Archistar? No, Gehry

Leone d'Oro Biennale Architettura - agg.rass-stampa

Biennale. Cacciari: «Gehry, l'anti-Palladio dell'architettura». Il sindaco: «Un suo lavoro per la nuova Venezia». Bondi: «Non abbiamo bisogno di star».

VENEZIA - Celebrandolo come «anti-Palladio, ma capace come Palladio di esportare il suo segno in tutto il mondo», il sindaco-professore d'architettura Massimo Cacciari ha celebrato l'archistar americana Frank Gehry, in occasione dell'apertura dell'XI Biennale di Architettura inaugurata ieri sera dal ministro dei Beni culturali Sandro Bondi. E gli ha assicurato che la renovatio urbis veneziana passerà anche per una sua opera: «Accanto al ponte di Calatrava inaugurato l'altro ieri, al museo di Tadao Ando alla Punta della Salute e all'Archivio Vedova progettato da Renzo Piano che dovrebbero essere pronti per il prossimo anno procederemo anche alla realizzazione del Venice Gate all'aeroporto, di Gehry». Perché Venezia, fa capire il sindaco, ha bisogno di architettura contemporanea, se non vuol restare solo «un arcaico museo».

Spazio dunque all'«anti-Palladio» a Venezia, «che non è una città palladiana ma di dissonanze, perché non è possibile concepire un ordine senza caos. Per questo l'architettura anticlassica di Gehry è consona a Venezia». È dunque dall'XI Biennale del suo ex studente Aaron Betsky (56 paesi invitati e 25mila visitatori solo nei giorni del vernissage) che riparte la possibilità di ospitare in Italia, a Venezia, un'opera del maestro di Venice (Los Angeles).

«Alcuni anni fa mi chiamarono per progettare un gateway a Modena: quando ho presentato il progetto per una semplice porta scenografica, la città si è divisa in due fazioni. L'Italia e anche Venezia sono così: passionali, orgogliose. Ha ragione Cacciari quando dice che da voi c'è caos e non l'ordine tipico di Palladio. Ma io, se devo pensare a dei personaggi della cultura che mi hanno influenzato, più che a Palladio penso a Don Chisciotte e ad Alice di Lewis Carroll». E ieri sera il ministro Bondi ha ulteriormente sottolineato l'importanza che nel nostro Paese venga realizzata architettura contemporanea di qualità. «Oltre a custodire il patrimonio della nostra storia - ha dichiarato - abbiamo il dovere di arricchire queste eredità di nuove opere di bellezza testimonianze della nostra civiltà». Aggiungendo una frecciatina, però, a quelle archistar proprio alla Gehry. «Non abbiamo bisogno di star dell'architettura, ma di architetti colti che conoscano la nostra civiltà e che siano in grado per la loro professionalità e spirito artistico di costruire, con un profondo senso di responsabilità, opere che competano per bellezza, risposte ai bisogni dell'uomo e rispetto dell'ambiente, con le opere del passato».

Oltre a Gehry, i Leoni della Biennale sono andati allo storico James S. Ackerman («anche Palladio seppe alternare decoro, al Teatro Olimpico, e licenza, a Villa Capra»), all'americano Greg Lynn per la migliore installazione, alla Polonia per le partecipazioni nazionali e al gruppo cileno Elemental il Leone d'Argento per i migliori giovani.

E proprio mentre avveniva l'inaugurazione, a Vittorio Veneto un gruppo di architetti e critici (tra i quali Mario Botta, Philippe Daverio e Howard Burns) teneva un convegno per i 500 anni del Palladio, l'architetto italiano i cui «Quattro libri dell'architettura» furono il bestseller dell'epoca e il cui «codice classico» fu esportato in tutto il mondo.

 

di Pierluigi Panza
dal Corriere della sera del 14.09.08


Frank Gehry, il “ruggito” dell'archistar. Alla Biennale premiato con il Leone d'oro l’autore del Guggenheim di Bilbao.

Il Maestro che ha sbalordito il mondo doveva proprio riceverlo questo Leone d’oro alla carriera che segna un momento magico della 11. Biennale Architettura curata da Aaron Betsky, Out There: Architecture Beyond Building. «Frank Owen Gehry» dice la motivazione «ha trasformato l'architettura moderna. L’ha liberata dai confini della “scatola”e dai limiti delle comuni pratiche costruttive. Tanto sperimentale quanto le pratiche artistiche che l’hanno ispirata, l’architettura di Gehry è il vero moderno modello per un'architettura oltre il costruire». Sacrosante parole. Era un atto dovuto, ma che emozione lo stesso, questo omaggio deciso da Betsky all'uomo che più di ogni altro ha segnato una svolta nella progettazione architettonica degli ultimi decenni con capolavori come il Guggenheim Museum di Bilbao o la Walti Disney Concert Hall di Los Angeles, rilanciando le lezioni rivoluzionarie di Frank Lloyd Wright e Antoni Gaudì.

Accolto da una standing ovation, Gehry, principe delle archistar ma anche esempio disarmante di antidivismo per l'umiltà che lo contraddistingue, ha ricevuto ieri pomeriggio il premio dal ministro dei Beni culturali Sandro Bondi e dal presidente della Biennale Paolo Baratta al culmine di una giornata trionfale che lo ha visto protagonista in mattinata di una lectio magistralis in una gremita sala dell'Arsenale al fianco del sindaco Massimo Cacciari. «Sono molto orgoglioso di essere qui oggi», ha detto. «E' davvero una mostra fantastica. L'Italia è un paese di grande spirito e passione. E gli abitanti di Venezia sono fieri della propria città, dei propri spazi, dei propri edifici dei loro canali, della loro arte». Cacciari ha subito ricambiato ricordando come il modello ricorrente dei progetti del maestro canadese, la figura del pesce, sia perfettamente in sintonia con Venezia... Ma, scambi di cortesie a parte, ha anche fatto una felice analisi dell'archittettura di Gehry (che compirà i suoi primi 80 anni nel febbraio del 2009), definendo il suo disordine formale un “ordine al di fuori del sistema”.

Questa straordinaria libertà nel progettare volumi ha accompagnato Gehry in tutto il suo percorso dalla sua stessa casa di Santa Monica degli anni 70 creata con materiali poveri e di recupero al trionfante splendore del titanio che connota le forme curvilenee del Guggenheim e della Disney Concert Hall. «Disegno sempre a mano», confessa il maestro. «Il computer lo usano soltanto i miei collaboratori, che rielaborano in studio i miei schizzi. Creo quasi per gioco». Un “gioco” che ha azzerato gli schematismi lineari ed euclidei della progettazione e catapultato l’architettura in una nuova utopica era. 

  • RIVOLUZIONARIO DA OVAZIONE. Con la sua opera Gehry ha creato un nuovo modo di progettare

 

di Massimo Di Forti
da Il Messaggero del 14.09.08


Architettura. Leone a Gehry: «Non sono un archistar». Archistar? No, Gehry. Leone d'Oro della Biennale Architettura al «padre» del Guggenheim di Bilbao. Standing ovation per lui: «Sono sempre pieno di dubbi». E Venezia aspetta la sua «Gateway» per l'aeroporto. Cinque minuti di standing ovation e il Leone d'Oro alla carriera per Frank O. Gehry alla Biennale Architettura non bastano per farne un'archistar: «Sono sempre pieno di dubbi».

«Il direttore della Concert Hall di Los Angeles non vuole più vedermi, mi odia. Ogni volta che torno lì, nell'opera che ho progettato io, ritrovo una porta che è sbagliata, un dettaglio che non mi convince, insomma, risulto insopportabile e mai sicuro del tutto di aver fatto un buon lavoro». Chi parla non è un novellino alle prime armi, ma uno dei mostri sacri del panorama architettonico mondiale. Quel Frank O. Gehry che con l'azzardo onirico del Guggenheim di Bilbao ha cambiato per sempre la storia dell'architettura. Eppure proprio lui, a cui ieri è stato consegnato il Leone d'Oro alla carriera con cinque minuti buoni di applausi e standing ovation da stadio, assomiglia a tutto tranne a un'archistar. Non ci si sente, è palese. Scherza quasi imbarazzato coi fotografi che lo reclamano per la duecentesima fotografia con il leoncino d'oro che Gehry tortura strappando simpatia e risate al pubblico riunito soprattutto per lui al Teatro Piccolo Arsenale di Venezia.

Non sembra neppure un falso modesto, a dirla tutta. Tanto che quando il sindaco di Venezia, Massimo Cacciari, nel corso di una conversazione tenutasi ieri in mattinata sullo stesso palco, lo punzecchia per strappargli un assenso alla realizzazione del Venice Gateway, surreale porta d'acqua dell'aeroporto Marco Polo in discussione da anni, si limita a un sobrio «Quando prendo un impegno me ne assumo pure la responsabilità, faccio del mio meglio e lo porto fino in fondo». Una sorta di boy-scout dotato di un estro geniale, di una modestia rara e di un'ironia magnificata proprio da Cacciari che ha detto: «Venezia è l'antitesi di una città fondata sulle regole dell'ordine, anzi, è l'emblema dell'ordine del caos, dell'assenza di regole. Quanto di più vicino al modo di fare architettura di Gehry che, non è un caso, ha scelto come forma simbolo il pesce, anche qui, nulla di più vicino alla forma reale e simbolica di Venezia. La città da sempre sperimenta, allineando il meglio della contemporaneità di ogni epoca che ora convive felicemente, per questo non possiamo lasciarci sfuggire un'opera di Gehry».

La corona di gioielli dell'architettura contemporanea che ha in mente il sindaco è stata sgranata ieri nome dopo nome: «Abbiamo finalmente un'opera straordinaria come il ponte di Calatrava, l'anno prossimo avremo la punta della Dogana di Tadao Ando, le nuove gallerie dell'Accademia restaurate da Tobia Scarpa, il museo Vedova di Renzo Piano. Avremo anche un'opera di Gehry, non è un auspicio, ma una certezza». In realtà, per arrivare alla porta d'acqua firmata dall'architetto statunitense mancano sì alcuni passaggi formali come l'approvazione in Regione e in Comune della variante per il quadrante di Tessera, ma soprattutto 90 milioni di euro legati al rifinanziamento della Legge Speciale per Venezia.

Ieri, però, non era giornata da pianti sulla crisi finanziaria della città, sulla Biennale firmata da Aaron Betsky e tacciata da più parti di essere altro da una Biennale Architettura scende la «benedizione» del ministro dei Beni e delle Attività Culturali Sandro Bondi: «Il grande merito di Betsky è di proporre quest'anno al grande pubblico una seria e articolata riflessione sui percorsi dell'architettura contemporanea facendoci riflettere non su progetti o realizzazioni, ma sull'idea stessa del pensare e del costruire i modi con cui l'uomo abita il contesto in cui vive». Bondi spende parole lusinghiere per la mostra che definisce «di grande impatto e in grado di rendere Venezia una capitale mondiale dell'architettura con una Biennale propositiva, innovativa e provocatoria». Pare in pieno accordo con il presidente della Biennale stessa, Paolo Baratta, che ha posto l'accento sulle «emozioni e le riflessioni che questa mostra saprà suscitare».

Come a dire che le categorie dell'architetto non sono più squisitamente tecniche ma si avvicinano sempre più istintivamente alla parte viscerale del creare. Un po' come Gehry che ammette candidamente: «Quando inizio a progettare non ho la minima idea di dove andrò a parare». O come James S. Ackerman, storico dell'architettura ed esperto del Palladio, premiato ieri con un Leone d'oro speciale, il primo a uno storico, che ha citato proprio l'architetto vicentino: «Palladio riuniva le regole e la fantasia, con le regole ha fatto il teatro Olimpico, con la follia la Rotonda».

  • Non sono mai convinto di aver fatto un buon lavoro. Lo sanno bene a Los Angeles quelli della Concert Hall...

 

di Martina Zambon
dal Corriere del Veneto del 14.09.08

 

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Commenti

27/09/2008 13.38: Venezia ha bisogno tante cose...anche di serietà
Venezia Ha bisogno di architettura moderna?Benissimo! Il filoso sindaco stà già pensando anche lui a qualche bel grattacielo delirante alla Hadid o dialogante e logorroico come a Torino? Ma c'è sempre il vecchio Gherj con qualche asso nella manica...Quale tipologia potrà alimentare il caos a Venezia ? Phatos o sofferenza esteriore? Ibridare è meglio che coniugare...del resto Flik mi premia con la sua fedeltà ed intelligenza...Forse forse ha ragione Cacciari... del resto come dicono i francesi : alla guerra come alla guerra... Anche se si può vivere in pace? Molti Auguri a Venezia...
Renzo Marrucci

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data pubblicazione: mercoledì 24 settembre 2008
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