolo, Sottsass condivise un avventuroso viaggio a New York nel 1956: «Sembrava la Metropolis immaginata da Fritz Lang, mi cambio dentro e fuori», ha raccontato in un'intervista concessa in occasione della mostra dedicatagli in primavera dal museo del design di Londra. Durante quel viaggio Oltreoceano nel 1956 lavorò anche nello studio del designer George Nelson, e di lì in poi abbandonò per qualche anno l'architettura.

Nato a Innsbruck nel 1917 Sottsass si laureò in architettura al Politecnico di Torino nel 1939. Figlio d'arte, suo padre era Ettore Sottsass senior, che progettò nel 1938, la Colonia marina XXVIII ottobre realizzata a Marina di Massa, Ettore Sottsass junior aprì un proprio studio a Milano nel 1947 e iniziò a collaborare con la Triennale e realizzò anche una serie di complessi abitativi come quelli Ina-Casa a Meina nel 1952 e a Carmagnola nel 1954. Sottsass mutuò la sua ricerca artistica sul colore dal suo interesse per l'arte, soprattutto la pittura cubista, l'astrattismo e i surrealismo, unito alle suggestioni dei suoi viaggi negli Stati Uniti e in India prima di diventare progettista per la Olivetti di Adriano Olivetti.

Il lavoro alla Olivetti diede ben presto, anche per queste fresche suggestioni, risultati straordinari. Nel 1959 vinse il Compasso d'oro per il computer Elea 9003, il primo calcolatore italiano. Subito dopo vennero la macchina da scrivere Tekne, la calcolatrice Logos 27 (1963), la macchina da scrivere Praxis 48 (1964), la celeberrima Valentine e il sistema per ufficio Synthesis (1973). A proposito della Valentine, pur essendo adorata dagli scrittori e dai giornalisti di tutto il mondo, Sottsass non ne parlava benissimo: «È troppo ovvia, come una ragazza con i pantaloni corti e troppo trucco».

Altrettanto importante fu il legame tra Sottsass e la Poltronova. Fondata nel 1957 l'azienda di Sergio Camilli scelse da subito l'architetto milanese come art director. Nel 1965 Sottsass disegnò mensole, mobili-bar, credenze, scrittoi, e li dedica alle ragazzine di Parigi che l'hanno battuto sul tempo, facendo con i vestiti quello che lui avrebbe voluto fare con i mobili: «Si stanno vestendo di pezzi di vestito messi insieme in rapporti da choc, senza più le gradazioni, i pandant, il colore che va con questo e il colore che va con quello». Colori nuovi, ma anche materiali nuovi come nel progetto dei Superbox, armadi con grosse basi, rivestiti in laminato Print a righe come segnali stradali o distributori di benzina. Presto, la creatività di Sottsass incontrò quella dei nuovi gruppi radicali, Archizoom e Superstudio. Nacque così il divano Superonda in poliuretano espanso, uno dei primi esempi di mobili senza scheletro, che aprì la strada a nuovi modi di vivere il paesaggio domestico.

Dalla fine degli anni 70 lavorò anche con il gruppo Alchymia insieme a Alessandro Mendini e Andrea Branzi, una collaborazione che culminerà con un'esposizione alla fiera di Milano nel 1978. Gli anni 80 lo videro invece protagonista, sempre insieme a Mendini, del nuovo collettivo Memphis. un nome scelto per rendere omaggio alla canzone Stuck Inside of Mobile with the Memphis Blues Again di Bob Dylan. Ne facevano parte anche Arata Isozaki, Michele De Lucchi, George Sowden, Matteo Thun e Nathalie du Pasquier. Tornarono ad essere usati i colori forti ed i materiali semplici già usati per i Superboxes di Poltronova.

Sempre nel 1980 nacque lo studio Sottsass e associati che porta avanti da allora una visione a tutto campo della progettualità, dalla casa all'ambiente urbano, con una architettura sempre disegnata intorno all'uomo. Tra le opere più importanti la casa del designer David Kelley a Palo Alto in California, e molti edifici pubblici tra cui Malpensa 2000. Lo studio Sottsass ha anche lavorato per Apple, NTT, Philip e Siemens. Tutta la carriera di Sottsass è ripercorribile fino al 2 marzo 2008 al Salone degli incanti dell'ex Pescheria a Trieste, nella mostra «Vorrei sapere perché». Presentandola, in una delle sue ultime interviste, Sottsass ha detto: «Non credo di aver lasciato alcuna traccia del mio lavoro, forse in Aldo Cibic» che con lui ha condiviso nascita e sviluppo dello studio. Cosa pensa dell'architettura oggi? «È un mestiere che può fare solo chi è ricco di famiglia».

 

di Jan Pellissier
da Italia Oggi del 02.01.08


Addii - Il mondo di Sottsass genio ed eccesso. Architetto, designer, ceramista: un artista totale. È scomparso uno dei grandi protagonisti del Novecento. L'avventura in Olivetti, i viaggi, la creatività dell'epoca di Memphis.

Ero appena rientrato a Milano da Trieste, dove, approfittando della sosta natalizia, mi ero recato, anche per visitare la grande mostra antologica di Ettore Sottsass; quando mi è stata comunicata la triste notizia della sua scomparsa. Ho detto «scomparsa», perché con lui scompare non solo un grande artista-architetto, ma una personalità del tutto a sé stante, che ha segnato un modo di concepire l'arte, e soprattutto la vita, secondo una «regola stilistica » inconfondibile.

La strana coincidenza tra la mia visita alla mostra e la scomparsa mi ha turbato in maniera inconsueta: anche se la nostra era un'antica amicizia, gli incontri erano molto rari, come accade spesso nelle grandi città. È, quindi, con molta esitazione che scrivo queste righe, che vorrei dedicare al ricordo dell'uomo più che dell'artista, di cui è ben nota la vasta attività creativa.

In effetti, Ettore è stato, più che un architetto, un designer, un ceramista, un «artista totale». Ebbi occasione di tracciare - nel 2004 - un suo profilo su queste colonne per la pubblicazione d'una raccolta dei suoi scritti, e già allora avevo sottolineato la qualità inventiva - stilistica e letteraria - di questi suoi appunti; spesso icastici ma sapientemente articolati (forse anche per un «contagio» con la grande dottrina d'una Nanda Pivano). Scrivevo allora: «Si tratta di alcuni articoli "tecnici", di altri scritti "d'occasione" per convegni, viaggi, conferenze, decisamente spontanei, ironici, battaglieri, e tracciati con una precisa modalità letteraria a metà strada tra il tono colloquiale e quello panflettistico». Ecco: l'icasticità credo sia stata la dominante di tutta l'«opera omnia» di Ettore: la volontà di usare un linguaggio dirompente negli scritti, come nelle architetture e nel design. Basterebbe riflettere sull'impatto spesso «eccessivo» di certi suoi mobili (e mi riferisco soprattutto all'epoca di Memphis, una delle sue più contrastate ma anche vitali), o quello di tante sue ceramiche giganteggianti e non artigianalmente compiaciute; oppure ai suoi gioielli: pure questi «eccessivi» per la dimensione e l'incontro di materiali insoliti, certamente indossabili soltanto da donne di straordinario coraggio (e bellezza).

Ma è proprio la ricerca di queste «dissonanze» che Ettore perseguiva. Se - figlio d'un noto architetto del vecchio Impero (e non a caso nato a Innsbruck) - Ettore era destinato già «geneticamente» a seguire la professione paterna, tuttavia la sua personalità anticonformista, e nemica d'ogni compromesso, lo spingeva da sempre a evitare la facile carriera d'una professionalità tradizionale. Solo così si può comprendere la sua brillante avventura olivettiana (ancora oggi la sua macchina da scrivere è un «pezzo da museo»), molto presto abbandonata; così i suoi viaggi nelle Americhe e il lungo e «patologico » soggiorno in India; così l'impegno per un lavoro troppo estenuante e, in fondo, lontano dal suo temperamento come la Malpensa. Altri potranno discutere e analizzare l'entità del suo apporto all'architettura e al design, ma lo potranno fare in maniera equa solo se si renderanno conto che non si possono applicare alle sue opere quelle coordinate che valgono per la maggior parte degli architetti e dei designer. Infatti anche Sottsass è stato uno dei primi ad accettare l'avvento del funzionalismo più avanzato, è stato anche quello che ha avuto la «temerarietà» - in piena «epoca Braun» - di rilanciare un decorativismo a quel tempo inimmaginabile.

Negli ultimi anni due grandi mostre antologiche - come quella al Mart di Rovereto e ai «Nuovi Incanti » di Trieste - hanno permesso di poter osservare, criticare, valutare a fondo l'opera di Sottsass, suscitando quella ammirazione (e anche quel dissenso) che solo un'opera autentica di solito solleva. Molte sue «invenzioni», come ad esempio quelle di tanti suoi mobili - decisamente antifunzionali e spesso colmi di ornamentazioni insolite - sono stati soggetti a inattesi entusiasmi o a violente ripulse; ma quello che, in un certo senso, giustificava quei prototipi era appunto la loro autonomia e la loro indipendenza tanto dall'estremo protorazionalista, che dal decorativismo del «postmodern» statunitense.

Penso con tristezza alle circostanze di aver visitato - proprio alla viglia della sua scomparsa - l'ultima sua mostra e di non avergli potuto riferire i particolari, della sistemazione e dell'ottimo allestimento, come mi ero proposto di fare al mio rientro a Milano. Ho cercato di farlo con questo mio breve congedo.

 

di Gillo Dorfles
dal Corriere della sera del 02.01.08


Biografia. Un inquieto anticonformista

Quello di Sottsass, ha detto il ministro dei Beni culturali Francesco Rutelli, è «stato un talento lungo un secolo». Ma dietro l'intellettuale inquieto e voracemente curioso si nascondeva pur sempre un architetto. Il «Papa anticonformista del design italiano» (come l'hanno definito i giornali francesi) è scomparso lunedì a Milano a novant'anni (era nato il 14 settembre 1917) per uno scompenso cardiaco legato a un'influenza (per sua stessa volontà non ci saranno funerali religiosi: il designer verrà cremato mercoledì).

Di lui adesso restano la libreria «Carlton», la collezione «Bharata», la lampada «Svincolo»: oggetti capaci di sfuggire all'appiattimento della serialità grazie a una ricerca colta e raffinata «ricca di significati simbolici». Ma rimane anche la testimonianza di un rapporto profondo con la realtà industriale del nostro Paese. Fondamentale a questo proposito è la collaborazione di Sottsass con la Olivetti (iniziata alla fine degli Anni Cinquanta) per cui disegnerà il primo calcolatore elettronico italiano, l'Elea 9003 (1959), e le macchine da scrivere Praxis (1964) e Valentina (1969). Nella mostra ancora in corso a Trieste (fino al 2 marzo) nel Salone degli Incanti dell'ex Pescheria c'è tutto questo: il fotografo di Ginsberg e il pittore Pop, il designer di gioielli e il progettista della nuova Malpensa, l'uomo di «Memphis» e il vincitore di due Compassi d'oro. Quello che, insomma, amava dire: «Mi arrabbio quando dicono che sono un artista.
Resto un architetto».

 

di Stefano Bucci
dal Corriere della sera del 02.01.08


L'ultima intervista. La malattia ti aiuta a pensare alla vita. «Sono malato, ma di un male relativo, per cui per lunghi periodi è quasi come se stessi bene. Qualche volte invece il male alla schiena diventa così forte che il mio cervello è come imprigionato nel dolore».

  • La malattia non è una novità nella tua vita. «Nei primi anni Sessanta ho avuto una grave forma di nefrosi. Ricordo che un medico italiano mi aveva invitato a fare testamento. Eppure non provavo dolore: morivo e basta. Finché un giorno Roberto Olivetti non mi convinse ad andare a farmi curare negli Stati Uniti, dove un Nobel della medicina usava il prenesone, la prima forma di cortisone, per curare le nefrosi».
  • E così ti sei trovato nella mitica stanza 128 del Medical Center della Stanford University a Palo Alto. «Roberto mi aveva aiutato in tutto. Ero nella "senator room", la più bella. I dottori mi studiavano. Una volta mi misero in carrozzella al centro di un palcoscenico».
  • Eppure tutto questo non ti ha impedito di inventare una piccola rivista ciclostilata che è diventata un riferimento per tutto il movimento pop e underground dei decenni successivi. «Il prenesone mi faceva funzionare il cervello a velocità supersonica; riuscivo a non dormire per 3-4 notti... disegnavo, scrivevo, ero pieno di idee... Nel frattempo ricevevo lettere dagli amici italiani e non sapevo come rispondere a tutti; finché un giorno è venuto a trovarmi un signore che aveva costruito un ciclostile a colori e così mi sono detto: "Faccio un giornaletto e lo mando agli amici"».
  • E così è nato «Room 128 West», tre numeri diffusi tra gli amici in poche decine di copie. Oggi un mito nella storia delle riviste culturali di avanguardia... «Ci mettevo tutte le notizie della mia vita quotidiana: dall'elenco delle medicine, ai nomi dei dottori, ai collage che facevo coi giornali americani. Ritagliavo e montavo la pubblicità dei quotidiani per costruire un discorso pop sulla noia della famiglia media americana...».
  • ... e non uscivi mai? «Accanto a me, in una branda, dormiva Fernanda (Pivano). Che di giorno usciva per trovare i suoi amici poeti, come Allen Ginsberg, Gregory Corso, che poi venivano a trovarmi per chiacchierare. Un giorno un loro amico mi promise che mi avrebbe portato in stanza Marilyn Monroe, che però proprio quel giorno si suicidò».
  • Quella stanza a Palo Alto è un po' una metafora della tua vita... «È anche la malattia che ti spinge a pensare alla tua vita, alla tua morte, al futuro, al tempo. Perché in una malattia c'è sempre una zona di solitudine assoluta; anche se sei assistito meravigliosamente come mi accade in questi giorni, anche se vengono a trovarti molti amici. La malattia è un colloquio continuo con te stesso, su cosa sei e sarai».

Il testo qui pubblicato è una sintesi dell'intervista inedita recentemente realizzata da Stefano Boeri a Sottsass, e che sarà pubblicata sul numero di febbraio della rivista «Abitare» Schizzo per «Memphis» (1981).

 

di Stefano Boeri
dal Corriere della sera del 02.01.08


La scomparsa del designer. Sottsass, l'addio dei creativi «Ha fatto grande Milano». L'addio dei creativi a Sottsass «Genio del design e artista totale». La Moratti: un'eredità da custodire. Formigoni: poeta della vita urbana. Ettore Sottsass, uno dei padri dell'Italian Style, è morto la mattina dell'ultimo dell'anno nella sua casa di via San Tomaso. Aveva compiuto 90 anni il 14 settembre.

Era un uomo «generoso ed esigente, geniale e appassionato», racconta l'architetto (e suo allievo) Michele De Lucchi. È stato «un genio del Novecento», riassume Carlo Bertelli, con una «incredibile energia creativa». La cultura milanese lo ricorda con nostalgia: «Lascia un grande vuoto nel mondo dell'arte», sottolinea l'architetto Mario Bellini. Così Davide Rampello: «Su di lui organizzeremo una mostra e un ciclo di letture».

Sul tavolo della sala, nella casa di via San Tomaso dove si è spento lunedì, ci sono ancora i suoi appunti. «Da anni lavorava a un racconto della sua vita. Lo chiamava "il libro illeggibile"», ricorda l'amico di sempre Michele De Lucchi, suo allievo e compagno di avventura nel movimento «Memphis». Perché Ettore Sottsass era così, «generoso ed esigente, geniale e appassionato». Un genio del Novecento. Con una «incredibile energia creativa» e la capacità di dialogare con tutti. «Soprattutto con i giovani». E quei giovani degli anni Sessanta, quelli che ora sono architetti, designer, critici d'arte, intellettuali, oggi riescono solo a dire: «Ci sentiamo un po' più soli».

Nostalgia e ricordi. «Eravamo amici dal 1962 - racconta Mario Bellini -, l'anno in cui iniziai a collaborare con la Olivetti. Ettore aveva una grande umanità. Ho sempre apprezzato la sua straordinaria impronta artistica che andava al di là del lato funzionale degli oggetti da lui progettati. Lascia un grande vuoto nel mondo dell'arte». Sì, perché per quanto si ostinasse a definirsi architetto - «sono fondamentalmente un architetto» - Sottsass era molto di più: un «artista totale». Fotografie, diari, dipinti, gioielli, ceramiche. «Era un diarista raffinatissimo - sostiene Davide Rampello, presidente della Triennale -, altro che Chatwin. Organizzeremo un ciclo di letture dedicato ai suoi scritti e una mostra fotografica».

Lo sguardo sempre rivolto al futuro. E ai giovani. «Ci insegnò a credere che disegnando semplicissimi oggetti potessimo rivoluzionare il mondo», continua De Lucchi. «Diede retta anche a un ragazzino come me», sorride Philippe Daverio. «La sua grandezza stava nell'essere naturalmente un maestro». Rimpianto: «Milano, allora, sapeva attirare i talenti migliori».

Milano culla del Made in Italy. Che non dimentica uno dei suoi cittadini «acquisiti» (nato a Innsbruck nel 1917, abitava in città da oltre 60 anni) più cari. Lo fa notare il sindaco Letizia Moratti: «Sottsass ha reso evidente il legame tra creatività, arte, design e vita. Con altri grandi nomi della cultura come Biagi e Montanelli, ha dimostrato cosa significa essere milanesi. La città custodirà sempre il patrimonio di arte, forme e colori che ci ha saputo dare». Roberto Formigoni, presidente della Regione, aggiunge: «Ha dato forma a una poesia urbana e domestica fatta di oggetti, inquadrature e forme».

Sottsass, protagonista della nuova immagine di Milano. Così lo definisce Carlo Bertelli: «Un genio profondamente malinconico e allo stesso tempo radioso nella creazione, chiuso ma ma capace di grandi affetti». Un uomo schivo. E per questo, oggi alle 9.45, il suo funerale sarà celebrato in forma riservata al cimitero di Lambrate. «Lui - dice la nipote - avrebbe voluto così».

È stato il padre dello stile italiano. L'architetto e designer Ettore Sottsass è morto la mattina del 31 dicembre nella sua casa di via San Tomaso, a causa di uno scompenso cardiaco seguito a un'influenza. Era nato a Innsbruck nel 1917 e aveva compiuto 90 anni il 14 settembre. Laureato in architettura al Politecnico di Torino nel 1939, aprì a Milano il suo primo studio di design, nel 1947. Tra i suoi progetti più famosi, la macchina per scrivere Olivetti Praxis 48.

Hanno detto

  • Davide Rampello -  presidente della Triennale «Era un diarista molto raffinato. Faremo per lui un ciclo di letture»
  • Michele De Lucchi -  Architetto allievo di Sottsass «Era generoso ed esigente, geniale e appassionato»
  • Mario Bellini -  Architetto e firma del Museo del design «Ho sempre apprezzato la sua straordinaria impronta artistica. Lascia un vuoto»
  • Philippe Daverio -  Storico dell'arte ed ex assessore alla Cultura «Era un genio che accettava di confrontarsi con chiunque»

 

di Annachiara Sacchi
dal Corriere della sera del 02.01.08


Addio a Sottsass genio artigiano del design. UN ARTIGIANO NELLE VITE DEGLI ALTRI. L'architettura. Il design. La scrittura e la fotografia. Si è spento a novant'anni un maestro che non amava essere chiamato artista. Una radicale domanda di senso lo portava a contatto con linguaggi diversi. Sentiva forti le radici viennesi e l'eredità del lavoro di suo padre ingegnere. "Mi interessano gli edifici da abitare, non quelli da vedere", diceva spesso.

Ettore Sottsass non amava sentirsi dare dell'artista. Era architetto, diceva, e sapeva quanto quell'appellativo gli andasse stretto: ma la sua dolcezza e la sua discrezione gli impedivano di cercare più esatte definizioni di sé. Al termine dell'intervista che mi concesse un mese fa, in occasione della mostra triestina per i suoi novant'anni, provai per qualche istante a spingerlo in questa direzione, ma la parola "artista" gli suonava insopportabilmente retorica. Alla fine mi ricordai di una definizione di Karl Kraus: «Artista è colui che sa fare di ogni soluzione un enigma». Il suo viso si illuminò. «Allora sì, sono un artista», rise.

L'enigma verso il quale Sottsass spingeva la sua ricerca formale era quello del rapporto fra le cose degli uomini e le loro vite, fra gli spazi e i sentimenti che accolgono, fra gli oggetti e i gesti che li rendono nostri. Una radicale domanda di senso che lo portava a contatto con linguaggi diversi: dall´architettura al design, dalla scrittura alla fotografia.

E, tuttavia, la sua era una ricerca che rifiutava qualsiasi teorizzazione, e si ancorava invece a una costante materialità, una vocazione artigianale davvero artistica che imbelliva definitivamente gli esiti del lavoro. Un mobile, un disegno, una ceramica, una frase: erano tutte tracce del suo cammino e non mete raggiunte. Non si sentiva lontano da nulla di ciò che aveva fatto in tanti anni, mi spiegò. Ma, ugualmente, nulla gli sembrava più significativo di altro.

Questa profonda modestia gli consentiva di rifiutare mondanità e polemiche, e dava alla sua voce una gentilezza particolare. Tentai a più riprese di farlo pronunciare sull'odierno "effetto architettura", quella progettazione supertecnologica che presidia le reti e sbalordisce le masse. «Sono abituato diversamente», mi rispose. «Mi interessano gli edifici da abitare, non quelli da vedere». Così, anche quando prendeva le distanze dai grandi maestri del razionalismo, quei "Le Corbusier e compagni" che diceva di amare moltissimo, era come se si scusasse, e ci teneva a spiegare quanto la loro lezione fosse stata importante per lui: solo che, a forza di scavare nella vita, si era reso conto che geometrie e misure non potevano bastargli, neppure se condivise dai più e assurte a dignità di standard. E rilanciava la sua sfida al segreto, alla complessità.

Le radici viennesi, il lavoro del padre fra candele e inchiostri (era ingegnere civile in Trentino, incaricato alla ricostruzione dopo la prima guerra mondiale), la vita nei boschi, l'inesauribile tavolozza della natura, tutto questo aveva contribuito a fondare in lui quella dimensione sensoriale che era la prima musa della sua attività. E accanto a questa c'era una seconda dimensione, che possiamo chiamare sacrale e che gli derivava dagli incessanti viaggi, specie in Oriente, all'inseguimento di quel mistero che carica luoghi e oggetti di un'aura che li trasfigura. Come dire: la visione miope del senso e quella presbite del significato. Godere del tatto di una cosa, del suo colore, ma anche perdersi nei possibili altrove che evoca. Tra questi due estremi, per Sottsass, c'era la vita degli altri, e lui non voleva interferire. C'era tutto quello che le persone fanno degli spazi e degli oggetti, un uso che spetta solo a loro decidere o inventare. Perciò sorrideva, se parlando di Memphis e del cosiddetto postmoderno gli si domandava cosa pensasse del funzionalismo: perché, a suo dire, non toccava a lui progettare alcuna funzione.

Così, per talento, interiorità e tolleranza divenne un maestro, proprio lui che pensava che non si potesse insegnare nulla. «Si prende un ragazzo a bottega e si danno grandi sberle», era il massimo che concedesse alla trasmissione del sapere. Fidava nell'esempio, insomma, in quell'imprinting che al giovane Ettore era venuto dal pittore Spazzapan. La sintesi di un gesto contro l'analisi delle parole. E ad ogni domanda, non una risposta ma la riformulazione della domanda in modo corretto. Ricordava che una volta aveva mostrato a Spazzapan una prova di giallo di cui andava fiero, e subito il pittore lo aveva stroncato. «Cosa ti viene in mente di usare questo colore?». «Veramente lo usa anche Matisse...», aveva protestato l'allievo. «Ma Matisse ha sessant'anni, tu ne hai venti!», era stata la sentenza.

La nostra conversazione di un mese fa durò esattamente un'ora. Tanto era il tempo che quel vecchio perfetto poteva dedicare a una fatica simile. Fu un'ora meravigliosa, per la generosità con la quale sbaragliò conflitti, restituì emozioni, raccontò se stesso. Frasi brevi, non una parola di troppo. Per due volte la commozione ebbe il sopravvento sulla sua voce: e in entrambi i casi questo accadde perché stava forzando il suo riserbo nel raccontare momenti di una felicità passata. Si scusò ben più a lungo di quanto io dovessi, invece, ringraziarlo.

 

di Enrico Regazzoni
da La Repubblica del 02.01.08


Una vita lunga e intensa. NEL SEGNO DELLA POESIA

Nato a Innsbruck, in Austria, nel 1917, Ettore Sottsass respira aria di architettura e design sin dai primi anni di vita. Il padre, dal quale eredita il nome, è un esponente di punta del razionalismo europeo dei primi decenni del Novecento. Dopo Trento, la famiglia si trasferisce a Torino, dove il ventiduenne Sottsass si laurea in Architettura al Politecnico, nel 1939. La guerra sospende il suo percorso formativo: richiamato nel corpo degli alpini, l'8 settembre 1943, a Sarajevo, è fatto prigioniero dagli ustascia. Per tornare in Italia, si arruola nella divisione Monterosa della Repubblica Sociale con cui rimane per quasi un anno.

È una promettente traduttrice ad aiutarlo a disertare, Fernanda Pivano, che, nel 1949, diventa la sua prima moglie. Il giorno del matrimonio, li attende sulla porta della casa milanese Bruno Munari con in mano uno dei suoi piccoli mobiles come regalo di nozze.

Sottsass, intanto, dal 1947 ha aperto il suo studio a Milano: progetta case popolari, edifici scolastici, ma si mantiene anche cominciando a disegnare oggetti.

Il 1958 è l'anno in cui inizia la trentennale collaborazione con la Olivetti. Per la casa di Ivrea disegna il primo calcolatore elettronico italiano, Elea 9003, che gli vale il Compasso d'oro. Seguono una serie di prodotti che si fermano nell'immaginario collettivo come icone del design industriale: la calcolatrice Logos 27 (1963), le macchina da scrivere Praxis 48 (1964) ma soprattutto le "Valentine" rosso fuoco (1969), tuttora esposte nella collezione permanente del Museum of Modern Art di New York. È proprio il MoMa a consacrare Ettore Sottsass e i principali esponenti del Made in Italy con la mostra "Italy: the New Domestic Landscape" (1972). Gli anni Settanta confermano la sua vena sperimentale e colorata, la sua idea di design allegro e funzionale al tempo stesso, ben rappresentata da un oggetto come "Le strutture tremano" (1979), il tavolo in cristallo sorretto da gambe contorte, quasi mosse da energie misteriose, prodotto dallo studio Alchymia. Nel 1981, con la nuova compagna Barbara Radice e con Michele De Lucchi, fonda il "Gruppo Memphis" per cui conia lo slogan: «La forma del prodotto è in stretto rapporto con chi la utilizza». Il suo frutto principale è il mobile Carlton, coloratissima libreria dall'aspetto a metà tra un totem e un videogioco. Proprio l'intreccio tra gioco e utopia ha informato l'attività di Sottsass fino all'ultimo. Fino ai disegni di "nuove città ideali" e al progetto per la Nuova Malpensa.

 

di Dario Pappalardo
da La Repubblica del 02.01.08


Il grande designer nel ricordo di Enzo Mari. CARO AMICO, DA OGGI L'ISOLA È DESERTA

Caro Ettore, qualche tempo fa, parlando di te, ti raffiguravo come un grande albatros che, periodicamente, si alzava in volo dalla sua isola deserta e veleggiava per mesi sull'oceano. Oggi sei partito ancora...

Ci conosciamo da più di quarant'anni e, sin da subito, ci siamo legati con una affettuosa simpatia. Riconoscevo nel tuo fare le stesse ragioni del mio, sia pur talvolta in apparente diversità. Perché, qualunque siano state le ragioni del fare, al centro restava e resta il come poter mantenere e difendere la condizione umana.

I benpensanti della sinistra e della destra, che ci stanno soffocando, possono "pensare" che sto parlando d'altro, non del lavoro concreto, di quello che risponde ai bisogni, che produce sviluppo... Ma quale sviluppo? Quello dell'alienazione totale? È talmente totale che tutti i giovanissimi, ignorandone il senso e la portata, ne assumono le condizioni mortifere come una realtà ineluttabile del vivere; e magari gratificante. I meno giovani non ne ignorano il senso ma cercano di coniugarlo con quello di un altro termine: il "mercato globale". Non si rendono conto che alienazione, globale e mercato sono la stessa cosa.

Dunque, se tu ed io (e qualcun altro) nel nostro lavoro di progettisti, più o meno fortunato, cerchiamo di negare l'alienazione totale, abbiamo realizzato lavoro umano (quando umano produce consapevolezza e conoscenza, quando alienato produce catalessi).

Da moltissimi anni hai reagito a questo incubo in due modi: il primo è stato quello di rifiutare come interlocutore l'industria che, con il suo meccanismo di parcellizzazione, vanifica qualsiasi speranza di evoluzione. Hai scelto la produzione artigianale. Dal punto di vista ideale è l'allegoria della qualità del lavoro, in cui progetto ed esecuzione corrispondono. Questa scelta, relativamente ai rapporti di produzione oggi esistenti, consente forse di lavorare con maggior libertà e serenità in quanto non si è soffocati dagli innumerevoli mastini della produzione di merce. Parallelamente, hai scelto un'altra alternativa, quella della scrittura che consente di esprimere la condizione umana in modi ben più efficaci della forma plastica. Come letterato sei bravissimo (ti ammiro). Tuttavia, come me, rimani incatenato al ruolo di progettista.

Gli Accademici dei progetti possibili oggi liquidano il tuo fare con attribuzioni di artisticità, riferendosi alla tua autoesclusione dal progettare cose che sembrano utili alla gente comune.

Se la parola "design" appartenga o non appartenga all'industria è stata una discussione all'interno di una piccola avanguardia della prima parte del secolo scorso. Il mercato globale oggi non ne ha più bisogno. L'isola è deserta.

 

di Enzo Mari
da La Repubblica del 02.01.08


SOTTSASS. L'Uomo dal compasso d'oro. A Milano è morto a 90 anni il grande architetto e designer che ha rivoluzionato il modo di creare e concepire gli oggetti che usiamo Facendoli, invece, “partecipi” della nostra stessa esistenza.

È stato un artista, un poeta, uno sciamano, un utopista, un intellettuale e molte altre cose. È stato l'uomo dal compasso d'oro (riconoscimento che gli è stato attribuito ben quattro volte), un grande designer, un re Mida della progettazione che ha saputo trasformare nel più prezioso dei metalli tutto quello che ha fatto e toccato. Diceva: «Mi arrabbio quando mi dicono che sono un artista. Cioè, non mi arrabbio, però sono fondamentalmente un architetto». Ed era vero. Ma non era tutto.

Ettore Sottsass è morto a Milano a 90 anni (compiuti il 14 settembre scorso) senza mai invecchiare, giovane, grazie a una capacità inesauribile di rimettersi in discussione e trovare nuove vie alla propria creatività, fino all'ultima mostra dal titolo emblematico Vorrei sapere perché che ne celebra il genio a Trieste nel Salone degli incanti dell'ex pescheria (la chiusura è prevista per il 2 marzo) e che il Maestro aveva presentato con una sua ennesima memorabile esternazione: «Vorrei che i visitatori uscissero piangendo, vale a dire con un'emozione».

La convinzione paradossale che un oggetto di design dovesse essere emozionante, insomma che dovesse essere un “oggetto di affezione” e non solo qualcosa di funzionale, ha segnato tutta la vita di questo designer-artista capace di far scintillare la stella dell'Italian Style come pochi. La leggera e civettuola Valentine, la rossa macchina da scrivere portatile progettata nel 1970 per Olivetti, ha conquistato generazioni di scrittori e impiegati prima di godersi una meritata pensione al Museo d'arte moderna di New York. La multicolore libreria Carlton singolare sintesi di un antico totem e di un moderno videogioco è senza alcun dubbio una delle creazioni più felici nel panorama del design degli ultimi trent'anni...

No, fin dagli inizi, a Sottsass (figlio d'arte, dal momento che il padre Ettore Sottsass senior era stato un protagonista dell'architettura italiana della prima metà del '900) l'estetica funzionalista del Bauhaus e del razionalismo del Movimento moderno non è mai bastata e quest'idea lo ha portato ad aprirsi verso orizzonti nuovi e per molti aspetti impensabili: quelli di un design sensuale, sintonizzato con le esperienze più profonde e intime della coscienza degli utenti. Così l'architetto di Innsbruck, cresciuto professionalmente nella Milano di un industriale illuminato come Adriano Olivetti, ha rovesciato l'affermazione “la forma segue la funzione” in quella del tutto inedita “la forma segue la funziona psichica”. Una mossa rivoluzionaria non da poco.

La progressione di questo percorso è stata inesorabile. Sottsass è passato dalle prime esperienze artistiche con il Movimento arte concreta e con lo spazialismo di Fontana alla collaborazione trentennale con Olivetti (inaugurata nel '58 e coronata da straordinari successi come Valentine, la calcolatrice Logos 27, il sistema per ufficio Synthesis e il computer Mainframe Elea 9003), ha messo a frutto l’esplosione della Pop art e l'incontro tra spiritualità orientale e controcultura occidentale degli anni 60 per approdare, infine, alla grande svolta del radical design ('66-'72) con l'affermazione di una nuova estetica guidata da principi etico-socio-politici, sganciata il più possibile da criteri meramente consumistici.

Il terremoto conclusivo (ammesso che un simile aggettivo sia riferibile a Sottsass) è avvenuto dopo, tra la seconda metà degli anni 70 e l'inizio degli anni 80. È stato a quel punto che Sottsass è riuscito a realizzare trionfalmente le idee-guida della sua ricerca: prima, in collaborazione con Alessandro Mendini, con il gruppo Alchimia che esaltando il ruolo del colore negli oggetti ha provocato il tramonto della pluridecennale austerità modernista e, poi, fondando il Memphis (insieme ad architetti e designer del calibro di Arata Isozaki, Hans Hollein, Andrea Branzi e Michele De Lucchi), con il dichiarato obiettivo di restituire agli oggetti “uno spessore simbolico ed emotivo”.

La stagione del Nuovo Design lo ha fatto entrare per sempre nella storia del nostro Novecento, e non solo. Ludico e mistico, pirotecnico e umanista, Sottsass non si è accontentato di essere un eccezionale creatore di forme e di oggetti che hanno cambiato il modo di concepire la vita quotidiana e l'arredamento domestico ma è stato anche un inesauribile innovatore di idee. Un intellettuale a tempo pieno. Sosteneva: «Per me, il design è un modo di discutere la vita. È un modo di discutere la società, la politica, l'erotismo, il cibo e persino il design. È un modo di costruire una metafora della vita. Per cui, se devi insegnare qualcosa sul design, devi insegnare prima di tutto qualcosa sulla vita».

Appena cinque anni fa, chiudeva il suo libro autobiografico Scritti con queste parole: «Se qualcosa ci salverà, sarà la bellezza». Lui, ci ha creduto fino all'ultimo. E forse per questo, a soli 90 anni, è morto giovane.

 

di Massimo Di Forti
da Il Messaggero del 02.01.08

 

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Commenti

06/01/2008 10.04: mancata notizia della morte di Sottsass ai TG
Mi chiedo come mai i TG nazionali non hanno dato notizia della scomparsa di una figura tanto importante dell'architettura e design conosciuta in tutto il mondo. Penso sia una mancanza imperdonabile.
autore

vedi anche:

E' andata in crisi la cultura del progetto

L'appello dei 35 architetti italiani

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Intervista a Ettore Sottsass

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Intervista a Ettore Sottsass


data pubblicazione: giovedì 3 gennaio 2008
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