Il dominio dello ¥€$

Rem Koolhaas - breve rassegna stampa

Architettura - Il dominio dello ¥€$. Rem Koolhaas contro yen, euro e dollaro «Rendono le città luoghi stravaganti anziché spazi collettivi». In Oriente, Europa e America siamo alla globalizzazione privata.

I greci antichi erano una civiltà che ha creato monumenti in modo comunitario, che sentiva di avere una responsabilità collettiva verso la cosa pubblica e che aveva chiara la relazione tra il pubblico e il privato. Questa civiltà ha creato un'architettura e un'urbanistica che sono ancora, per la gran parte di noi, il modello dominante. In termini di pubblico e privato pensiamo ancora come loro, ma negli ultimi 15 anni si è verificato un fenomeno molto importante.

Il regime dello ¥€$: il declino del potere pubblico, l'ascesa del potere privato. Ogni generazione ha bisogno di interrogarsi sui suoi rapporti con la globalizzazione; se si mettono l'uno dopo l'altro i simboli dello yen, dell'euro e del dollaro, si forma la parola ¥€$. L'essenza del regime ¥€$ è che il potere del pubblico è in declino, mentre quello del privato è in ascesa. Stiamo attualmente vivendo un periodo di intensa contesa tra questi due poteri, e una delle aree principali in cui questo avviene è l'architettura della città.

La pressione commerciale spinge all'eccentricità e alla stravaganza. Prima che si giungesse a quest'ultima fase di globalizzazione e privatizzazione, un edificio come quello di Frank Gehry a Bilbao credo che non sarebbe mai stato costruito. Mentre una volta gli edifici si accontentavano di essere neutrali e maestosi - come nel caso del Partenone - oggi la spinta commerciale che è il presupposto di quasi tutti gli edifici costringe anche gli architetti più seri a ricorrere sempre più all'eccentricità e alla stravaganza.

Assenza di una spinta utopistica. Una volta noi architetti sapevamo esattamente che cosa fare: molti stendevano manifesti in cui dichiaravano le proprie intenzioni, e alcuni riuscivano a metterle in atto, almeno in parte. Negli ultimi 15 anni, però, a seguito dei cambiamenti culturali e dei nostri errori, la nostra fiducia nei proclami e la sensazione di sapere quel che volevamo fare sono del tutto crollate. Oggi non scriviamo più manifesti; al massimo tracciamo dei profili di singole città, sperando non tanto di elaborare una teoria sul loro sviluppo, quanto di capire come oggi funzionino. In altre parole, quelle certezze del passato sono ora del tutto assenti, e ci vorrà molto tempo perché qualcosa del genere si riproduca. Molti in Inghilterra direbbero «tanto meglio», ma l'assenza di una spinta utopistica è forse altrettanto grave di un suo eccesso.

Calo della partecipazione pubblica nella riflessione sulla città. Questo problema è legato a una situazione particolarmente crudele: se paragoniamo il livello di organizzazione in America e in Europa, che ha visto un declino piuttosto rapido dagli anni Settanta in poi, con il tasso di produzione di manifesti architettonici da parte di americani ed europei, vediamo che abbiamo raggiunto un plateau in cui abbiamo smesso di pensare. Questo punto coincide esattamente con il momento in cui la curva dell'organizzazione asiatica ha preso a salire ad un ritmo senza precedenti. Per me questa è una situazione tragica, perché significa l'apoteosi finale della città. Conosciamo tutti le statistiche che mostrano come la città sia divenuta l'ambito prevalente in cui la gente vive. Proprio in coincidenza con questo trionfo della città la nostra capacità di pensare si è arrestata, e la partecipazione del settore pubblico alla organizzazione delle città è diminuita.

Cina. Non sorprende, quindi, che da questa assenza di dogmi da un lato, e dalla velocità nel realizzare nuove costruzioni dall'altro, nasca una città di un tipo completamente diverso, in cui il punto di confine tra essa e la campagna è a meno di 400 metri dai campi di riso: in altre parole la metropoli e l'ante-metropoli si trovano a una distanza che non era mai stata così piccola. Del vasto repertorio di tipologie rimangono solo il grattacielo e la baracca; questa gamma ridotta di tipologie è utilizzata in nuovi quartieri dall'aspetto caotico.

Dubai. In Dubai il deserto viene trasformato in città. Il bisogno di creare una città traeva origine in passato dal desiderio di un gran numero di persone di raccogliersi in un unico luogo; ma non è il caso del Dubai, dove i profitti derivanti dallo sfruttamento delle risorse petrolifere vanno diminuendo, e si deve trovare compensazione in un incremento delle costruzioni. Anche qui ci troviamo di fronte a una situazione in cui il motivo per l'esistenza di una città è del tutto nuovo e non misurabile con gli standard precedenti. Nel 1990 c'erano troppo pochi residenti locali per popolare una città, e questo ha incrementato l'afflusso di stranieri. Il Dubai è fatto essenzialmente di mare, deserto e insediamento urbano; lo sviluppo della città si sta sempre più proiettando verso il mare, e produce un linguaggio urbano che è più ornamentale e rivolto al piacere che usato per riflettere la ragione di esistenza della città, cioè lo scambio di esperienze e idee.

Florida. Molti eventi urbani sono stati eliminati. L'incongruità per cui le città e i luoghi di vacanza stanno diventando intercambiabili si mostra appieno nelle città di mare della Florida, dove la città è diventata la metafora del luogo di vacanza. È interessante cercare di capire se la vita delle persone che stanno qui sia più ricca di quella di chi abitava a New York 30 anni fa.

Singapore. Dobbiamo ricordarci che la città era una volta una grande macchina e che l'ambito pubblico era un territorio di scontro, di scambio e magari di adattamento. Ora, dopo il passaggio dal pubblico al privato, la città non ha più quella funzione e vogliamo che i nostri conflitti si svolgano altrove. Allo stesso tempo non sopportiamo più il vuoto o la neutralità di una città, ogni suo centimetro è segnato e caratterizzato, vediamo ora città disposte in un soffocante intrico. Singapore ha attualmente l'estetica del luogo di vacanza associata alla reale consistenza della città. Questo non si verifica solo alla scala della città, ma ad ogni scala. Ricordo a chi ha interesse per la politica che Berchtesgaden, famosa per i suoi legami con Hitler, ora è un luogo di vacanza, a dimostrazione della nostra capacità di eliminare sistematicamente le testimonianze e le memorie storiche, sostituendole con situazioni più piacevoli.

Potsdamer Platz, Berlino. Potsdamer Platz è organizzata come una città. Guardando alle singole parti, però, si vede che è in realtà un collage di spazi privati. Non si vedono riferimenti al lavoro, mentre vi sono abbondanti richiami al tempo libero. Proviamo a guardare come funzionava questo luogo in precedenza: già una prima occhiata mostrava una gamma assai più ampia di presenze e una folla più caotica.

Las Vegas. Nelle città di una volta eravamo in grado di cavarcela e di vivere, e farlo non comportava necessariamente una sofferenza; ora invece la città è l'opposto di una massa critica, è incentrata sul tempo libero. Nessun luogo mostra questo svuotarsi della linfa vitale della città meglio di Las Vegas, dove vi è stata prima una simulazione di Venezia, poi di New York, e infine lo snaturamento della città, in cui uno dei temi di Las Vegas è diventata la città stessa. A Las Vegas c'è una parte di metropoli in cui tutti gli elementi folli e imprevedibili della città sono stati non tanto messi sotto controllo, quanto completamente rimossi.

  • Maestri. L'architetto olandese Rem Koolhaas (1944) ha fondato lo studio Oma. Docente ad Harvard, teorico e sociologo, ha vinto il premio Pritzker. Il testo qui pubblicato è stato presentato da Rem Koolhaas alla Commission for Architecture and the Built Environment CABE di Londra. In Italia i testi di Koolhaas sono editi da Quodlibet, che ha pubblicato «Junkspace. Per un ripensamento radicale dello spazio urbano».

 

di Rem Koolhaas - traduzione di Maria Sepa
dal Corriere della sera del 23.07.08

 

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Commenti

19/08/2008 15:50: Condivido ma...
Analisi condivisibile quasi totalmente. Sicuramente l'assenza del pubblico nello sviluppo della città del XXI secolo, o meglio la sua subalternità al privato è alla base di buona parte delle scelte "urbanistiche" scellerate. Questa però è la realtà di una società postindustriale dove chi produce è ai margini fisici dell'organismo urbano ma anche ai margini della distribuzione dei profitti, dove la fanno da padrone i servizi, i mediatori, i curatori di immagine. Oggi è importante vendere il marchio e non il prodotto e da questo punto l'architettura è uno strumento di marketing come tanti (ed è una triste constatazione). Vorrei però obiettare che l'architettura arriva sempre in un secondo momento, dopo le scelte politiche imposte dall'interesse privato (caso palese, l'area dell'ex fiera di Milano) per rendere digeribile il tutto. Ovviamente non condivo aggettivi come eccentricità e stravaganza riferiti al museo di Bilbao di Gehry che è diventato un simbolo internazionale della città non meno importante della Tour Eiffel di Parigi. Esempio sbagliato per una riflessione condivisibile. Forse anche grandi nomi come Rem Koolhaas sono inclini ad una certa invidia nei confronti di chi è forse un po' più "famoso" di loro.
Pierfrancesco Rossi

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data pubblicazione: giovedì 7 agosto 2008
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