Paesaggio: la tutela esclusiva spetta allo Stato
Codice Beni culturali e Paesaggio - agg. rass-stampa
Corte costituzionale. Per il paesaggio la tutela esclusiva spetta allo Stato
ROMA - La «conservazione» paesaggistica e ambientale del territorio spetta in via esclusiva allo Stato; le Regioni sono, invece, competenti in materia di governo e di valorizzazione dei beni culturali e ambientali, cioè per quanto riguarda la «fruizione» del territorio.
La Corte costituzionale con la sentenza 180/2008, depositata il 30 maggio, è tornata sulle questioni applicative dell'articolo 117, sollecitata dal ricorso della Presidenza del consiglio contro la legge regionale piemontese istitutiva del Parco fluviale Gesso e Stura (3/2007). L'articolo 12 della normativa, censurato per incostituzionalità, aveva stabilito che il "piano d'area" del parco sarebbe stato «efficace anche per la tutela del paesaggio» e per le finalità previste dal Codice dei beni culturali (decreto legislativo 42/2004).
Secondo la Consulta, la disciplina "piemontese" così teorizzata finirebbe per alterare «l'ordine di prevalenza che la normativa statale, a cui è riservata tale competenza, detta tra gli strumenti di pianificazione paesaggistica».
La delimitazione di concetti solo all'apparenza simili (piano paesaggistico e piano d'area) è tracciata proprio dal Codice del paesaggio: al ministero spetta in via esclusiva «l'individuazione delle linee fondamentali dell'assetto del territorio nazionale» che tengano conto anche delle esigenze «di pianificazione territoriale e di settore, nonchè dei piani, programmi e progetti nazionali e regionali di sviluppo economico». E, ancor più nello specifico, l'articolo 145 sancisce che le decisioni del ministero «sono comunque prevalenti sulle disposizioni contenute negli atti di pianificazione ad incidenza territoriale previsti dalle normative di settore, compresi quelli degli enti gestori delle aree naturali protette», quali quelli del Parco fluviale piemontese.
Non bastasse, il recente decreto legislativo 63/2008 ha ulteriormente rafforzato il principio, statuendo che i piani paesaggistici dello Stato «non sono derogabili da parte di piani, programmi e progetti nazionali o regionali di sviluppo economico».
I giudici (presidente Franco Bile, redattore Paolo Maddalena) hanno respinto l'ambiziosa tesi piemontese che, ripescando la legge quadro 394/91 sulle aree protette, attribuiva al parco fluviale «valore di piano paesistico e di piano urbanistico» in grado di sostituire «la pianificazione di qualsiasi livello». Invece, sottolinea la Consulta, l'angolo di visuale sulla ripartizione di competenze è chiaro e senza ombre sovrapposte: sul territorio vengono a gravare e confluiscono svariati interessi pubblici, e mentre quelli concernenti la conservazione ambientale e paesaggistica spettano allo Stato, quelli relativi al governo e alla «fruizione», oltre alla valorizzazione, sono di esclusiva competenza della Regione. In sintesi, «due tipi di tutela che ben possono essere coordinati tra di loro, ma che debbono restare distinti».
- FUNZIONI DIVERSE - Il decentramento può riguardare solo la valorizzazione dei beni ambientali e culturali
di Alessandro Galimberti
da Il Sole 24ore del 31.05.08
NON TRADITE LA CULTURA
Le Parche che hanno troncato il tenue filo di vita del governo Prodi non sono oscure dee inesorabili, non sono le trame di poteri occulti, non sono congiure internazionali. Le spinte disgregatrici che hanno fatto implodere il centrosinistra vengono, si sa, dal suo interno: ma non è detto che siano la sola ragion d'essere del suicidio assistito che occupa da mesi il palcoscenico della politica. E' vero, il margine di maggioranza al Senato era esiguo; è vero, Prodi e alcuni suoi ministri (non tutti) hanno fatto sforzi eroici, e qualche concessione di troppo, per governare malgrado tutto. Ma è mancata, a dar coesione allo schieramento e legittimazione agli occhi del suo elettorato, la capacità di dare al Paese il senso di un progetto, di una meta credibile.
Il risanamento dei conti pubblici è di per sé un target virtuoso, ma comporta "sacrifici", e perché ne valga la pena bisogna spiegare perché: come accadde, successo memorabile, quando la meta era l'ingresso nell'area Euro. Al contrario, troppi ministri del passato governo si sono limitati a presidiare le loro scrivanie senza elaborare progetti organici nei rispettivi settori. Troppi hanno trascurato il terreno dei fatti per "far politica", e cioè riconfigurare la maggioranza in altri partiti, schieramenti, arcobaleni: dimenticando che "politica" è il governo della polis, e non la geometria variabile dei partiti, e che nessun "effetto-annuncio" può compensare la penuria di idee progettuali e azioni di governo. Troppo spesso si è tentato di rimediare all'assenza di progetti inseguendo la destra sul suo terreno, a cominciare dallo sgangherato federalismo all'italiana, così enormemente costoso che nessun mago della finanza riuscirà mai a conciliarlo con la riduzione delle imposte.
Anziché piangere sul latte versato (c'è già abbastanza acqua, dentro), quel che resta della sinistra deve ora fare i conti con un'intera legislatura governata (di nuovo) dal centrodestra. Individuare i temi su cui fare opposizione (e come), ma anche quelli sui quali l'interesse del Paese impone di voltare pagina prima che sia troppo tardi, anche al costo di cercare un'intesa. Di tal natura sono due settori in cui destra e sinistra si dividono equamente meriti e colpe, e che sono stati quasi assenti nella campagna elettorale: la tutela del paesaggio e del patrimonio culturale e il futuro della ricerca e dell'università.
Questo è il momento di ricordarsi che il Codice dei beni culturali e del paesaggio, cardine della legislazione italiana su questo tema cruciale, è stato impostato dal ministro Urbani e poi corretto, senza modificarne l'impianto, da due ministri degli opposti schieramenti, Buttiglione e Rutelli: esso è dunque il prodotto di uno sforzo autenticamente bipartisan. Ma la versione del Codice ora in vigore, fedele al dettato della Costituzione nell'interpretazione autentica della Corte, resterà lettera morta se non si affrontano presto tre nodi: un reclutamento straordinario, basato esclusivamente sul merito, di personale per la tutela che rinsangui gli organici da decenni senza turn over; il necessario adeguamento delle normative delle Regioni a quelle del Codice; infine, i problemi della finanza locale, che spingono i Comuni a un consumo selvaggio del territorio al fine di raggranellare qualche introito da oneri di urbanizzazione.
L'abolizione dell'Ici decisa da Berlusconi è destinata ad aggravare oltre misura questo problema già così drammatico.
Sarebbe ora di affrontare organicamente la strepitosa anomalia di un Paese, il nostro, che ha il più basso incremento demografico d'Europa e insieme il più alto tasso di consumo del territorio, per giunta con architetture quasi sempre di infima qualità.
L'alleanza della rendita fondiaria con la politica ha generato troppo spesso, a sinistra come a destra, mostruose periferie (invano ribattezzate "centralità" da una furbesca neolingua), colate di cemento, devastazioni. La tutela del paesaggio non è di destra né di sinistra, ma un rigoroso rispetto delle regole (che ci sono) richiede una seria e concorde azione politica, al Ministero come nelle Regioni.
Sul fronte dei beni culturali, nonostante le buone intenzioni espresse da Prodi in risposta a un appello Fai, il centrosinistra non ha saputo invertire la tendenza al calo degli investimenti già manifestata dal precedente governo Berlusconi. Lo stato di sofferenza dell'amministrazione è crescente, e impone urgenti misure correttive. Lo stesso è vero sul fronte dell'università e della ricerca, da troppi concepite come una sorta di optional a cui si può rinunciare facendo spallucce: perciò fondi necessari a tamponare scioperi di autotrasportatori e crisi Alitalia sono impunemente prelevati da quelli destinati alla ricerca.
La gravità della crisi italiana in questo settore è evidente nella dimensione europea: nei due primi bandi di Erc (European Research Council, la nuova agenzia di ricerca dell'Unione Europea, che sta distribuendo 7,5 miliardi di euro), gli italiani sono di gran lunga i primi per numero di domande, ma l'Italia precipita al quinto o al sesto posto nel success rate perché i vincitori italiani sono in fuga dal proprio Paese. I grants Erc vanno fino a 2-3 milioni di euro a testa, e fa davvero impressione che uno studioso italiano che li abbia in tasca abbia così poca fiducia nel proprio Paese da volerli spendere comunque altrove. L'irresponsabile blocco del reclutamento di docenti universitari negli ultimi due anni, il localismo delle carriere e l'imperante gerontocrazia disegnano un'immagine statica e polverosa dell'università italiana che non giova al Paese.
Intanto la pessima riuscita della riforma Berlinguer dei cicli universitari, nonostante le correzioni apportate dai ministri Moratti e Mussi, getta un'ombra inquietante sulla formazione delle nuove generazioni. Il nuovo ministro dell'Istruzione, Mariastella Gelmini, ha presentato nella scorsa legislatura una proposta di legge (Camera 3423/08) "per la promozione e l'attuazione del merito". E' dunque lecito attendersi che il merito torni ad essere il cardine su cui misurare la formazione universitaria e le carriere dei docenti e dei ricercatori, resistendo alle spinte per sciatte promozioni ope legis, che allontanerebbero l'Italia dall'Europa e scaccerebbero dal Paese i giovani migliori. E' lecito attendersi che i criteri di Erc, che basa la propria selezione esclusivamente sul merito, vengano applicati in Italia (come è avvenuto nell'ultima mandata di fondi di ricerca Firb, riservata ai "semifinalisti" dei grants Erc). E' lecito sperare che i concorsi localistici ripristinati da Mussi vengano cancellati per sempre in favore di un meccanismo più garantito, peraltro già prefigurato in una legge Moratti che è rimasta lettera morta.
Tutelare patrimonio culturale e paesaggio vuol dire salvaguardare una coscienza identitaria che è fattore vitale di produttività e di attrazione. Promuovere ricerca e formazione universitaria vale stimolare l'innovazione, costruire il futuro delle nuove generazioni. Perciò con notevolissima lungimiranza la nostra Costituzione, prima al mondo, collega organicamente tutela, cultura, ricerca: «La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il patrimonio storico e artistico della Nazione» (art.9). Né governo né opposizione possono permettersi di tradire questo principio fondamentale. Con deplorevole concordia, tutti sembrano averlo dimenticato durante la campagna elettorale. Sarebbe il momento di ricordarsene tornando sul terreno dei fatti, anziché costruire vuote, declamatorie intese di parole.
di Salvatore Settis
da La Repubblica del 23.05.08
L'Intervento - Il paesaggio ha sessant'anni
A 60 anni dalla promulgazione della Costituzione repubblicana (1948-2008), tenendo in controluce quella che fu la direttiva Ce 384/1985 che definiva l'architetto quale il coordinatore unico dei processi di trasformazione del territorio, ci interessa ragionare sullo stato di attuazione dell'art. 9 della Costituzione ove si stabilisce che la Repubblica «tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della nazione». È con il «Codice dei beni culturali e del paesaggio» del 2004, novellato con il dlgs 63 del 2008, che si intende dare attuazione all'enunciazione di principio per cui l'art. 131 ci dice che: «Per paesaggio si intende il territorio espressivo di identità, il cui carattere deriva dall'azione di fattori naturali, umani e dalle loro interrelazioni» e inoltre che «il Codice tutela il paesaggio relativamente a quegli aspetti e caratteri che costituiscono rappresentazione materiale e visibile dell'identità nazionale, in quanto espressione di valori culturali».
Questi enunciati per la verità non restringono il campo, perché mandano dei segnali culturali, tecnici e politici che sono potentissimi stimoli all'azione degli addetti ai lavori i quali, tuttavia, si scontrano con la necessità di equilibrare tutela e valorizzazione del paesaggio. In secondo luogo, rileviamo che il Codice si limita consapevolmente alle manifestazioni materiali e visibili del paesaggio, tuttavia ingegneri e architetti devono includere anche cognizioni e fenomeni sovrastrutturali e interdisciplinari nei loro progetti di architetture e infrastrutture. Cogliamo quindi l'occasione di questa ricorrenza, per ragionare sul tema del paesaggio declinandolo sotto diversi schemi di analisi.
Ambiente spazio complesso di relazione. Secondo il Codice il termine «paesaggio» contiene due istanze: primo, è lo spazio in cui si esercitano le interazioni tra i soggetti che vi si collocano temporaneamente; secondo, il susseguirsi e il comporsi delle relazioni tra i soggetti, sommati all'effetto delle azioni naturali, giunge a fornire una rappresentazione dell'identità degli attori intervenuti; cioè la forma del paesaggio è la sostanza delle genti che l'hanno popolato. Una temporanea inadeguatezza degli strumenti, dei linguaggi di analisi e di studio, delle teorie, dei modelli e delle funzioni (sociali e matematici) formulati con l'impiego delle tradizionali scienze «esatte», rende impossibile prevedere e spiegare in modo «scientifico» le tendenze del paesaggio quali previsioni del tempo, comportamenti sociali e spostamenti di massa, andamento di borsa, propensioni al consumo, fluttuazioni dei prezzi e altri fenomeni ancora. È necessario allora avvicinarsi al problema secondo la visione proposta dai più recenti studi sui temi di entropia, caos e teoria delle reti. Si tratta in sintesi di considerare il cosiddetto «effetto farfalla» per cui piccole variabili, fulmineamente diffuse dai media in tutto il mondo, sono in grado di apportare conseguenze ragguardevoli nel nostro ambiente. Credo sia questa ingovernabilità e imprevedibilità gli aspetti della globalizzazione che ci atterriscono e che ci fanno sentire, parafrasando Zygmunth Baumann, come pattinatori su di un sottile strato di ghiaccio.
Ambiente: la dimensione transnazionale. Un certo profilo o identità, migrando attraverso vari territori, per un processo transitivo, potrà tanto influire sulla forma del paesaggio attraversato, quanto modificare la percezione dell'estensione dei paesaggi di riferimento (spazio di appartenenza) di ciascuna identità, sia sul piano individuale che di massa. I movimenti migratori in atto estendono le frontiere dei paesaggi, e con esse l'identità, entro territori vasti come l'Unione europea.
Ambiente virtuale: la rete, il caso di Second life. La condivisione di interessi, attività e processi, tramite le Information technology ma senza condivisione territoriale, crea soggetti dislocati in luoghi diversi che, stante la comunanza di identità, sono privi della possibilità di modellare un paesaggio materiale quale frutto delle interazioni tra soggetti, come enuncia il Codice. Oltre alla dimensione transnazionale dell'identità che sfonda le frontiere, si deve quindi prendere atto anche dell'esistenza di un paesaggio virtuale nella rete, composto da elementi diversi da quelli di partenza ma popolato di soggetti che riconoscono reciprocamente una identità condivisa. Per il momento è paradigmatico il successo e i prevedibili sviluppi di Second life, uno spazio, meglio un paesaggio virtuale in cui gli Avatar (le nuove identità reali o fittizie di persone fisiche) interagiscono per diletto, gioco ma anche, sempre più, per affari e, sempre più, commercio elettronico. Come nell'ambiente a noi familiare.
di Giovanni Maria Vencato, segretario Ala/Assoarchitetti
da Italia Oggi del 14.05.08
Il Codice riformato. Mini-interventi più veloci. Autorizzazioni paesaggistiche.
Installare un condizionatore d'aria o un'antenna parabolica in un edificio posto in un'area soggetta a vincoli paesaggistici sarà più facile. Il Dlgs 63/2008, di riforma del Codice dei beni culturali, prevede, infatti, un ulteriore alleggerimento dell'iter per ottenere l'autorizzazione degli interventi considerati di lieve entità in quanto privi di impatto sull'area o sull'immobile da tutelare.
Per dare concreta attuazione alle novità bisognerà però attendere il varo di un apposito regolamento presidenziale, da emanare entro la fine dell'anno su proposta del ministero dei Beni culturali d'intesa con la Conferenza unificata. Le nuove disposizioni dovranno infatti rispettare i principi di «snellimento e di concentrazione» dei procedimenti amministrativi sino a ora applicati dalle regioni o dai comuni delegati per rilasciare il via libera necessario all'inizio dei lavori.
L'amministratore di condominio interessato a far collocare su un immobile la parabola per la Tv satellitare o il libero professionisti intenzionato ad affiggere la placca d'ottone accanto al portone d'ingresso di un palazzo situato nel centro storico beneficeranno, insomma, di una sorta di corsia prefetenziale rispetto a chi invece dovrà realizzare interventi di maggior rilievo, come i lavori di ristrutturazione o la posa di manufatti e coperture metalliche.
Dunque, meno passaggi burocratici, documentazioni più leggere da sottoporre al vaglio degli uffici comunali e delle soprintendenze e, soprattutto, procedure celeri e destinate a concludersi prima dei 105 giorni previsti dal recente Dlgs (in luogo degli attuali 120) per il rilascio dell'autorizzazione paesaggistica di tipo ordinario.
La disciplina vigente (e che cambierà da giovedì prossimo, giorno di entrata in vigore del decreto 63) si applica infatti in modo uniforme a ogni tipo di intervento e subordina allo stesso iter il rilascio di qualunque permesso, anche se la maggior parte delle amministrazioni ha cercato di alleggerire le formalità per interventi minori.
È appunto il caso degli impianti di condizionamento, ma anche di quelli per l'alimentazione con pannelli solari e fotovoltaici fino a una potenza di 20Mwe. Fino a oggi, tuttavia, la domanda andava corredata da molteplici elementi (tra cui le riprese fotografiche, il progetto di messa in opera e gli atti estrapolati dal piano regolatore) e, ove si tratti di interventi edilizi, anche di un'apposita relazione. Inoltre, una volta istruita, la pratica è destinata a fare la spola tra l'ente che provvede al rilascio del benestare e la soprintendenza. Il risultato, in molti casi, è che per installare una parabola si devono aspettare anche quattro mesi.
In futuro, invece, saranno necessari meno documenti e la risposta arriverà in tempi più brevi.
LA SEMPLIFICAZIONE
- Le norme vigenti. Per ottenere il via libera occorrono sino a 120 giorni. Le uniche semplificazioni riguardano i documenti da allegare alla domanda di permesso.
- Le novità in arrivo. Entro il prossimo 28 dicembre sarà emanato un regolamento di semplificazione. Non sarà necessaria la dichiarazione di inizio attività (Dia) e continuerà a non trovare applicazione il principio del silenzio assenso.
di Marco Gasparini
da Il Sole 24ore del 21.04.08
vedi anche:
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