Un museo firmato dall'ecologia

Renzo Piano - San Francisco - breve rass-stampa

GRANDI OPERE - LA CALIFORNIA ACADEMY OF SCIENCES. Un museo firmato dall'ecologia. Renzo Piano: «Una Ferrari a zero consumi e zero emissioni» - Hi-tech e vivibilità.

Acrobati cinesi e suonatori di tamburo nigeriani, ballerini e artisti del circo: con le loro esibizioni, domani al Golden Park di San Francisco, apriranno un lungo weekend dedicato al rispetto ambientale e ai segreti della natura. Scelta obbligata nello Stato dell'Unione più convintamente ambientalista, e quanto mai opportuna per il battesimo di quello che già la stampa definisce il "museo più verde degli Stati Uniti", la California Academy of Sciences.

L'edificio ospita in un'unica sede dodici edifici costruiti a varie tappe in circa ottanta anni di vita, alcuni dei quali seriamente danneggiati dal terremoto del 1989 che distrusse anche i padiglioni in stile coloniale del vicino De Young Museum, ricostruito l'anno scorso su progetto degli svizzeri Herzog & de Meuron.

L'autore in questo caso è un italiano, anzi l'italiano più famoso in America visto che ha firmato in poco più di dieci anni tutte le più prestigiose istituzioni culturali del Paese, dalla sede del New York Times e della Morgan Library a New York, dal Kimbell Art Museum di Forth Worth alla Columbia University di New York: Renzo Piano.

Una «Ferrari a zero consumi e zero emissioni», la definisce Piano con ironia: un gioiello di alta tecnologia ad elevato gradiente poetico, dove per la prima volta in maniera convincente la sostenibilità esce fuori dal gergo degli ecologisti e dei costruttori edili per entrare organicamente nell'arte del costruire. Visto da lontano, infatti, il segno distintivo del museo è una sorta di prato sospeso al posto del tetto: una leggera ondulazione di colline erbose alta circa dieci metri sul suolo, come se un lembo di parco fosse stato sollevato per nascondervi sotto il mondo della scienza.

Non è un pensiero nuovo questo per l'architetto genovese: a Basilea, ad esempio, il Paul Klee Zentrum si presenta con l'aspetto di un campo coltivato, appena sollevato in un gioco di onde che estendono l'orografia caratteristica del luogo, nascondendo alla vista la struttura del museo. Mentre in Svizzera però le sale espositive sono calate in grandi caverne sottoterra, in California è il prato che levita sopra terra, creando un'intercapedine luminosa che dall'atrio si protende in direzione delle grandi sfere del Planetario e dell'Acquario, in una drammatica sequenza di spazi bassi e di vuoti altissimi. Come al solito per Piano, l'idea del progetto non nasce mai da una forma precostituita, ma da un processo di interpretazione del luogo e di individuazione dell'anima dell'architettura.

Quando nel 1999 fu invitato a un colloquio con i curatori e il direttore del Centro, fu l'unico ad arrivare senza una presentazione del futuro lavoro: davanti allo sguardo perplesso dei suoi interlocutori, raccattò dal tavolo dei fogli di carta e, ammettendo che non aveva nessuna idea di come sarebbe potuta essere l'architettura del nuovo museo, si mise a tracciare con pochi segni a matita le idee di base di un programma da seguire. Prima di tutto, la convinzione che bisognasse trovare un modo più adeguato di comunicare al pubblico il senso della ricerca scientifica. Poi la necessità che per convincere i visitatori dell'importanza di rispettare e comprendere la Natura, l'edificio stesso doveva essere come un laboratorio per la dimostrazione che si può costruire senza ferire la Terra. Per questo, la linea di colmo del museo non avrebbe sorpassato i dieci metri d'altezza e, come un tappeto flessibile, avrebbe girato attorno alle alte sfere del planetario e dell'acquario, costituendo la base per una serra all'aria aperta dove trapiantare alcune delle essenze originarie della California, prima che l'uomo intervenisse per trasformare il suolo arido della baia in un giardino.

Nell'architettura di Piano il tetto è sempre stato una componente essenziale per la definizione degli spazi e dei volumi: nella Fondazione Bayler di Basilea, ad esempio, le sale delle collezioni sono distribuite in un vuoto ininterrotto, coperto da una lastra sottile di metallo e di doghe mobili, che come palpebre di un occhio si aprono e chiudono al riverbero del sole. A San Francisco il tetto è però vivente, metafora costruita di un'architettura che si presenta come un organismo capace di respirare e di trasudare: rifiutando la pratica modernista del contenitore sigillato, il Centro non ha aria condizionata e la caratteristica più rivoluzionaria è costituita dalle maniglie delle grandi vetrate dei laboratori, apribili alle brezze della baia. «I musei spiega Piano - di solito sono opachi e pieni di luoghi chiusi al pubblico. Sono il regno delle tenebre dove si entra con un certo timore. Qui siamo nel mezzo di un parco straordinario e non ha senso chiudersi dentro, tagliando fuori la natura».

Anche il tetto infatti è percorribile: e immergendosi nell'osservazione dell'habitat naturalistico ricreato in alta quota, il visitatore avrà la sensazione di cavalcare il dorso di un docile drago.

  • Domani [27 settembre 2008, ndr] sarà inaugurato a San Francisco il nuovo edificio progettato dall'architetto genovese. Non c'è l'aria condizionata e il tetto è percorribile. Le sale sono aperte alla brezza del Golden Park
  • PANNELLI SOLARI. Circondato da un bordo di vetro con 60 mila cellule fotovoltaiche (che forniscono il 5% dell'energia per illuminare) il tetto è rivestito da uno spessore di terra di un metro e mezzo e garantisce un abbassamento della temperatura all'interno di circa 10 gradi più efficiente di un normale tetto.
  • TETTO GIARDINO. È il tratto distintivo: il tetto-giardino è parte integrante del museo perché è una serra sperimentale all'aria aperta per la coltivazione e la conservazione di specie originarie della flora californiana. La forma delle colline è modellata sui grandi volumi del Planetarium e dell'Acquarium.
  • STRUTTURE METALLICHE. L'85% delle strutture metalliche utilizzano materiali riciclati. Persino gli scarti dei jeans sono stati impiegati con successo come materiale isolante. È uno dei motivi per cui l'edificio è stata subito definito «il museo più verde degli Stati Uniti» e insignito del riconoscimento più alto in materia di sostenibilità.
  • DODICI EDIFICI A EMISSIONI ZERO. L'edificio ospita in un'unica sede dodici diverse strutture costruite in circa ottanta anni e danneggiate dal terremoto del 1989. La ristrutturazione è stata commissionata a Renzo Piano dopo i danni causati dal terremoto del 1989.
  • Archistar. Renzo Piano, genovese, 71 anni. Laureato in architettura a Milano, è stato allievo di Marco Zanuso. Tra le sue opere il Beaubourg di Parigi, Potsdamer Platz a Berlino, il Porto Antico di Genova. Vincitore del Premio Pritziker nel 1998.

 

di Fulvio Irace
da Il Sole 24ore del 26-09-08


Quando il museo diventa una foresta ecco la magia "verde" di Renzo Piano. Anche l'architettura diventa ecologista per affrontare il cambio climatico. L'edificio sorge nel parco del Golden Gate, tempio del movimento hippy. A San Francisco la nuova sede dell'Academy of Sciences: sul tetto c'è un bosco e dentro 20 milioni di specie. L'architetto italiano: "I visitatori come Robinson Crusoe, scoprono un mondo che non hanno mai visto".

SAN FRANCISCO - E' una singolare coincidenza che il museo più «verde» mai progettato venga inaugurato proprio adesso in America. Cioè a un mese dalle elezioni che segneranno la fine dell'èra Bush e quindi la fine del negazionismo con cui la nazione più ricca ha rifiutato di affrontare l'emergenza del cambiamento climatico. Renzo Piano riconosce che a volte la fortuna lo ha accompagnato: come quando vide la luce il suo Beaubourg negli anni Settanta, «proprio mentre nasceva il bisogno di cambiare l'idea di museo», e quel Centre Pompidou di Parigi segnò lo spirito del suo tempo.

Piano è a San Francisco per inaugurare la sua ultima creazione: la nuova sede della California Academy of Sciences. Anche quest'opera è una pietra miliare. Stravolge l'immagine di tanti musei di scienze naturali: luoghi spesso oscuri, che intimidiscono. La visita a questa accademia delle scienze invece è un'esperienza solare, luminosa, visionaria. Le ricchezze naturali del pianeta sono condensate in un solo edificio, l'unico luogo al mondo che offre nello stesso spazio un acquario, un planetario, un museo di storia naturale, e infine lo spaesamento esotico del viaggio dentro una immensa «sfera» di autentica foresta tropicale (rainforest amazzonica). Tutto sotto lo stesso tetto: e che tetto!

Il senso di leggerezza e trasparenza che pervade l'edificio è dato dalla sua fusione armoniosa nell'ambiente che lo circonda, il Golden Gate Park. Per questo il tetto è decisivo: è una continuazione del parco stesso, è un terreno ondulato su cui cresce una fitta vegetazione, presto un bosco. E' questo manto verde dal profilo collinare una delle innovazioni più avvincenti, per cui il museo si mimetizza e si lascia abbracciare dal bellissimo parco che lo circonda. In realtà il tetto restituisce al parco un'identità originaria, primitiva: perché ricostruisce la flora della California com'era oltre duecento anni fa, prima della conquista del West, prima che i parchi fossero invasi da piante d'importazione come le palme o gli eucalipti. In quanto alle simpatiche «bombature» del tetto, è per puro caso che sembrano fare il verso alle colline di San Francisco: in realtà nascono da un'esigenza pratica, fare posto alla «bolla» di foresta amazzonica ricreata lì sotto.

«Non ho inventato nulla di nuovo - dice Piano - quel tetto vivo, animato, che respira e dialoga con la natura circostante, l'ho ripreso da tradizioni antichissime delle nostre campagne, delle nostre montagne. La massa di terra e lo strato di vegetazione sopra i tetti di notte accumula umidità, diventa un isolante termico quando arriva il sole e il calore del giorno». Come la data dell'inaugurazione così vicina al cambio della presidenza americana, anche il luogo ha una potenza simbolica irresistibile.

Il parco del Golden Gate ospitò il Summer of Love del 1967, la nascita del movimento hippy, nella stessa città protagonista delle battaglie studentesche contro la guerra del Vietnam (il Free Speech movement di Berkeley). E questa terra è la culla dell'ambientalismo. Qui lo scienzato-militante John Muir nell'Ottocento lanciò la campagna per la creazione e protezione dei parchi naturali. Qui negli anni Sessanta nacquero le prime vere battaglie verdi, per limitare l'inquinamento delle automobili, che fecero scuola nel mondo intero.

Piano sa di esibirsi davanti al pubblico più esigente del mondo: «Ricreare il museo di scienze naturali proprio qui a San Francisco, è come per un tenore affrontare la prima alla Scala». Questo progetto è stato voluto fortissimamente dalla città, e in tempi record, dopo che la sede precedente della California Academy era stata danneggiata irrimediabilmente dal terremoto dell'89. L'accademia delle scienze è un'istituzione amata nella Baia, con una storia antica, gloriosa ed anche curiosa. Nel 1850 nacque prima di tutto sotto la forma di un veliero: nella buona stagione navigava alle isole Galapagos per raccogliere specie rare; d'inverno attraccava nel porto di San Francisco e diventava un'esposizione galleggiante.

Tuttora il termine «museo» sta stretto a questo luogo, che resta un'istituzione dedicata anche alla ricerca, un polo scientifico di livello mondiale con centinaia di scienziati e ricercatori a tempo pieno. «Qui ho conosciuto gente straordinaria - racconta Piano - ho lavorato ai confini tra il mio mestiere d'architetto e il mondo delle scienze naturali. Ho dovuto ascoltarli molto, osservare il loro lavoro, lasciarmi guidare dall'ambiente che mi circonda. Sono venuto qui nudo, senza preconcetti, rispettando il regno di questo parco, la storia di questi luoghi, la cultura politica di questo angolo di California così civile e avanzato». L'emozione della sua scoperta ha voluto trasmetterla al pubblico dei visitatori. «Chi entra nell'accademia delle scienze diventa Robinson Crusoe, scopre il mondo come se fosse lui il primo abitante di questo pianeta. Ci sono 20 milioni di specie animali e vegetali in questo museo, eppure sono appena il 5% delle specie viventi». La natura è sovrana, protagonista assoluta di questa creazione, l'edificio la ospita e si lascia plasmare, la sua leggerezza lo rende etereo, quasi invisibile. «L'architettura - dice Piano - deve dare forma ai nostri desideri. E' una disciplina concreta, pragmatica, ma se non sa interpretare i sogni dell'umanità, allora è destinata a fallire. Questo edificio nella sua esilità racconta il tema dominante del XXI secolo: la terra è fragile, il mondo è in pericolo, l'architettura deve cimentarsi con questo problema, deve assumersi le sue responsabilità. Questo luogo avrà tre milioni di visitatori ogni anno. Deve aiutarli a osservare la terra nelle sue pieghe più nascoste, celebrarne la fragilità».

Le sfide tecniche sono state formidabili, per riuscire a costruire un complesso che si avvicina all'obiettivo ideale di «zero emissioni». «Ce l'abbiamo messa tutta, davvero, ogni particolare è frutto di sforzi immensi per risparmiare energia, rispettare l'ambiente, evitare ogni inquinamento. Questo non è un omaggio superficiale a un'ideologia, a una moda del momento».

Il tetto è coperto di centomila microcristalli sensori che captano l'energia solare, le cellule fotovoltaiche di nuova generazione. L'aria condizionata è stata abolita del tutto: si sfruttano i capricci del clima di San Francisco, dalle nebbie estive ai venti dell'oceano, per un condizionamento naturale che entra dalle finestre. Il tetto che sembra volare sul terreno è una membrana che respira. Ci hanno piantato un milione e mezzo di pianticelle, graminacee autoctone scelte perché non richiedono alcuna irrigazione. Le strutture in acciaio usano metallo riciclato al 95%. L'isolamento termico è costruito coi cascami di lanugine che sono gli scarti dei blue jeans: un altro omaggio alla storia di San Francisco, dove nacque la Levi's. «E per finire bisognava che questo organismo vivente fosse pronto a muoversi costantemente con la terra che trema, in una delle zone più sismiche del pianeta». Domani Piano rivela a San Francisco, alla California e al mondo il suo nuovo prodigio: si vede che è una creatura nata dall'amore.  

 

di Federico Rampini
da La Repubblica del 26.09.08

 

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Commenti

31/01/2009 13.25: visitato a dicembre
Ammetto, veramente fantastico, fluido il percorso, planetario entusiasmante, copertura mozzafiato come l'intreccio dei cavi d'acciaio dell'atrio, luminosità ecc. Orgogliosa di essere Italiana davanti a tanta tecnologia, porgo a Renzo Piano la mia stima. Il viaggio a San Francisco per visitare il museo è stato il regalo di mio figlio per miei 64 anni e ne sono rimasta affascinata e appagata.
Rossi Annamaria

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data pubblicazione: mercoledì 1 ottobre 2008
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