La «brutta architettura» va demolita o salvata?

Il dibattito da New York in Italia - breve rass-stampa

La «brutta architettura» va demolita o salvata? - Il dibattito da New York arriva in Italia. Orrori. Il critico del New York Times propone di abbattere gli edifici che contrastano con l'estetica. Rimedi. Nel nostro Paese gli esperti sono schierati: anche quello che andrebbe distrutto si può «riciclare».

A chi non è venuto qualche volta in testa, passando per Piazza Venezia, di pensarla senza quella specie di torta nuziale che è l'Altare della Patria? E chissà quante volte, passeggiando per i giardini del Lussemburgo, un parigino abbia desiderato veder sparire il profilo minaccioso della Tour Montparnasse, il grattacielo che si staglia in lontananza. Benché abbia poco più di dieci anni di vita, molti londinesi vedrebbero volentieri sparire l'inutile profilo del Millennium Dome. Anche a Berlino, posto dove non ci si pensa più tanto a muovere le ruspe, si discute da tempo se abbattere l'orrendo tartarugone della Messe, l'edificio in metallo con cui alla fine degli Anni Settanta venne ampliata l'area della fiera.

Che fare con le architetture brutte?
Come comportarsi con gli orrori edilizi, che anche la più maestosa delle metropoli alberga nel suo cuore pulsante? Nicolai Ouroussoff, urticante critico architettonico del New York Times, un'idea semplice e forte ce l'ha. «Abbattiamole», ha scritto senza troppi giri di parole sul quotidiano newyorkese. «È vero, la città è vicino alla bancarotta. Ma anche con Wall Street che contempla la fine e con il blocco della costruzione di nuovi grattacieli di lusso, perché cedere alla disperazione? Invece di piangere su ciò che non possiamo costruire, perché non concentriamo le nostre energie nel buttar giù le strutture che non solo non ci danno gioia, ma ci mettono anche di cattivo umore?».

Una provocazione, naturalmente. Ma non priva di senso. Anche perché Ouroussoff, nello stilare la sua lista di proscrizione edile, ha cura di spiegare che il criterio della scelta non è solo quello estetico, «la bruttezza non basta». Nel centro del suo mirino sono piuttosto edifici che a suo parere nuocciono alla città, hanno su New York «un effetto traumatico, mostrano un completo disprezzo per ciò che vi è intorno o distruggono una bella visuale». Rimuoverli «farebbe respirare lo spirito e aprire nuove possibilità immaginative».

È per questo che, pur non amandolo, il critico risparmia l'ex grattacielo Pan Am, oggi MetLife, uno degli oggetti più invisi ai newyorkesi, che incombe su Park Avenue come un'incudine bloccando un'antica prospettiva del Grand Central Terminal: «Potremmo restaurarlo», concede magnanimo. In compenso, Ouroussoff non ha pietà per il Madison Square Garden e la sottostante Pennsylvania Station, che aprono il suo catalogo: «Uno degli spazi più disumanizzanti della città: un dedalo di angusti corridoi e sale d'attesa seppellite sotto il mostruoso tamburo del Garden». Le molte proposte formulate negli anni per migliorare lo snodo ferroviario, realizzando una nuova entrata, sono rimaste senza seguito. La lezione? Demolite il Garden e fate della stazione «l'ingresso monumentale alla città del Ventunesimo secolo».

La lista continua con il Trump Place, grattacielo di lusso nell'Upper West Side di proprietà del paperone palazzinaro Donald Trump: «Un contributo miserabile a un'area che avrebbe bisogno di essere risanata, attraente come una barriera per il pedaggio autostradale. Ricorda l'edilizia popolare sovietica».

Fra le vittime sacrificali, anche l'Annenberg Building del Mount Sinai Medical Center, più simile a una «fortezza militare o alla sede di un'agenzia spionistica, che a un ospedale»; lo Jacob K. Javits Convention Center, che pure ha tra i suoi autori il maestro I.M. Pei; il grattacielo Verizon ex AT&T su Pearl Street e l'ex Galeria d'Arte Moderna, ora restaurata e riconvertita in Museum of Arts and Design, su Columbus Circus.

«Ma chi stabilisce quale sia un edificio brutto e quale no?», si chiede l'architetto milanese Mauro Galantino, recente vincitore del concorso per il nuovo ingresso di Venezia, secondo il quale «le città sono un palinsesto che dura nel tempo e non si può sottoporle a referendum». È fin troppo facile, in altre, individuare un capro espiatorio e proporne la demolizione. Ma «la lista maccartista dei cattivi non va affatto bene». Galantino fa un esempio italiano: «È chiaro che Punta Perotti andava demolita, ma quell'atto non può essere la catarsi che ci permette di ignorare il degrado urbanistico di Bari. Lo stesso vale per Palermo, Napoli e altre città». A suo avviso, bisognerebbe rovesciare il ragionamento: «Non dieci cose da demolire per demolirle, ma dieci idee forti per valorizzare e riqualificare i luoghi dove sorgono. Allora quegli oggetti cadrebbero da soli».

A New York, per esempio «la priorità non è disfarsi del Madison Square Garden, ma è la riconquista dell'acqua da parte di una città che tocca l'acqua ma non la usa, rimanendo isolata sia dall'Hudson che dal-l'East River».

INTERVISTA - Renzo Piano: «Il piccone non serve per far rinascere le periferie». Il grande architetto ridisegna la Academy of Sciences di San Francisco e rimpiange i mancati interventi in Italia.

Per Time Magazine, quando «gli storici del futuro guarderanno all'architettura americana nel primo decennio del Ventunesimo secolo, forse parleranno dell'età di Piano». A poco più di 70 anni, è un'incoronazione definitiva per Renzo Piano, che dall'inizio del millennio ha completato o sta completando negli Stati Uniti una dozzina di grandi progetti dalla East alla West Coast. A scatenare l'ultimo coro di lodi nei confronti dell'architetto genovese, è la nuova California Academy of Sciences di San Francisco, inaugurata pochi giorni fa con la pacifica invasione di 30 mila persone e il volo di 30 mila farfalle come buon auspicio. Un edificio che combina centro di ricerca, museo di storia naturale, acquario e planetario, ma che soprattutto cresce e vive, conciliando platonicamente natura e civilizzazione. Questo grazie soprattutto al grande tetto vegetale con cui Piano l'ha coperto, un living roof fatto di un milione mezzo di graminacee native che, parole dell'architetto, «non è solo bello da vedere, ma permette di non avere impianto di aria condizionata e di abbassare i consumi dell'edificio, dandogli una grande inerzia termica».

Incontriamo Piano nel suo nuovo studio di New York, nel Meatpack District, l'ex zona dei macelli, proprio di fronte a dove sorgerà un altro dei suoi progetti americani: la nuova sede del Whitney Museum. La copia del New York Times con l'articolo-provocazione di Ouroussoff è squadernata su un tavolo. Piano lo indica con un sorriso.

  • Che ne pensa? «Al tema del brutto mi sono interessato da tempo, occupandomi per anni delle periferie. Ho lavorato sul progetto di Ponte Lambro, alla periferia Sud di Milano, insieme al mio amico Ermanno Olmi, che l'ha filmato. E le dico subito che l'idea di demolire non mi piace, perché puzza un po' di piccone risanatorio. È facile dire, buttiamolo giù perché è brutto. Ma in quelle periferie ci vive della gente. Ponte Lambro sarà brutto come architettura, ma è bello come anime. Il nostro progetto dava risposte importanti, ma purtroppo né la giunta Albertini, né la giunta Moratti hanno mai mostrato vero interesse, né sensibilità. Era un'idea di intervento, che si muoveva nel senso della trasformazione, perché io credo che si possano fare molte cose con architetture brutte».
  • Mai demolire quindi? «Non credo che la bruttezza di una città si possa eliminare, mettendo mano al piccone. Lo stesso Ouroussoff non dice che butterebbe giù gli edifici che non gli piacciono, ma quelli che nuocciono. Una città in fondo è come un libro di Storia, con pagine belle e brutte. Non è giusto strappare delle pagine. Un luogo con molte pagine strappate era Berlino, fino alla caduta del Muro. Ma lì sono state le tragedie della Storia tedesca a strapparle».
  • Cos'è per lei un'architettura brutta? «A me non piacciono le architetture che celebrano la potenza e il potere. Porcherie ne esistono tante. Ma se decliniamo il problema in Europa e in Italia, ciò che mi preoccupa di più non è tanto il pezzo unico, facile da individuare, quanto il brutto diffuso, l'opposto del bello diffuso che per secoli è stata la cifra delle nostre città: se vai in giro per Siena, non ti colpisce il singolo edificio, quanto questa bellezza discreta e sparsa. Invece negli ultimi cinquant'anni abbiamo prodotto città spazzatura e purtroppo la cosa più grave è che ci stiamo assuefacendo al brutto diffuso. Rischiamo cioè di non riconoscerlo più. Eppure i modi per metabolizzarlo anche senza demolirlo, ci sono. Partendo da edifici sbagliati si possono fare interventi interessanti, lavorando per strati, nella migliore tradizione delle nostre città: si consolida, si rende tutto più sicuro, più igienico, poi si frammenta, si illumina, si dà colore e alla fine lo si annega nel verde che metabolizza tutto. Se vuole un'immagine, penso ai quadri di Piranesi».
  • A San Francisco il verde lo ha messo sul tetto... «Beh sì, in fondo abbiamo sollevato un pezzo di parco. Ma quel progetto nasce come avviluppato nel verde non come soluzione di ripiego. Vede, anche lì l'edificio nuovo comprende una trasformazione. Quando sono arrivato, parte del vecchio complesso era stata colpita in modo irreparabile dal terremoto. Decidemmo di tenere alcuni edifici o frammenti. Altri li abbiamo abbattuti, ma una parte del lavoro lo aveva già fatto la natura».
  • L'Academy è già stata definita l'edificio più verde del mondo. E' questo il futuro dell'architettura? «Questo secolo si apre all'insegna della consapevolezza che la Terra sia fragile, la crisi energetica grave e la difesa dell'ambiente l'emergenza più grande. Mi sembrava giusto che un edificio, dove ha sede una grande istituzione di scienza naturale, diventasse simbolo di questa nuova attenzione e tensione. Il tetto vegetale non è l'unica novità: il complesso usa solo energia geo-termica, ha 10 mila metri quadrati di piccole cellule fotovoltaiche, micro-cristalli che ci danno buona parte dell'energia necessaria e che inoltre creano un'atmosfera ombrosa, come un tetto di foglie che fa vibrare la luce. Tutto l'acciaio e il cemento sono riciclati. L'isolamento termico è fatto con i cascami di jeans. Ma lavorare sulla sostenibilità e la compatibilità ambientale non può essere solo lavoro tecnico, deve comprendere anche la ricerca di un'ispirazione e di un linguaggio nuovo per l'architettura. Anche un edificio verde non deve rinunciare a una dimensione poetica, fatta di leggerezza e trasparenza. Ed è questa la scommessa che ho fatto con l'Accademia di San Francisco: tecnica ed emozione».

 

di Paolo Valentino
dal Corriere della sera del 12.10.08


Esperti a confronto - Boeri, Fuksas Gregotti: basta che non sia inutile

La provocazione di Nicolai Ouroussoff non lascia indifferenti gli architetti italiani. Anche se nel giudizio generale appare evidente una certa «critica di metodo» rivolta al giornalista del «New York Times». Vittorio Gregotti, ad esempio, la definisce «un'idea senza senso». E poi spiega: «In un momento di crisi come quello attuale, meglio pensare prima di costruire piuttosto che abbattere. E poi i giudizi possono sempre cambiare». Il progettista degli Arcimboldi parte da lontano per giustificare la propria posizione: «Vasari considerava il gotico una "deformazione degna dei barbari" ma non ha certo mai pensato di demolirla». E ancora: «Il giudizio sulla Stazione di Milano è stato a lungo tempo negativo, oggi invece siamo qui a difenderla». La sua considerazione dell'architettura moderna resta comunque negativa («il 70% dei nuovi edifici sono da bocciare»), ma la demolizione non viene presa in considerazione. Nemmeno per il Vittoriano («Come fa a demolirlo? Oltretutto è di marmo»), nemmeno per l'Ara Pacis di Richard Meier («Posso non essere d'accordo, ma guardi tutte le brutture che ci sono attorno»).

Anche Gae Aulenti (l'architetto del Musee d'Orsay) liquida la provocazione di Ouroussoff come «bella ma inutile, il frutto di questi anni di comunicazione ad effetto».

Mentre Massimiliano Fuksas (che firmerà la nuova «Nuvola» dell'Eur a Roma) è in qualche modo più possibilista: «Il metro di giudizio non può però essere mai solo estetico. Perché qualunque edificio per quanto brutto è sempre meglio del tugurio dove un uomo è stato costretto a vivere con i topi». Fuksas abbatterebbe certo «Scampia, Zen e Corviale non perché sono brutti, ma per tutta la disperazione che hanno prodotto, perché li considero progetti cattivi verso l'uomo, perché sono una grande emergenza umanitaria».

Stefano Boeri, architetto e direttore della rivista «Abitare», salva invece proprio lo Zen perché «è diventato la panacea di tutti i mali, lo spauracchio da colpire sempre e comunque». E allora non butterebbe giù niente seguendo l'esempio di Ouroussoff? «Il problema è che ormai in Italia, come in America, non si può abbattere solo un edificio, ma interi pezzi di città degradate. Se potessi farlo, io sceglierei ad esempio la Brianza delle villette; la periferia tra Prato Firenze e Pistoia o l'area del Casertano». E provoca: «In alternativa butterei giù la sede dell'Unione europea a Bruxelles perché non significa più niente». Infine, rispondendo idealmente alla boutade del critico del «New York Times», Boeri cita gli americani del gruppo Storefront: che hanno proposto di abbattere la Casa Bianca definendola «un simbolo stantio e ormai completamente fuori tema».

 

di Stefano Bucci
dal Corriere della sera del 12.10.08

 

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Commenti

28/10/2008 12:18: la brutta arch.....
dovremo demolire 1/2 italia (l'architettura non è fatta solo dalle grandi opere ma soprattutto da un micro tessuto urbano progettato esclusivamente dai geometri)
D.G.

vedi anche:

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data pubblicazione: mercoledì 22 ottobre 2008
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