I nuovi architetti: meglio la Terza via

né utopie totalitarie né ritorni nostalgici al classico

Polemiche -  I nuovi architetti: meglio la Terza via: «Non vogliamo né utopie totalitarie né ritorni nostalgici al classico». I giornali neocon criticano i «non luoghi» nelle città. La replica: manca una vera committenza.

La crociata dei giornali neocon contro la «nuova» architettura (proseguita ieri con un articolo del direttore del Domenicale Angelo Crespi su Libero contro il nuovo Museo d'arte contemporanea di Daniel Libeskind a Milano), denuncia sui quotidiani ciò che l'architetto-guru olandese Rem Koolhaas sostiene da anni: l'architettura della Modernità ha creato «junkspace» (che è anche il titolo di un suo libro, edito in Italia da Quodlibet), ovvero «spazi spazzatura» e, in aggiunta a questi crea, secondo la nota definizione del sociologo Marc Augé, dei «non luoghi». Sulla crisi del disegno urbanistico progressista e macchinista, infatti, si è innescata una risposta decostruzionista - che arriva con ritardo in Italia (ad esempio con i progetti sull'ex area Fiera a Milano) -, che sta operando una «riduzione» dell'architettura a oggetto di design lanciato come chance (Derrida) nel contesto urbano. E l'affermarsi di questa architettura del sublime contro il bello (Burke) genera nei «tradizionalisti» uno sgomento analogo a quello che si prova davanti alle opposte periferie Iacp.

È possibile, di fronte a ciò, una «terza via per l'architettura», che non preveda utopie totalitarie, non un ritorno al classico, ma neanche la creazione di oggetti glamour fini a se stessi che vanno configurandosi come un manierismo decostruzionista? Pur facendo quel che gli è consentito dalle circostanze, alcuni giovani (che vuol dire quarantenni) della scena architettonica italiana vorrebbero fuggire sia da ipotesi nostalgiche che da «linguaggi di maniera».

Conrad-Bercah, dello studio w office, teorico di formazione americana, visiting professor ad Harvard e autore di un libro sui rapporti tra architettura protestante e cattolica contemporanea (West Workroom, Charta), ironizza sulle critiche di Foglio e Domenicale: «Puntuali, come il cambio di stagione, si ripropongono polemiche sterili e male indirizzate sulla supposta funzione dell'architettura contemporanea di riflettere il "nichilismo". Ma non si tratta di una condizione che investe tutte le arti, che sembrano essere diventate l'unico momento di critica feroce delle ferree leggi e fluttuazioni tra mercato e globalizzazione? La polemica sembra favorire un ritorno a forme classiche, come se queste avessero il potere di togliere peso alla situazione corrente. Ma ciò è un mito». Poi una velata critica alla contemporaneità: «Certo, se l'elemento di esagerazione diventa esagerazione tout court a spese di tutto il resto fornisce giustificazione alla battuta diventata popolare nei circoli professionali: "Come si distingue l'architettura dalla scultura? Facile: l'architettura è quella che ha le toilette al suo interno". In questo Daniel Libeskind, l'unico vero (e giustificato) bersaglio delle critiche di Scruton, docet».

«Gli edifici di questo cattivo presente sono autoreferenziali, come chiusi nella creazione di un mondo perfetto ed "ecologico" al loro interno, con forme e pelli accattivanti e protettive nei confronti dello sporco, della violenza, dell'incomprensibilità del mondo esterno», affermano Alfonso Femia e Gianluca Peluffo dello studio 5+1AA, balzati alla ribalta per aver vinto (con Rudy Ricciotti) il concorso per il Nuovo palazzo del cinema di Venezia. «Questo atteggiamento "blasé" è una forma psicopatologica collettiva di senso di colpa, che viene sfruttata per risolvere questioni politiche e sociali imbarazzanti, ponendo il ruolo dell'architetto non più nel campo del professionismo, ma in quello del servilismo. Il futuro del nostro Paese deve essere invece di responsabilità, dignità civile e bellezza».

A società e committenza guarda anche (con approccio diverso) Massimo Roj, uno degli italiani che più sta costruendo in Cina e leader dei grandi palazzi per uffici in tutto il mondo. «L'architettura deve rivolgere il più alto livello di attenzione alla committenza, soprattutto all'utenza dei progetti», afferma. «Un buon architetto deve dare sostanza alle idee e ai sogni dei propri clienti. Questi sono concetti economici, non filosofie, perché poi sono i clienti a dire se i loro palazzi funzionano. Qualche volta l'architettura rischia di fermarsi al gesto tecnico, a un esercizio di stile. L'uomo al centro dell'attenzione non è uno slogan, ma un criterio ispiratore».

All'affermato progettista del nuovo Museo del Novecento a Milano e della Gare d'Orsay (con Aulenti) a Parigi, Italo Rota, il compito di definire un percorso pragmatico che, per dirla con Le conseguenze del pragmatismo di Richard Rorty, superi il manierismo decostruzionista senza ritorni al classico o all'utopismo progressista. «L'Italia, avendo la fortuna di arrivare ultima al nuovo, dovrebbe superare l'architettura elettrico-meccanica di Le Corbusier ed entrare direttamente nel mondo del virtuale attraverso a una tradizione non classica, come quella del gusto ravennate o del Barocco di Borromini, per esempio». A ciò va associata l'idea che una architettura democratica sia narrativa. «L'architettura deve essere narrativa, e non da regime, come in Cina. Per me, Libeskind è abbastanza storicista; molto meno lo sono Renzo Piano e Zaha Hadid». Da ultimo, il percorso di rinnovamento prevede un richiamo alla committenza come elemento che obbliga una architettura a confrontarsi con il contesto: «Le architetture senza contesto sono quelle che nascono senza un vero committente, lasciando all'architetto una disponibilità alla Gigi Marzullo: "Si faccia una domanda e si dia una risposta". Il modello di committente è Mitterrand, che sorvegliava l'architettura senza determinarne il linguaggio».

 

di Pierluigi Panza
dal Corriere della sera del 27.03.08


Campagne -  Fermate gli «architetti del brutto». «Il Foglio» e «Il Domenicale»: opere contro l'uomo. Sotto accusa da Le Corbusier a Libeskind. «Il moderno è nichilista». Ma Botta e Fuksas: nostalgie prive di senso.

Due giornali dell'area neocon, Il Foglio e Il Domenicale hanno lanciato nel giorno di Pasqua una «crociata» contro il brutto e il disumano dell'architettura contemporanea.

Su Il Foglio, il conservatore inglese Roger Scruton ha polemizzato contro l'architettura Razionalista e Decostruzionista (del tutto ignorando che la seconda è una risposta critica alla prima) di «archistar» come Libeskind, Gehry, Foster e Piano che «hanno costruito edifici brutti e inospitali, corpi estranei al tessuto urbano». La radice di questi architetti «egomani» va cercata, per Scruton, in Le Corbusier; il quale sarebbe anche con-causa - con i suoi progetti per Algeri, che hanno ignorato i bisogni sociali e religiosi della popolazione - dell' «attacco alle Torri gemelle» come «gesto di rancore a lungo covato contro il modernismo che ha sfigurato le città mediorientali». La risposta a questo «frutto avvelenato» che è il «moderno» nel suo insieme, fortunatamente non viene indicata nel «ritorno al classico» o nel già noto «ritorno all'ordine», ma in altrettanto discutibili «principi universali e intuitivi», come quelli di «Gaudì a Barcellona».

Ancora più radicale la tesi espressa dal teorico dell'architettura americano di origine greca Nikos A. Salingaros su Il Domenicale. «Una visione del mondo utopica e totalitaria» sarebbe in atto, secondo Salingaros, per «purgare le città da qualsiasi riferimento alla storia e alla natura umana, progettando spazi e superfici vuoti, muti», espressioni solo del nichilismo contemporaneo. Per Salingaros il culto nichilista, del quale è espressione l'architettura decostruzionista - per intendersi quella dei tre grattacieli di Libeskind, (Isozaki) e Hadid sulla ex Fiera di Milano -, «ha compiuto un vero e proprio colpo di Stato per mezzo dei media». Queste esperienze contemporanee dell'architettura nichilista vengono accostate da Salingaros ai fallimenti (questi autentici) dell'architettura progressista moderna, come comuni esiti catastrofici di due filosofie: quella nichilista (riconducibile a Nietzsche) alla quale «hanno aderito Adolf Hitler, Martin Heidegger e Philip Johnson» (quindi anche l'International style) e l'altra, quella marxista, «seguita dalla scuola di Francoforte con la sua teoria critica», le cui più vicine espressioni filosofiche che hanno infarcito la mente degli architetti sono quelle di Foucault e di Derrida. Tutte queste teorie, scrive, hanno «come filo comune ristrutturare l'essere umano (e i suoi spazi, ndr) al di fuori della sua natura tradizionale, cioè al di fuori della sua natura biologica». E la Chiesa si adegua con costruzioni che tradiscono il rapporto con la storia.

La denuncia - che pare riprendere il tono del libello di Tom Wolfe Maledetti architetti - ha alcuni aspetti condivisibili. Si progetta male per esito di almeno due successive implosioni teoriche, dalle quali solo gli immobiliaristi hanno tratto vantaggio. Una implosione è quella razionalistica progressista-socialista, ovvero la crisi dell'urbanistica come disciplina che riteneva possibile pianificare gli spazi e gestirli, e dei connessi programmi di edilizia sociale, i cui esiti disastrosi sono presenti in tutte le periferie. L'altra, quella di una certa società dell'ipercomunicazione che sta riducendo l'architettura a design con risultati involontariamente comici nella provincia delle città europee, dove il patrimonio storico andrebbe invece salvaguardato e il contesto mantenuto come elemento di confronto (ma non di assoggettamento morfologico).

La risposta alla perdita di pezzi di territorio della memoria (urbana e ambientale) e di cattiva proposta architettonica non può essere il ritorno al classicismo (serpeggiante sulla stampa). Il dibattito tra classico e anticlassico si è risolto negli anni Settanta con l'uscita, nel 1963, del celebre libro di John Summerson Il linguaggio classico dell'architettura (guida di riferimento del principe Carlo d'Inghilterra e del suo architetto Leon Krier) e la risposta di Bruno Zevi dieci anni dopo con Il linguaggio moderno dell'architettura. Guida al codice anticlassico, che già presentava forti aperture verso quella che, dal 1988, si sarebbe chiamata architettura decostruzionista. Infatti, i protagonisti dei contestati «filoni» dell'architettura contemporanea stigmatizzano questo richiamo: «Periodicamente ritornano nostalgie di un passato impossibile - racconta Mario Botta -: è come se chiedessimo alle automobili di presentarsi come carrozze trainate da cavalli. È cambiata la produzione nel mondo, e l'architettura è il riflesso della società. Questi critici tornano a casa in auto o a cavallo? Quanto alle nuove chiese, se Salingaros le avesse visitate avrebbe avuto una reazione opposta. Non possiamo gettare Le Corbusier e Alvar Aalto all'inferno perché hanno costruito chiese che hanno instaurato un processo fertile di nuova bellezza». «Non ho ben capito il tono di queste crociate - aggiunge Massimiliano Fuksas da Hong Kong - se uno copia Gaudì e Michelangelo è un umanista e se uno fa dell'architettura Hi-tech o decostruzionista è antiumanista? Per fortuna c'è libertà, democrazia. Il mondo dell'architettura cerca di trovare risposte a problemi globali, come quello delle risorse, del contenimento delle emissioni e della crescita demografica. Nessuno vuole costruire contro l'uomo: l'architettura non si risolve in una grammatica stilistica».

In definitiva, la miglior «formula» per l'architettura è ancora quella con la quale Edgard Wind identificava il ruolo dell'arte come «libera servitù». Espressioni che, anche alla luce dei dimenticati studi del filosofo Enzo Paci, vuol dire «libera» nel «riformulare ogni volta uno stile ripartendo dal mondo della vita» e «serva» nella sua missione sociale di saper fornire (e qui servirebbero leggi e prassi approvative più libere ed etiche) pragmaticamente, per dirla con Le conseguenze del pragmatismo di Richard Rorty, progetti e programmi di felicità per tutti.

 

di Pierluigi Panza
dal Corriere della sera del 25.03.08

 

invia la tua opinione!

Commenti

31/03/2008 16:28: "(..) lei è ignorante?"
in tutta Italia saranno state realizzate poco meno di un centinaio di opere d'architettura cosidetta contemporanea: un'inezia rispetto i milioni di metri cubi costruiti ogni anno da costruttori che i progetti li tirano fuori dal cassetto come Totò, scrivano in "Miseria e nobiltà", al suo cliente "ignorante" tirava fuori lettere già scritte semplicemente chiedendo quanti anni lui avesse ...mi sembra che parlare d'architettura classica (?), razionalista, decostruttivista (tra l'altro perdendo per strada il costruttivismo) sia del tutto privo di significato sociale. Parliamo di come si risolveranno i problemi dei nuovi quartieri dormitorio nati per essere riqualificati!!!!! Lasciamo agli architetti superstar (non arriviamo a 10 in tutta Italia) le costruzioni bomboniera delle città e focalizziamoci invece sui problemi veri che condizionano la vita di milioni di cittadini e di 60.000 architetti italiani!!!!
christian rocchi

01/04/2008 17:53: proviamo a (ri)pensare l'architettura ?
Vorrei commentare proponendo alcuni passaggi di un articolo scritto insieme alla collega Isabella De Berardinis. L’articolo, pubblicato il 27 febbraio 2008 sul n.9/2008 di LEFT, anticipa le problematiche espresse ma propone anche una via di ricerca... "PER UN FARE DIVERSO Sabato (1 marzo 2008 al Parco della Musica, ndr) a Roma si inaugurano una mostra e un convegno internazionale che promettono una città futura migliore fondata sul “Progetto della Ragione”... Ma noi pensiamo che il progetto della ragione ha sempre creato mostri, uno per tutti il Corviale di Roma: lungo un chilometro per undici piani di sviluppo verticale può contenere seimila abitanti e tutti i servizi di un pezzo di città. Un progetto dell’utopia dicono molti o un progetto fondato su una ideologia sbagliata? Costruito secondo i criteri razionalisti del secolo scorso, evoluzione limite dell’unité d’abitation di Le Corbusier, è un capolavoro di razionalità ed efficienza (...) Anche per Corviale si dice, a difesa, che non sono stati mai realizzati tutti i servizi previsti ed il verde di standard (...) ma siamo sicuri che basterebbe questo per renderlo vivibile? Vogliamo affermare con Bohigas che “i principi dell’urbanistica impostati dal Movimento Moderno - e prima ancora dall’Illuminismo - si sono rivelati un completo fallimento”. Le periferie si riconoscono tutte, sono tutte uguali, con gli stessi problemi, tutte senza carattere (...) sono tante le periferie (...) Abbiamo letto nelle pagine di questa rivista che: “La parola ragione nasce in ambiente economico come regolatrice degli scambi, valore di scambio, contrapposizione fra interesse economico e fattore umano”. L’urbanistica, regno della ragione, è l’esaltazione massima di questo rapporto (...) possiamo pensare e proporre che l’architettura come disciplina che rappresenti le esigenze collettive della società senza limitarsi a dare risposta ai bisogni non è mai nata? Qual è la differenza, in fondo, tra la città orizzontale del Corviale, muro impenetrabile che chiude l’orizzonte e l’appetibile grattacielo americano descritto ne “Il condominio” di James Ballard? (...) Per superare l’insanabile separazione tra centro e periferia dobbiamo allora affrontare la ricerca di un nuovo modo di pensare e fare architettura ed estensivamente architettura della città intera (...)" [link all'articolo]
PAOLA ROSSI

02/04/2008 14:47: La madre dei conservatori è sempre incinta
Devo dire che, come ho già detto altre volte, proprio in queste occasioni manca quella voce autorevole che tanto ha dato a molte generazioni di architetti. Sì manca la voce autorevole di Bruno Zevi per confutare e zittire queste cassandre e questi conservatori che puntano i dito sull'ultimo dei problemi delle nostre città. Visto che le tanto citate "periferie" sono il frutto di leggi ed regolamenti edilizi ed urbanistici che rendono tristemente tutte uguali le nostre periferie, l'architettura, o meglio, l'edilizia non può fare altro che attenersi a tale giungla di norme, pronte a disporre limiti e divieti. Ogni volta che si deve fare la retorica sulle periferie romane, si cita sempre Corviale o Tor Bella Monaca come esempi da non seguire, da sfruttare come simulacro del modernismo e su cui riversare tutta la propria avversione. Che ciò provenga da non addetti al settore non mi meraviglia più di tanto, essendo la cultura architettonica qualcosa di totalmente avulso dalla cultura media predominante nell'italica penisola. Ma quando queste critiche vengono dagli addetti ai lavori, allora bisogna preoccuparsi e seriamente. Infatti, cari colleghi dovreste ben sapere che la fase progettuale è l'ultima nell'ordine delle scelte urbanistiche che riguardano le nostre città. Le opere architettoniche cantierate a Milano sono di indubbia qualità, la perplessità a mio parere sta nell'opportunità di effettuare tale intervento su quelle aree e con quelle densità edilizie. L'architetto è soggetto alle richieste del committente. E se i grattacieli da realizzare fossero stati in perfetto stile neoclassico sarebbe cambiato qualcosa? Dal punto di vista urbanistico certamente no! Architettonicamente avremmo realizzato un'ulteriore esempio di vernacolo architettonico che tanto piace a questi nostalgici del piacentinismo e del ventennio.
Pierfrancesco Rossi

02/04/2008 20:01: Polemiche fuorvianti
Sulla stampa nostrana siamo bravissimi a costruire polemiche furiose su questioni di stile o di filosofia teoretica sollevate perlopiù ad arte per fare pubblicità a qualche pamphlet appena pubblicato dal solito prof. di estetica o critico smanioso di farsi un nome. In realtà sappiamo benissimo che il nostro patrimonio edilizio vede ben 120 milioni di vani di edilizia post bellica di pessima qualità (cfr. ricerche di Aldo Loris Rossi) e che il territorio disponibile per nuova edificazione è scarso. Eppure invece di fare una sacrosanta battaglia contro la camicia di forza del triangolo letale burocrazia inerte e ostile-iperegolamentazione bizantina- speculazione predatoria e lo status quo che vede noi architetti messi ai margini del processo produttivo-realizzativo ci si accapiglia non appena qualche fortunato collega (italiano o straniero) beato lui riesce a far realizzare qualche progetto importante. Che poi questi critici dei "Palazzi Pazzi" che si scagliano contro il presunto nichilismo dell'architettura contemporanea sono poi gli stessi che magari si comprano il Loft a New York in mezzo ai grattacieli.
Luca Tentellini

vedi anche:

«La vera architettura? È fuori di casa»

Venezia - Biennale Architettura 2008 - rass.stampa

Etica ed Architettura

una "provocazione" di Daniel Libeskind - rass.stampa

Architetti, due pesi e due misure

Trento, ex Michelin - breve rassegna stampa

Lettera sul II correttivo del Codice appalti

inviata al CNAPPC ed agli Ordini provinciali

Villeggiature in città tra rovine di utopie

Junkspace/spazi spazzatura - breve rassegna stampa

Architetti date bellezza alla città

Un appello, non solo, per Palermo...


data pubblicazione: sabato 29 marzo 2008
architettiroma è su twitter architettiroma è su facebook le istruzioni per iscriversi al feed RSS Iscriviti alla newsletter di architettiroma.it
Architettura sul web I nuovi architetti: meglio la Terza via