«La vera architettura? È fuori di casa»

Venezia - Biennale Architettura 2008 - rass.stampa

Biennale - Il nuovo curatore. Betsky: l'architettura che verrà. Il curatore Aaron Betsky spiega la mostra che verrà: «La vera architettura? È fuori di casa». Il critico americano contro Gregotti e gli scettici: «Ho imparato di più da Antonioni. Andiamo al di là degli edifici».

Architettura non è «costruire», non sono gli edifici. Architettura è «un modo per dare un senso alle nostre vite». L'undicesima Biennale d'Architettura nasce nel segno della sperimentazione. Perché, spiega il presidente Paolo Baratta, «su questo non possiamo essere secondi a nessuno, non possiamo percorrere vie banali, scontate». La Biennale guarda avanti, ma non teme di voltarsi indietro. E guai a parlare al curatore americano Aaron Betsky di Vittorio Gregotti, reo di aver criticato i principi ispiratori della prossima Biennale (a Venezia dal 14 settembre al 23 novembre prossimi): «Si impara più da un film di Antonioni che da un'opera di Gregotti.

Per leggere la realtà ci servono immagini flessibili, non le forme statiche che propongono certi architetti». Sorriso solare, sguardo pieno di ottimismo, Betsky, classe 1958, non nasconde di essere «terrorizzato» per l'incarico che Baratta gli ha affidato la Vigilia di Natale di fronte a un piatto di linguine allo scorfano ad Amalfi. Ma va avanti spedito. E nel presentare le linee guida della prossima Biennale, ieri mattina a Venezia, va dritto allo scopo: basta con le Biennali dei progetti in corso in giro per il mondo, basta con gli edifici (o i plastici) in mostra, basta con le cartoline o le foto di quello che è stata l'architettura. Solo sensazioni, sogni, forse anche emozioni. «Dobbiamo recuperare l'utopia - precisa Baratta - nel vivere quotidiano: la realtà dell'architettura moderna ci pone questo pensiero. E non è certo col vernacolo che recuperiamo la nostra idividualità».

Una Biennale di rottura, quantomeno con l'ultima, che proponeva una «rassegna» delle trasformazioni urbane. E che già ha spaventato qualche commissario dei Paesi dei Padiglioni: «Ci sono dei commissari che ritengono che il modo migliore per affrontare l'architettura oggi non sia andare oltre gli edifici, ma dentro gli edifici, in modo quasi feticistico - spiega Betsky -. Ma l'architettura va al di là del costruito. Speriamo che chi critica questa impostazione partecipi ai dibattiti che ci saranno durante la Biennale».

Il titolo, del resto, è chiaro: «Out There. Architecture Beyond Building». Ovvero, spiega Betsky: «Gli edifici non sono più architettura. Sono la tomba dell'architettura, ciò che resta del desiderio di costruire un mondo migliore. La Biennale non è un libro, un edificio, un'opera d'arte, ma un evento culturale in un momento in cui architetti e artisti cristallizzano la loro opera in una concezione più ampia». Dunque, niente edifici in mostra. Perché «è difficile - scherza il curatore - mettere un edificio dentro un edificio, anche se grande come l'Arsenale, a meno di non farlo galleggiante come fece Aldo Rossi col suo teatro. Né volevo fare una mostra con cartoline di edifici che sono da un'altra parte. Oggi è difficile trovare architettura negli edifici, ed è anche difficile inserircela, perché gli edifici oggi sono costosi, hanno la tecnologia e così sempre meno hanno a che fare con l'architettura. Ma l'architettura, così come l'arte, è fondamentale nella nostra vita».

Il cuore della mostra saranno le Corderie dell'Arsenale: qui, accanto a installazioni sul passato dell'architettura e a un «capitolo» sulle visioni della città eterna, 15 architetti cercheranno di rispondere alla domanda su come sia possibile «essere a casa nel mondo». Tra i partecipanti Diller Scofidio+Renfro, UN Studio, Juregn Mayer H., Massimiliano Fuksas, Nigel Coates, Erik Adigard, Work Architecture, Droog Design, Philippe Rahm and Kathryn Gustafson e altri architetti che, promessa del curatore, creeranno forme «virali». Poi, come sempre, ai Giardini e sparsi per Venezia ci saranno i Padiglioni dei Paesi, mentre un capitolo a parte merita il Padiglione Italia, per la prima volta diretto da un curatore scelto tra cinque. Tra i concorrenti ci sono Carmen Andriani, Francesco Garofalo, Maria Giuseppina Grasso Cannizzo, Marco Navarra e Cino Zucchi, che dovranno elaborare un progetto sul recupero del patrimonio esistente, in particolare le grandi aree urbane. Accanto a questo progetto una mostra monografica su sei architetti che abbiano fatto della sperimentazione la loro cifra stilistica: in attesa che il sesto accetti, Frank Gehry, Zaha Hadid, Herzog & de Meuron, Morhposis e Coop Himmelb(l)au.

Il nodo di una Biennale che tenta nuovamente di cambiare pelle resta la partecipazione: Baratta pensa a un concorso on-line tra giovani architetti europei, ma il vero cruccio restano i vicini di casa, da Mestre «in giù». «Hanno un vantaggio eccezionale ad avere la Biennale dietro casa, ma ancora astratto - spiega il presidente - dobbiamo inventarci Venezia come grande area metropolitana del mondo. Avere un rapporto col territorio è considerarsi alla stregua di una grande capitale, avere una città europea in una regione che non ce l'ha».

  • Curatore contro tutti - Aaron Betsky ieri ha attaccato Gregotti e quegli architetti che non guardano al di là degli edifici

 

di Sara D'Ascenzo
dal Corriere del Veneto del 12.03.08


La Biennale di Venezia. L'Architettura con l'Anima. Presentata la nuova edizione della rassegna. Parola d'ordine: sperimentare.

Venezia - LA SFIDA è racchiusa in una parola-chiave: sperimentazione. Alla quale ne va aggiunta un'altra, ugualmente importante: emozioni. Aaron Betsky, direttore della undicesima Mostra internazionale di Architettura della Biennale di Venezia, ostenta ottimismo e non sfugge alla attrazione fatale dello slogan di Obama, Yes, we can, che ripete per presentare il suo manifesto programmatico della nuova edizione fissata dal 14 settembre al 23 novembre di quest’anno significativamente intitolata Out there. Architecture beyond Building.

Sostiene Betsky, americano per nascita e formazione culturale ma con forti radici olandesi (non per nulla è stato per tre edizioni il commissario del Padiglione dell'Olanda alla Biennale, conquistando nel 2002 il Leone d'oro per il migliore straniero): «L'architettura va al di là degli edifici. E' un modo di vivere, di organizzare gli spazi, un progetto culturale. Il compito che dobbiamo affrontare è: come possiamo creare un'architettura che usi il territorio con saggezza? Come possiamo sentirci a casa in un mondo che è in continua e rapidissima trasformazione? Per riuscirci dobbiamo capire che l'architettura ha un senso se sa offrire emozioni, se ha un'anima. Abbiamo bisogno di un'architettura che non pensi soltanto a risolvere i problemi ma li ponga: insomma, un'architettura che interroghi la realtà». E aggiunge una frase ad effetto per dare speciale forza a questa idea-guida: «Gli edifici non sono più la soluzione: sono la tomba dell'architettura, ciò che resta di quel desiderio di un mondo nuovo, migliore e aperto ad altre possibilità oltre il quotidiano».

Per questa ragione e in omaggio alla sperimentazione, dice Betsky, la sua Biennale «non vuole presentare progetti esistenti o in via di realizzazione o proporre soluzioni teoriche alle istanze sociali quanto mostrare installazioni che rispondano all’esigenza di «essere a casa nel mondo e di offrire un'alternativa alla pianificazione urbana tradizionale». Le proposte potranno venire da una serie di tecniche che abitualmente non sono associate all'architettura: quelle del collage e dell'assemblaggio, la decostruzione e la deformazione, la proposizione del brutto e di ciò che non è definito...

Ma l'enfasi sulla sperimentazione non può essere dissociata dalle prospettive, tanto inedite quanto straordinarie, aperte dalle nuove tecnologie, un problema opportunamente sottolineato in occasione di questa presentazione anche dal presidente della Biennale, Paolo Baratta: come dobbiamo comportarci di fronte agli strumenti potentissimi che la tecnologia oggi offre all'architettura? Perché non c'è alcun dubbio che, negli ultimi anni, le nuove tecnologie abbiamo dato agli architetti possibilità espressive prima inimmaginabili, cancellando limiti progettuali che duravano da secoli, per non dire da millenni: questo “big bang” progettuale, che ha dato vita a opere di grande impatto e qualità architettonica, non rischia tuttavia di privare di un'identità definita il paesaggio urbano il quale abbisogna anche di un ordine stilistico, non facilmente conciliabile con un'architettura-spettacolo fatta di singoli capolavori?

«E' vero», ammette Betsky, «la libertà espressiva raggiunta negli ultimi quindici-venti anni è stata straordinaria. E non sempre sappiamo bene cosa fare di questa libertà che ha quasi cancellato i tradizionali limiti della progettazione. Oggi, però, si comincia a capire che non è possibile accettare tutto quello che il computer è in grado di proporci e lasciarsi sedurre passivamente dai suoi poteri creativi. Servirà tempo e una bella dose di disciplina per trovare il giusto equilibrio e riflettere seriamente sulle forme e sui materiali da scegliere. I segnali positivi arrivano già. I miei studenti, che prima erano completamente stregati dal computer, adesso hanno ripreso a disegnare i progetti, poi li trasferiscono sul computer e alla fine li completano di nuovo sulla carta».

Poi, aggiunge una frecciata critica in chiave quasi no-global all'idea di una high-tech madre di libertà creativa: «Non dobbiamo trascurare un altro aspetto di questa “onnipotenza” tecnologica, che ha un segno opposto e produce omologazione, anziché differenze. Proprio, grazie a queste tecnologie, possiamo vedere che le vetrine di certi negozi di Venezia oggi sono pressoché identiche a quelle di Pechino o di altre città lontane migliaia di miglia. La stessa cosa possiamo dire delle periferie urbane. In molti casi, il problema è stato affrontato dagli artisti ma non lo è stato affatto dagli architetti. E, invece, bisogna trovare una risposta adeguata. Per evitare l'omologazione e la piattezza».

E, ancora una volta, ridare un'anima alle città.

 

di Massimo Di Forti
da Il Messaggero del 12.03.08


Il curatore del Padiglione Italia sarà scelto in una cinquina. E Roma avrà una sua mostra

Venezia - IL FATTO non ha precedenti. Per la prima volta, il curatore del Padiglione italiano alla Biennale Architettura sarà scelto da una rosa di cinque candidati selezionati da un Comitato istituito dal ministro dei Beni culturali Francesco Rutelli e composto da Carla Di Francesco, Calo Olmo e Paolo Baratta. I cinque architetti invitati a presentare le loro proposte sono Carmen Andriani, Francesco Garofano, Maria Giuseppina Grasso Cannizzo, Marco Navarra e Cino Zucchi. Dovranno elaborare un progetto e un'idea di allestimento sul tema del recupero del patrimonio esistente, con particolare attenzione alle grandi aree urbane.

Una sorpresa dell'ultima ora che riguarderà la Mostra Out there. Architecture beyond Building è stata, invece, annunciata dal direttore Aaron Betsky. Sarà un omaggio a Roma. La Città Eterna sarà oggetto di una “mostra nella mostra” assolutamente top secret, ancora in via di definizione.

 

di Massimo Di Forti
da Il Messaggero del 12.03.08


Biennale manifesto d'architettura. Aaron Betsky: stop alla spettacolarità, proposte per stare bene. Presentata dal nuovo direttore l'11° edizione a Venezia dal 14 settembre al 23 novembre.

Andare oltre l'architettura spettacolo sottraendosi all'esaltazione della costruzione. Nel corso della presentazione della 11° edizione della Mostra internazionale di architettura di Venezia, «Out there. The architecture beyond building», il nuovo direttore Aaron Betsky ha spiegato perché oggi «gli edifici non sono più la soluzione: sono la tomba dell'architettura». Secondo il critico e curatore statunitense, infatti, l'attenzione di tanti colleghi per costruzioni sempre più ardite si avvicina al feticismo. Betsky ha sottolineato piuttosto la necessità di ampliare lo sguardo: «l'architettura fornisce i mattoni», ha affermato il direttore della Biennale Architettura, «per costruire una società più giusta, più critica».

La mostra diretta da Betsky cercherà quindi di sollecitare il visitatore dal punto di vista sensoriale ed emotivo, in un'apparentemente totale affinità di vedute con il presidente della Biennale di Venezia, Paolo Baratta. «L'architettura contemporanea dispone di strumenti potentissimi, utilizzati però troppo spesso nel segno di una comunicazione sfrenata: si ha l'impressione», ha rincarato il presidente della Biennale, «che certi edifici sorgano per comunicare qualcosa e nascondere qualcos'altro». Uno schema tracciato ad Amalfi il 24 dicembre 2007 di fronte a un saporito piatto di spaghetti allo scoglio. Oltre che sullo scoglio, Baratta e Betsky si sono trovati d'accordo per avviare immediatamente la progettazione della mostra che quest'anno slitta a settembre, e sarà aperta al pubblico dal 14 settembre al 23 novembre 2008.

L'architettura secondo Betsky deve avere riguardo per l'ambiente naturale e sociale, usare il territorio con saggezza, creare spazi che abbiano «senso e sensualità» per «sentirsi a proprio agio nel mondo moderno». È proprio quest'ultima la suggestione che il direttore della Biennale architettura ha proposto ai 15 architetti che saranno ospiti, con le proprie istallazioni, degli spazi delle Corderie all'Arsenale di Venezia. Firme quali Diller Scofidio+Renfro, UN Studio, Jurgen Mayer, Massimiliano Fuksas, Nigel Coates, Erik Adigard. Philippe Rahm, Droog Design saranno così invitate a proporre dei manifesti, piuttosto che delle immagini-cartolina di edifici costruiti altrove.

Lo storico Padiglione Italia accoglierà invece un'indagine sull'architettura sperimentale da tutto il mondo, cui si affiancheranno cinque mostre monografiche su architetti hanno fatto della sperimentazione il proprio metodo: Franz Gehry (per il cui studio Betsky ha collaborato negli anni 80), Herzog & de Meuron, Morphosis, Zaha Hadid, Coop Himmell(l)au.

Un particolare spazio sarà dedicato alle suggestioni architettoniche di Roma: la Capitale, considerata in passato un modello di urbanesimo, si deve confrontare oggi con la dissoluzione del concetto tradizionale di città. Il tema sarà affrontato da un gruppo di 12 architetti, otto dei quali romani. Saskia von Stein si occuperà invece di una sezione dedicata ad Internet, medium sempre più protagonista e presente, in modo attivo, nel mondo dell'architettura contemporanea.

Non mancheranno le partecipazioni nazionali, sia nei padiglioni ai Giardini che nel centro storico della città lagunare. Per quanto riguarda l'Italia, i candidati alla curatela del padiglione alle Tese delle Vergini all'Arsenale sono cinque: Carmen Andriani, Francesco Garofalo, Maria Giuseppina Grasso Cannizzo, Marco Navarra e Cino Zucchi.

 

di Massimo Favaro
da Italia Oggi del 12.03.08


Premiato con il Leone d'oro. Il nuovo direttore del settore architettura non è un volto nuovo per la Biennale di Venezia. Nato nel Montana (USA) nel 1958, Aaron Betsky è stato direttore dal 2001 al 2006 del Netherlands Architecture Institute di Rotterdam. Un prestigioso incarico in seguito al quale è stato designato commissario del padiglione dell'Olanda nelle ultime tre edizioni della Mostra internazionale di architettura, ottenendo nel 2002 il Leone d'oro per il miglior padiglione straniero.

Aaron Betsky, che si definisce un architetto «sul campo», porta alla Biennale di Venezia una multiforme esperienza come curatore di allestimenti espositivi, manager e critico. Dopo gli studi superiori in Olanda, Betsky ha conseguito la laurea negli Stati Uniti, alla Yale School of Architecture. Titolare della cattedra di architettura all'Università del Michigan, ha insegnato in importanti atenei statunitensi, dalla Columbia University di New York al California College of Arts di San Francisco. Già curatore per l'architettura del Museum of Modern Art della città californiana, dal 2006 è direttore del Cincinnati Art Museum, uno dei più antichi degli Usa. Saggista e giornalista, Betsky è stato autore di una dozzina di libri, collaborando con importanti riviste internazionali, come il New York Times e Domus.

 

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da Italia Oggi del 12.03.08 


INTERVISTA a BETSKY - Gli edifici? Sono «la tomba dell'architettura»

Gli edifici? Sono «la tomba dell'architettura. Che invece è il modo di pensare e di parlare sugli edifici, è il modo di rappresentarli, di realizzarli». Il curatore dell'11esima Biennale Architettura di Venezia Aaron Betsky è polemico. E sa di esserlo. Presentando ieri la rassegna "Out There. Architecture Beyond Building", che resterà aperta dal 14 settembre al 23 novembre negli spazi dei Giardini e dell'Arsenale, ha voluto sottolineare come la sua non sarà un'esposizione sul presente. Non vedremo, come era accaduto nelle ultime due edizioni, i lavori che stanno cambiando il volto del Pianeta, ma quelli che potrebbero migliorarlo. «Non vogliamo presentare progetti esistenti o in via di realizzazione e nemmeno proporre soluzioni teoriche e astratte dalle istanze sociali, ma vedere se l'architettura, sperimentando nella e sulla realtà, può offrire forme concrete e immagini seduttive». Betsky - che fino al 2006 ha diretto il Netherlands Architecture Institute di Rotterdam e attualmente è a capo del Cincinnati Art Museum - spiazza tutti parlando di «sensualità» e della necessità di realizzare uno «spazio decelerato».

Perché, spiega, «l'architettura è ciò che può farci sentire a casa nel mondo. Che vuol dire anche produrre case, uffici e gli altri posti dove viviamo, lavoriamo, ci riuniamo. Ma la realizzazione di questi spazi è diventata così definita da norme e regole - finanziarie, costruttive, di salute, di sicurezza, di codici informatici e di comportamento - che l'architettura ha molto poco a che fare con il risultato finale». La Biennale di Betsky ospiterà manifesti d'intento di un fare architettura oltre il costruito e i lavori di chi fa della sperimentazione il centro del proprio metodo proponendo «visioni di altri mondi o prove tangibili di un mondo migliore».

  • Sempre più spesso la città, da luogo dello scambio, si sta organizzando in zone chiuse e incomunicabili: le aree abitative, del lavoro, del turismo, del divertimento, gli spazi commerciali. Il destino della città è quello di spezzarsi in frammenti? «Facciamo un esempio. Cincinnati, la città dove vivo, ha un centro bellissimo e densamente abitato che raccoglie in prevalenza gli uffici bancari e del governo. Negli ultimi anni hanno chiuso molti negozi e sono rimasti quasi solo ristoranti. Ma questo non significa che lo scambio sociale si è interrotto. Bisogna accettare il fatto che oggi l'integrazione non avviene più, come romanticamente si continua a pensare, nell'incontro della gente nella piazza. Essa si realizza anche grazie ad una cena in un ristorante o passeggiando in centro commerciale fuori città, dove si riuniscono migliaia di persone».
  • Il modello Ikea? «Ikea è lo spazio pubblico più misto che io conosca. La grande questione di questi anni è creare spazi pubblici integrando l'ambiente nelle periferie. Per questo più che domandarci come fermare questi fenomeni dobbiamo chiederci: è possibile costruire nuovi modelli di integrazione sopra un centro commerciale o all'interno di esso?»
  • Ha la risposta? «La mia Biennale vuole mostrare architetti che si cimentano in questo tipo di sperimentazione. Piccole cose forse, ma che iniziano a diventare realtà. Penso ai progetti in cui all'interno di un centro commerciale viene inserito un asilo e una casa per gli anziani in modo che gli over 70 possono vivere gli spazi dedicati all'acquisto ma anche occuparsi dell'infanzia. In questo modo la solidarietà si integra con la funzione educativa e con quella commerciale. Bisogna accettare la realtà e tentare di migliorarla. Se si vuole superare il capitalismo bisogna lavorare concretamente a delle soluzioni. In questa Biennale offriremo alternative di questo tipo».
  • Negli ultimi decenni abbiamo assistito alla costruzione di magnifiche opere pubbliche (teatri, auditorium, musei, uffici) e a pessime costruzioni edilizie. Possibile che l'architettura abbia smesso di occuparsi della vita quotidiana delle persone? «Questo è uno dei temi più importanti della nostra epoca e dimostra il fallimento totale dell'architettura nel risolvere il problema dell'edilizia, sia pubblica che privata. È possibile fare abitazioni di buona qualità se si riesce a integrarle in un progetto più ampio che coinvolga il paesaggio e che eviti la ghettizzazione delle fasce più povere. Dovremmo riuscire a capire che siamo sempre più nomadi, sempre più frammentati nelle attività della nostra giornata e per questo dovremmo riuscire a trovare il modo di creare delle relazioni fra la sfera pubblica e quella privata che non siano legate a un manufatto di mattoni».
  • La sua Biennale vuole proporre un'architettura al di là degli edifici. Non si rischia un eccesso di astrazione? «Forse sì. Il muro bianco che ho di fronte in questo momento a qualcuno può sembrare un'astrazione perché non vede i fili della luce o le condutture dell'acqua che ci sono all'interno o i materiali che lo hanno costruito e lo hanno reso bianco. Una delle cose che ci interessa in questa Biennale è rivelare tutti i sistemi nascosti. Vogliamo eliminare quei condizionamenti che creano una specie di crosta che ci impedisce di vedere le strutture profonde».
  • Non crede nell'architettura come strumento per risolvere i problemi legati all'abitare e alla convivenza di milioni di persone? «No, non credo che l'architettura possa risolvere un granché. Se uno ha dei problemi va dal medico o da un ingegnere. I migliori architetti non si occupano di vedere se un tetto perde acqua ma si lanciano nella sperimentazione. Non risolvono problemi ma fanno domande. Spero che questa Biennale riesca a porre quesiti corretti sull'ambiente costruito, che di solito diamo per scontato. Se questo è un atteggiamento polemico sono contento che lo sia».
  • Venti architetti si spartiscono i maggiori appalti del mondo, dagli Stati Uniti alla Cina. Perché i giovani non riescono ad emergere? «Non è vero che sono solo venti persone che controllano tutti gli appalti. In realtà sono almeno quattro volte tanti e non vedo in questo un grande mutamento rispetto al passato. Il problema è che nella nostra cultura il culto dell'eroe diventa sempre più forte. E così come ci sono le Britney Spears dello spettacolo ci sono anche quelle dell'architettura. Nonostante io sia contro la cultura del personalismo, dobbiamo anche ricordare che le storie migliori hanno sempre degli eroi e che a crearli sono i critici e i media che li utilizzano per raccontare l'architettura. C'è chi vorrebbe far passare l'idea che un edificio è opera di un progetto collettivo, ma poi si trova sempre davanti un giornalista che gli chiede di citare un personaggio come artefice unico. In questa Biennale cercherò di mostrare sia il lavoro dei giovani, sia quello di anziani architetti che hanno visto poco riconosciuto il loro impegno sperimentale».
  • Le grandi ondate migratorie che attraversano l'Occidente sono portatrici di differenti culture e differenti stili di vita. Come dovrebbe cambiare il modo di fare (e di pensare) l'architettura? «L'immigrazione di massa è una delle questioni aperte del mondo occidentale che ci dà però anche l'opportunità di intraprendere sfide eccitanti. Ho vissuto per anni a Los Angeles e, lavorando con Frank O. Gehry, arrivavo a casa la sera molto tardi e per mangiare aprivo il frigo cercando qualcosa da mettere in un sandwich. Una sera mi sono trovato a riflettere sul fatto che da tempo non usavo più il pane ma le tortillas. L'architettura è certamente più lenta nel modificare le abitudini ma già si iniziano a vedere nuove forme di urbanizzazione legate ai mutamenti demografici e che rompono alcune certezze che abbiamo nel mondo occidentale».
  • Quali le nuove esigenze che aspettano risposte? «Nei Paesi Bassi abbiamo commissionato uno studio per sapere cosa cercano gli immigrati in campo abitativo. Dai dati raccolti la cosa più chiara è che il disagio riguarda soprattutto il fatto che i nuovi cittadini provengono da società agricole. Confrontando queste risposte con quelle di un altro studio, realizzato alla fine ‘800 sugli olandesi che arrivavano in città dalle campagne, abbiamo visto che ci sono ben poche differenze. I problemi erano gli stessi. Le domande che riguardavano rituali e abitudini legati alle terre d'origine o alle pratiche religiose da portare nelle abitazioni hanno invece dimostrato che queste cose potevano essere integrate nelle case esistenti senza la necessità di modificare le architetture. Più che guardare alle domande specifiche dobbiamo capire che viviamo in una società-collage e iniziare a progettare per darle un senso».
  • L'architettura ha bisogno di nuove utopie? «Le utopie servono sempre, ma dobbiamo capire che non possono essere una giustificazione per forme di autoritarismo. Dobbiamo avvicinarci all'utopia con lo stesso spirito con cui leggiamo una favola: ci facciamo affascinare dalla sua creatività narrativa ma poi dobbiamo essere in grado di capire come rendere efficaci i nostri sogni nella vita di tutti i giorni. Io amo l'utopia ma se scoprissi che si è realizzata mi spaventerei: vuol dire che vivo in Paradiso e che quindi sono morto».

 

di Marco Romani
da Liberazione del 12.03.08


La Replica di Gregotti. Ma la Biennale farà torto all'architettura. I propositi della prossima edizione.

Il titolo Architecture Beyond Building forse è un'espressione a cui si possono dare significati diversi come «l'architettura al di là dell'edificio», o invece «l'architettura al di là del costruire» e qualche altro ancora: certo non significa che l'architettura non è il costruire, affermazione nello stesso tempo ovvia e falsa.

L'architettura sin dai tempi antichi è stata sempre «ergon poietikon», cioè costruire poeticamente ma peraltro il costruire è nello stesso tempo costitutivo della pratica artistica dell'architettura. Separare i due fatti e la specificità che deriva dalla loro congiunzione è, come dimostra lo stato dell'architettura di più ampia diffusione mediatica dei nostri giorni, del tutto disastroso: per l'architettura e per la società in cui essa opera. Perciò è necessario cercare di dare un'interpretazione positiva alle dichiarazioni di Aaron Betsky, responsabile della Biennale di Architettura di Venezia che si aprirà il prossimo settembre 2008, ed assumere la sua dichiarazione che «gli edifici sono la tomba dell'architettura» come un invito ad occuparsi dei sistemi complessi urbani e di paesaggio che dovrebbero costituire «un ambiente circostante che permetta di sapere dove siamo», come scrive il suo comunicato.

Ancor meno chiaro appare poi in quel testo il richiamo al mondo immaginario dei film e dell'arte, da cui credo la cultura dell'architettura dovrebbe prendere le distanze proprio a causa della loro sovrabbondanza estetica, rivendicando anche qui che il suo costruire è anche immagine con i suoi significati ed intenzionalità ma non è solo immagine.

È vero, «ci serve un'architettura che interroghi la realtà» come Betsky afferma, ma aggiungo io, che sappia assumere anche una distanza critica da essa. E per far questo non vanno proprio incoraggiate «quelle visioni effimere» che quasi sempre non sono affatto oggi «prove tangibili di un mondo migliore» ma consolazioni puramente seduttive intorno allo stato delle cose e riduzione delle pratiche delle arti a pura comunicazione.

Saremmo lietissimi se l'undicesima Biennale ci facesse scoprire «una storia segreta dell'architettura distinta dal susseguirsi dei capricci» come promette, ma quando si propone «un'architettura virale» cominciamo a sospettare che si tratti solo di «copyright». Se a questo aggiungiamo l'elenco dei nomi convenzionalmente alla moda che Betsky ci propone, si può ragionevolmente sospettare che la prossima Biennale veneziana si ridurrà ad una nuova noiosissima e dannosa ripetizione del tentativo di ridurre l'architettura a ramo secondario delle arti visive e del loro stato attraversato oggi da dubbi strutturali intorno alla propria pervasiva assenza di senso.

 

di Vittorio Gregotti
da La Repubblica del 13.03.08


Architettura. La Biennale di Betsky senza edifici. A Venezia l'abitare contemporaneo fra sperimentazione e arte.

ROMA - Ci saranno anche gli americani Diller Scofidio+Renfro e i due studi olandesi Mvrdv e Un Studio tra la quindicina di architetti protagonisti della prossima Mostra Internazionale di Architettura di Venezia. E con loro, lungo il percorso organizzato all'interno delle Corderie dell'Arsenale saranno coinvolti creativi di varie discipline le cui istallazioni saranno allestite come in una sorta di scenografia teatrale. Ai Giardini della Biennale saranno presentate invenzioni di altri maestri contemporanei, come l'archistar di Bilbao, Frank Ghery, e gli svizzeri Herzog & De Meuron, anche in questo caso affiancati da una cinquantina di designer provenienti da tutto il mondo che si concentreranno sul tema dell'architettura sperimentale.

È questa una prima sintesi di quella che sarà la prossima Biennale di Architettura che Il Sole 24 Ore è in grado di anticipare attraverso una lettera firmata dallo stesso direttore Aaron Betsky e spedita da Venezia il 6 febbraio a tutte le istituzioni internazionali e agli architetti invitati alla kermesse.

Betsky, architetto, giornalista e critico cinquantenne, statunitense e olandese di formazione, presenterà ufficialmente martedì 11 marzo il programma della sua mostra intitolata Out there. Architecture Beyond Building, l'architettura oltre il costruito, ma già da questo suo scritto si deducono le prime linee guida.

Nella sua vetrina non sono previste opere realizzate. Il critico americano punta tutto sull'effetto sorpresa, su un percorso di continue suggestioni che spiegano la necessità per l'architettura contemporanea di andare oltre la costruzione di edifici-oggetto. Un manifesto che allude ad una presa di distanza dai landmark autoreferenziali e spinge verso una ricerca di soluzioni innovative e sperimentali per architetture che siano realmente spazi da abitare. Un programma che Betsky annuncia di voler concretizzare assorbendo input dall'arte, dall'architettura del paesaggio, dall'interior design, dai media emergenti e dalla letteratura.

«La tesi che sta alla base del programma dell'XI Mostra - scrive - è che in questo tempo le costruzioni non sono sufficienti, o forse sono troppe, per offrire una risposta adeguata alla domanda di farci sentire a casa nel mondo in cui viviamo. Dobbiamo aver voglia di usare tutte le forme, le immagini, i materiali, le strategie per capire e organizzare un mondo che cambia continuamente».

Dopo la Mostra del 2006 in cui Richard Burdett aveva scelto di affrontare in chiave economica e sociologica i problemi della condizione metropolitana, concentrandosi sulla scala globale in termini territoriali, per il prossimo autunno si preannuncia un evento interdisciplinare dove entrerà in gioco anche la dimensione del tempo. Continui rimandi al passato e al futuro, al reale e al virtuale, disegneranno uno scenario, al contempo nostalgico e utopico, riconducibile a quello che per Betsky è appunto l'«architettura oltre il costruito».

I tempi per organizzare il grande evento sono strettissimi ma Betsky, forte della sua esperienza presso il San Francisco Museum of Modern Art, il Netherlands Architecture Institute di Rotterdam e ora al Cincinnati Art Museum, conta su una consolidata capacità organizzativa e di riuscire a fare squadra. A Venezia sarà affiancato da designer, teorici e critici, tra i quali anche l'italiano Francesco Delogu, incaricato dal Direttore di elaborare un focus su Roma con la collaborazione di alcuni studi romani emergenti come Labics, King Roselli e Nemesi.

Anche per il Padiglione italiano è attesa a brevissimo la nomina del curatore che, secondo indiscrezioni, vede in lizza cinque progettisti: due architetti-donna, Carmen Andriani e Maria Giuseppina Grasso Cannizzo,il milanese Cino Zucchi, il romano Francesco Garofalo e il siciliano Marco Navarra. Il verdetto sarà annunciato da una commissione guidata da Paolo Baratta con Carla di Francesco e Carlo Olmo.

  • SCELTI I PROTAGONISTI - In una lettera alle istituzioni culturali il curatore anticipa la presenza degli olandesi Mvrdv e Un studio e degli americani Diller Scofidio

 

di Paola Pierotti
da Il Sole 24ore del 09.03.08


Nomine alla Biennale di Venezia

Il nuovo consiglio di amministrazione della fondazione la Biennale di Venezia, presieduto da Paolo Baratta, si è riunito per la prima volta il 16 gennaio scorso, nella sede di palazzo Querini Dubois e ha nominato nei giorni scorsi Andrea Del Mercato direttore generale e, direttori di settore, Marco Müller per il cinema, Ismael Ivo per la danza, Maurizio Scaparro per il teatro. Inoltre, curatore della 11esima Mostra internazionale di architettura, che sarà inaugurata il 14 settembre prossimo e sarà aperta fino al 23 novembre 2008, lo statunitense di formazione olandese Aaron Betsky, direttore per sei anni del Netherlands architecture institute (Nai) di Rotterdam, per tre volte curatore del Padiglione dei Paesi Bassi nelle ultime Biennali di architettura e Leone d'oro per la migliore partecipazione nazionale, nell'edizione del 2002, dallo scorso anno direttore del Cincinnati Art museum. (...)

 

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da Italia Oggi del 23.01.08


Biennale di Venezia. L'architettura affidata a Betsky. Baratta chiama lo studioso americano-olandese a dirigere la Mostra nel 2008. Boeri: ottima scelta, ma non spezzettiamo la regìa - Purini: farà bene.

ROMA - Un intellettuale atlantico per la Biennale Architettura 2008. Aaron Betsky, architetto cinquantenne, statunitense e olandese di formazione, è il direttore della prossima Mostra di Architettura di Venezia.

Betsky è stato nominato ieri dal consiglio di amministrazione della Fondazione presieduta da Paolo Baratta e guiderà la kermesse internazionale in programma dal 14 settembre al 23 novembre 2008. Il tema della XI Mostra sarà «Out There. Architecture Beyond Building»: l'architettura al di là del costruire, oltre il significato dell'edificio-oggetto. «Sempre più spesso nella visione di Betsky - afferma un comunicato della Biennale - gli edifici del nostro tempo, nonostante i proclami e gli sforzi, non riescono a farci sentire a nostro agio nelle mutevoli necessità della contemporaneità. Dobbiamo essere disposti a usare ogni fonna, immagine e "tattica" che ci aiuti a inquadrare, capire e organizzare un mondo che è in costante mutamento».

Forte delle sue numerose esperienze curatoriali, Betsky allestirà una Mostra in cui si parleranno i linguaggi dell'arte, dell'architettura, del paesaggio, dell'interior design, dei media emergenti e della letteratura. «Non dobbiamo lasciare che gli edifici soli protagonisti diventino la tomba dell'architettura - continua Betsky - ma impegnarci per realizzare un'architettura che sentiamo nostra, che ci aiuti a capire e a rappresentare il mondo in cui viviamo».

Superati i rumors che nei mesi scorsi vedevano in pole position l'architetto ticinese Mario Botta, la nomina indicata da Baratta, e unanimamente condivisa dal consiglio di amministrazione, ha già incontrato molti pareri favorevoli. «Ottima scelta - dichiara Stefano Boeri, progettista milanesee direttore della rivista Abitare -. Betsky è stato curatore per l'architettura al San Francisco Museum of Modern Art, per sei anni è stato direttore del Nai (Netherlands Architecture Institute) di Rotterdam uno dei più importanti musei e centri di architettura del mondo, e dallo scorso anno è direttore del Cincinnati Art Museum. Betsky è uno dei critici-curatori più bravi che ci siano a scala mondiale. Non è progettista ma solo critico. Da sempre ha fatto il curatore».

Soddisfatto di questa scelta anche Franco Purini, curatore del padiglione italiano alla scorsa Biennale. «Con Aaron Betsky - dice - ci si può aspettare una brillante conduzione per la prossima Mostra ma più in generale per il Settore architettura». Purini non nasconde le difficoltà che il nuovo direttore incontrerà con tempi tanto limitati, e gli suggerisce «di pensare a una mostra meno vasta di quelle viste negli ultimi anni. Di entrare in profondità, di approfondire un tema al di là della spettacolarizzazione e dell'attenzione dei media». Dal canto suo Boeri si augura che la nomina di Betsky sia l'occasione per dare avvio a un ripensamento complessivo del futuro della Biennale e che «la curatela non venga spezzettata come nella scorsa edizione diretta dall'italo-londinese Richard Burdett, ma ci sia un unico regista responsabile che spende tutta la propria energia intellettuale».

Il nuovo consiglio di amministrazione ha proceduto anche alla conferma delle nomine dei direttori per i settori cinema (Marco Muller), danza (Ismael Ivo) e teatro (Maurizio Scaparro), nonchè del nuovo direttore generale (Andrea Del Mercato).

 

di Paola Pierotti
da Il Sole 24ore del 17.01.08


Critico puro attento ai giovani

La scelta di Aaron Betsky a direttore della XI Biennale di architettura di Venezia premia uno dei critici di maggior spicco del panorama internazionale. Giornalista e saggista, Betsky si è speso a favore della ricerca e della sperimentazione con numerosi libri tra i quali uno dal titolo emblematico: Architecture must burn. È stato Curator of Architecture, Design and Digital Projects del San Francisco Museum of Modern Art (1995-2000). Ha diretto il Netherlands Architecture Institute (Nai) in uno dei periodi di maggiore vitalità della ricerca progettuale olandese (2001-2006). Dal 2006 è direttore del Cincinnati Art Museum. Conosce, infine, il mondo veneziano, essendo stato per tre edizioni il curatore del Padiglione dei Paesi Bassi e Leone d'Oro per la migliore partecipazione nazionale nell'edizione del 2002.

La Mostra di Betsky indagherà il tema del «pensare/essere architettura». Il titolo indicato, Out There. Architecture Beyond Building, è un po' sibillino ma dovrebbe alludere a una presa di distanza dalla scorsa biennale, diretta da Richard Burdett, che aveva eluso il tema della ricerca architettonica per affrontare, in chiave economica e sociologica, i problemi della condizione metropolitana. Ci fa, inoltre. intuire che Betsky punterà sulle giovani generazioni piuttosto che sullo star system che ha già invaso la scena internazionale accaparrandosi i più rilevanti incarichi. Sono soprattutto i giovani, infatti, che con la loro ansia di autenticità puntano al rinnovamento teorico di una disciplina oggi compromessa da immagini eclatanti e brillanti, ma troppo spesso estetizzanti e autoreferenziali.

Riuscirà Betsky a farci intravedere nuove direzioni verso le quali potrà muoversi l'architettura nel prossimo futuro? Il compito non è facile, perchè oggi viviamo in un periodo in cui le incertezze prevalgono sulle certezze. Tuttavia alcune strade promettenti sembrano delinearsi: tra queste quella di una maggiore consapevolezza ecologica, di una sintesi che sappia combinare tecnologie innovative e tradizionali, di una vitale creatività in grado di evitare i monotoni linguaggi di un nuovo stile internazionale in cui ogni opera appare uguale alle altre.

A favore di Betsky gioca una riconosciuta competenza e una inesauribile curiosità ma anche il fatto che la sua è una figura di critico puro, non coinvolta professionalmente nelle scelte che si troverà ad operare.

 

di Luigi Prestinenza Puglisi
da Il Sole 24ore del 17.01.08


Biennale di Venezia. L'architettura a Betsky

Prime nomine alla Biennale di Venezia presieduta per la seconda volta da Paolo Baratta. Il Consiglio di amministrazione ha votato il nuovo responsabile della Biennale d'architettura, in programma dal 14 settembre al 23 novembre di quest'anno. Si tratta di Aaron Betsky, 50 anni, statunitense di formazione olandese. Ora dirige il museo di Cincinnati e nel 2002 aveva curato il padiglione olandese della Biennale veneziana, vincendo il Leone d'Oro. Commento di Baratta: «Betsky rappresenta la volontà di osservare l'architettura in modo nuovo. La disponibilità che ci ha dato questo professionista ci ha permesso di evitare una situazione transitoria». Marco Müller è stato confermato direttore del settore Cinema per altri quattro anni, Maurizio Scaparro resta al Teatro per il biennio 2008-2009, Ismael Ivo dirigerà la Danza per il 2008. Rinnovo anche generazionale alla direzione generale: arriva Andrea Del Mercato, classe 1967.

 

di P.Co.
dal Corriere della sera del 17.01.08


Ieri gli incarichi. Scaparro al Teatro per un biennio. Müller, altri quattro anni alla Biennale Cinema.

VENEZIA - Paolo Baratta traccia le linee guida su cui si muoverà la Biennale. (...) Il Cda, riunito ieri a Venezia, ha confermato per altri quattro anni Marco Müller, direttore della Mostra del Cinema e per altri due Maurizio Scaparro alla guida del Teatro. (...)

La novità riguarda invece la nomina dello statunitense di formazione olandese, Aaron Betsy, il cinquantenne che neo direttore di Architettura, che curerà la prima mostra in programma dal 14 settembre al 23 novembre 2008. Aria nuova anche alla direzione dell'Ente con l'arrivo di Andrea Del Mercato, 40 anni, fino a ieri dirigente del Comune.

 

di Nicola Pellicani
da La Repubblica del 17.01.08


Biennale. «Un polo per i giovani alla Biennale». Primo consiglio dell'era Baratta. Müller confermato.

VENEZIA - Primo cda della nuova Biennale targata Paolo Baratta. Che in poco meno di un mese ha già scelto il direttore dell'undicesima Mostra Internazionale di Architettura: sarà lo statunitense Aaron Betsky. Confermati Maurizio Scaparro e Ismael Ivo rispettivamente alla guida di Teatro e Danza, allungato di molto (addirittura quattro anni) il contratto con Marco Müller per la Mostra del Cinema e nominato il direttore generale, l'anima della macchina, che sarà Andrea Del Mercato, attuale direttore delle Politiche Sociali del Comune di Venezia.

Che impronta darà alla sua Biennale? Mentre sorride parla di misteri che dovranno essere svelati e di «tragedie» da sciogliere. Quando diventa serio e si accalora lo fa per dire che l'obiettivo principale dell'istituzione culturale veneziana è quello di avere una forte responsabilità sociale, soprattutto verso i giovani. Primo Consiglio di Ammini-strazione, ieri mattina a palazzo Querini Dubois, della nuova Biennale targata Paolo Baratta. Parlerò dopo il Cda di insediamento, aveva detto al momento della sua nomina, e così è stato. Prima delle idee e delle intenzioni che dovrebbero segnare il cammino dell'istituzione nei prossimi anni, c'è stata però una consistente parentesi per comunicare le prime scelte concrete. Numerose e di peso per giungere a meno di un mese dall'arrivo a Venezia di Baratta.

Scelto il direttore dell'undicesima Mostra Internazionale di Architettura che sarà lo statunitense Aaron Betsky, confermati Maurizio Scaparro e Ismael Ivo rispettivamente alla guida di Teatro e Danza, allungato di molto (addirittura quattro anni, un record) il contratto con Marco Müller per la Mostra del Cinema e nominato il direttore generale, l'anima della macchina, che sarà Andrea Del Mercato, attuale direttore delle Politiche Sociali del Comune di Venezia.

Per rompere il ghiaccio con un presidente che in passato si era guadagnato l'affettuoso soprannome di Sfinge, inevitabile la domanda che lega passato e presente. Che Biennale ha ritrovato? «Devo ammettere - ha esordito - che si tratta di una istituzione molto cresciuta rispetto al 1998. Allora c'era una crisi di identità drammatica, ora l'orgoglio è stato ritrovato. Confesso di essere addirittura piacevolmente sorpreso». Non per questo il lavoro per lui sarà semplice. (...)

Sull'altro capitolo spinoso, evocato anche dal recente convegno della cosiddetta «Nave pirata», ovvero sulla questione delle attività da organizzare in modo permanente, Baratta risponde lanciando la sua più profonda convinzione, quella cioè di fare della Biennale un grande polo di formazione per i giovani. «Quando si parla di permanenza penso soprattutto ad attività di produzione e di formazione - precisa - e così sarà anche per la Biennale che ho appena iniziato a presiedere. Una delle più importanti istituzioni culturali del Paese non può non avere una netta responsabilità sociale, specie nei confronti dei giovani che rappresentano la punta della creatività. Dobbiamo dare loro degli spunti, anche perché quello che stiamo attraversando - continua Baratta - è un momento delicato tra passato e futuro; in tutta Italia ma in particolare nel Veneto, in cui i padri non hanno preparato a sufficienza il terreno per i propri figli».

La discontinuità più forte, forse, rispetto alla gestione precedente, va cercata nella questione dei finanziamenti. Se l'ingresso dei privati era un punto fermo per Croff, Baratta non sembra pensarla allo stesso modo: «I progetti duraturi di produzione e di seminagione (quelli che mi appassionano di più e che potrebbero coinvolgere tutti i settori a partire dalla danza) devono avere per forza di cose interventi di natura pubblica e lo Stato dovrà rispondere. Finanziamenti in calo negli ultimi anni? Vedremo, vedremo». E la festa di Roma che nel calendario si avvicina a Venezia? «Come diceva Metastasio "mi lagnerò tacendo"». E Palazzo Grassi che alla Punta della Dogana aprirà un grande polo dell'arte contemporanea in laguna? Collaborerete? «Confesso che non mi dispiace la parola concorrenza». Forse perché, come sottolinea, «i due soggetti culturali camminano su strade parallele». Forse perché sicuro della forza della sua nuova, giovane Biennale.

I direttori - Architettura a Betsky e Müller alla Mostra per quattro anni. La sorpresa annunciata del direttore generale, il giovane veneziano Andrea Del Mercato («la mia nomina la ritengo innanzitutto un riconoscimento al Comune di Venezia»), quella autentica dello statunitense Aaron Betsky alla guida di Architettura e quella applaudita di Marco Müller per altri quattro anni alla Mostra del Cinema (il contratto più lungo di sempre). Il primo Consiglio di Amministrazione della Biennale al quale, oltre al presidente Baratta, hanno partecipato ieri il sindaco di Venezia Massimo Cacciari, Franco Miracco in quota Regione, Giuliano da Empoli per il Ministero e Amerigo Restucci per la Provincia, presenta già i primi frutti del nuovo corso. «La mia più grande preoccupazione era quella di evitare una situazione transitoria» ha dichiarato Baratta nel fare il nome di Aaron Betsky.

E la scelta va certo in questa direzione: già direttore per sei anni del Netherlands Architecture Insititute di Rotterdam e direttore del Cincinnati Art Museum, Betsky curerà la undicesima Mostra di Architettura che si terrà dal 14 settembre al 23 novembre 2008 e si intitolerà «Out There. Architecture Beyon Building».

Un'esposizione che supererà il pericolo di ridurre l'architettura a un'idolatria dell'edificio e inviterà a «guardarsi attorno», out there, appunto. (...)

 

di Massimiliano Cortivo
dal Corriere del Veneto del 17.01.08


Biennale. Architettura, un direttore «spiazzante». Oggi il primo cda dell'era Baratta. Circolano i nomi di Koolhaas e l'enfant prodige Obrist.

VENEZIA - Cala oggi l'impenetrabile velo di riserbo sulle attese prime nomine della Biennale. In mattinata il consiglio di amministrazione sentirà dal nuovo presidente, Paolo Baratta, i nomi dei prossimi direttori di settore. E gli occhi sono tutti puntati su Architettura, la nomina più pressante, quella su cui il toto nomi si è scatenato da mesi. Alla vigilia della comunicazione ufficiale emerge, però, un identikit preciso. Il prossimo direttore sarà uno straniero, un nome che lascerà senza fiato il mondo dell'architettura, «spiazzante, non scontato, ma molto autorevole» è quanto si riesce a carpire dalle voci più insistenti. Insomma, non una archistar nel senso glamour del termine come Frank Gehry o Zaha Hadid. Un nome che circola è quello di Rem Koolhaas. L'ultimo dei grandi architetti che hanno contribuito anche alla critica dell'architettura con pietre miliari come «Delirius New York» o «S, M, L, XL», testi che hanno rivoluzionato l'universo teorico dell'architettura contemporanea.

Secondo l'identikit, il direttore è un uomo che viaggia moltissimo e lavora letteralmente in tutto il mondo, un architetto che ha già in mente la sua mostra. Caratteristiche che potrebbero adattarsi anche a un outsider, Hans Ulrich Obrist, classe 1968, di Zurigo, un astro nascente della critica d'arte contemporanea che dopo aver organizzato la Biennale di Berlino e curare la collezione contemporanea al Musée de la Ville a Parigi, insegna pure allo Iuav di Venezia ed è alle prese con un'opera titanica di interviste ad ampio raggio ai protagonisti della cultura contemporanea. In pista, però, potrebbe esserci ancora anche Mario Botta, l'architetto ticinese caldeggiato fino all'ultimo dal sindaco Massimo Cacciari. Botta, però, nega: «Avevo presentato un pre-progetto all'ex presidente Davide Croff qualche mese fa - spiega l'architetto - poi, però, non se n'è fatto più nulla». Si erano fatti anche i nomi di Francesco Dal Co (già direttore in passato), di Marco De Michelis, di Santiago Calatrava. Nomi che sembrano essere definitivamente tramontati. (...)

 

di M.Za.
dal Corriere del Veneto del 16.01.08

 

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data pubblicazione: lunedì 17 marzo 2008
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