Strategia per la rinascita

Appalti & riforma professione - agg. rass-stampa

Gabbiani: professione in crisi, uniti per nuovi obiettivi. Strategia per la rinascita. Il presidente di Ala-Assoarchitetti denuncia il fallimento di Cnappc sulla riforma.

La recente lettera aperta inviata dall'architetto Francesco Orofino, che è anche segretario dell'In/Arch, a Raffaele Sirica dalle pagine di questo giornale richiama in realtà alla necessità di definire una strategia per la categoria degli architetti, che come poche altre professioni in Italia risentono da tempo di una crisi che appare senza fine.

Orofino non si riconosce nell'adesione espressa o tacita del Consiglio nazionale degli architetti (Cna) al Codice degli appalti, al sistema delle gare di progettazione, all'appalto integrato, alla legge sulla qualità dell'architettura che rafforza il ricorso alle progettazioni affidate ai funzionari interni alla pubblica amministrazione: anzi, riesce ancora a scandalizzarsene.

Tutti temi, quelli sopra accennati, da tempo dibattuti all'interno della categoria e che costituiscono la punta di diamante dell'azione politica degli architetti e delle loro associazioni, e invece sembrano quasi tutti dimenticati e sono in ogni caso trascurati dal Cna, tranne quello dei concorsi.

All'appello di Orofino, poi richiamato da Massimo Pica Ciamarra a distinguere le posizioni personali da quelle dell'In/Arch, segue un'articolata e profonda presa di posizione personale di Massimo Bilò proprio sul tema centrale dei concorsi di progettazione, pubblicata sul n. 30 della «presstletter» di Luigi Prestinenza Puglisi.

Anche qui l'esperienza di Bilò rimette in discussione quelle posizioni che in modo sostanzialmente demagogico avevano finito per identificare i concorsi di progettazione nella panacea universale per i problemi della professione e soprattutto per la valorizzazione dei giovani talenti. Beninteso, posizioni che invece hanno trascurato (o occultato) sia il quadro di riferimento che gestisce le giurie e le aggiudicazioni sia lo sproporzionato impiego di risorse economiche e d'ingegno che in ogni modo i concorsi richiedono, nella situazione italiana che vede partecipazioni troppo numerose, a fronte di esiti minimi. Un meccanismo che amaramente finisce per penalizzare e frustrare tutti gli architetti italiani e soprattutto i più giovani, per poi premiare le solite archistar.

Guarda caso, in questa fase di guardinghi silenzi politici osservati da parte di quasi tutti gli Ordini italiani, anche Bilò è uomo dell'In/Arch e se ciò dimostra la rinnovata vitalità della storica associazione ora presieduta da Adolfo Guzzini, evidenzia anche che il libero dibattito oggi è all'interno del mondo associativo, con gli Ordini impegnati in altre faccende e soprattutto preoccupati dei loro equilibri di cariche e di potere.

Ala-Assoarchitetti in questi dieci anni ha espresso come poche altre associazioni una linea d'azione completa sui temi principali che sono riemersi anche in questa fase del dibattito, e più volte s'è trovata anzi del tutto sola, riscuotendo più l'ostilità verso posizioni che evidentemente andavano a turbare complessi giochi sotterranei piuttosto che ottenere l'adesione del Cnappc verso obiettivi squisitamente sindacali, che un più lungimirante gioco di squadra avrebbe invece potuto contribuire a condurre a risultati utili per gli architetti.

Tutti gli architetti devono ora prendere atto che non abbiamo ottenuto praticamente nulla di quanto chiedevamo nella definizione del nuovo quadro legislativo, o nella correzione di quello preesistente, che sia concretamente ascrivibile a favore della qualità dell'architettura e del lavoro degli architetti, sia in campo disciplinare sia in quello della riforma della professione. Abbiamo al contrario perduto costantemente posizioni e la nostra attività è oggi molto più difficile e rischiosa di dieci anni or sono.

Che cosa fare? Poiché non è nostro costume abbandonare le battaglie in corso, riteniamo che questo sia il momento di prendere atto che forse abbiamo toccato il fondo e che bisogna riprendere quel rispettoso dialogo interno fra tutti gli interlocutori: Ordini, associazioni, sindacati di categoria, che è stato costantemente rifiutato nel decennio dal Cnappc. Un dialogo che dovrà condurre a ridefinire gli obiettivi delle singole componenti e quelli comuni, nel riconoscimento dei ruoli che a ciascuna sono attribuiti dalle leggi, in termini di rappresentanza degli interessi sociali (gli Ordini), di quelli culturali (le associazioni) e di quelli comuni agli architetti professionisti (i sindacati di categoria).

 

di Bruno Gabbiani, presidente Ala-Assoarchitetti
da Italia Oggi del 12.11.08


Stati generali sui 13 nodi

  1. Il sistema delle professioni non può autoriformarsi dall'interno;
  2. per come si prospetta, la riforma è inutile, serve solo alle non regolamentate;
  3. mancano regole forti per la corretta competizione tra saperi;
  4. assistiamo alla definitiva trasformazione di fatto della prestazione professionale in obbligazione di risultato;
  5. non si parla più di sistema qualità: constatiamo che fu solo uno slogan degli anni 90, che non ha scalfito l'organizzazione degli studi, e con ciò si è persa un'occasione d'innovazione di processo;
  6. i professionisti sono in bilico tra utile visione generale della realtà (unitarietà del sapere) e frammentazione dei saperi, necessaria per avere competenze superspecialistiche conseguenti alla complessità del procedimento;
  7. gli architetti non sono tenuti alla formazione continua, che dovrebbe essere certificata dagli Ordini, e affidata a enti attuatori terzi e autonomi rispetto agli Ordini, senza conflitti di interesse;
  8. la crisi finanziaria degli studi a effetto domino: nell'industria delle costruzioni il progettista innesca il processo, è un partner indispensabile del promotore investitore, è il direttore e il collaudatore amministrativo finale, in un ciclo pluriennale nel cui dipanarsi egli soffre di penalizzazioni e ritardi nei pagamenti;
  9. i concorsi di architettura vanno regolati con rotazione, rimborso, programmazione coordinata con il piano triennale opere;
  10. la vera debolezza del nostro ruolo è nella fase di messa in opera: debolezza disciplinare e formativa, di competenze, di ruolo e peso del progettista nei confronti degli altri attori;
  11. il ruolo dei professionisti quali mediatori culturali e broker dell'innovazione è tuttora misconosciuto o sottovalutato;
  12. non si deve tradire la Strategia di Lisbona che dovrà semmai essere rimodulata a causa della crisi finanziaria globale;
  13. per discutere di questi nodi bisogna indire gli «Stati generali» delle libere professioni knowledge based, per individuare la strategia del comparto, il reciproco riconoscimento e la definitiva suddivisione dei compiti.

 

pag. 22 - Ala/Architetti e ingegneri
da Italia Oggi del 12.11.08


Codice degli appalti, che fine ha fatto la nostra opposizione? Lettera a Raffaele Sirica, presidente del Consiglio nazionale architetti, progettisti, pianificatori, conservatori.

Caro presidente, Raffele Sirica
sono colto da un grande dubbio e per questo mi rivolgo a te per capire se in questi anni ho sempre sbagliato le mie valutazioni sui reali interessi della nostra categoria e sulle nostre rivendicazioni.

Il quesito è il seguente: ma gli architetti italiani (o meglio i progettisti italiani) non erano radicalmente contrari a gran parte dell'apparato normativo del Codice degli appalti in materia di progettazione delle opere pubbliche?

Non ci eravamo mille volte lamentati e ribellati contro la logica delle gare di progettazione, dello smembramento del processo progettuale (un preliminare a te, un definitivo a un altro, un esecutivo all'impresa e una direzione lavori a un altro ancora), della progettazione prioritariamente affidata agli uffici tecnici delle pubbliche amministrazioni, dell'appalto integrato, della marginalizzazione del valore del progetto, della scarsa rilevanza data nei fatti ai concorsi di progettazione ecc. ecc.?

Non abbiamo sempre sostenuto che il problema della progettazione nel settore pubblico non si esauriva certo nel tema dei minimi tariffari, ma investiva alla radice la filosofia stessa del codice che considera il progetto un servizio, al pari di servizi informatici o pubblicitari o di pulizia, e non un'opera di ingegno?

Cari architetti italiani che mi leggete per conoscenza, forse vi starete chiedendo da dove nascono questi dubbi. Provo a raccontarvi una storia.

Sabato 25 ottobre il senatore del Pdl, Luigi Grillo ha incontrato, in qualità di presidente della commissione lavori pubblici del senato, la più alta rappresentanza del nostro sistema ordinistico intervenendo alla Conferenza nazionale degli ordini degli architetti (per intenderci l'assemblea dei presidenti).

Nel suo discorso, di ampio respiro, ha prima di tutto aperto la mente dei suoi interlocutori su una serie di verità non proprio connesse con il tema all'ordine del giorno e non proprio legate alla sua veste istituzionale. Poi, sulle questioni specifiche del Codice degli appalti il senatore Grillo ci ha ricordato che: la legge Merloni è stata scritta e approvata nel 1992 avendo una «pistola alla tempia puntata dai magistrati di Milano»; la legge obiettivo del 2001 ha sancito la fine della paralisi delle opere pubbliche; il codice degli appalti è un'azione legislativa meritoria. Tuttavia abbiamo assistito a un tentativo di stravolgimento di alcuni contenuti innovativi del codice fatti dall'ex ministro Di Pietro, ma fortunatamente annullati dal terzo decreto correttivo approvato dal governo Berlusconi; la legge Bondi sulla qualità dell'architettura ha avuto il parere positivo della Conferenza stato-regioni e sarà una pietra miliare per i destini dell'architettura italiana.

Caro presidente, a questo punto mi sarei aspettato una tua replica chiara e definitiva su tutto quello che a noi non piace del codice, e che in parte ho elencato prima, e anche sulle ambiguità della legge Bondi (che sembra la stanca ripetizione delle pressoché inutili proposte delle precedenti legislature). Per esempio, ero pronto a sentire un rilievo sul perché nel nuovo ddl sulla qualità architettonica, all'articolo 3, si afferma che se una pubblica amministrazione deve realizzare un'opera di rilevante interesse architettonico può rivolgersi al ministero per i beni e le attività culturali che può provvedere alla sua ideazione e progettazione (come? Con i suoi uffici tecnici? Bandendo concorsi? Non si capisce).

Ero certo di ascoltare che gli architetti italiani vorrebbero vedere elencate chiaramente nel codice, in un'apposita tabella allegata, quali sono le opere di particolare rilevanza sotto il profilo «architettonico, ambientale, storico artistico e conservativo» (un asilo è un'opera rilevante? E un ufficio postale? E un arredo urbano?) e che per queste fosse sancito l'obbligo del concorso di progettazione e non la «valutazione in via prioritaria dell'opportunità» di ricorrere a tale strumento.

Mi attendevo un a feroce invettiva contro l'appalto integrato che cancella, di fatto, la figura del progettista.

Invece, se posso permettermi una sintesi, ho sentito da te affermazioni sostanzialmente improntate al «tutto bene madama la marchesa» e alla speranza di avere ancora qualche margine di intervento sul regolamento di attuazione del codice.

Cari architetti italiani, sarete curiosi di sapere almeno il contenuto di qualche intervento polemico da parte dei tanti presidenti di ordini degli architetti presenti in sala, almeno per dare un po' di vivacità al confronto dialettico e per cogliere la non frequente occasione di interloquire con un politico. Purtroppo però sarete delusi, perché l'incontro si è chiuso senza che fosse previsto alcuno spazio per il dibattito. Ma possiamo stare tranquilli. Il presidente Sirica ha concluso ricordando che le analisi economiche del senatore Grillo ci restituiscono speranza.

 

di Francesco Orofino, consigliere dell'ordine degli architetti di Roma
da Italia Oggi del 29.10.08

 

invia la tua opinione!

Commenti

24/11/2008 15:53: RIFORMA PROFESSIONE
Ho letto l'articolo di Bruno Gabbiani e la lettera di Francesco Orofino e mi sono trovato con la loro impostazione e con le argomentazioni portate nell'affrontare le gravi questioni della nostra professione. Sono un giovane architetto ed anch'io credo che il concorso di progettazione senza che vengano ben chiariti molti aspetti interni significa tutto e niente. Per esempio è certamente necessario il rimborso ma anche introdurre il metodo della partecipazione condivisa in tutte le opere pubbliche valutando la qualità della partecipazione stessa. Credo sia necessario anche per la nostra categoria affrontare il nostro mestiere in maniera nuova; passare da una tutela indifferenziata ad un metodo diffuso che favorisca la competizione perchè emerga il merito. Cordialmente
Arch.Claudio Mecozzi

vedi anche:

Appalti - Lettera aperta a Raffaele Sirica

e, per conoscenza, agli architetti italiani

Lettera sul II correttivo del Codice appalti

inviata al CNAPPC ed agli Ordini provinciali

Resiste l'appalto integrato

Codice appalti - agg. rassegna stampa

Unanime posizione sull'appalto integrato

Ordine Architetti di Roma - CNAPPC

Codice appalti, otto proposte di modifica

Intervento del presidente Amedeo Schiattarella

L'Ordine e il nuovo Codice degli appalti

Lettere inviate dall'Ordine

Codice appalti: un'occasione mancata

Intervento di Francesco Orofino

L'Ordine di Roma contro il Codice degli Appalti

intervento del presidente Amedeo Schiattarella


data pubblicazione: giovedì 13 novembre 2008
architettiroma è su twitter architettiroma è su facebook le istruzioni per iscriversi al feed RSS Iscriviti alla newsletter di architettiroma.it
Architettura sul web Strategia per la rinascita