«E' finita l'architettura drogata»

Dibattito sull'arch contemporanea - rass-stampa

URBANISTICA E SVILUPPO. «E' finita l'architettura drogata».  LE CITTA' CHE CAMBIANO. Zucchi: «Decisivo il committente, con la crisi certe esasperazioni funzionano solo a Dubai.

Altolà alle archistar in nome della tradizione e dell'identità storica. L'articolo di Nikolas Salingaros ospitato dal Sole 24 Ore il 2 ottobre non ha tardato a tradursi in gesti politici di quella parte del centro-destra che al matematico-urbanista americano si ispira: le critiche alla Nuvola di Massimiliano Fuksas, le correzioni imposte al progetto delle Torri dell'Eur di Renzo Piano, la riproposizione dell'Arco di Libera all'Eur, la tutela del Foro Italico sono battaglie partite dall'ala di An che si riconosce a Roma in Fabio Rampelli e fatte proprie dal sindaco Gianni Alemanno.

All'architetto milanese Cino Zucchi, 53 anni, autore delle riqualificazioni dell'ex Junghans di Venezia e del Portello di Milano, abbiamo chiesto una valutazione sul pensiero di Salingaros e sull'irritazione sempre più diffusa verso l'architetto che, facendo leva sul marketing, replica i progetti un po' ovunque. «Quello di Salingaros - dice Zucchi - è un ragionamento semplificato e un po' moralista: il mondo ha bisogno di simboli riconoscibili e l'archistar viene spesso "usata" come figura ambivalente, da osannare come creatore e da condannare come responsabile di tutti i mali. Ma l'architetto da solo non ha il potere di fare e disfare la città, non è l'unico protagonista del gioco: ci sono i committenti, i politici, gli urbanisti. Una delle prime cose che domando al committente è: mi vede come un decoratore o un demiurgo? Sono per lei uno "specialista dell'estetica" o un regista dell'intera operazione? Questa ambivalenza è oggi insita nella figura dell'architetto; ma penso che la risposta stia in un ragionevole punto medio, anche se non sempre il mondo ci vede così».

  • Cosa intende con questa via mediana? Non tutti i committenti oggi cercano l'archistar e l'architettura spettacolare e un po' "drogata" che abbiamo visto negli ultimi anni. Mi pare che si stia diffondendo in essi una maggiore cultura e maggiore consapevolezza di ciò che realmente cercano. Questo è un segnale positivo. Sono loro la via mediana, che è una via europea, opposta a certi eccessi americani, a una certa architettura che oggi va bene forse solo per la crescita sfrenata del Dubai.
  • Mi faccia un esempio italiano di questo nuovo committente. È stata appena inaugurata a Milano la nuova sede della Bocconi, che considero nonostante gli attacchi di Adriano Celentano uno dei pochi edifici della città di livello europeo. È un'ottima architettura contemporanea, "dura" ma piena di invenzioni spaziali e di sensibilità nei confronti del contesto urbano. Il concorso aveva selezionato non un'archistar ma le Grafton architects, uno studio irlandese di poche persone e di alta qualità progettuale, e il risultato finale attesta tutta la cura che il committente ha posto nell'operazione.
  • Questo è un caso isolato? Esempi di committenti colti ce ne sono sempre più spesso in Italia e in Europa. Ennio Brion per il progetto del Portello a Milano ha saputo scegliere senza complessi. E in questo momento stiamo lavorando a un concorso ad inviti per gli Headquarters della Swiss RE a Zurigo, la stessa che ha realizzato il "cetriolone" di Norman Foster a Londra. La rosa degli architetti invitati e degli "esperti" chiamati a giudicarli - Chipperfield, Guyer, Krischanitz - attestano una precisa scelta che non considera il tema progettuale adeguato all'architettura spettacolo. Hanno mostrato una loro tendenza, ed è una tendenza in fondo "europea", non in senso protezionista, ma culturale.
  • La fine dell'architettura drogata coincide con la crisi finanziaria mondiale? Certamente questa crisi indurrà noi tutti, anche nei comportamenti di ogni giorno, a praticare una maggiore austerità. Questo vale anche per l'architettura. I committenti saranno indotti a guardare meglio le esigenze che vogliono soddisfare. Naturalmente il mercato è segmentato, c'è ancora una richiesta di "spettacolarità" a tutti i costi - come le bionde appariscenti saranno sempre richieste da chi vuol fare colpo sugli amici - ma c'è anche un'architettura più posata, concreta, che non deve sempre ricorrere a effetti speciali e a costi astronomici; una certa reticenza figurativa è una delle possibili forme dell'espressione. Semmai il rischio è che succeda sempre più spesso quel che accade a me con il progetto della Junghans (edificio residenziale a Venezia, ndr), e cioé di dover riprodurre con piccole variazioni un repertorio conosciuto e già entrato nel gusto, come ai cantanti si richiede sempre di cantare il loro brano più noto. Committenti stranieri mi chiedono di rifare a casa loro "quella cosa" che ho fatto a Venezia, e mi fotografano vicino alla fontana della piazza storica della loro città per dimostrare che ci sono stato davvero. È paradossale che Libeskind sia costretto a citare il progetto del tiburio del Duomo di Milano di Leonardo da Vinci per giustificare il suo grattacielo concavo di Citylife!
  • Com'è la situazione reale in Italia? Il fenomeno più interessante è la grande maturità professionale e formale della generazione dei 35-40enni, che sono bravi e hanno già fatto opere interessanti, stabilendo un contatto con il mondo immobiliare.
  • Può fare dei nomi? Penso a studi come Scandurra studio, Ian+, Metrogramma, Park, C+S, Labics, Iotti+Pavarani, Cristofani & Lelli, Botticini e De Appolonia, Albori, 2a+p, Baukuh, Marazzi, If design e tanti altri, oltre ovviamente a nomi già consolidati come Archea e 5+1AA. Se la condizione eclettica della nostra cultura genera oggi un rischio, quello del "sushi bar", dove si prelevano da Internet e si assemblano sul piatto immagini contradditorie, secondo me l'Italia sta evolvendo verso una posizione più matura, erede di una certa "complessità" nei rapporti con il fatto urbano e con le forme stratificate dalla storia. Gio Ponti diceva che antico e moderno sono contemporanei: la sua architettura non aveva niente dello schematismo un po' moralista del funzionalismo nordico. Era gioiosa, solare, "mediterranea", e sofisticata come d'altronde le architetture di Albini, Mollino, Gardella, Libera che tutto il mondo ci invidia.
  • Anche lei fa un richiamo all'identità e alla tradizione? Il passo da fare non è tornare a "essere italiani" in senso storicistico, quanto piuttosto riconoscere la complessità della nostra cultura formale. Non si devono negare gli standard europei e mondiali, perché non c'è dubbio che una delle sfide che abbiamo davanti è quella dell'internazionalizzazione sempre più spinta.
  • Ma un discorso sull'identità che ritorna e sulla tradizione non è stucchevole? Un'identità non si inventa con un atto di volontà. Non è come quel politico che aveva coniato per la sua campagna elettorale lo slogan "il lavoro rende liberi", ignorando il fatto che fosse scritto sul cancello di Auschwitz, che ne aveva per sempre modificato il senso; le forme e le parole portano scritto nel loro corpo i sensi acquisiti nel tempo. Non esiste una trasmissione "automatica" della tradizione. Diceva Paul Valéry: «Una tradizione esiste unicamente per essere inconscia e non sopporta di essere interrotta. Una continuità impercettibile è la sua essenza. "Riprendere, rinnovare una tradizione" è espressione falsa». E Ludwig Wittgenstein: «Chi non ha una tradizione e vorrebbe averla è come un innamorato infelice».
  • Però è vero che nell'approccio contemporaneo l'architetto ha imparato a fare molto marketing, anche per aumentare il business. A lei non è utile il successo?Preferisco un successo che regga alla prova del tempo. Mi fa piacere che tanti, anche dall'estero, vengano a visitare il Portello a Milano e la Junghans a Venezia, ma il successo in quanto tale non mi interessa. Preferisco una bellezza che resista negli anni, meno legata alle fluttuazioni della moda. L'architettura e il disegno della città sono spesso fruiti in una condizione distratta ma non per questo meno importante; una buona architettura è in fondo come una bella canzone: una "matematica sentimentale".

 

di Giorgio Santilli
da Il Sole 24ore del 21.11.08


Archistar? Gli eccessi non cancellano il valore

Parlare male dell'architettura contemporanea è un'attività che può raccogliere facile consenso. A Venezia contro il ponte di Santiago Calatrava si è rivoltata mezza cittadinanza; a Bologna un progetto di Mario Cucinella, le Gocce, è stato smantellato a furor di popolo; a Ravello contro l'auditorium firmato da Oscar Niemeyer, oggi in corso di completamento, si è scatenato il putiferio.

A coalizzarsi contro ogni nuovo intervento che appaia minimamente moderno sono la destra e la sinistra. E poi, seguendo l'esempio di Zigmunt Bauman e della sua critica all'individualismo della società liquida, anche i sociologi. Si pensi a Franco La Cecla che ha recentemente scritto un libro dal titolo: Contro l'architettura. Vi è, infine, un matematico, Nikos A. Salingaros, le cui posizioni contro il «nichilismo delle archistar» sono state fatte proprie da una associazione, il Cesar, che punta, e non senza speranze, ad ispirare le scelte del neo sindaco di Roma, Gianni Alemanno.

Per quanto variamente articolate, le critiche ruotano generalmente intorno a due argomenti.

Il primo è che l'architettura non possa essere identica in tutti i luoghi ma debba nascere dalla specificità per trasformarsi in uno strumento teso al rafforzamento della identità locale. Il secondo è che il disegno dello spazio non possa risolversi in un gesto ma debba perseguire ideali di bellezza, organicità e armonia.

I due argomenti, per quanto accattivanti, sono fallaci.

L'architettura, infatti, non può esaurirsi nel tentativo di ritrovare nel luogo di origine la sua specificità perchè l'identità non è un abito che si trova già bell'e fatto all'interno di un contesto geografico o culturale. È, invece, il frutto di un continuo processo di costruzione e ridefinizione attraverso il confronto con le realtà, materiali e ideali, più diverse e lontane. Senza questa tensione, l'identificazione si risolve in una messa in scena di stereotipi. E le città, e in particolare i centri storici, con la colpevole complicità delle Soprintendenze, si mummificano diventando la parodia di se stesse; Disneyland dove tutto appare inautentico, falso ed artefatto.

Ugualmente poco fondato è il secondo argomento. L'ideale proporzionale di bellezza non è stato abbandonato dagli architetti contemporanei, ma, da diversi secoli e con ottime ragioni, dalla scienza, dalla filosofia e dall'arte. Oggi più che mai non si cerca un bello armonico ma un'esperienza che ci coinvolga, trasferendoci informazioni ed energia.

Il rispetto della scala umana richiede ben altri accorgimenti rispetto a quelli immaginati più di cinquanta anni fa o oltre duemila e trecento anni fa, anche a causa dell'influenza delle nuove tecnologie, in particolare quelle digitali, sul nostro corpo e sullo spazio che ci circonda.

È innegabile che molte archistar, oggi accecate dal successo, si ripetano stancamente. Alcune limitandosi a produrre edifici firmati come se fossero capi di moda. Ma non si può licenziare così sbrigativamente la ricerca di personaggi del calibro di Zaha Hadid, Rem Koolhaas, Jean Nouvel, Renzo Piano, Herzog & de Meuron solo per citarne alcuni.

Una controprova? Osserviamo le città dove si sono realizzate numerose opere di architettura contemporanea: Amsterdam, Barcellona, Berlino, Londra, Parigi e ultimamente New York. Come è possibile che chiunque ci si rechi ne resti ammirato? E ne apprezzi non solo la maggiore efficienza rispetto alle sempre più ingessate e mal funzionanti città italiane, ma anche l'intensa e a tratti struggente bellezza? Segno che il bello oggi è un'esperienza più interessante e complessa di quella garantita da una semplice successione di ritmi ben costruiti, in nome di una mal posta ricerca dell'identità.

 

di Luigi Prestinenza Puglisi, Architetto, Università La Sapienza
da Il Sole 24ore del 21.11.08

 

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data pubblicazione: domenica 23 novembre 2008
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