Arriva il decreto ma il caos resta

Norme tecniche sulle costruzioni - breve rass.stampa

CNI - Norme tecniche in cerca di certezze. Sulle costruzioni si passa da un regime transitorio a un altro. Dal Consiglio nazionale degli ingegneri un parere sulla proroga contenuta nel dl n. 248/07.

Pubblichiamo il parere del Consiglio nazionale degli ingegneri sulle norme tecniche.

La realizzazione di opere di ingegneria civile è regolata da una serie di norme tecniche che hanno come riferimento la legge 5/11/1971 n.1086 (Norme per la disciplina delle opere di conglomerato cementizio armato, normale o precompresso e a struttura metallica) e la legge 2/2/1974 n.64 (Provvedimenti per le costruzioni con particolari prescrizioni per le zone sismiche), entrambe confluite nel dpr n.380/2001 (Testo unico dell'edilizia).

Tali leggi prevedono che le norme tecniche siano emanate con decreto dal ministro dei lavori pubblici (attualmente delle infrastrutture) di concerto con il ministro dell'interno (per le zone sismiche). Gli ultimi decreti connessi a tali disposizioni normative risalgono al 1996 (dm 9/1/1996 e 16/1/1996).

Successivamente, il dipartimento della protezione civile, con l'ordinanza del presidente del consiglio dei ministri n.3274 del 20/3/2003, ha riscritto tutta la normativa per le costruzioni in zona sismica e ha adottato una nuova classificazione sismica per tutto il territorio nazionale (allegato 1 dell'ordinanza); la medesima ordinanza ha precisato, inoltre, che le regioni, sulla base dei criteri generali ivi enucleati, avrebbero dovuto provvedere all'individuazione, alla formazione e all'aggiornamento dell'elenco delle zone sismiche.

Nelle more, l'art. 5 del dl 28/5/2004, n.136, disciplinava la stesura di norme tecniche in materia di progettazione e realizzazione di costruzioni. Con la legge di conversione di tale decreto legge (legge n. 186/2004) è stato inserito nell'art. 5 il comma 2-bis ai sensi del quale: «Al fine di avviare una fase sperimentale di applicazione delle norme tecniche di cui al comma 1, è consentita, per un periodo di 18 mesi dalla data di entrata in vigore delle stesse, la possibilità di applicazione, in alternativa, della normativa precedente sulla medesima materia, di cui alla legge 5 novembre 1971, n. 1086, e alla legge 2 febbraio 1974, n. 64, e relative norme di attuazione, fatto salvo, comunque, quanto previsto dall'applicazione del regolamento di cui al decreto del presidente della repubblica 21 aprile 1993, n. 246».

In forza dell'art. 5, comma 1 citato è stato adottato il decreto del ministro delle infrastrutture e dei trasporti del 14 settembre 2005, recante «Norme tecniche per le costruzioni», in vigore dal 24 ottobre 2005, fatta salva la fase sperimentale di applicazione (di cui al comma 2-bis del citato art. 5 della legge n. 186/2004) che è stata successivamente prorogata al 31/12/2007 dall'art. 3, comma 4-bis, della legge n.17/2007.

Con tale dm 14/9/2005 è stata così aggiornata e raccolta in un testo unitario la normativa di settore da applicare nella progettazione e realizzazione dei manufatti edilizi; le norme tecniche di cui all'Opcm n.3274 del 2003 (allegati 2 e 3) costituiscono una possibile norma di dettaglio nell'ambito del quadro generale dello stesso decreto.

Nel contempo è stato avviato un procedimento di revisione delle norme tecniche del 2005 il cui testo, licenziato dal Consiglio superiore dei lavori pubblici, ha già ottenuto il parere della Conferenza unificata stato-regioni; parere condizionato alla proroga del vigente regime di «duplice» applicazione delle «nuove» norme tecniche e dei citati dm del 1996.

Sui criteri di interpretazione delle norme. Così ricostruito il quadro normativo di riferimento, è adesso possibile soffermarsi sulla reale portata del citato art. 20 del dl n.248 del 31/12/2007 e in particolare dell'inciso nel quale si afferma che: «Le revisioni generali delle norme tecniche di cui all'art. 5, comma 1, del dl 28 maggio 2004 n. 136, convertito, con modificazioni, dalla legge 27 luglio 2004 n. 186, sono sottoposte alla disciplina transitoria di cui al comma 2-bis del medesimo articolo».

Il governo, come noto, può adottare sotto la sua responsabilità provvedimenti provvisori con forza di legge (appunto i decreti legge) solamente in casi straordinari di necessità e di urgenza (art. 77, comma 2 della Costituzione), al di fuori dei quali (o dei decreti delegati di cui al comma 1, dell'art. 77) non è titolare della funzione legislativa.

Una prima ovvia considerazione che scaturisce da dette premesse è che un decreto legge che non sia supportato da obiettive circostanze di necessità e di urgenza, è innanzitutto illegittimo sotto il profilo costituzionale.

Sotto altro profilo l'art. 12 delle preleggi si premura di dettare i criteri guida dell'interpretazione normativa stabilendo che: «Nell'applicare la legge non si può a essa attribuire altro senso che quello fatto palese dal significato proprio delle parole secondo la connessione di esse, e dalla intenzione del legislatore». Alla luce di tale ultima disposizione normativa possono identificarsi più criteri interpretativi delle norme e in particolare uno di tipo letterale incentrato sul significato e sulla connessione delle parole e l'altro teleologico incentrato, invece, sulla intenzione palesata dal legislatore.

In merito al rapporto fra i due criteri interpretativi è stato chiarito che: «Il criterio di interpretazione teleologica, previsto dall'art. 12 disp. prel. cod. civ., può infatti assumere rilievo prevalente rispetto all'interpretazione letterale soltanto nel caso, eccezionale, in cui l'effetto giuridico risultante dalla formulazione della disposizione di legge sia incompatibile con il sistema normativo. Non è invece consentito all'interprete correggere la norma, nel significato tecnico giuridico proprio delle espressioni che la compongono, nell'ipotesi in cui ritenga che l'effetto giuridico che ne deriva sia solo inadatto rispetto alla finalità pratica cui la norma è intesa» (Cons. Stato, sez. IV, 21-11-2005, n. 6468).

A ulteriore precisazione occorre richiamare quanto statuito da un consolidato orientamento della giurisprudenza secondo cui: «È fondamentale canone di ermeneutica, sancito dall'art. 12 delle preleggi, che la norma giuridica deve essere interpretata, innanzi tutto e principalmente, dal punto di vista letterale, non potendosi al testo “attribuire altro senso se non quello fatto palese dal significato proprio delle parole secondo la connessione di esse”; di poi, sempre che tale significato non sia già tanto chiaro e univoco da rifiutare una diversa e contrastante interpretazione, si deve ricorrere al criterio logico: ciò al fine di individuare, attraverso una congrua valutazione del fondamento della norma, la precisa “intenzione del legislatore”, avendo cura, però, di individuarla quale risulta dal singolo testo che è oggetto di specifico esame e non già, o semmai in via subordinata e complementare, quale può genericamente desumersi dalle finalità ispiratrici di un più ampio complesso normativo in cui quel testo, insieme con altri, ma distintamente da essi, è inserito. Infine, ma solo “se una controversia non può essere decisa con una precisa disposizione, si ha riguardo alle disposizioni che regolano casi simili o materie analoghe”».

Qualora, pertanto, non sia utilizzabile il criterio letterale si potrà fare riferimento a quello teleologico fermo restando il principio in virtù del quale nel dettato normativo potrà individuarsi anche una portata estensiva. A riguardo si è precisato che: «L'interpretazione della legge è definita estensiva allorché il contenuto effettivo delle singole disposizioni, puntualmente accertato attraverso i mezzi consentiti dalla logica e dalla tecnica giuridica, è più ampio di quello che appare dalla sola considerazione del valore letterale delle espressioni che compongono la disposizione stessa. Tale interpretazione non amplia, pertanto, il contenuto effettivo della norma, ma impedisce che fattispecie a essa soggette si sottraggano alla sua disciplina per un ingiustificato rispetto della lettera. Non incontra perciò, come tale, alcuna limitazione nell'art. 14 delle disposizioni sulla legge in generale, allorché si tratta di accertare l'esatto contenuto di una norma, ed è ammessa in relazione a tutte le leggi, comprese quelle penali e quelle che fanno eccezioni a regole generali, posto che anche di queste identifica i tempi e i casi di applicazione» (Cass. pen., sez. III, 22-04-1976 (30-10-1975), n. 5182).

La portata teleologica dell'art. 20 del dl 248/2007. Considerando le finalità specifiche di un decreto legge, come sopra riassunte, è possibile adesso procedere a interpretare il disposto di cui all'art. 20 dl 248/2007.

La norma fa un generico riferimento a «revisioni generali delle norme tecniche di cui all'art. 5, comma 1 del dl 28/5/2004 n. 136» assoggettandone l'entrata in vigore al regime transitorio di cui al comma 2-bis del medesimo art. 5. Sulla scorta di un criterio interpretativo meramente letterale potrebbe affermarsi che la norma abbia a oggetto le sole revisioni generali successive alla normativa tecnica vigente e così facendo:

1) i dm del 1996 sarebbero definitivamente espunti dall'ordinamento essendo ultimato il regime di «coapplicazione» previsto dall'art. 5 dl n. 136/2004 e successive modifiche;

2) resterebbe in vigore il solo dm 14/9/2005;

3) l'art. 20 dl 248/2007 si applicherebbe esclusivamente alle revisioni future.

Se questo fosse il significato da attribuire alla norma dell'art. 20 del dl 248/2007 quest'ultima sarebbe illegittima costituzionalmente in quanto verrebbe a disciplinare in modo sistematico delle situazioni non ancora esistenti e per le quali dunque non è configurabile alcuna particolare urgenza e/o estrema necessità tali da giustificare l'emanazione di un decreto legge.

È dunque evidente che alla norma vada assegnato un significato capace, trascendendo il mero dato letterale, di evidenziare una volontà del legislatore conforme al dettato costituzionale e al quadro normativo effettivamente vigente.

Ebbene, sotto tale profilo, è possibile rilevare innanzitutto che la norma rinviene la propria ratio sostanziale nell'esigenza di prorogare il regime di applicazione congiunta delle regole tecniche «vecchie» (dm del 1996) e «nuove».

Occorre, altresì, rilevare come l'art. 20 del dl 248/2007 non faccia alcun riferimento alle specifiche norme tecniche di cui al dm 14/9/2005, ma esclusivamente e semplicemente alle norme tecniche richiamate dall'art. 5, comma 1 del dl 136/2004 convertito con modifiche nella legge 186/2004. Svincolata dallo specifico riferimento al dm citato, l'art.20 del dl 248/2007 assume una portata chiaramente generale nel senso che esso, richiamando l'art. 5 dl 136/2004 (ma non anche il successivo dm 2005), ha inteso fare riferimento alle norme tecniche vigenti alla data di entrata in vigore di detto dl ossia alle norme approvate con dm 1996. Ne consegue che il legislatore ha inteso disciplinare tutte le modifiche apportate alle norme tecniche per le costruzioni del 1996 ivi includendo le modiche introdotte e approvate con il dm del 2005 che rappresentano comunque una revisione delle precedenti norme tecniche.

In sintesi, e sulla scorta di una interpretazione ispirata al criterio logico sistematico della norma, il regime transitorio dovrà trovare applicazione ogniqualvolta intervenga un mutamento delle norme tecniche previste e vigenti all'epoca dell'entrata in vigore dell'art. 5 del dl 136/2004 (ossia quelle previste dal dm 1996) e dunque esso troverà applicazione anche per le modifiche apportate dal dm 2005.

L'art. 20 dl 248/2007, quanto ai contenuti del regime transitorio, rinvia specificatamente al comma 2-bis dell'art. 5 del dl 136/2004, introdotto in sede di conversione dalla legge 186/2004. La disciplina transitoria si concreterà, pertanto, nella contemporanea efficacia delle Norme tecniche modificate (dm 1996) e di quelle modificatrici (dm 2005) con l'applicazione delle prime ovvero delle altre a scelta del professionista. Per quanto concerne la durata del periodo transitorio, essa non potrà che essere pari ai 18 mesi previsti dal citato art. 5 comma 2-bis dl 136/2004 richiamato dall'art. 20 dl 248/2007 che decorreranno dall'1/1/2008, data della cessazione del precedente regime transitorio.

L'efficacia immediata (ossia anche con riferimento al vigente sistema di duplice possibile applicazione dei dm del 1996 e del 2005) del regime transitorio dettato dall'art. 20 dl 248/2007 trova altresì giustificazione sotto il profilo dell'estrema necessità, ove si consideri la sospensione del procedimento di adozione dell'ulteriore nuova normativa il cui procedimento, come detto, è in stato avanzato ma ancora in itinere. Difatti, preso atto di detta sospensione con nota 21/12/2007 del ministero dello sviluppo economico al ministero delle infrastrutture si ricorda che l'emissione del parere circostanziato dell'Austria «determina la proroga dei termini del periodo di astensione obbligatoria dall'adozione del provvedimento notificato, termini che risultano ora fissati al 20 marzo 2008, e comporta l'obbligo di riferire alla Commissione sul seguito che si intende dare al parere stesso». La proroga obbligatoria è una procedura di pubblicità prevista per consentire agli stati membri dell'Ue di intervenire sui nuovi testi. Considerando che la nota del ministero è del 21/12/2007 (e dunque anteriore alla pubblicazione in Gazzetta Ufficiale del dl 248/2007) e che, pertanto il governo era già a conoscenza che il procedimento di formulazione delle nuove norme avrebbe potuto subire un arresto, è evidente che con l'art. 20 dl 248/2007 lo stesso governo abbia inteso disciplinare un nuovo periodo transitorio in attesa dell'entrata in vigore delle nuove norme.

Ancora, se queste ultime sono destinate a salvaguardare le carenze delle norme tecniche di cui al dm 2005 non avrebbe avuto senso garantire l'applicazione di un regime transitorio solo successivamente all'approvazione delle nuove norme, lasciando medio tempore applicabili esclusivamente quelle del 2005.

Sul significato letterale di «revisione generale» di cui all'art. 20 del dl 248/2007. È altresì possibile procedere, in via alternativa al punto di cui sopra, a una interpretazione letterale della norma di cui all'art. 20 del dl 248/2007 e in particolare dell'inciso «revisione generale» capace di conformarsi al vigente quadro normativo di riferimento.

L'art. 20 dl 248/2007, infatti, fa riferimento al concetto di «revisione generale» che, ove non sia da intendersi in termini generali, è da riferirsi al contenuto del dm 14/9/2005. Orbene, per quanto detto il dm entrato in vigore il 23/10/2005, fin dal primo momento è stato accompagnato dalla contestuale vigenza del dm del 1996, sicché un effettivo regime di «revisione generale» di detto decreto non poteva effettivamente ritenersi realizzato, perdurando la possibilità per i professionisti della duplice applicazione dei due dm. Proprio la scadenza di questa duplice vigenza al 31/12/2007 ha fatto sì che possa ritenersi definitivamente efficace un regime di revisione generale delle norme tecniche attraverso il dm 14/9/2005, sì come indicato dall'art. 5, comma 1 del dl 136/2004 convertito con legge 186/2004.

Da qui l'applicazione a detto regime di revisione generale (e dunque al dm 14/9/2005), a far data dalla sua entrata in vigore e ossia a far data dal 31/12/2007, della norma transitoria di cui all'art. 5, comma 2 bis del dl 136/2004 convertito con legge 186/2004. Anche in questo caso, quindi, la disciplina transitoria si concreterà nella contemporanea efficacia delle Norme tecniche modificate (dm 1996) e di quelle modificatrici (dm 2005) con l'applicazione delle prime ovvero delle altre a scelta del professionista. Per quanto concerne la durata del periodo transitorio, essa non potrà che essere pari ai 18 mesi previsti dal citato art. 5 comma 2-bis dl 136/2004 richiamato dall'art. 20 dl 248/2007 che decorreranno dall'1/1/2008, data della cessazione del precedente regime transitorio.

 

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da Italia Oggi del 17.01.08


Impiantisti, sul decreto è giallo. Il rischio è di tornare nell'orbita del T.U. dell'edilizia. Allarme Cna Installazione impianti: le norme di riordino del settore non ancora pubblicate in G.U.

Il mondo dell'impiantistica è in fibrillazione. Il più volte annunciato decreto di riordino delle disposizioni in materia di attività di installazione di impianti negli edifici, che avrebbe dovuto sostituire la legge 46/90 ed entrare in vigore dal 1° gennaio, non è stato ancora pubblicato in Gazzetta Ufficiale. L'intero settore rischia ora di tornare, giuridicamente parlando, nell'orbita del Testo unico dell'edilizia, circostanza, questa, che le imprese impiantiste vedono come il fumo agli occhi. «Sembra di vivere una vicenda kafkiana», denuncia Franco Bianchi, presidente nazionale Cna Installazione impianti, «anche perché l'iter di questo provvedimento ne ha tutti i connotati».

Nel luglio 2006, infatti, dal ministero dello sviluppo economico viene istituita una commissione tecnica con il compito di preparare il testo del decreto che avrebbe dovuto riformare la 46/90, la legge che ha sino a ora regolamentato le attività di installazione di impianti. La commissione termina il suo lavoro nell'ottobre dello stesso anno e il decreto inizia la sua trafila per i vari pareri di merito. Il percorso, che però si rivela inaspettatamente lungo e accidentato, si sarebbe dovuto concludere alla fine dello scorso mese di novembre con la firma del decreto da parte del ministro Pierluigi Bersani. «Il problema», prosegue Bianchi, «è che del decreto si è persa ogni traccia e la data della sua entrata in vigore ancora non si conosce. Occorre fare presto perché le imprese del settore non possono continuare a vivere nell'incertezza».

In realtà, risulterebbe che la Corte dei conti avrebbe formulato svariati rilievi di carattere formale al testo del decreto costringendo il ministero dello sviluppo economico a correre ai ripari con il conseguente slittamento temporale della sua pubblicazione in Gazzetta Ufficiale. «Alle imprese del settore, però, tutto questo interessa poco in quanto, in mancanza del decreto, avrà validità il capo V del dpr 380 del 6 giugno 2001, meglio conosciuto come Testo unico dell'edilizia». Un provvedimento, questo, la cui entrata in vigore è stata negli anni più volte procrastinata proprio per la sua formulazione contraddittoria e che mal si coordinava con tutta una serie di disposizioni precedenti. Tra le tante critiche che gli installatori di impianti hanno avanzato al T.u. c'è l'istituzione dell'albo professionale, uno strumento considerato formale, burocratico, che comporta oneri per le imprese e, soprattutto, la possibilità per le imprese edili con attestazione Soa che partecipano ad appalti nei quali è prevista anche l'installazione di impianti di attestarsi in ogni caso come imprese impiantiste. Per gli installatori, in pratica, oltre al danno anche la beffa. «Assieme alle altre associazioni imprenditoriali del settore», continua il presidente degli impiantisti Cna, «abbiamo già segnalato tutte le carenze del provvedimento in questione con la conseguente necessità di emanare rapidamente norme correttive e chiesto l'intervento del ministro Bersani per sbloccare la situazione in modo da giungere a una rapida entrata in vigore del decreto di riforma della legge 46/90».

«Nell'immediato», conclude Bianchi, «chiediamo al governo e al parlamento di inserire nel decreto Milleproroghe un provvedimento che differisca di qualche mese l'entrata in vigore del Testo unico dell'edilizia in modo che vi sia il tempo necessario per pubblicare in Gazzetta Ufficiale il decreto al quale, comunque, occorrerà poi mettere mano con celerità per colmarne le evidenti lacune».

 

di Otto Guidoni
da Italia Oggi del 15.01.08


Norme tecniche sulle costruzioni. Arriva il decreto ma il caos resta. Il provvedimento «rimedia» al pasticcio interpretativo causato dal milleproroghe. Due mesi per l'entrata in vigore del testo firmato da Di Pietro il 10 gennaio.

Anche se è in arrivo in «Gazzetta Ufficiale» l'ultima versione delle norme tecniche per le costruzioni, il caos interpretativo sulla disciplina di riferimento in materia di progettazione è tutt'altro che un ricordo. Il ministro delle Infrastrutture, Antonio Di Pietro, ha firmato il decreto contenente il nuovo Testo unico «Norme tecniche per le costruzioni» lo scorso 10 gennaio, inviandolo subito dopo al ministero degli Interni e alla protezione Civile affinchè perfezionino con la firma il concerto.

Ma il Testo unico entrerà in vigore solo 30 giorni dopo la pubblicazione, come previsto dal provvedimento stesso, lasciando per almeno altri due mesi il settore delle costruzioni a rischio paralisi. Dal primo gennaio, scaduto il periodo transitorio, in cui le norme del 2005 erano solo facoltative, non c'è più nessuna certezza sulla normativa di riferimento. Per questo Regioni, professionisti e costruttori si sono rivolti al Governo affinchè indicasse espressamente la normativa da seguire. Di fronte a questa mobilitazione, Di Pietro ha accelerato i tempi per la pubblicazione in «Gazzetta» del nuovo testo «che costituisce la sintesi più esaustiva tra vecchia e nuova normativa in materia» e quindi «consentirà di superare definitivamente le criticità rappresentate ed evidenziate negli ultimi giorni da enti locali e operatori del settore», ha detto il Ministro.

Ma appunto il Testo unico non sarà operativo subito. Intanto il 31 dicembre è scaduta la fase transitoria di applicazione del Dm 2005 «Norme tecniche per le costruzioni», e quindi, in base a un'interpretazione letterale, il testo è in vigore. Contestualmente, il decreto milleproroghe ha introdotto un nuovo meccanismo a doppio binario per la sperimentazione di ogni revisione generale delle Norme tecniche per le costruzioni: la normativa nuova è obbligatoria per gli edifici di interesse strategico e le opere infrastrutturali con funzionalità antisismiche (decreto protezione civile 21 marzo 2003); la normativa precedente può sempre essere utilizzata per l'edilizia privata. I poco chiari rinvii normativi contenuti nell'articolo 20 hanno originato diverse interpretazioni su cosa si debba intendere per normativa precedente. Consiglio nazionale ingegneri e Oice sostengono che il «milleproroghe» abbia prolungato di altri 18 mesi la fase transitoria del Dm del 2005, e che quindi sia ancora possibile continuare ad applicare la normativa del 1996 in alternativa a quella del 2005 (circolare Cni n.131/1008 e nota Ance n.21 del 7 gennaio 2008). Regioni e Oice temono che attualmente sia in vigore esclusivamente il Dm 2005 perchè il Dl milleproroghe si riferirebbe solo alle revisioni future e, quindi, hanno chiesto al Governo di riformulare l'articolo 20 del decreto in sede di conversione del decreto legge, sancendo «inequivocabilmente la proroga dell'applicazione del Dm 1996 per la durata di 18 mesi», si legge in una lettera che l'Umbria ha inviato a Di Pietro. Dal canto suo, l'Oice ha lanciato un allarme: «Tutte le gare affidate dal primo gennaio potrebbero fermarsi».

In realtà, le nuove norme tecniche sarebbero dovute andare in «Gazzetta» prima della fine dell'anno, ma proprio a pochi giorni dalla firma del ministro, l'Austria ha avviato una procedura d'informazione ai sensi della direttiva 98/34/CE nei confronti del decreto, bloccando per tre mesi il testo. Il Ministero è riuscito ad aggirare lo stop stralciando dal Tu le parti delle nuove norme tecniche oggetto di osservazioni, cioè i paragrafi sul legno. Questi resteranno congelati sino a quando non si troverà un compromesso con l'Austria, secondo cui la nuova normativa inasprisce eccessivamente la burocrazia e appesantisce troppo le spese amministrative (osservazione CE2OO7/513). La posta in gioco nella partita con l'Austria è alta: il 60% del legno austriaco è acquistato dall'Italia.

  • RECUPERO IN CORNER - Le nuove disposizioni «aggirano» il blocco causato da un ricorso Ue dell'Austria stralciando i paragrafi su cui c'è contesa

Il quadro - Troppe incertezze

  • Norme tecniche 2005. Pubblicato sul S.O. n.159 alla "Gazzetta" n. 222, il decreto interministeriale del 14 settembre 2005 "Norme tecniche per le costruzioni" non ha mai incontrato il favore degli operatori di settore perchè troppo prescrittivo e poco conforme alla normativa Ue.
  • Fase transitoria. Dal 24ottobre 2005 al 31 dicembre 2007, il Dm 2005 ha attraversato una fase sperimentale durante la quale si è continuato ad applicare la vecchia normativa del 1996.
  • Il decreto milleproroghe. Introduce un meccanismo a doppio binario per la sperimentazione di ogni revisione generale delle norme tecniche per le costruzioni.

 

di Azzurra Pacces
da Il Sole 24ore del 14.01.08


Sicurezza degli impianti, professionisti in bilico. Ingegneri e periti industriali in attesa del regolamento che non c'è.

Professionisti in bilico sulle norme per la sicurezza degli impianti. Sospesi tra un regolamento che tarda ad arrivare e che avrebbe dovuto cambiare le regole in materia e la definitiva entrata in vigore degli articoli 107-121 del Testo unico in edilizia (dpr 380 del 2001). Testo unico che ha già conosciuto diversi rinvii della sua entrata in vigore, prevista tre anni fa e ora invece legge a tutti gli effetti. La prima proroga era stata disposta al 1° gennaio 2004 e l'ultima dalla legge 17/2007, che ha spostato il termine ultimo «fino all'entrata in vigore del Regolamento recante norme sulla sicurezza degli impianti», che avrebbe abrogato anche il dpr 447/91 che contiene la normativa tecnica e quasi tutta la legge 46/90. Questo perché a fine dicembre 2007, sarebbe dovuto avvenire il riordino della materia con l'adozione appunto di tale regolamento che i ministeri dello sviluppo economico e dell'ambiente stanno mettendo a punto e sul quale però non si è pronunciato in maniera definitiva il Consiglio di stato.

Ma le cose comunque non finiscono qui, perché in ogni caso il regolamento scontenta alcune categorie professionali. Primi tra tutti i periti industriali e gli ingegneri i cui consigli nazionali hanno inviato un documento ai ministeri competenti al Consiglio di stato per esprimere le proprie preoccupazioni. La bozza di regolamento prevede infatti, per i presidenti degli ordini, una gestione della sicurezza che non tiene conto dei piccoli utenti. Gli interventi vengono classificati, secondo il documento, sulla base di parametri puramente quantitativi senza alcuna considerazione della complessità dell'intervento. Secondo il nuovo regolamento, la progettazione di interventi di installazione di impianti di potenza inferiore a 6 kW installati in unità abitative di superficie non superiore a 400 mq, può essere affidata a chiunque riesca a provare la sua professionalità. Ma poiché tutte le utenze domestiche (inferiore a 400mq) sono servite da impianti di potenza minore, la nuova normativa non offre più nessuna garanzia al consumatore.

Ma non è tutto. Secondo il documento il nuovo regolamento non solo non offre alcuna garanzia nella progettazione degli impianti più comuni, ma comporta l'abrogazione illegittima della norma primaria (46/90) in materia di sicurezza. Per il presidente del Consiglio nazionale dell'ordine dei periti industriali Berardino Cantalini è «sì necessario mettere mano ad un decreto, ma deve essere fatto rispettando quella che è la delega parlamentare». «E il regolamento non solo la supera ma da possibilità agli installatori che non hanno la professionalità adeguata di intervenire. Della stessa opinione anche il vicepresidente degli ingegneri De Felice che aggiunge «siamo in attesa ormai da tempo di un decreto: questo va a discapito dei professionisti e degli stessi utenti».

 

di Benedetta P. Pacelli
da Italia Oggi del 12.01.08


Costruzioni, attivare le nuove norme tecniche

L'Associazione delle società di ingegneria, architettura e consulenza tecnico-economica, l'Oice, presieduta da Nicola Greco, ha lanciato l'allarme per le conseguenze derivanti dall'incertezza giuridica dovuta alla mancata pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale delle nuove norme tecniche sulle costruzioni messe a punto dal ministero delle infrastrutture.

È il vicepresidente, Braccio Oddi Baglioni a rilevare le possibili conseguenze sul settore della progettazione della tacita proroga derivante dalla mancata pubblicazione della nuova normativa. «La norma di proroga contenuta nel decreto legge di fine anno, in assenza di pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale delle nuove norme tecniche messe a punto in questi mesi, crea una situazione di difficoltà operativa ai progettisti e alle stazioni appaltanti dal momento che dal 1° gennaio sarebbero dovute entrate in vigore le norme del primo decreto ministeriale che, come è noto, contengono palesi errori tecnici che ne rendono impossibile l'applicazione». Per l'associazione confindustriale occorre intervenire al più presto per sanare i rischi che derivano dalla messa a regime delle disposizioni del 2005. «Innanzitutto auspichiamo», ha continuato Oddi Baglioni, «che al più presto il ministero delle infrastrutture faccia pubblicare in Gazzetta le nuove norme tecniche evitando che le norme del 2005 trovino applicazione; il problema è infatti che le eccezioni contenute nell'articolo 20 del decreto mille proroghe sono tante e tali che l'applicazione della disciplina transitoria prevista dall'articolo 5 della legge 186 potrà avvenire in pochissimi casi, con un evidente rischio di paralisi del settore, almeno a livello progettuale, derivante dalla necessità di progettare seguendo le errate norme del 2005».

Si tratta quindi di un rischio che, nel settore pubblico, prende in considerazione un segmento della domanda non di poco conto: «Tanto per dare un ordine di grandezza, basti pensare che ogni mese vengono bandite circa quattrocento gare per affidamento di servizi di ingegneria e architettura, di cui molte riguardanti la redazione di progetti. Tutte le gare affidate dal primo gennaio in poi potrebbero fermarsi per le difficoltà connesse all'applicazione delle norme del 2005; è un rischio da scongiurare favorendo invece la rapida messa a regime delle nuove norme».

 

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da Italia Oggi del 10.01.08


Opere pubbliche, norme al restyling. Gli ingegneri chiedono a Di Pietro più certezze.

Dighe, ponti, strade per essere sicure devono essere realizzate con norme tecniche di settore chiare. E le uniche a esserlo, per gli ingegneri, in attesa di una normativa del tutto nuova, sono quelle relative ai decreti ministeriali del 1996. Ecco perché il centro studi del Consiglio nazionale degli ingegneri chiama in campo il ministero guidato da Antonio Di Pietro e chiede con una circolare di riformulare un articolo del decreto milleproroghe che in questo senso crea confusione.

Secondo il centro studi di categoria infatti nell'articolo 20 del milleproroghe si mantiene contemporaneamente la proroga di due norme, quella del 1996 e quella del settembre 2005 che ha riunito in un decreto le norme per il settore, ma che ha trovato la sua applicazione solo a partire da gennaio 2008, creando incertezza a tutti quei progettisti che si trovano alla prese con una normativa del tutto nuova e non chiara. Per il Cni va resa chiara e inequivocabile la proroga dell'applicazione della normativa previgente (quella cioè del 1996 ndr), per la durata di 18 mesi.

Sul problema oltre al Cni si sono pronunciati l'Associazione delle organizzazioni di ingegneria, di architettura e di consulenza tecnico economico (Oice) e l'Associazione nazionale costruttori edili (Ance). L'Oice lancia l'allarme per le conseguenze derivanti dall'incertezza giuridica dovuta alla mancata pubblicazione in gazzetta ufficiale delle nuove norme tecniche sulle costruzioni messe a punto dal ministero delle infrastrutture e precisa che occorre intervenire al più presto per sanare i rischi che derivano dalla messa a regime delle disposizioni del 2005. Il rischio evidente per l'Oice è, infatti, di paralisi del settore, almeno a livello progettuale, derivante dalla necessità di progettare seguendo le norme del 2005. L'Ance ha invece evidenziato che l'articolo 20 del milleproproghe sancisce un nuovo periodo transitorio di 18 mesi a partire dicembre 2007, in cui sarebbe ancora possibile applicare la previgenti normative tecniche e le relative norme di attuazione, in alternativa al Dm 14 settembre 2005 e precisa che, «la formulazione poco chiara dell'articolo 20 non dovrebbe indurre ad interpretazioni differenti che avrebbero come conseguenza l'entrata in vigore del D.M. 14 settembre 2005 in quanto, se così fosse, non si ravviserebbe la necessità dello stesso articolo 20».

 

di Benedetta P. Pacelli
da Italia Oggi del 10.01.08


Impianti e uffici, saltano le deroghe. In vigore il Testo unico sull'edilizia.

Lo stop alle proroghe per l'adeguamento degli impianti negli immobili a uso non abitativo e la conseguente entrata in vigore degli articoli 107-121 del Testo unico sull'edilizia, potrebbe provocare pesanti conseguenze per esercenti e aziende (26 milioni di unità immobiliari sono a rischio, secondo Confedilizia), e non meno gravi disagi per le stesse imprese del settore impianti.

Sotto il primo aspetto, la riesumata normativa del Dpr 380/2001 comporta sanzioni amministrative (fino a 5.164 euro per i proprietari dei locali non in regola) ma soprattutto può portare alla chiusura forzata degli immobili in mora.

D'altro canto non minori incertezze e disagi operativi si ripercuoteranno sulle imprese del settore impianti, sempre ammesso che in sede di conversione del decreto "milleproroghe", in Parlamento, non si riesca a introdurre un'ulteriore moratoria.

Due le conseguenze più disagevoli per gli impiantisti. Le Camere di Commercio devono istituire l'Albo delle persone abilitate a lavori di impiantistica, previsto dall'articolo 109 del Testo unico: diventano così operativi gli articoli 167-121 e il decreto del Ministero delle attività produttive 24 novembre 2004 rimasti finora congelati.

A oggi l'attività di impiantista si avviava con una dichiarazione di inizio attività. La creazione di un nuovo Albo è stata contestata fin dall'inizio dalla categoria, anche perchè ora si pone in contraddizione con l'imminente partenza della comunicazione unica per l'avvio di un'impresa.

Tra l'altro, poichè il decreto che era già definito, prima o poi dovrà essere emanato, si costringe a istituire un Albo che, anche se avrà vita breve, provocherà complicazioni inutili e costose, sia per le aziende, sia per le Camere, ma anche per chi ha necessità di conoscere se un'azienda di impianti ha o meno i requisiti tecnici.

Dal 1° gennaio 2008, inoltre, i lavori di impiantistica devono essere effettuati da un'azienda abilitata, qualsiasi sia la destinazione d'uso dell'edificio, residenziale, produttiva o altro.

Finora questa abilitazione era richiesta solo alle imprese di impianti elettrici, per qualunque tipo di edificio. Imprese di installazione di impianti di riscaldamento, idrosanitari, in un edificio a uso non residenziale non erano tenuta ad avere il titolo abilitativo; l'attività di installazione era libera e doveva essere denunciata al Registro imprese e all'Albo artigiani.

Ora anche queste imprese dovranno affrettarsi a richiedere la qualifica, ma se devono passare attraverso l'iscrizione preventiva in un nuovo Albo i tempi si allungheranno.
La soluzione più rapida sembra essere il rinnovo della delega con il milleproroghe, seguita dal decreto.

Nel frattempo, considerato che l'istituzione dell'Albo è una duplicazione dell'iscrizione nel Registro imprese e nell'Albo artigiani, il ministero potrebbe suggerire di applicare gli adempimenti in vigore fino al 2007. Questo basterà ad agevolare la regolarizzazione delle imprese.

  • NIENTE REGIME SPECIALE - A rischio i locali a uso aziendale. Per imprese e tecnici obbligatoria l'iscrizione all'Albo degli abilitati

 

di Alessandro Selmin
da Il Sole 24ore del 09-01-08


Impianti, si cambia

Con l'1/1/08 è entrata in vigore, come tempestivamente rilevato dalla Confedilizia, la parte del Testo unico delle disposizioni in materia edilizia (dpr n. 380 del 2001) che prevede l'adeguamento alle norme di sicurezza, anche nell'uso diverso, degli impianti elettrici, radiotelevisivi ed elettronici, di riscaldamento e di climatizzazione, idrosanitari e di trasporto a uso dell'acqua e del gas nonché di ascensori, montacarichi, scale mobili e di protezione antincendio.

Il 31/12/2007 è infatti venuta a scadere l'ultima delle diverse proroghe che si sono susseguite fin dall'emanazione del Testo unico, quella prevista dal decreto legge n.300/06, convertito dalla legge n. 17/07. (...)

 

pag. 18
da Italia Oggi del 09.01.08


Impianti in regola. Maxi-multe se il locale non è a norma. In vigore obblighi per 26 mln di immobili a uso non abitativo.

Un 2008 assai oneroso per chi possiede unità immobiliari adibite a uso non abitativo; cioè locali pubblici, magazzini, sedi d'impresa o capannoni in cui si esercitano attività imprenditoriali. Dal 1° gennaio scorso è scattato l'obbligo di avere a norma di sicurezza gli impianti del proprio immobile (in ossequio agli articoli dal 107 al 121 del dpr 380/2001, il Testo unico sull'edilizia). In pratica, è scaduta l'ultima delle tante proroghe (decisa con decreto legge 300/2006, convertito nella legge n. 17/2007) che hanno scandito gli anni successivi all'emanazione del Testo unico sull'edilizia.

Ma la parola fine non è stata ancora pronunciata: secondo quanto risulta a ItaliaOggi i tecnici del ministero dello sviluppo economico non escludono una moratoria, decisa per via parlamentare, dei vincoli in vigore e delle multe a carico di chi non li rispetta. Il decreto milleproroghe (dl 248/2007) è infatti atteso alla conversione in legge in parlamento entro marzo. In quella sede un emendamento al ddl di conversione potrebbe trovare la maggioranza in parlamento e congelare obblighi e sanzioni.

Intanto, è scattato l'allarme rosso tra gli operatori: il rischio di incorrere in multe salate è elevatissimo. Esborsi che, in base alla legge, toccheranno sia il committente dei lavori di adeguamento sia il proprietario dell'immobile privo della dichiarazione di conformità degli impianti, con una sanzione amministrativa compresa tra 51 e 258 euro. Ma che, soprattutto, colpiranno i titolari delle unità immobiliari con una multa tra 516 e 5.164 euro, qualora non abbiano ancora adeguato gli stessi impianti alle norme di sicurezza vigenti. E non è finita: i proprietari degli immobili fuorilegge potrebbero anche assistere alla chiusura forzata dei loro locali. Secondo stime Confedilizia, gli obblighi di adeguamento riguarderebbero circa 26 milioni di unità immobiliari.

Va ricordato che l'entrata «a regime» integrale del Testo unico è giunta nonostante l'allarme lanciato dalla Confederazione dei proprietari di immobili, l'11 dicembre scorso (si veda ItaliaOggi del 12/12/2007). Così, a oggi, ai proprietari di immobili toccherà mettere mano al portafogli. Vanno adeguati i locali non ancora in regola. E qui si apre un mercato non da poco. Gli impianti per cui va garantita la coerenza alle nuove disposizioni di legge sono tutti quelli presenti in un edificio (...). Di conseguenza, la spesa potrebbe essere elevata. A eseguire i collaudi e ad accertare la conformità degli impianti saranno i comuni, le Asl, i comandi provinciali dei vigili del fuoco, l'Istituto superiore per la prevenzione e la sicurezza del lavoro (Ispesl). Questi enti, per l'esercizio di tali attività, potranno anche ricorrere alla collaborazione di liberi professionisti.

 

di Luigi Chiarello
da Italia Oggi del 08.01.08


SICUREZZA IMPIANTI - Adeguamento anche per gli uffici

Le norme per l'adeguamento degli impianti alle normative di sicurezza approvate nel 2001 dal 1° gennaio sono obbligatorie oltre che per gli immobili a uso abitativo anche per quelli destinati ad altri usi (per esempio gli uffici). Lo ricorda Confedilizia, che spiega: «Con il 1° gennaio 2008 è entrato in vigore l'adeguamento alle norme di sicurezza, anche nell'uso diverso, degli impianti elettrici, radiotelevisivi ed elettronici, di riscaldamento e di climatizzazione, idrosanitarie di trasporto ed uso dell'acqua e del gas nonchè di ascensori, montacarichi, scale mobili e di protezione antincendio».

 

pag. 22
da Il Sole 24ore del 06.01.08


Maximulta senza impianti a norma. Da gennaio in vigore gli obblighi di sicurezza degli impianti del T.u. edilizia. Senza regole ministeriali. Sanzioni fino a 5.164 , per i proprietari di 26 mln di immobili.

Dal 1° gennaio per i titolari di circa 26 milioni di unità immobiliari a uso non abitativo (cioè i negozi, gli esercizi commerciali, i locali pubblici, i magazzini, le sedi d'impresa ecc.) scatta il rischio multa per non avere messo gli impianti a norma. Sanzioni che toccheranno il committente dei lavori di adeguamento o il proprietario dell'immobile privo della dichiarazione di conformità degli impianti, con una sanzione amministrativa tra 51 a 258 euro. Ma che, soprattutto, colpiranno i titolari delle unità immobiliari con una multa compresa tra 516 a 5.164 euro, qualora non abbiano adeguato gli stessi impianti alle norme di sicurezza vigenti. A eseguire i collaudi, ove previsto, e ad accertare la conformità degli impianti alle disposizioni di legge, saranno i comuni, le aziende sanitarie locali, i comandi provinciali dei vigili del fuoco e l'Istituto superiore per la prevenzione e la sicurezza del lavoro (Ispesl). Che per le loro attività ispettive potranno anche ricorrere alla collaborazione di liberi professionisti.

L'allarme multe giunge attraverso una nota di Confedilizia, la confederazione italiana dei proprietari di immobili, presieduta da Corrado Sforza Fogliani, che avverte: la stretta potrà arrivare fino «alla chiusura dei locali». Lo spettro multe è la diretta conseguenza dell'entrata in vigore (più volte rinviata, ndr) del capo quinto del Testo unico dell'edilizia, il dpr 380/2001. Testo che dall'articolo 107 all'articolo 121, prevede obblighi di adeguamento generalizzati per impianti elettrici, radiotelevisivi ed elettronici, di riscaldamento e climatizzazione, idrosanitari e di trasporto e uso di acqua e gas nonché ascensori, montacarichi, scale mobili e impianti di protezione antincendio. Insomma, più o meno di tutta l'impiantistica presente in un immobile. Questi vincoli, come detto, sono stati più volte congelati, ma non per le unità immobiliari a uso civile. Infatti, l'articolo 1 della legge n. 46/1990 disponeva l'obbligo di messa a norma degli impianti per le sole unità immobiliari a uso civile (cioè quelle adibite a uso abitativo, sedi di associazioni o studi professionali). Restavano, dunque, escluse dai vincoli di sicurezza della legge 46 tutti gli altri immobili non ricadenti nell'universo dell'uso civile. Successivamente, il dpr 380/2001, all'art. 107, ha esteso l'applicazione delle regole di sicurezza a tutti gli edifici «quale che ne sia la destinazione d'uso».

Dunque, se l'obbligo per le abitazioni private era già scattato nel '90, per gli edifici a uso non abitativo i vincoli scatteranno dal 1° gennaio. Ma qui iniziano i problemi. Confedilizia rileva che si verrà presto a creare una «grave situazione» per «il ritardo da parte del ministero dello sviluppo economico» nell'emanare le norme di riordino «delle disposizioni in materia di installazione degli impianti all'interno degli edifici». Norme che, rileva l'associazione, «per una legge di due anni fa, dovevano essere emanate entro lo scorso ottobre». Sulla scorta di ciò, la confederazione guidata da Sforza Fogliani ha chiesto al governo un nuovo rinvio all'entrata in vigore del titolo quinto del Testo unico dell'edilizia. Una proroga urgente, da inserire «nel maxiemendamento alla Finanziaria» o da fare con decreto legge, per cui già oggi le norme in vigore ne prevedono l'automatica abrogazione, un secondo dopo l'entrata in vigore del provvedimento ministeriale di riordino dell'impiantistica.

Uno stillicidio di proroghe e una lacuna normativa. Il primo rinvio degli obblighi sull'impiantistica del Testo unico dell'edilizia è diventato effettivo l'11 luglio 2006, con la conversione in legge, con modifiche, del decreto legge n. 173/2006 (art. 1-quater). La proroga era al 1° gennaio 2007, legata a doppio filo all'attuazione dell'articolo 11-quaterdecies, comma 13, lettera a) della legge, n. 248/2005, che prevede proposte di decreti di «riordino della normativa» e «verifiche degli impianti» da parte del ministero dello sviluppo economico. Successivamente, l'8 gennaio scorso, l'art. 3, comma 1 del dl n. 300/2006 ha fatto slittare nuovamente l'attuazione del capo V del Testo unico all'entrata in vigore dei regolamenti ministeriali e, comunque, non oltre il 31 maggio 2007.

Infine, la terza proroga, decisa fino al 31 dicembre 2007 e disposta con la legge n. 17 del 26 febbraio scorso. Questa legge ha peraltro riformulato il mandato al ministero dello sviluppo economico per la preparazione del decreto di riordino delle disposizioni in materia di attività di installazione degli impianti all'interno degli edifici. Indicando anche una data: il ministero dovrà predisporre il provvedimento di riordino entro il 31 dicembre 2007. Una volta emanato, il decreto ministeriale determinerebbe subito:

  • l'abolizione della legge 46/90 (esclusi gli art. 8 «Finanziamento delle attività di normazione tecnica», art. 14 «Verifiche», art. 16 «Sanzioni»);
  • l'abolizione del dpr 447/91;
  • l'abolizione definitiva del capo quinto, recante «Norme per la sicurezza degli impianti» del dpr 380/01, finora congelato.

A oggi il decreto manca. E verosimilmente non giungerà entro fine anno. Ma le multe potranno essere comminate lo stesso.

 

di Luigi Chiarello
da Italia Oggi del 12.12.08

 

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data pubblicazione: venerdì 18 gennaio 2008
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