Mai più ecomostri, il paesaggio ritorna allo Stato

Codice Beni Culturali e Paesaggio - agg.rass.stampa

VARATO IL CODICE - Mai più ecomostri, lo Stato si riappropria del paesaggio. Beni culturali. Palazzo Chigi ha approvato ieri in via definitiva le modifiche al Codice. Il paesaggio ritorna allo Stato. La tutela dell'ambiente sottratta alle competenze delle Regioni.

C'era una volta il Belpaese. Già diversi anni fa l'incanto si è rotto per gli interventi scriteriati sul paesaggio, che hanno partorito veri e propri ecomostri. Il caos delle competenze federaliste non ha poi aiutato a respingere gli attacchi al territorio. Nel 2007 la Corte costituzionale ha, però, detto a chiare lettere che la tutela del paesaggio è affare di Stato.

Ieri il Governo ha chiuso il cerchio approvando in via definitiva la riforma del Codice dei beni culturali, che restituisce al soprintendente la leva del parere vincolante da esprimere su ogni intervento in zone protette.

Tutto dovrà passare sotto gli occhi del rappresentante del potere centrale: la realizzazione di un immobile in area vincolata, la tinteggiatura della facciata di una casa posta in zona tutelata, l'installazione di un cartellone in territori salvaguardati.

E per gli scempi già consumati, presso il ministero dei Beni culturali viene costituita una struttura ad hoc che si occuperà di radere al suolo gli ecomostri. Potrà contare su 15 milioni l'anno stanzianti dall'ultima Finanziaria.

ROMA - La tutela del paesaggio ritorna a essere soprattutto affare di Stato. Il parere del soprintendente diventa, infatti, vincolante per le autorizzazioni paesaggistiche, così come per il colore da dare alle facciate degli edifici che si trovano in zone protette o per l'installazione di cartelloni in ambienti da salvaguardare. Finora, invece, l'ultima parola spettava alle Regioni. Si amplia, inoltre, la nozione di bellezza naturale, inglobandovi anche gli alberi monumentali. Di converso, viene costituita presso il ministero dei Beni culturali una struttura ad hoc che dovrà occuparsi dell'abbattimento degli ecomostri o comunque di far sparire dal paesaggio le tracce di deturpazione. Struttura che potrà contare su 15 milioni all'anno stanziati dall'ultima Finanziaria.

Sono gli effetti delle correzioni al Codice dei beni culturali (Dlgs 42 del 2004) approvate ieri in via defmitiva dal Consiglio dei ministri e per le quali manca ora solo la pubblicazione sulla «Gazzetta Ufficiale». La riforma - ultimo atto del ministro, nonchè vicepremier, Francesco Rutelli - ha portata più ampia, perchè oltre alle norme sul paesaggio tocca anche la parte prima del Codice, quella dedicata ai beni culturali in senso stretto.

Il lifting riguarda, infatti, pure la materia della circolazione internazionale dei beni appartenenti al patrimonio culturale: si è proceduto a coordinare le disposizioni interne con quelle comunitarie e con gli accordi internazionali. In particolare, viene specificato che i beni di interesse storico e artistico non sono assimilabili, ai fini della circolazione internazionale, a merci. Altri interventi hanno interessato gli enti ecclesiastici civilmente riconosciuti, gli archivi, nonchè la disciplina delle dismissioni o delle concessioni in uso di immobili pubblici di interesse culturale. Modificazioni dettate dall'esigenza di rendere più chiara la normativa e di chiudere eventuali spazi a interventi speculativi sul patrimonio.

Ma è certamente la parte sul paesaggio quella che riveste maggior peso, anche perchè ha dovuto sopportare un braccio di ferro con le regioni, forti delle competenze riconosciutegli dal Titolo V riformato della costituzione. Il ministero, però, ha avuto dalla sua la Consulta, che con la sentenza 367 del 2007 ha ridato allo Stato un ruolo di centralità nella difesa del territorio. Ecco perchè - nonostante la resistenza delle regioni - è stato possibile riscrivere l'articolo 131 del Codice sulla nozione di "paesaggio", dove espressamente si parla di «potestà esclusiva dello Stato» sulla tutela del paesaggio, potestà che limita i poteri regionali sul territorio.

Positive le reazioni alla riforma. Oltre a Rutelli («sono felice di aver contribuito a dare ordine al paesaggio») anche il ministro delle Politiche agricole, Paolo De Castro, e quello dell'Ambiente, Alfonso Pecoraro Scanio, hanno apprezzato le modifiche. «Estrema soddisfazione» è stata espressa dal Fondo dell'ambiente italiano (Fai). «Da oggi la (sopravvissuta!) bellezza del paesaggio italiano - ha affermato Giulia Maria Mozzoni Crespi, presidente del Fai - guarda al futuro con maggiore serenità».

  • CONTRO GLI ECOMOSTRI - Creata al ministero una struttura specializzata nell'abbattimento di edifici che deturpano coste e siti naturalistici

La pianificazione resta decentrata

  • Il Codice. Non è la prima volta che il Codice dei beni culturali (Dlgs 42 del 2004) viene ritoccato. Il primo - e proprio in materia di paesaggio - intervento c'è stato appena otto mesi dopo l'entrata in vigore, avvenuta il 1° maggio 2004.
  • La riforma. Quella approvata ieri riguarda due parti del Codice: la prima (in realtà è la seconda, perchè la prima parte del Codice è riservata alle disposizioni generali) sui beni culturali e la terza relativa al paesaggio. Le modifiche sono contenute in due distinti decreti legislativi che, dopo essere stati preliminarmente approvati dal Governo a fine gennaio e aver ricevuto il parere positivo (seppure con osservazioni) di Camera e Senato, ieri sono ritornati a Palazzo Chigi per il via libera definitivo.
  • I beni culturali. Le modifiche riguardano le norme sulla circolazione internazionale dei beni appartenenti al patrimonio culturale: viene specificato che non sono assimilabili a merci e si coordina la normativa italiana con quella comunitaria e con gli accordi internazionali. Altri interventi hanno riguardato gli enti ecclesiastici civilmente riconosciuti che sono titolari di patrimoni culturali (si applicano le disposizioni di tutela), gli archivi (è stata resa più chiara la normativa), le dismissioni di immobili pubblici di rilevanza culturale (nuovi vincoli per evitarne la dispersione).
  • Il paesaggio. La pianificazione paesaggistica resta strumento prioritario di salvaguardia del territorio. La predisposizione del piano è competenza delle regioni, ma la partecipazione del ministero dei Beni culturali è obbligatoria. In caso di interventi su zone protette, il parere del soprintendente è vincolante (da vincolante diventa solo obbligatorio se il ministero ha già appurato la rispondenza degli strumenti urbanistici regionali alle norme sulla tutela del paesaggio). Il soprintendente deve esprimere il parere in 45 giorni.

 

di Antonello Cherchi
da Il Sole 24ore del 20.03.08


CONSIGLIO DEI MINISTRI - Passa la riforma del codice dei beni culturali. Lo stato torna sovrano. Sovrintendenti scudo del paesaggio. Pareri vincolanti sugli interventi. E pianificazione prima di tutto.

Nuova definizione di paesaggio, ruolo principe dello stato nella tutela, co-pianificazione con regioni e comuni in fatto di vincoli paesaggistici, più potere ai sovrintendenti. Sono i punti cardinali della riforma del codice dei beni culturali e ambientali, varato ieri dal consiglio dei ministri. Due provvedimenti, come anticipato da ItaliaOggi il 12 marzo scorso [vd. in basso, ndr], che confluiscono in uno solo. Due dlgs che cambiano l'assetto normativo disegnato dal decreto legislativo n. 42/2004. Una riforma la cui delega al governo era agli sgoccioli: doveva essere esercitata entro il primo maggio 2008. I decreti, come detto, intervengono in due distinti settori. Il primo dlgs interviene sulla circolazione delle cose di interesse storico e artistico, riconsidera la disciplina di tutela dei beni archivistici, definisce una più stringente salvaguardia del patrimonio culturale di proprietà di enti pubblici, soggetti giuridici privati ed enti ecclesiastici civilmente riconosciuti; il secondo innova in materia di nozione di paesaggio, pianificazione paesistica e regime di autorizzazioni paesaggistiche. Sui due dlgs hanno espresso parere favorevole la Conferenza unificata (28 febbraio 2008) e le Commissioni parlamentari di Camera e Senato (5-6 marzo 2008).

Beni Culturali. Alcune modifiche tendono a porre riparo agli effetti, tanto contestati, della normativa Urbani sulla dismissione del patrimonio immobiliare pubblico. Ecco le principali:

  • Coordinamento tra disposizioni Ue, accordi internazionali e normativa interna per assicurare il controllo sulla circolazione internazionale dei beni appartenenti al patrimonio culturale italiano. Specificando che tali beni non sono assimilabili a merci.
  • Conferma della disciplina della Convenzione Unesco 1970 sulla illecita esportazione di beni culturali e sulle azioni per ottenerne la restituzione.
  • Salvaguardia del patrimonio culturale immobiliare di proprietà pubblica nell'ipotesi di dismissione o utilizzazione per scongiurare la dispersione di immobili pubblici di rilevanza culturale.
  • Previsione di una clausola risolutiva automatica degli atti di dismissione in caso di mancato rispetto delle nuove regole.

Paesaggio. Le modifiche al Codice muovono dalla considerazione, di recente ribadita dalla Corte costituzionale con sentenza 14 novembre 2007 n. 367, che il paesaggio è valore «primario e assoluto» che deve essere tutelato dallo stato, prevalente rispetto agli altri interessi pubblici in materia di governo e valorizzazione del territorio. Le novità rafforzano la tutela a vari livelli:

  • C'è una nuova definizione di «paesaggio» adeguata ai principi della Convenzione europea del 2004.
  • Viene ribadita la priorità della pianificazione come strumento di tutela del territorio. Pur rientrando la redazione del piano tra le competenze delle regioni, e' riconosciuta al ministero dei beni culturali la partecipazione obbligatoria all'elaborazione congiunta con le regioni delle parti del piano sui beni paesaggistici (vincolati ex legge Galasso o in base ad atti amministrativi).
  • Le Soprintendenze finora con ruolo marginale, essendo loro consentito il mero controllo di legittimità successivo sull'autorizzazione dei comuni, col nuovo codice dovranno emettere parere vincolante preventivo sulla conformità dell'intervento ai piani paesaggistici e ai vincoli. La natura del parere passa da vincolante a obbligatorio se il ministero ha verificato l'adeguamento degli strumenti urbanistici ai piani paesaggistici. 

 

di Luigi Chiarello
da Italia Oggi del 20.03.08


Reazioni

Una «decisione storica perché sistema una materia sulla quale c'è vasta preoccupazione nell'opinione pubblica, nelle associazioni di tutela del paesaggio, nella cittadinanza intera che ha visto crescere le minacce per un bene vitale del nostro paese, che rappresenta la memoria, il presente e una risorsa per il futuro»: la rivendicazione è del ministro per i beni culturali, Francesco Rutelli, a margine del Consiglio dei ministri che ieri ha dato il via libera alla riforma del codice dei beni culturali e del paesaggio. Il restyling delle norme «è frutto di un lavoro paziente, durato due anni», per il quale il vicepremier ha ringraziato «la conferenza Stato-regioni e il parlamento che ha riunito le commissioni nella fase preelettorale con un atteggiamento costruttivo anche da parte dell'opposizione, visto che la delega stava per scadere». Secondo il ministro, le riforme al codice «assicurano più tutela e meno burocrazia».

Canta vittoria anche il ministro per le politiche agricole, Paolo De Castro, che avverte: «Gli alberi monumentali saranno protetti dal codice. Finalmente un patrimonio straordinario di biodiversità e specie rare e di pregio sarà tutelato dallo stato come accade per beni archeologici».

Al coro si associa anche Ermete Realacci, presidente della commissione ambiente della camera: «È un bel risultato. Con l'approvazione del codice del paesaggio il paese si dota di uno strumento per garantire l'integrità del territorio da speculazioni, abusivismo edilizio, degrado e abbandono. Il codice, prosegue Realacci, è frutto di una proficua collaborazione fra governo, regioni e parlamento, ma anche un caso di stabilità fra il lavoro di due governi che si sono succeduti, considerando alcuni elementi di continuità con il codice Urbani».

Infine, il Fai-Fondo per l'ambiente italiano. In una nota firmata da Giulia Maria Crespi, presidente Fai si legge: «Queste nuove norme destinate a cambiare uno status quo legislativo che aveva portato al saccheggio sistematico del paesaggio in molte regioni italiane vedono il reinserimento dello stato attraverso le sovrintendenze nel processo decisionale di gestione e di pianificazione del territorio; il che non vuol dire diminuire il ruolo degli enti locali su questo tema cruciale ma integrarlo con quello dello stato così come affermato dall'art. 9 della nostra Costituzione». 

 

pag. 36
da Italia Oggi del 20.03.08


Codice speciale anti ecomostri. Approvato il pacchetto voluto da Rutelli. Un fondo annuale di 15 milioni di euro per gli abbattimenti. Il ministro: svolta storica, niente più nuove Villettopoli.

ROMA - Il Paesaggio d'ora in poi avrà più tutela e non soltanto a chiacchiere. Con i due decreti legislativi approvati ieri dal Consiglio dei ministri le bellezze italiane dovrebbero guadagnarci una burocrazia più svelta ma soprattutto un fondo annuale da 15 milioni di euro da spendere per demolire brutture ed ecomostri vari. Tra le «categorie » protette rientrano anche alberi e boschi monumentali.

Questo nuovo «Codice Rutelli » (ministro promotore), 184 articoli su cui per 2 anni ha lavorato la commissione presieduta dal professor Salvatore Settis, integra la normativa base già redatta nel 2004 dall'ex Urbani. La «rifondazione ecologica» del Paese, richiamandosi all'art. 9 della Costituzione («La Repubblica tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione») supera la resistenza passiva di qualche ente locale (Lombardia, Toscana, Calabria e Veneto le regioni con più rimostranze) e riafferma in materia la competenza centrale ed esclusiva dello Stato (peraltro ribadita da una recente sentenza della Corte Costituzionale) e introduce la collaborazione obbligatoria con le Regioni sui piani paesaggistici.

«Il ministero potrà introdurre nuovi vincoli», spiega il sottosegretario Danielle Mazzonis. Fondamentale il ruolo delle Sovrintendenze che dovranno esprimere un parere vincolante preventivo su ogni intervento. Con tempi più veloci: 15 giorni e non più 60.

Più facili saranno le demolizioni. Con il «Fondo per il ripristino del Paesaggio », 45 milioni per 3 anni, verrà finanziato l'abbattimento di costruzioni abusive o deturpanti.

«Una svolta storica», annuncia il ministro Rutelli che rende merito «all'atteggiamento costruttivo» dell'opposizione ed è convinto che le nuove norme «potranno scongiurare il pericolo di nuove villettopoli». Riferimento implicito alla contesa immobiliare che un anno fa infiammò la Val d'Orcia: contro quei 95 contestati casali in costruzione a Monticchiello, in pieno sito Unesco, si scatenò una durissima eco-battaglia capitanata dall'italianista (e residente) Alberto Asor Rosa. Altrettanto animata fu la battaglia pro e contro l'autostrada della Maremma, ambientalisti contro Regione Toscana. Soddisfatto Vittorio Cogliati Dezza, presidente di Legambiente: «Una buona notizia per il Belpaese, ora è fondamentale approvare i piani paesaggistici in tutte le regioni».

Nella prima parte, il Codice si occupa della circolazione internazionale dei beni culturali, non più assimilabili a merci. Confermate le regole Unesco del 1970 sull'illecita esportazione e sulle azioni per la restituzione.

La scheda

  • Il codice. Diventerà legge dopo la firma del capo dello Stato e la pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale.
  • Le novità. I beni culturali non saranno più assimilabili a merci e un maggiore coordinamento tra diverse disposizioni comunitarie e accordi assicurerà una più forte tutela sulla circolazione internazionale.
  • Collaborazione. Per i territori vincolati (in Italia il 50%) c'è «copianificazione» tra Stato e Regioni.
  • I fondi. Una commissione tecnica assisterà i Comuni con 15 milioni di euro l'anno per le demolizioni di ecomostri e abusivismi.
  • I tempi. Fondamentale il ruolo delle Sovrintendenze che dovranno esprimere un parere vincolante preventivo su ogni intervento. Con tempi più veloci: 15 giorni e non più 60.

INTERVISTA - Giulia Maria Crespi: «Grande passo in avanti Ora la bellezza è più al sicuro». ROMA - Giulia Maria Mozzoni Crespi, presidente del Fai, è speranzosa: «Da oggi la bellezza del paesaggio italiano è più al sicuro».

  • Ci voleva questo Codice? «Sì. Potrà garantire una maggiore protezione del territorio. Abbiamo fatto un grosso passo avanti e spero davvero che, chiunque vinca le elezioni, non voglia poi stravolgere quanto fatto finora».
  • La nuova normativa ribadisce la competenza esclusiva dello Stato sulle proprie bellezze naturali. «È giusto che il ministero e le sovrintendenze siano i principali referenti, però è ugualmente importante che gli enti locali collaborino perché tutto, in questo mondo, è collegato e c'è bisogno del contributo di ciascuno».
  • Cosa si augura ancora per il Belpaese? «Che chi governa si metta la mano sulla coscienza e sappia capire sempre più l'importanza che hanno il nostro territorio e la nostra arte anche per il turismo e l'occupazione. L'Italia non è soltanto alberghi a 5 stelle e città d'arte, spesso le zone intorno ai luoghi più visitati sono altrettanto belle e dovunque l'eccellente gastronomia e l'artigianato possono attrarre visitatori».
  • Preoccupazioni? «Una su tutte. Che tolgano l'Ici sulla casa, come ho sentito che qualcuno promette in campagna elettorale: senza più quei soldi i Comuni per finanziare le opere pubbliche sarebbero indotti a ricorrere alle redditizie opere di urbanizzazione. Così si distruggerebbe tutto. E in poco tempo avremmo un'Italia di cemento».
     

di Giovanna Cavalli
dal Corriere della sera del 20.03.08


La parola Ecomostro

Ecomostro è un neologismo efficace che non ha neppure dieci anni.

Lo ha coniato Legambiente per bollare un albergo (poi demolito) sulla costa amalfitana incompatibile con l'ambiente. Lo registra Tullio De Mauro nel suo dizionario con il significato più generale di costruzione civile o industriale che deturpa un paesaggio. Insomma un mostro aggressivo che fa a cazzotti con l'ecologia.

 

di Giorgio De Rienzo
dal Corriere della sera del 20.03.08


Il codice che salverà il paesaggio. Arriva il Codice salva-paesaggio. Diventerà legge la riforma voluta dal ministro Rutelli. I beni culturali non più assimilabili a "merci". Grande soddisfazione del Fondo per l'ambiente italiano: "È un rilancio per l'economia e il turismo". Una svolta storica se si pensa ai tanti ecomostri che hanno deturpato la penisola. Si introducono un sistema di garanzie e una gerarchia di valori e di competenze.

I beni culturali non sono assimilabili alle "merci". È il principio ispiratore del Codice voluto dal vicepremier Francesco Rutelli, predisposto da una commissione presieduta da Salvatore Settis e ratificato ieri dal Consiglio dei ministri. Il testo è fondamentale per la salvaguardia del paesaggio italiano ed eviterà - grazie a un sistema di garanzie molto stringente - la costruzione di nuovi ecomostri. Il Fondo per l'ambiente italiano commenta entusiasta: «Un passo importante per rilanciare l'economia e il turismo».

ROMA - È passato quasi un secolo da quando Benedetto Croce, ministro della Pubblica Istruzione nell'ultimo governo Giolitti, presentò il 25 settembre del 1920 la prima legge sul paesaggio, approvata poi due anni più tardi. E nel frattempo, il Belpaese ha dovuto subire abusi edilizi, scempi e saccheggi che ne hanno deturpato la fisionomia. Ma ora finalmente l'Italia ha un nuovo Codice dei Beni culturali e del Paesaggio, promosso dal ministro Francesco Rutelli, predisposto da una commissione di esperti sotto la guida del professor Salvatore Settis e infine ratificato ieri dal Consiglio dei ministri agli sgoccioli della legislatura. Una svolta che si può considerare storica, se si pensa ai tanti ecomostri ed ecomostriciattoli che intanto hanno deturpato la Penisola; un successo dell'ambientalismo più costruttivo e delle associazioni più responsabili, con in testa il Fai (Fondo per l'ambiente italiano) presieduto da Giulia Maria Crespi.

Già Croce nel '20, come si legge nella sua stessa relazione, intendeva porre "un argine alle ingiustificate devastazioni che si van consumando contro le caratteristiche più note e più amate del nostro suolo". E con l'autorevolezza del filosofo e dello storico, spiegava che il paesaggio "altro non è che la rappresentazione materiale e visibile della patria, con i suoi caratteri fisici particolari quali si sono formati e son pervenuti a noi attraverso la lenta successione dei secoli". Sfrondata dalla retorica dell'epoca, la definizione regge ancora oggi e sostanzialmente è proprio quella che adesso il Codice recepisce e consacra.

Prima di arrivare all'approvazione definitiva del testo, è stato necessario un confronto serrato fra il governo e le Regioni, a tratti un braccio di ferro, per raggiungere un punto d'equilibrio ragionevole e soddisfacente. Ma questo, fuori da qualsiasi compromesso al ribasso, accresce ora l'importanza e il valore del Codice perché ne fa un "corpus" giuridico condiviso dall'amministrazione centrale e locale. Un patto Stato-Regioni, insomma, contro un malinteso federalismo e una "devolution" selvaggia, in forza del quale lo Stato si riappropria della sua potestà esclusiva sul paesaggio e nel contempo le Regioni rivendicano la propria autonomia nell'ambito delle rispettive competenze territoriali, secondo la Convenzione europea di Firenze sottoscritta nel 2000 e diventata legge nazionale nel 2006.

Fondato sull'articolo 9 della nostra Costituzione, in cui si sancisce al primo comma che "la Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica" e al secondo comma che "tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione", il Codice Rutelli può essere l'inizio di una rifondazione ecologica del Paese, la prima pietra di una "nuova Italia", più ordinata e civile. È stata un'importante sentenza della stessa Corte costituzionale a ribadire, nell'ottobre 2007, che la tutela paesaggistica costituisce un valore primario e assoluto, come paradigma dell'identità nazionale. Da qui, dunque, un limite istituzionale all'esercizio dei poteri attribuiti agli enti locali, in quella che gli "sherpa" ai quali si deve la mediazione decisiva preferiscono definire una "competizione virtuosa".

Sono due i punti più qualificanti del Codice: uno riguarda la disciplina dei rapporti Stato-Regioni in questo campo e l'altro il meccanismo di sub-delega ai Comuni. Viene introdotto così un sistema di garanzie che stabilisce una gerarchia di valori e di competenze, prevedendo una pianificazione congiunta fra Stato e Regioni. L'amministrazione centrale emana le "prescrizioni d'uso" a cui i piani regionali devono attenersi e fino a quando queste non vengono rispettate il parere delle Sovrintendenze è vincolante. Poi, resta comunque obbligatorio e in caso di controversie è ammessa anche la possibilità di ricorso da parte delle associazioni ambientaliste.

Quanto alla sub-delega ai Comuni, fonte purtroppo di tanti abusi e di tanti illeciti, il Codice stabilisce innanzitutto che le amministrazioni locali devono comprendere nel loro organico adeguate competenze tecniche e scientifiche: ciò significa, in pratica, che non si potrà più rimettere tutto alla discrezionalità dei geometri più o meno compiacenti. E in secondo luogo, distingue fra la materia urbanistica e la tutela del paesaggio, ribadendo la priorità di quest'ultima rispetto al regime delle concessioni edilizie.

Un altro rilevante capitolo è quello che attiene alla difesa del patrimonio artistico, soprattutto contro il saccheggio organizzato dei furti e delle esportazioni. I beni culturali non saranno più assimilabili a "merci" e quindi scatterà di conseguenza una tutela più forte sulla loro circolazione internazionale. A completare il quadro, nuove norme per la salvaguardia del patrimonio immobiliare pubblico nel caso di dismissione o uso per la valorizzazione economica.

Al di là degli aspetti culturali, il Codice Rutelli - come fa rilevare la presidente del Fai - punta anche a difendere e rilanciare una grossa risorsa economica come quella del turismo, con tutti i benefici che ne derivano per l'occupazione del settore e dell'indotto. «Se riusciremo a mantenere integri il nostro paesaggio e il nostro territorio - avverte Giulia Maria Crespi - i turisti continueranno ad arrivare da tutto il mondo; altrimenti, se l'Italia diventerà una gigantesca villettopoli, rischieremo di perdere la più grande industria nazionale». Insieme all'identità del Paese, qui sono in gioco insomma la sua immagine, la sua competitività e il suo benessere.

 

di Giovanni Valentini
da La Repubblica del 20.03.08


Tutela del paesaggio. Sarà più facile demolire gli “ecomostri”. Nuove norme e fondi per assistere i Comuni.

LO STATO si riappropria almeno in parte del paesaggio; taglia i tempi burocratici; vara una struttura (e già ci sono i relativi fondi) per favorire le demolizioni degli “ecomostri” ed assistere i Comuni in tema di abusivismo edilizio. Il governo ha approvato due schemi di decreto, con cui pone rimedio ad alcune storture del Codice varato quando ministro dei Beni culturali era Giuliano Urbani: le soprintendenze erano tagliate fuori da ogni possibilità di interventi nelle aree vincolate, che coprono circa la metà del Paese, e che, entro un anno, verranno obbligatoriamente riviste. Adesso, oltre a partecipare alla pianificazione paesaggistica, emetteranno pareri preventivi e vincolanti sulla conformità ai vincoli degli interventi proposti.

Non solo: al Ministero nasce una struttura tecnica per assistere i Comuni, ma se occorrerà potrà pure intervenire, nelle demolizioni; dal 2008, per gli interventi di recupero del paesaggio sono stanziati 15 milioni di euro all'anno. Così, sarà più facile abbattere i cosiddetti “ecomostri”: il primo è stato l'Hotel Fuenti sulla Costa Amalfitana; poi, il complesso di Punta Perotti, a Bari; ma in Campania, lo scheletro di un hotel ad Alimuri, proprio in riva al mare, e il Villaggio Coppola a Pinetamare attendono ancora; come, in Liguria, lo “scheletrone” di cemento sull'Isola di Palmaria; o, la “palafitta” nel Catanzarese e tante altre brutture anche legalmente degne di essere abbattute.

Il ministro dei Beni culturali Francesco Rutelli parla di «modifiche molto attese» e qualifica come «storiche» queste decisioni («un passaggio fondamentale per tutta la cultura italiana»), che permettono «più tutela, ma senza aggravio burocratico». Anzi, i tempi per le decisioni in materia di paesaggio delle soprintendenze sono ridotti da 60 giorni a 45, dopo i quali la Regione, o il Comune delegato, possono decidere autonomamente. Anche il Consiglio superiore dei Beni culturali presieduto da Salvatore Settis ha lavorato alla revisione delle norme, che saranno legge dopo la firma del Capo dello Stato, e la pubblicazione sulla Gazzetta ufficiale. «E’ il mio ultimo atto da Ministro, frutto di due anni di lavoro, e l'opposizione ha avuto atteggiamenti positivi. Contribuirà a dare al Paese un ordine, nel sempre difficile rapporto tra la trasformazione e la tutela nelle aree di pregio paesaggistico, che rendono l’Italia diversa da qualsiasi altra Nazione», continua Rutelli.

Positivi i commenti delle associazioni che difendono il patrimonio, a cominciare dal Fai e da Giulia Maria Crespi. Il governo ha anche deciso di confermare la disciplina Unesco del 1970 sull'illecita esportazione di beni culturali, e confermato (ci voleva) che i beni culturali non sono assimilabili alle normali merci; infine, promossa la salvaguardia culturale degli immobili pubblici destinati ad essere dismessi. 

 

di Fabio Isman
da Il Messaggero del 20.03.08


Consiglio dei ministri. Sì definitivo alla mini-riforma. Vincolo dei Beni culturali anche per alberi e boschi.

ROMA - Traguardo finale in vista per la mini-riforma del Codice dei beni culturali e del paesaggio (decreto legislativo 42/04). Il riordino approvato alla fine di gennaio dal Governo ha, infatti, ottenuto ieri il via libera del pre-consiglio, la riunione tecnica propedeutica al vertice convocato per questa mattina a Palazzo Chigi. La riforma attende ora il sì definitivo di Palazzo Chigi che si dovrà esprimere sulle correzioni inserite.

La riforma oggi all'esame del Consiglio dei ministri tiene, infatti, conto di alcune modifiche proposte dalle Camere e dalla Conferenza unificata. Tra queste ultime figurano le norme che attribuiscono alle Regioni il potere di intervenire, con un parere da esprimere entro il termine perentorio di 30 giorni, sull'iter avviato dallo Stato per assicurare la piena tutela delle aree e degli immobili considerati di «notevole interesse pubblico».

Tra le bellezze naturali che potranno essere assoggettate a vincolo fanno la loro comparsa anche gli alberi e i boschi di rilievo monumentale, mentre il Governo ha detto no alla commissione Cultura della Camera che chiedeva di autorizzare il libero uso delle immagini dei beni culturali a fini non commerciali. (...)

  • Schema di Dlgs «Modifiche al Codice dei beni culturali e del paesaggio» - Autorizzazioni leggere per i proprietari di immobili e aree di interesse paesaggistico se si tratta di interventi di lieve entità e privi di impatto sul paesaggio.

 

di Marco Gasparini
da Il Sole 24ore del 19.03.08 


Sul paesaggio comanda lo stato. Sul tavolo del prossimo consiglio dei ministri la riforma del codice dei beni culturali e ambientali. Alle regioni parola sui vincoli. Enti ecclesiastici a tutela dei tesori.

Non si muova foglia che lo stato non voglia. La competenza in fatto di tutela del paesaggio spetta esclusivamente all'amministrazione centrale. Questo potere prevale sulla funzione regionale di governo del territorio. La regione, però, potrà attivare una sorta di valvola di salvaguardia in fatto di imposizione dei vincoli paesaggistici. In sostanza, se oggi questo potere è esercitato dallo stato centrale in maniera del tutto autonoma, domani il suo esercizio dovrà essere assoggettato al parere della regione interessata. E sotto l'ombrello normativo che tutela i beni paesaggistici ci saranno anche gli alberi monumentali, affiancati con pari rango agli immobili e alle aree di notevole interesse pubblico, per bellezza o singolarità geologica.

Sul fronte beni culturali, invece, il compito di tutelarli viene esteso anche agli enti ecclesiastici civilmente riconosciuti che li abbiano in loro possesso, perché anche i beni di loro proprietà che presentano interesse artistico, storico, archeologico o etno-antropologico, saranno considerati beni culturali soggetti a tutela dello stato. Di più: per una loro eventuale alienazione l'ente ecclesiastico dovrà prima incassare il placet dello stato. Infine, ma non per importanza, non sarà possibile riprodurre gratis su carta o su Internet le immagini di beni culturali a fini non commerciali. Sono queste alcune delle novità che emergono dall'analisi dei due dlgs di riforma del codice dei beni culturali e ambientali (dlgs n. 42/2004), sul tavolo del prossimo consiglio dei ministri. Due provvedimenti che, in sede di emanazione da parte del governo, potrebbero confluire in uno solo.

Beni ambientali. Come detto la novità più rilevante in fatto di difesa dell'ambiente riguarda il ritorno definitivo, in capo allo stato centrale, del potere di tutela del paesaggio. Che prevale sulle funzioni attribuite alle regioni di governo del territorio. I beni paesaggistici, col nuovo dlgs, acquistano rilevanza in quanto «tratti di un paesaggio di spiccata valenza identitaria per l'intera comunità nazionale». Le regioni, da parte loro, avrebbero voluto circoscrivere ai soli “beni paesaggistici” il principio della gerarchia tra potere statale di regolazione del paesaggio e potere regionale di governo del territorio. Ma ciò non è stato possibile, perché in netto contrasto con la sentenza della Corte costituzionale n. 367/2007 e con la Convenzione europea del paesaggio. Anche se una sorta di clausola, in fatto di tutela paesaggistica, le regioni l'hanno incassata. Infatti, se fino ad oggi allo stato centrale spetta il potere, del tutto esclusivo, di imporre vincoli paesaggistici (ai sensi dell'articolo 82, comma 2, del dpr n.616/1977), da domani, varato il nuovo dlgs in materia, una simile decisione non potrà essere assunta se non previo parere della regione interessata. E tutti i dubbi di incostituzionalità emersi finora a riguardo sono stati superati con l'affermazione di un semplice principio: i rapporti tra stato e regioni in materia di tutela del paesaggio devono essere improntati alla leale collaborazione. Punto. Ma non finisce qui. Altra novità toccherà il rilascio semplificato dell'autorizzazione per gli interventi di lieve entità; a riguardo, spiega il dlgs, bisogna attendere il varo di un nuovo regolamento ministeriale, che avrà il compito di chiarire cosa si intenda per intervento di lieve entità e di alleggerire il carico di lavoro degli uffici statali e comunali, accelerando la risposta delle istituzioni alle istanze dei privati.

Beni culturali. Niente libera riproduzione sul web o su carta di immagini relative ai beni culturali. Anche se la pubblicazione non ha scopo commerciale. Nonostante questa possibilità abbia incassato i pareri favorevoli delle commissioni di Camera e Senato (...), immagini come le opere conservate nei musei non saranno riproducibili gratuitamente. E questo per due motivi. Primo: una simile misura non è coerente con la missione che il dlgs di riforma si propone; in sostanza, è fuori dall'ambito di esercizio della delega. Secondo: la proposta, sottraendo ad autorizzazione ogni forma di riproduzione dei beni culturali, incide sugli attuali strumenti di tutela, in contrasto con la legge delega (comma 2, lett. d, art. 10 della legge 137/2002) e, soprattutto, riduce le entrate dello stato. Passando ad altro, il dlgs riconosce i beni culturali degli enti ecclesiastici civilmente riconosciuti come sottoposti a tutela dell'ordinamento italiano. E impone agli stessi enti il dovere di preservarli. Questo però non cancella il vincolo per gli stessi enti di chiedere all'amministrazione centrale dello stato un'autorizzazione preventiva in caso di una loro vendita.

 

di Luigi Chiarello
da Italia Oggi del 12.03.08


L'analisi - Chi sono i padroni del paesaggio

A chi appartiene il paesaggio? Chi è il legittimo "proprietario" del territorio, cioè di quel patrimonio costituito nel tempo dalla natura e dalla storia? Le popolazioni che lo abitano oppure l'intera nazione?

Di fronte allo scempio del Belpaese, consumato dalla distruzione dell'ambiente, dalla cementificazione selvaggia, dagli abusi edilizi, dall'inquinamento dell'aria e dell'acqua, la tutela del paesaggio assume un valore culturale determinante per la difesa della nostra identità collettiva. E nel pieno dell'emergenza rifiuti che sta deturpando agli occhi del mondo l'immagine di Napoli, della Campania e purtroppo di tutta l'Italia, diventa una priorità nazionale per salvaguardare – oltre alla salute pubblica – anche gli interessi sociali ed economici dei cittadini, delle generazioni presenti e di quelle future.

La riforma del Codice dei Beni culturali e del Paesaggio predisposta dal ministro Francesco Rutelli e varata in extremis dal governo uscente, a quattro anni dalla legge-delega dell'ex ministro Giuliano Urbani, rappresenta perciò un'occasione decisiva per segnare una svolta nella vita della nostra collettività. Può essere, insomma, l'inizio di una rifondazione ecologica del Paese, la prima pietra di una "nuova Italia", più ordinata, più pulita e dunque più vivibile. Se le Commissioni parlamentari a cui spetta ratificare entro tre mesi i 184 articoli del decreto legislativo avranno la capacità di approvarlo integralmente, magari al di là della logica degli schieramenti contrapposti, forse potrà partire proprio da qui un moderno "rinascimento" civile o quantomeno una fase virtuosa nella gestione dell'ambiente, inteso nel senso più largo come sistema di relazioni con la natura e con il prossimo.

Fondato sull'articolo 9 della Costituzione, in cui si sancisce in modo solenne che la Repubblica "tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione", il Codice interviene opportunamente sul nodo dei rapporti tra governo centrale ed enti locali, per riportare questa responsabilità nell'ambito di una visione più generale. Si riduce così un eccesso di delega che, in questo come in altri campi, ha prodotto una sovrapposizione e frammentazione di poteri decisionali tra Regioni, Province e Comuni, spesso a danno della trasparenza, della legalità e soprattutto dell'interesse collettivo. Se la salvaguardia del lago di Garda coinvolge contemporaneamente la Lombardia, il Veneto e il Trentino; o quella del lago Trasimeno riguarda la Toscana e l'Umbria; se l'infausto progetto dell'autostrada della Maremma attraversa (speriamo solo sulla carta) la Toscana e il Lazio; se la difesa della Sila, del Pollino o delle Murge chiama in causa la Calabria, la Basilicata e la Puglia, evidentemente l'unica autorità in grado di provvedere adeguatamente è proprio quella statale come punto di riferimento e di mediazione.

Al contrario, un malinteso federalismo può solo alimentare gli egoismi e i particolarismi, disgregando ulteriormente il territorio, il paesaggio e il tessuto civile del Paese. Dall'ambiente al fisco, passando per la scuola, la sanità e la spazzatura, l'autonomia delle amministrazioni locali non deve confliggere con una politica organica di programmazione e di solidarietà. Il federalismo, d'altronde, nasce storicamente per unire e non per dividere, serve per crescere e non per regredire.

Elaborata da una commissione speciale che ha lavorato per un anno e due mesi, sotto l'autorevole presidenza del professor Salvatore Settis, la riscrittura del Codice è stata avallata in corso d'opera dalla stessa Corte costituzionale, con un'importante sentenza del novembre scorso (n.367/2007). La tutela del paesaggio, come ha ribadito la Consulta, costituisce un valore primario e assoluto. E perciò, rientra nella competenza "esclusiva" dello Stato, precedendo e limitando il governo del territorio attribuito agli enti locali.

Da qui, appunto, l'obbligo di elaborare i piani paesaggistici con una pianificazione congiunta fra Stato e Regioni. In questo iter amministrativo, è previsto poi il parere vincolante delle Sovrintendenze su qualsiasi intervento urbanistico o paesaggistico che incida su territori vincolati. Mentre la sub-delega dalle Regioni ai Comuni, per i piani e le licenze edilizie, è subordinata all'istituzione di uffici con competenze specifiche.

Un'altra rilevante novità contenuta nel Codice riguarda il potere attribuito al ministero dei Beni e delle Attività culturali di apporre vincoli paesaggistici "ex novo". Al momento, il territorio italiano è già protetto per il 47% dell'estensione complessiva. Ma la sua particolare configurazione, prodotta storicamente dall'intreccio fra la natura e la mano dell'uomo, richiede in effetti un'ulteriore tutela per salvaguardarne la straordinaria identità: con ottomila nuclei storici, il nostro è – come si dice in linguaggio tecnico – il Paese più "antropizzato" del mondo. Sono numerosi e frequenti, tuttavia, i casi in cui l'urbanizzazione provoca un "consumo del territorio" senza incorrere formalmente nell'abusivismo, producendo costruzioni legali con tanto di autorizzazioni e licenze edilizie in quelle che Rutelli definisce le "aree grigie". E a parte alcune iniziative esemplari, come quella che ha ridimensionato in corso d'opera la "villettopoli" di Monticchiello in Val d'Orcia, gli interventi postumi risultano comunque più limitati e laboriosi. Carte bollate alla mano, non sempre si riesce ad abbattere gli ecomostri che proliferano da Nord a Sud, sull'esempio di quello che s'è fatto a Punta Perotti, sul lungomare di Bari.

Il paesaggio appartiene dunque a tutti. Non è né di destra né di sinistra. È una grande risorsa collettiva, ambientale e anche economica, da cui dipendono la salute dei cittadini, lo sviluppo del turismo e la stessa occupazione del settore, oltre all'identità e all'immagine del Paese. C'è da auspicare perciò che, nonostante le convulsioni della politica nazionale, la riforma del Codice venga approvata in tempo utile, quale che sia il governo in carica e la maggioranza parlamentare che lo sostiene.

 

di Giovanni Valentini
da La Repubblica del 28.01.08


Corretto il Codice dei beni culturali - Sul paesaggio la parola allo Stato

ROMA - Il soprintendente torna al centro della tutela del paesaggio. Il suo parere diventa, infatti, sempre vincolante in merito all'istanza di autorizzazione paesaggistica, così come nei casi di installazione di cartelloni pubblicitari o quando si tratta di decidere i colori delle facciate delle case in realtà particolari, come i centri storici e le zone panoramiche.

È il risultato del decreto legislativo approntato dai Beni culturali e approvato ieri in prima lettura dal Consiglio dei ministri. Il provvedimento (anticipato dal Sole 24 Ore del 26 novembre scorso) dovrà ora essere esaminato dalle commissioni parlamentari competenti e dovrà ricevere il parere anche della Stato-Regioni per poi ritornare a Palazzo Chigi per il sì definitivo. Passaggi che dovranno avvenire entro il 1° maggio prossimo, data in cui scade la delega affidata al Governo dalla legge 137 del 2002 per intervenire sulla materia.

Il decreto legislativo approvato ieri apporta modifiche a tutto il Codice dei beni culturali (Dlgs 42 del 2004) e dunque anche alla parte relativa al patrimonio culturale. Ma i ritocchi più consistenti e di maggior impatto sono quelli che interessano il paesaggio.

Sono, d'altra parte, quelli voluti dal ministro dei Beni culturali, Francesco Rutelli, che fin dall'inìzio del mandato ha lanciato una campagna contro gli eco-mostri e il degrado del Belpaese. In quest'ottica, lo Stato recupera terreno sul piano della tutela, erodendolo alle Regioni, che infatti non hanno salutato con favore le novità.

Per esempio, sulla pianificazione paesaggistica Roma prima aveva un ruolo residuale, perchè poteva essere eventualmente chiamata in causa dalle Regioni, mentre ora centro e periferia sono sullo stesso piano. E questo anche in virtù di ciò che ha detto la Corte costituzionale con la sentenza 367 del 2007, con la quale è stata restituita assoluta centralità allo Stato nella difesa del paesaggio.

Delle parole della Consulta c'è eco soprattutto nell'articolo 131 del Codice, così come modificato dal decreto approvato ieri, che recita: «Le norme di tutela del paesaggio, la cui definizione spetta in via esclusiva allo Stato, costituiscono un limite all'esercizio delle funzioni regionali in materia di governo e fruizione del territorio».

 

di Antonello Cherchi
da Il Sole 24ore del 26.01.08


Riordino del codice beni culturali: soprintendenze rafforzate. Interventi sul paesaggio, i comuni perdono poteri.

Autorizzazione doc degli interventi sul paesaggio. Attualmente le Soprintendenze rivestono un ruolo marginale essendo loro consentito un mero controllo di legittimità successivo sull'autorizzazione rilasciata dai comuni. Ma in futuro le Soprintendenze dovranno emettere un parere vincolante preventivo sulla conformità dell'intervento ai piani paesaggistici ed ai vincoli così rafforzando la tutela del paesaggio. Lo prevede il disegno di legge per la riforma di alcune parti del Codice dei beni culturali, in particolare per quanto riguarda la tutela del paesaggio, approvato ieri dal governo.

Beni Culturali. Si punta a un più efficace coordinamento tra disposizioni comunitarie, accordi internazionali e normativa interna per assicurare il controllo sulla circolazione internazionale dei beni appartenente al patrimonio culturale specificando che questi non sono assimilabili a merci. Salvaguardia potenziata del patrimonio culturale immobiliare di proprietà pubblica nell'ipotesi di dismissione o utilizzazione a scopo di valorizzazione economica mediante il ripristino dell'impianto normativo del dpr n. 23 del 2000 allo scopo di scongiurare la dispersione di immobili pubblici di rilevanza culturale e previsione di una clausola risolutiva automatica degli atti di dismissione per il caso di mancato rispetto delle nuove regole.

Paesaggio. Le modifiche alla parte terza del Codice riguardante il paesaggio, anche sulla scorta della sentenza 14 novembre 2007 n. 367 della Consulta, formulano una nuova definizione di «paesaggio», adeguata ai principi della Convenzione europea ratificata nel 2004, nonché alle finalità di tutela del Codice. Viene ribadita la priorità della pianificazione come strumento di tutela e di disciplina del territorio. Pur rientrando la redazione del piano tra le competenze delle regioni è riconosciuta al ministero dei beni culturali la partecipazione obbligatoria alla elaborazione congiunta con le regioni di quelle parti del piano che riguardano beni paesaggistici. La finalità è anche quella di eliminare, data la certezza delle regole, un inutile e ad oggi cospicuo contenzioso sulle autorizzazioni richieste attualmente in base all'insussistenza di regole. Abbreviato il termine che le Soprintendenze hanno a disposizione per emettere il parere sulle autorizzazioni paesaggistiche, portato da sessanta a quarantacinque giorni. Scaduto tale termine, viene indetta una conferenza di servizi nell'ambito della quale il soprintendente ha ancora 15 giorni per emettere il proprio parere. In mancanza, decide la regione o il comune delegato. La delegabilità ai comuni del potere di autorizzazione è limitata ai casi in cui i comuni dispongano di adeguati uffici tecnici. Viene introdotto l'obbligo di rivedere entro un anno i vincoli esistenti, allo scopo di specificare le regole che devono essere osservate in virtù del vincolo (inedificabilità assoluta, ovvero edificabilità entro limiti e con prescrizioni precise e certe). Viene prevista l'istituzione di un'apposita struttura tecnica presso il ministero beni culturali incaricata di assistere i comuni e di intervenire quando necessario direttamente, per la demolizione degli ecomostri (la Finanziaria 2008 stanzia 15 milioni di euro all'anno a partire dal 2008 per gli interventi di recupero del paesaggio).

 

pag. 34
da Italia Oggi del 26.01.08


Più vincoli al paesaggio varata la legge di tutela. Estesa la protezione finora riservata a pochi capolavori.

ROMA - Dal turismo all'agricoltura di qualità, dal made in Italy di successo fino alle strutture di ricerca avanzate, buona parte della nostra economia ruota attorno al paesaggio. Eppure finora questo elemento essenziale del marchio Italia godeva di una protezione debole, derivata solo dal riconoscimento riservato a pochi capolavori dell'arte e della natura. Adesso si cambia. Con il decreto varato ieri dal Consiglio dei ministri, la tutela viene rafforzata tenendo anche conto della sentenza del 14 novembre scorso con cui la Corte Costituzionale ribadisce l'importanza del paesaggio come valore «primario e assoluto».

Il principio di base che viene accolto è il riconoscimento del significato complessivo dei luoghi che sono stati difesi dalla brutalità di alcune trasformazioni avviate a partire dal dopoguerra: un concetto espresso anche dalla Convenzione europea ratificata nel 2004. E per andare in questa direzione il decreto stabilisce quattro innovazioni. La partecipazione obbligatoria da parte del ministero dei Beni culturali «alla elaborazione congiunta con le Regioni di quelle parti del piano che riguardano beni paesaggistici». La salvaguardia del «patrimonio culturale immobiliare di proprietà pubblica nell'ipotesi di dismissione», in modo da scongiurare l'ipotesi di nuovi tentativi di liquidazione dei gioielli di famiglia per fare cassa. La semplificazione e l'accelerazione dei procedimenti amministrativi per i pareri richiesti alle sovrintendenze. L'istituzione di una struttura tecnica, presso il ministero dei Beni culturali, per l'abbattimento degli ecomostri.

Il provvedimento è stato accolto con sollievo da tutto il fronte ambientalista. Per Ermete Realacci, presidente della commissione Ambiente della Camera, «è uno strumento importante per garantire l'integrità del territorio dalle speculazioni, dall'abusivismo edilizio, dal degrado e dall'abbandono rilanciando il nostro patrimonio artistico come volano per l'economia». Per la senatrice verde Loredana De Petris «è una svolta decisiva per superare la separazione tra paesaggio e urbanistica che è alla radice dei mali che, da decenni, si sono riversati sui beni paesaggistici italiani». Per Francesco Ferrante, senatore del Pd, «si mette il territorio al riparo dalle insidie e dagli attacchi a cui era stato esposto dal governo di centrodestra».

 

di Antonio Cianciullo
da La Repubblica del 26.01.08 


Territorio, autorizzazioni in comune. Cambia la procedura. Ci vorranno al massimo 60 giorni. Domani in consiglio dei ministri la bozza dei dlgs correttivi del codice dei beni culturali e paesaggi.

Regioni insieme ai ministeri competenti per la pianificazione paesaggistica. Comuni delegati a rilasciare le autorizzazioni paesaggistiche. Le novità sono contenute nei due schemi di decreto legislativo con le disposizioni correttive e integrative al codice dei beni culturali e del paesaggio licenziati ieri dal preconsiglio per andare al consiglio dei ministri in programma domani, salvo crisi di governo.

La riforma del codice dei beni culturali e del paesaggio risale al 2004 con il dlgs 42/04, per il quale è stato previsto un periodo di due anni di prova per integrare e modificare il testo sulla base delle verifiche sulla sua attuazione in parte già avvenuta nel 2006 con il dlgs 156/2006 per i beni culturali e con il dlgs 157/2006 per il paesaggio.

Il correttivo licenziato ieri dal preconsiglio per i beni culturali dunque si preoccupa di effettuare ulteriori correzioni alla luce degli accordi internazionali, della necessità di riconsiderare la tutela dei beni archivistici e definire una tutela più stringente di salvaguardia del patrimonio culturale e infine di prevedere l'estensione del patrimonio culturale di proprietà degli enti ecclesiastici. Ma le novità riguardano anche il paesaggio.

La bozza di decreto legislativo sempre approvata ieri introduce delle modifiche significative soprattutto per la pianificazione paesistica. Se rimane alle regioni il compito di definire i compiti generali dei piani paesaggistici, la loro redazione dovrà avvenire «per la parte avente ad oggetto i beni paesaggistici in senso proprio» insieme tra ministero e regione di volta in volta competente. Inoltre viene statuito l'obbligo per ministero e regioni di provvedere all'integrazione dei vincoli paesaggistici già emanati corredandoli della disciplina d'uso delle aree sottoposte a tutela con «la regolamentazione puntuale e specifica delle trasformazioni compatibili con i valori paesaggistici espressi dalle medesime».

A cambiare è anche il regime delle autorizzazioni paesaggistiche: viene esteso il parere vincolante del sopraintendente a tutti gli interventi progettati in aree sottoposte a tutela per il loro interesse paesaggistico, sia con appositi provvedimenti sia dalla legge.

Mutano anche i limiti alla delegabilità da parte della regione della funzione di autorizzazione paesaggistica: potranno essere competenti non solo le province e le strutture sovracomunali ma anche i comuni stessi «purché sussistano condizioni organizzative tali da poter assicurare la specificità della cura del paesaggio rispetto ad altri interessi pubblici relativi al governo del territorio». È stato ridisegnato anche il procedimento di autorizzazione. Alla regione e agli enti locali delegati è stata affidata la funzione di verifica preliminare in esito alla quale la documentazione presentata dagli interessati, quando l'intervento riguardi i beni paesaggistici, è trasmessa al soprintendente competente per un parere vincolante. Se il parere non arriva entro 45 giorni, l'amministrazione competente al rilascio dell'autorizzazione indica una conferenza di servizi alla quale il soprintendente partecipa. In ogni caso entro 60 giorni dalla domanda, l'amministrazione provvede all'autorizzazione. Infine torna al ministero la competenza in materia di rilascio di autorizzazione di coltivazione di cave e torbiere.

 

di Giovanna Laurenzi
da Italia Oggi del 24.01.08


Beni culturali - Meno scempi al paesaggio

C'è qualche ragione di ottimismo sul fronte del paesaggio. Continua, è vero, il selvaggio assalto a coste e colline, le nostre città continuano a essere deturpate, e non solo in periferia. Ma è in dirittura d'arrivo la revisione del Codice dei Beni culturali che, ridistribuendo le responsabilità e creando un sistema di controlli incrociati fra strutture dello Stato, delle Regioni e degli Enti locali, dovrebbe almeno frenare l'orrido scempio che devasta l'Italia.

C'è ragione di essere ottimisti, dato che questa revisione è stata voluta da Francesco Rutelli, il quale ha scritto («da Repubblica», 15 novembre) che «la colpa dei guasti al paesaggio» ma anche «il disastro dell'edilizia di periferia» nascono dalla «confusione dei poteri e mancanza di programmazione nella trasformazione del territorio» («i sindaci e le commissioni edilizie dei Comuni, le Regioni e i loro mancati piani paesistici»). Che le Regioni non hanno quasi mai combattuto l'abusivismo; che le norme urbanistiche in corso sono inadeguate; che «i programmi di edificazione previsti e prevedibili possono fare irreversibilmente male al Paese». Che la riforma del Codice dovrà «rendere obbligatoria la copianificazione fra lo Stato (che ha il potere esclusivo della tutela del paesaggio) e le Regioni (che debbono elaborare i piani paesistici)».

A questi criteri risponde in pieno la bozza del testo di riforma che l'apposita commissione nominata da Rutelli gli ha consegnato il 3 dicembre. Se il patrio Governo saprà condurla in porto entro i termini di legge (cioè entro aprile), il nostro (moderato) ottimismo non sarà stato mal riposto. 

 

di Salvatore Settis
da Il Sole 24ore del 30.12.07

 

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data pubblicazione: lunedì 24 marzo 2008
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Architettura sul web Mai più ecomostri, il paesaggio ritorna allo Stato