Etica ed Architettura

una "provocazione" di Daniel Libeskind - rass.stampa

Polemiche - Architetture per le dittature

Dopo l'annuncio del principe Carlo che non parteciperà alle Olimpiadi di Pechino per la politica cinese verso il Tibet e il ritiro di Steven Spielberg da direttore artistico dei giochi, anche l'architetto Daniel Libeskind ha fatto il suo coming out. Parlando a Belfast la scorsa settimana, ha invitato i colleghi internazionali ad assumere la responsabilità di un atteggiamento etico, rifiutando di collaborare con regimi totalitari. L'architetto non ha precisato se la stessa esigenza etica si debba applicare anche ai casi di dubbie operazioni immobiliari nei regimi democratici.

È indubbio che la provocazione abbia colto nel segno perche l'elenco degli architetti occidentali che sta lavorando in Cina è di tutto rispetto e molti oppositori locali hanno più volte richiamato l'attenzione su operazioni di immagine che sembrano la caratteristica foglia di fico per coprire le vergogne di un regime illiberale. In aggiunta, il pronunciamento di Libeskind è giunto pochi giorni dopo l'annuncio dell'ultimo discusso incarico di Zaha Hadid, fotografata mentre deponeva fiori sulla lapide del discusso presidente dell'Azerbaijan, in onore del quale, a Baku, ha accettato di progettare l'Heydar Aliyev Cultural Center, testa di ponte di una serie di iniziative volte a consolidare la candidatura del Paese alle Olimpiadi del 2016.

Jan Kaplicky , dello studio londinese Future Systems, è stato il primo a rompere il silenzio dichiarando la sua adesione incondizionata alla proposta di Libeskind: «È indispensabile rifiutare di lavorare per Paesi di dubbia o cattiva reputazione per il rispetto dei diritti umani».

La questione però non appare affatto scontata, e non sempre per ragioni di opportunismo. Sono certi i parametri che consentono di discriminare un regime totalitario nella sua forma tradizionale e in quella ibrida del consenso manipolato? Non si rischia in ogni caso di applicare il codice etico illuministico occidentale a culture estranee alla sua storica sfera d'influenza? L'architettura è un'arte costosa e si nutre di decisionismo e capitalismo, e d'altra parte, secondo i parametri del socialmente corretto, nè re Sole nè la zarina Caterina furono più democratici di Putin. Ma ciò che era valido per Michelangelo o Mansart non funziona più per Koolhaas o Norman Foster. Da quando si è dichiarata all'inizio del XX secolo, l'architettura moderna è stata divulgata come una profezia e l'architetto ha amato ritrarsi nelle vesti umanitarie del riformatore sociale: ma l'utopia, come ben sapeva Popper, è spesso l'anticamera della dittatura.

Ma l'eccentrico architetto pop inglese, Will Alspop, di ritorno da Baku ha pragmaticamente ammesso: «Certo, è un Paese in via di transizione e quindi inquinato da una grave corruzione. Ma come architetto hai la possibilità di avviare il seme di un cambiamento, senza il quale il Paese sarebbe condannato all'ulteriore punizione di un'architettura senza qualità».

  • Libeskind invita i colleghi a non collaborare coi regimi totalitari, mentre Zaha Hadid già progetta edifici a Baku in vista delle Olimpiadi 2016

 

di Fulvio Irace
da Il Sole 24ore Domenica del 24.02.08 


Viaggio nel cantiere globale. Un boom edilizio senza precedenti sta investendo il pianeta, dalla Cina a Londra da Mosca a New York. E ogni soluzione è legittima: grattacieli girevoli e fallici, fabbriche accartocciate e case simili a ipod. Ma è Pechino olimpica il concentrato di tutte le novità.

Nonostante gli sconvolgimenti del clima, le gru sono rimaste uccelli migratori e mai tante se ne sono viste in giro ai quattro angoli di un mondo ridotto ormai a un unico, gigantesco cantiere. Una delle conseguenze più interessanti della globalizzazione, infatti, è l'interconnessione sempre più stretta tra eventi e luoghi un tempo separati così che la ricollocazione di una capitale implica necessariamente l'allineamento e il riposizionamento di un'altra. Se prima lo sviluppo avveniva per aree - con Paesi leader e sacche di immobilismo - oggi il flusso dei capitali senza passaporto alimenta e regola un boom edilizio senza precedenti nella storia dell'umanità.

Invece di pochi epicentri isolati, una miriade di "hot sites" distribuiti indipendentemente dalle geografie politiche, sociali, religiose.

Dalla Cina al Kazakhstan - dove la nuova capitale Astana sta diventando la Brasilia del XXI secolo -, dagli Emirati Arabi a Londra, da Mosca a New York o Chicago, il dinamismo delle città suscita entusiasmi e opposizioni tra «apocalittici» e «integrati» che ricordano la storia crudele della prima industrializzazione, quando nell'800 le città abbattono le mura e si avviano a divenire metropoli. Una corsa inarrestabile - anzi isterica, per qualcuno - che non si ferma neanche davanti al muro di pietra del passato e che, come la tour Eiffel nella Parigi di Hausmann o il Crystal Palace nella Londra vittoriana, è alla ricerca di inequivocabili icone. Torri girevoli, astronavi abitabili, stadi a forma di nidi e musei come pezzi di roccia che si sfalda, fabbriche accartocciate, serpenti di cemento, ipod di vetro come case eccetera: niente è più considerato assurdo, nessuna fantasia troppo estrema nè alcuna utopia realizzabile solo nel mondo dei sogni. Anzi, il cantiere stesso non è più il luogo del lavoro sporco, la crisalide che diventerà farfalla, ma teatro di uno spettacolo all'insegna del meraviglioso e spesso del colossale.

Un caso fra tutti: Pechino, una città che, in attesa delle Olimpiadi del 2008, si è trasformata, come Chicago dopo il grande incendio del 1871, nel più grande cantiere del mondo. Nascerà da quest'acropoli dell'architettura internazionale il Partenone del nuovo millennio? E questo avrà le fattezze intricate del sofisticato «nido di rondine» di cemento del National Stadium di Herzog e de Meuron o quelle translucide del Watercube degli australiani Ptw con i suoi cuscinetti di plastica simile a bolle d'acqua sospese nel vuoto?

Ma, naturalmente, c'è anche chi scommette sul Book Building dell'olandese Oma, la libreria più grande della capitale con 100mila metri quadri rivestiti da giganteschi schermi Led o sul "twisted donut" - la ciambella rovesciata - del Cctv Building di Rem Koolhaas, il "gigante" di Pechino che, con generosità, qualcuno ha paragonato addirittura al mitico "colosso" di Rodi.

A Giza, in Egitto, dove le Piramidi sono il marchio ancestrale dell'architettura iconica, il problema si presenta in maniera ancora più paradossale: a tre chilometri dalla celebre area monumentale, dal 2005 è aperto il cantiere del Gem, il Grand Egyptian Museum, la cui ambizione è di imporsi nel segno della trasparenza delle grandi facciate di alabastro davanti alla statua di Ramesse II, mossa dall'omonima piazza del Cairo in attesa dell'apertura del museo nel 2010. Non è questa, tuttavia, la sola novità riservata dal Medio Oriente, dove innumerevoli cantieri stanno trasformando il deserto degli Emirati Arabi in oasi artificiali di esotica attrattiva. Se Dubai continua la sua rincorsa del mare (con la costruzione della terza mega-palma residenziale nelle acque del golfo) e del cielo (con la Burj Dubai Tower), Abu Dhabi punta sulla diversificazione dell'offerta. Come in un parco a tema in scala reale, si sta infatti attrezzando per diventare il polo intellettuale degli Emirati, a cavallo tra Asia ed Europa.

Le carte calate in tavola sono pesanti e come le star del pallone del Real Madrid, Gehry, Hadid, Nouvel, Foster sono stati prontamente ingaggiati dai tycoon immobiliari per una serie di tiri in porta spettacolari. Cinque teatri e un'accademia d'arte per il Performing Arts Center nell'isola di Saadiyat per l'anglo-irachena Zaha Hadid; un'isola delle arti per il Guggenheim museum di Frank Gehry ad Abu Dhabi; una conchiglia di cemento in mezzo alle palme per il Classical Museum, sempre a Saadiyat, per il francese Jean Nouvel, anche autore a Doha di un'ennesima riedizione dell'immaginifica torre "fallica" di Barcellona. Dopo il successo di immagine della Torre Acbar nella capitale catalana, infatti, Nouvel è richiestissimo in ogni Paese che voglia proclamare la propria virilità economica: scaramantico linga o emblema di prosperità, il suo modello di gratta-Viagra è diventato un'icona à porter del priapismo capitalistico interplanetario, pronta a essere replicata a San Pietroburgo come a Mosca o a Marsiglia.

Niente di meglio del grattacielo si presta d'altra parte al ruolo di scultura metropolitana: come gli obelischi della Roma barocca o le colonne di Parigi neoclassica, i monoliti abitati sono i più scontati landmark di megalopoli che continuano a espandersi o di metropoli pronte a fare il grande passo. Come Parigi, che per rilanciare la tradizione di grandeur, ha già dato il via libera alla sua nuova Tour Eiffel, la Tour Phare del californiano Thom Mayne: 300 metri di cascate di vetro accartocciato alla maniera di Gehry, nel quartiere della Defence, spalla a spalla con la Grand Arche voluta da Mitterrand. Cambiano i tempi, ma i simboli restano.

Tutti i protagonisti del nostro tempo sono al lavoro, da Zaha Hadid a Jean Nouvel, a Frank Gehry:

  • Lo stadium di Pechino. È di cemento e acciaio la struttura a rete del "nido" progettato da Herzog & de Meuron per il National Stadium di Pechino. Una "culla" artificiale per i 90mila spettatori attesi per le Olimpiadi del 2008 in questo Colosseo asiatico (330 metri di lunghezza per 220 di larghezza e 69 di altezza) cui sta lavorando giorno e notte un'anonima armata di manovali.  [vd:  Stadio olimpico di Pechino/Beijing 2008 - fonte: olimpico.com.cn]

 

  • Bionic Tower a Shanghai. Xu Kuangdi, sindaco di Shangai, ne è entusiasta e, nonostante i costi di oltre 10 bilioni di dollari, sta incoraggiando gli architetti a studiare più a fondo il progetto di questa città verticale che potrebbe ospitare quasi 100mila persone. Entusiasmante per finanzieri e ingegneri, forse un po' meno per i previsti abitanti di appartamenti con le finestre sigillate. [vd:   Bionic Tower - Vertical city - fonte: Eloy Celaya - torrebionica.com]

 

  • Il Guggenheim di Abu Dhabi. Sarà il Guggenheim più grande sinora mai realizzato, ma sarà anche il più bello? Per il suo autore, Gehry, sarà certamente particolare grazie al contesto di deserto e acqua. Una penisola  per le arti che accoglie attorno a un cortile centrale le gallerie più tradizionali e in un anello esterno spazi informali adatti all'arte contemporanea. [vd: Cultural District, Saadiyat Island - Abu Dhabi - fonte: tdic.ae]

 

  • L'archeomuseo del Cairo. Sono partiti i 15 gennaio 2002 i lavori di scavo per il nuovo museo all'ombra delle Piramidi: 50 ettari di terra disseminati di mezzo milione di preziose pietre, che congiungeranno il sito archeologico e il Cairo. Centro del museo, il Dunal Eye ospiterà i principali spazi espositivi distribuiti cronologicamente sino alla piattaforma finale da cui si ammireranno le Piramidi. [vd: The Grand Egyptian Museum (GEM) - fonte: gem.gov.eg]

 

  • Centro Tv pechinese. Immaginate un Escher non virtuale, un nastro (di Moebius?) abitato che si avvolge nello spazio ma anche una ciambella di cemento con dentro un buco o uno schermo televisivo che trasmette il nulla. Enigmatico come la Sfinge, il China Central Television Headquarters di Rem Koolhaas è un King Kong extralarge che certamente lascerà il suo segno nello skyline di Pechino. [vd: CCTV - China, Beijing - fonte: oma.eu]

 

  • Un Pac negli Emirati. Colpo d'ala del distretto culturale di Saadiyat island, al largo di Abu Dhabi, il Performing Art Center disegnato da Zaha Hadid assomiglia ai tentacoli di una medusa, con la sua irregolare forma scultorea che simula i processi di crescita in un'analogia tra natura e architettura. Avrà come vicini il Classical Museum di Jean Nouvel e il Museo del Mare di Tadao Ando. [vd: Cultural District, Saadiyat Island - Abu Dhabi - fonte: tdic.ae]

 

Mai visti tanti «cetrioli»

Costruire un grattacielo, in tempo di pace, è la cosa più simile alla guerra»: sembrava una boutade quella pronunciata nel 1928 dal colonnello W .A. Starrett, il più noto della grande dinastia dei costruttori di New York. Eppure, nonostante l'effetto 11 settembre, non si sono mai costruiti tanti grattacieli come in questi ultimi sei anni.

Forse perchè le fantasie dei costruttori sono quasi sempre "verticali" o perchè una chiara presenza nello skyline - come dice Gerard Hines - «non è senza effetti sui valori del mercato», le follie dell'altezza non stanno risparmiando nè la nuova sponda asiatica nè il vecchio continente, dove persino Liverpool, Manchester o Birmingham si sono messe in testa di gareggiare con Dubai, New York o Shangai.

Dopo il successo del "cetriolo" di Foster - l'ex grattacielo della Swiss re a Londra, ceduto per 900 milioni di euro con un plusvalore di 350 milioni - l'attrazione dell'altezza resta forte e sulla bilancia della convenienza simbolismo e capitalismo pareggiano i conti. Così, se a Shangai la torre Jin Mao domina la Cina con i suoi 412 metri, proprio di fronte quella del World Financial Center promette di raggiungere il nuovo record di 496, in attesa, naturalmente, della visionaria Bionic Tower degli spagnoli Pioz e Cervera con i suoi 1.228 metri serviti da 368 ascensori.

Con i suoi 440 metri, la Federation Tower di Mosca City sarà, dal 2008, il grattacielo più alto d'Europa: ma non per molto, perchè il suo primato è già messo in discussione dalla Torre Russia, la cui altezza - come per la Durj Dubai Tower a Dubai - è ancora top secret. Si tratta in ogni caso solo delle punte emergenti di uno skyline che avvolgerà il Cremlino di un cuscinetto di "aghi" dai 50 ai 300 metri, il più alto boom edilizio della capitale russa mezzo secolo dopo il «piano Stalin» con i suoi sette mastodonti che oggi sembrano solo un nostalgico retaggio del passato.

Nella nuova "pace fredda" tra Bush e Putin, tuttavia, la culla dei grattacieli - l'America - non sta a guardare e, nonostante la lettera aperta di Blair Kamin, critico di architettura del «Tribune», al sindaco di Chicago, la "windycity" sul Michigan ha avviato il cantiere dell'"ipertorre" di Santiago Calatrava, «Chicago Spire», una colossale punta di "trapano" vetrato di 610 metri. Alle accuse di gigantismo immotivato e di spreco ambientale, architetti e costruttori rispondono con la carta ecologica del grattacielo "virtuoso" o della torre "iperverde". La questione rimane dubbia: unica certezza l'attrazione della corsa al cielo!

 

di Fulvio Irace
da Il Sole 24ore Domenica del 19.08.07

 

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data pubblicazione: sabato 1 marzo 2008
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