Adesso gigantesco è bello... (?)

Progetti vincenti in Cina, Usa e Russia - rass.stampa

Fabbriche future - Adesso gigantesco è bello

Alto dieci piani, ha la sagoma dentellata di un "toblerone" di cemento armato e l'aspetto bucherellato di un'insolita fetta di gruviera: inaugurata pochi anni fa, la Simmons Hall nel campus del Mit di Cambridge, Massachussets, è un edificio molto popolare tra gli studenti che ne occupano i 350 posti letto o ne utilizzano il teatro, il caffè notturno, il ristorante e le tante altre attrattive come gli spazi all'aperto dislocati nei suoi vari piani. Non a caso, il suo nickname è "the sponge", la spugna.

Dall'esterno infatti si presenta come una concrezione di vuoti, una grande barriera corallina intagliata da forti aggetti e nette rientranze, scavata in altezza e lunghezza da corridoi che sono vere e proprie strade illuminate da coni di luce scavati come tunnel verticali nella grande massa porosa. Per il suo architetto, Steven Holl, si tratta di una fetta di città verticale: il tentativo cioè di raggruppare in una struttura "esagerata" tutte quelle funzioni abitualmente disperse nella scacchiera orizzontale della città universitaria fatta di strade e di edifici staccati.

Non distante dalla stazione ferroviaria e dal porto di Amsterdam, un blocco colorato di dieci piani attira l'occhio come un transatlantico all'ancora sull'acqua. Lo chiamano Silodam e ospita 157 appartamenti nello spessore di 20 metri di profondità: un silos per abitare, insomma, che invece di contenere grano, alloggia una grande varietà di spazi abitativi raggruppati in verticale come "mini-quartieri" accatastati, non senza una certa rudezza, come container scaricati da una nave. I colori distinguono da fuori gruppi di appartamenti, mentre una terrazza-balcone a una delle estremità funge da tolda per affacciarsi sulla città. I suoi giovani autori - gli architetti olandesi del gruppo MVRD - non sembrano spaventati dalle accuse di aver ridotto la casa a una «macchina per abitare» o a un dormitorio collettivo: anzi, quando gliene è stata offerta l'occasione, hanno rielaborato il modello, spingendo ancora più in là la loro sperimentazione, a Madrid e a Vienna.

Alla periferia della capitale spagnola, nell'area suburbana di Sanchinarro, l'enorme Lego di caselle colorate è un megalite di 22 piani, squarciato con chirurgica esattezza da un grande vuoto a 40 metri di altezza - un osservatorio e un giardino pubblico a disposizione della comunità degli abitanti -, che ne giustifica l'appellativo di Mirador. Poco distante, una scacchiera tridimensionale raggruppa otto case per ogni "casella", intervallandole con vuoti che garantiscono visuali anche alle parti più interne e assicurano un buon controllo della ventilazione e dell'illuminazione. Ai difensori della "scala umana" contro ogni aspirazione di megalomania, gli architetti oppongono la claustrofobia dei tradizionali quartieri di periferia, la distesa infinita di quel piatto «mare di prismi di sei piani» che caratterizza lo "sprawl" delle aree metropolitane condannate dal mercato all'apologia della bassa densità dalle regole di mercato del real estate.

È lo stesso ragionamento invocato da Steven Holl nelle nuove conurbazioni che sta costruendo a Pechino: «L'edilizia abitativa in Cina e da sempre standardizzata e ripetitiva. Per combattere l'inarrestabile tendenza a costruire torri isolate come isole in una città sempre più privatizzata e meno collettiva, bisogna coniugare densità e complessità in un'espressione ultramodema del XXI secolo».

Dalla "balena" di Amsterdam con i suoi 214 appartamenti disposti in un unico superblocco simile a un rettangolo inclinato alla Seul Comune in Corea con torri sagomate come sovradimensionati vasi tinteggiati di verde, alla "battery" di Copenhagen - un "nastro" abitato disposto al suolo come un foglio accartocciato - o al Vanke Center di Shenzen in Cina, l'aspirazione a una nuova grandezza va di pari passo con la risorgente fortuna della megalopoli, trovando un fertile campo di applicazione nei Paesi a più forte indice di crescita immobiliare. Tra iperrealismo e utopia riprendono quota insomma le ipotesi di Le Corbusier con la sua Unità d'abitazione di Marsiglia - costruita nel dopoguerra come risposta a una società che doveva reimparare ad "abitare" - e le fantasie megastrutturali delle avanguardie degli anni 60, quando Kenzo Tange raddoppiava la città di Tokio costruendo l'espansione sul filo d'acqua della baia.

Allora come oggi, un'«architettura estrema», per usare la definizione di Rem Koolhaas, il teorico della nuova "bigness" postmoderna: «Un territorio teorico di questo fine secolo. In un paesaggio di disordine, dissociazione, smembramento e rifiuto, l'attrattiva della grande dimensione sta nella sua possibilità di ricostruire l'unità, di far risorgere il reale, reinventare il collettivo».

La balena di Amsterdam, il «megalite» di Madrid: gli edifici smisurati tornano ad affermarsi sugli skyline delle città

 

di Fulvio Irace
da Il Sole 24ore del 03.02.08


 

 

 

 

 

 

 


Le nuove città - Gli architetti europei disegnano il mondo. Progetti vincenti in Cina, Usa e Russia. La concorrenza - Le capitali, in gara tra loro, cercano il limite estremo dell'avanguardia per attirare turisti e imprese. E vogliono edifici sempre più avveniristici. La sfida - Centinaia di studi partecipano ai concorsi, ma negli ultimi anni sono soprattutto quelli del Vecchio Continente a vincere e a lasciare così il loro segno.

BERLINO — Fino a pochi anni fa, la battuta diceva che, quando si tratta di architettura, gli europei spendono tutto quel che hanno… per risparmiare. Ora, il mondo si è capovolto. Nel Vecchio Continente nascono palazzi, ponti, edifici di ogni genere, dai Paesi Baltici alla Penisola Iberica: e sono d'avanguardia, innovativi nel design come nella tecnologia, il meglio che si possa fare oggi. Soprattutto, succede che gli architetti europei stanno conquistando il mondo. Il 2008 consacrerà la tendenza.

Se si esclude lo studio americano di Frank O. Gehry, nessun progettista sta influenzando il mondo come gli europei. Renzo Piano, a tutti gli effetti ormai un brand globale, ha consegnato a New York City la nuova sede del Times e la Morgan Library.

Da Londra, i 500 architetti che lavorano con Lord Norman Foster stanno piantando bandierine ovunque. Prima delle Olimpiadi di agosto, avranno finito il terminal tre dell'aeroporto di Pechino. A Moscow City - uno straordinario sviluppo urbanistico destinato a commercio, servizi, luoghi d'incontro, uffici - concluderanno la Russia Tower. E si sono appena visti assegnare la realizzazione della Crystal Island, sempre a Mosca, sulla base di un progetto enorme, da due milioni e mezzo di metri quadrati e altezze di 450 metri.

Le altezze, ovviamente, quando si parla di architettura hanno sempre un fascino irresistibile. Fino a poco tempo fa, però, gli europei avevano scelto di stare bassi: la gara la lasciavano ad americani e asiatici. Ora, è cambiato anche questo. A parte il progetto di cristallo, anche la Russia Tower di Foster sarà lanciata nel cielo: oltre 600 metri, l'edificio più alto d'Europa. Ancora a Moscow City, la Torre della Federazione arriverà a 440 metri: l'hanno progettata gli architetti tedeschi Peter Schweger e Sergei Tschoban. E la Eurasia Tower di Moscow City, firmata dallo studio Mos City Group, passerà i 300 metri. Mosca, insomma, è oggi all'avanguardia nel mostrare i muscoli economici attraverso i grattacieli: ma sono gli architetti europei a realizzare le sue ambizioni; più degli americani, un tempo dominatori dello skyscraper.

La corsa a realizzare pezzi di design architettonico strabilianti è uno dei segni forse più portentosi di come funziona la globalizzazione dell'economia. Le città, ormai, sono in concorrenza tra loro non solo per richiamare turisti, ma soprattutto per attrarre i cervelli dell'economia moderna e le loro imprese: per questo devono sempre stare sul limite estremo dell'avanguardia. Il caso di Londra, diventata la città forse più attraente del pianeta, è fatto anche di quello. Su scala minore, così hanno fatto città come Bilbao, Valencia, Manchester, Birmingham, Liverpool, Dublino, molte in Spagna. E, naturalmente, Berlino, che sull'architettura moderna di qualità ha giocato se stessa dopo la caduta del Muro. Il modello pionieristico fu il Centro Pompidou a Parigi, di Piano e Richard Rogers. Ed è in questo ambiente - che lega business, commercio, cultura, luoghi di divertimento - che si sono formati gli architetti europei del Ventunesimo Secolo.

Amburgo sta realizzando (sarà pronta quest'anno) la nuova sede della Filarmonica: ha affidato il progetto allo studio svizzero Herzog & de Meuron. Sono gli stessi architetti che stanno terminando lo stadio olimpico di Pechino, l'ormai famoso «nido d'uccello».

Saragozza, per l'Expo 2008, avrà pronto il Pavillion Bridge: una delle porte d'ingresso allo spazio espositivo, che passa sopra al fiume Ebro, progettato dall'architetto iracheno-londinese Zaha Hadid. La stessa Hadid partecipa - assieme a molti architetti, tra i quali il francese Jean Nouvel - alla costruzione di uno dei maggiori centri culturali del pianeta, ad Abu Dhabi. Santiago Calatrava, l'architetto del quarto ponte di Venezia, costruisce ponti in tutto il mondo. E anche le imprese di prestigio si allineano. Dopo la Mercedes a Stoccarda nel 2006 e la Bmw a Monaco nel 2007, anche la Porsche aprirà quest'anno il suo museo, pure a Stoccarda: tutti edifici di qualità e design straordinari.

La prossima sfida - che nei progetti più d'avanguardia è già accettata - sta nel passare agli edifici che vivono, che non entrano bene nell'ambiente solo per il design ma anche per il rispetto ecologico e il basso consumo energetico. A Londra, stanno nascendo numerosi edifici un po' più verdi: lo studio Waugh Thistleton, per esempio, ha progettato un palazzo per abitazioni con una turbina eolica che genera il 15% dei bisogni energetici della costruzione. L'Urban Cactus in costruzione a Rotterdam - progettisti Ben Huygen e Jasper Jaegers - non ha nuove tecnologie, ma la sua forma a balconi che lo fanno sembrare una pianta grassa consentirà di fare crescere alberi capaci di mitigare le emissioni di anidride carbonica. La Cis Tower di Manchester, disegnata dal britannico Gordon Tait e quasi terminata, ha una facciata di settemila pannelli solari e 24 turbine eoliche: produrrà il 10% dell'energia di cui ha bisogno per funzionare.

Non tutto, naturalmente, è grande architettura. Anche in quella diffusa, però, l'Europa corre. I concorsi per giovani architetti, numerosi in molti Paesi del Vecchio Continente, sono uno stimolo straordinario. Da uno di essi, per dire, nel 1971 uscirono vincitori, per il Beaubourg parigino, Piano e Rogers. Oggi, esiste un programma continentale, Europan, aperto solo ad architetti sotto i 40 anni. E la tedesca Bauhaus-Dessau Foundation ha appena lanciato un concorso tra giovani progettisti per case di qualità da destinare ai poveri: proprio come quando, negli anni Venti, il Bauhaus e l'Europa insegnavano l'architettura al mondo.

 

di Danilo Taino
dal Corriere della sera del 18.01.08


  • Crystal Island - Progetto Norman Foster - Sarà l'edificio più grande mai realizzato al mondo:2,5 milioni di metri quadrati, 450 metri di altezza. [vd img:  Crystal Island - Moscow, Russia, 2006 - fonte: fosterandpartners.com]

 

  • Saragozza Pavillion Bridge - Progetto Zaha Hadid -E' una delle entrate principali all'esposizione, a forma di gladiolo. [vd img: Bridge Pavillon - Expo Zaragoza 2008 - fonte: expozaragoza2008.es]

 

  • Pechino Stadio olimpico - Progetto Herzog&De Meuron - 91mila posti a sedere in una struttura circolare fatta a nido. [vd img:  Stadio olimpico di Pechino/Beijing 2008 - fonte: olimpico.com.cn]

 

  • Stoccarda Museo Porsche - Progetto studio Delugan Meissi - Occupa 5.000 m.quadrati, 50 milioni di euro l'investimento. [vd img:  Porsche Museum Stuttgart - fonte: e-architect.co.uk]

 

  • Pechino Aeroporto, Terminal 3 - Progetto Norman Foster - un milione di metri quadrati, in vetro e acciaio, con colonnati rossi e tettorie dorate. [vd img: Beijing Airport, China 2003-2008 - fonte: fosterandpartners.com]

 

  • Mosca Russia Tower - Progetto Norman Foster - 118 piani distribuiti su 600 metri di altezza: sarà l'edificio più alto d'Europa con risparmio energetico. [vd img: Russia Tower, Moscow - 2006 - fonte: fosterandpartners.com]

 

  • Amburgo Elbphilharmonie - Progetto Herzog&De Meuron - Costruita sulle sponde dell'Elba ospiterà due sale concerto con una capienza di 2.700 persone. Costo 241 milioni. [vd img: Elbphilharmonie Hamburg - fonte: elbphilharmonie.de]

 

  • Mosca Federation Tower - Progetto Schweger&Tschoban - Vicina alla piazza del Cremlino. E' alta 440 metri, a forma di nave rovesciata. [vd img: Moscow Federation Tower - fonte: federationtower.ru]

 

  • Mosca Eurasia Tower - Progetto Mos City Group - E' alta 305 metri per 67 piani. E' costata 2500 milioni. [vd img: Moscow Eurasia Tower - fonte: eurasiatower.ru]

Gli scenari - «Grande è bello»: è questa la parola d'ordine delle costruzioni. Ma c'è chi dissente. Quella ricerca ossessiva del nuovo Colosseo. Gregotti: inutili (e provinciali) esibizioni di potenza

MILANO - «Bigness is business». Pensare in grande scala, insomma, è pur sempre un buon affare. Anche se i nostri nuovi Colossei sembrano essere comunque inevitabili: fino dalla Rivoluzione industriale quella che veniva definita civilizzazione è stata sempre collegata ad un ampliamento delle città come degli edifici e in genere delle forme, mentre l'idea di «piccolo è bello» veniva accusata, tacciata di minacciare lo stesso progresso. Tanti sono, d'altra parte, gli italiani coinvolti ora nella febbre del «bigness»: Renzo Piano (il «Vulcano Buono» appena inaugurato ad Afragola), Massimiliano Fuksas (campus universitario in Nigeria), Mario Bellini (Biblioteca di Torino), il gruppo Archea (discoteca in Cina), Cino Zucchi (complesso residenziale a Bolzano), Michele De Lucchi (torri in Georgia), Paolo Desideri (stazione Tiburtina a Roma), Mario Cucinella (ospedale in Toscana), Italo Rota (padiglione Expo di Saragozza).

Francesco Dal Co, professore di Storia dell'architettura all'Università di Venezia e attuale direttore di Casabella, tiene subito a precisare: «Bisogna distinguere innanzitutto tra quello che sta succedendo in Cina, in Oriente o nei Paesi arabi e la realtà del Vecchio Continente, Italia compresa. In Cina l'idea di realizzare grandi architetture si collega indissolubilmente con la necessità impetuosa di trovare sbocchi a capitali enormi. Leggermente differente la situazione, ad esempio, a Dubai, dove tutto nasce dal bisogno di programmare un futuro che vada oltre il petrolio ed ecco che si creano alberghi a sette stelle altissimi che hanno lo stesso compito che ha avuto Disneyland per Orlando: creare un'attrazione che giustificasse la vita di una città altrimenti senza grandi possibilità. Queste megarchitetture devono prima di tutto far spettacolo». E l'Europa? «Qui si parte da progetti comunque più equilibrati, penso a Madrid e alla Spagna in generale, perché comunque il tessuto delle stesse città resta più forte, più definito. Quindi si tratta di progetti "più contenuti" perché si tratta di realtà intensamente abitate dalla storia. Potrei dire che Torino ha colto più opportunità delle altre, qualche opportunità l'avrebbe anche Genova se solo scegliesse la via indicata da Piano».

Secondo Vittorio Gregotti, che ha tra l'altro firmato il grande insediamento della Bicocca a Milano e da tempo è impegnato nella realizzazione di un agglomerato urbano a Shanghai, in questa voglia di primato si ritrovano anche molte motivazioni legate alla nostra contemporaneità: «Progettare in grande ha in sé qualcosa di esibizionistico, direi di fallocratico, è quasi un'affermazione della propria potenza, anche se in tutto questo esibizionismo si può ritrovare una profonda dose di provincialismo. C'è poi, chiaramente, anche l'aspetto economico, o meglio speculativo: edificare in grande può essere molto redditizio. In quel caso è importante, direi fondamentale, pensare non soltanto a megarchitetture ma anche ai piani regolatori. Penso alla Bicocca ma sempre a Milano penso anche a Santa Giulia. E poi penso a Barcellona o a quello che è stato fatto dietro la City di Londra». Per Gregotti c'è però anche un elemento sociale da prendere in considerazione: «Quando si creano queste grandi strutture abitative dove si concentrano grandi agglomerati di persone si finiscono per ricreare in qualche modo veri e propri ghetti monoclasse». L'idea del «bigness» sembra arrivare da lontano.

Addirittura dagli anni Novanta. «Il primo a parlare di bigness è stato Rem Koolhaas nel 1994 su Domus, approfondendo poi la questione nel suo saggio successivo "S,M,L,XL" - spiega Stefano Boeri, direttore di Abitare e progettista del complesso ospedaliero Cerba a Milano -. Oggi, soprattutto in Italia, la necessità di costruire nuovi Colossei nasce dalla presenza di grandi spazi ottocenteschi dismessi, fabbriche, stazioni, carceri che vengono abbandonati, che si liberano e che spesso vengono abbattuti. In quelle aree si finisce per ricreare il calco dei grandi edifici precedenti. Da noi tutto questo sta accadendo con grande ritardo rispetto a Berlino o a Barcellona. Certo, si potrebbero anche realizzare piccoli edifici ma per i grandi investitori quei piccoli edifici non sarebbero poi così tanto redditizi». E prosegue Boeri: «Quella della nuova Cina è oggi l'unica grandeur veramente imperiale, è in qualche modo la stessa grandiosità degli antichi romani che volevano prima di tutto stupire e mostrare al mondo intero il proprio potere. La Russia, ad esempio, manca di grande committenza e punta prima di tutto alla creazione di infrastrutture, le sue sono architetture che non hanno alcuna ambizione di rappresentatività. Non sono altro che piccoli edifici mediocri anche se riprodotti su grande scala».

 

di Stefano Bucci
dal Corriere della sera del 18.01.08

 

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data pubblicazione: giovedì 7 febbraio 2008
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