Ara Pacis, sì al sottopasso

Piazza Augusto Imperatore - agg. rassegna stampa

I cantieri - All'Ara Pacis sì al sottopasso

Il sottopasso dell'Ara Pacis si farà. E il progetto di Cellini sulla sistemazione di piazza Augusto Imperatore - ereditato dalla giunta Veltroni - è confermato, semmai verrà ampliato. Il tutto dopo l'esame della delibera che mercoledì l'assessore all'Urbanistica Marco Corsini porterà in giunta. Lo ha confermato ieri il sindaco Alemanno: «Abbiamo esaminato il progetto per la risistemazione di piazza Augusto Imperatore e ci piace, anche se vogliamo fare alcune correzioni» ha detto il primo cittadino. Il sindaco ha precisato che «si tratta di approvare quel progetto e inserirlo nel Piano delle opere pubbliche».

Al rilancio della piazza si affianca quello di altri punti nodali della capitale. E prima di Natale nascerà un tavolo paritetico fra il ministero Beni culturali e il Comune. Ad annunciarlo è Francesco Giro. «Verranno affrontati - spiega il sottosegretario - temi cruciali come il rilancio dell'area archeologica centrale; la collaborazione della rete dei musei civici con il Polo museale statale; la creazione della più vasta piattaforma di arte moderna e contemporanea di Europa e la rete dei teatri statali e comunali di cintura». Ma sarà anche «l'occasione per un confronto sulle prospettive della festa del Cinema e sulla tutela e la lotta al degrado delle ville storiche».

 

pag. XV - Roma
da La Repubblica del 07.12.08


Piazza Augusto Imperatore via al piano e "terrazza" sul Tevere. La giunta ha dato ieri l'ok al progetto. Un tunnel sotto il lungotevere davanti all'Ara Pacis. Piazza Augusto Imperatore via al progetto e "terrazza" sul fiume. Già stanziati 15 milioni per l'opera che prevede l'affaccio sul Tevere davanti all'Ara Pacis e un tunnel sotto il lungotevere.

Via libera della giunta Alemanno al progetto di Cellini per piazza Augusto Imperatore: la delibera verrà approvata mercoledì in giunta. E semaforo verde per il sottopasso dell'Ara Pacis che permette al museo di avere un affaccio sul Tevere. Contatti con Meier per coinvolgerlo nella sistemazione della piazza. E per convincerlo a modificare il contestato muro del suo museo.

Piazza Augusto Imperatore, avanti tutta. Stavolta il sindaco Alemanno non ha fermato il progetto messo in cantiere dal suo predecessore. Anzi, gli ha fatto imboccare una corsia preterenziale, anche grazie ai 15 milioni di finanziamento già stanziati e dunque disponibili.

La delibera che dà semaforo verde al preliminare dell'architetto Francesco Cellini, selezionato tra una rosa di finalisti al concorso internazionale bandito nel 2005, verrà approvata mercoledì prossimo in giunta. L'assessore all'Urbanistica, Marco Corsini, è riuscito ieri a vincere le perplessità del primo cittadino e del gruppo di assessori e parlamentari fidatissimi che ieri pomeriggio si sono confrontati a lungo, per oltre tre ore, sul restyling dell'emiciclo nel cuore di Roma.

Convincente l'argomento utilizzato di una moral suasion nei confronti di Richard Meir per invitarlo a rivedere la linea del muro di collegamento tra il museo dell'Ara Pacis - la "teca" secondo la definizione sprezzante utilizzata dai detrattori del progetto, folti tra le fila del centrodestra, ma non solo - e il fronte interno del Lungotevere. L'archistar Usa, autore a Roma anche della chiesa a Tor Tre Teste, ha sempre detto che non vuole spostare una virgola del suo intervento all'Ara Pacis. Ma la diplomazia capitolina proverà a convincerlo chiedendogli di dare una mano per armonizzare il rapporto tra il suo museo e il Mausoleo di Augusto. Argomento convincente potrebbe però essere il via libera al sottovia sul fianco dell'Ara Pacis previsto dalla giunta Veltroni. Le auto spariranno dalla superficie lasciando al museo di Meier il previsto, panoramico affaccio sul fiume. Sarebbe stata trovata anche una soluzione tecnica per salvare i dieci platani dall'abbattimento: era stata anche la battaglia a favore degli alberi dell'ex assessore Esposito a «congelare» il progetto della terrazza sul Tevere.

Vanno intanto avanti i lavori di scavo della Sovrintendenza comunale per dare spazio alla piazza "di Cellini" che collegherà l'Augusteo con il tratto degli edifici che danno su via Tomacelli, in asse con il rettifilo che nell'antichità univa il mausoleo al Pantheon di Augusto. Sono state scavate, e in parte demolite, le cantine del cinquecentesco Collegio dei croati abbattuto nel Ventennio. E sotto é stato trovato un tratto di pavimentazione di età adrianea che verrà lasciato a vista, e valorizzato, nel contesto della piazza del futuro. La "vecchia" piazza Augusto Imperatore non sarà completamente liberata dalle auto. La pedonalizzazione completa, temuta dai commercianti della zona, non è del resto prevista dal riordino progettato da Cellini. Ma certamente spariranno i capolinea degli autobus. E tutto lo spazio sarà "attirato" dal capolavoro del Mausoleo: lungo l'anello interno vanno avanti le indagini conoscitive per portare alla luce piani urbani e strati della storia, ma anche altri reperti da esporre dietro i vetri dell'Antiquarium di Augusto che dovrà essere scavato nei fianchi del giardino sovrastante.

  • IL PROGETTO - Il progetto dell'architetto Francesco Cellini ha vinto il concorso bandito nel 2005
  • GLI SCAVI - Gli scavi archeologici riguardaro sia la piazza sia l'anello intorno al Mausoleo

 

di Carlo Alberto Bucci - Giovanna Vitale
da La Repubblica del 06.12.08


Ara Pacis, nuovo stop a Meier - "No alla terrazza sul Tevere". L'assessore Fabrizio Ghera: "Per l'Ara Pacis no alla terrazza". L'assessore Ghera: "Così salviamo 20 platani". Stornati i 6 milioni per completare l'area intorno alla Teca. "E niente sottopasso".

Non sarà terminata la sistemazione dell'area intorno al Museo dell'Ara Pacis, come era prevista nel progetto dell'architetto Richard Meier. Quel progetto, che l'amministrazione di destra aveva recuperato dopo lo stop, nel gennaio del 2008, dall'amministrazione Veltroni, sembra destinato a rimanere incompiuto. Ieri l'assessore ai Lavori Pubblici del Comune, Fabrizio Ghera, ha dichiarato infatti che il sottopasso che doveva liberare il Lungotevere davanti alla Teca non si farà. E non si farà, di conseguenza, neanche la grande terrazza che avrebbe dovuto affacciarsi sul fiume, dando spazio e respiro al monumento che racchiude l'Ara di Augusto.

Secondo quanto ha dichiarato Fabrizio Ghera, lo stop ai lavori è stato causato da vincoli burocratici, ma anche dalla necessità di salvaguardare i 20 platani che ombreggiano quel tratto del Lungotevere. Sono all'incirca gli stessi motivi dello stop dell'amministrazione precedente: l'assessore all'Urbanistica Roberto Morassut aveva congelato i lavori per mancanza di fondi, e l'assessore all'Ambiente Dario Esposito si era detto contrario all'abbattimento dei platani. Per tutti questi motivi, ha spiegato ieri l'attuale assessore ai Lavori Pubblici, l'opera che era prevista è stata stoppata e «non potrà partire nel 2009». I 6 milioni in bilancio che sarebbero dovuti servire a completare la Teca di Meier verranno invece stornati per finanziare altre opere: il nuovo ponte della Scafa, lo svincolo di viale dell'Oceano, la rotatoria dell'Ardeatina e il programma di recupero della zona Primavalle-Torrevecchia.

L'alt al finanziamento dei lavori che avrebbe permesso di finire la sistemazione dell'area intorno al Museo dell'Ara Pacis cambia di molto l'opera così come era stata pensata dall'architetto americano. La grande Teca che conserva l'Ara di Augusto, infatti, è attualmente assediata dal traffico, che in quel punto del Lungotevere è particolarmente congestionato. Proprio per questo Meier aveva prospettato una soluzione che allontanasse le auto dall'edificio, incanalandole nel sottopasso che, tra l'altro, avrebbe dovuto velocizzare la mobilità in quel punto della città. L'altro vantaggio del sottopasso era quello di creare uno spazio che permettesse al pubblico di goderne la vista del Museo e dell'Ara Pacis dal lato che si apre verso il Tevere. E per questo l'architetto aveva progettato una terrazza sul Tevere che ora, per la decisione dell'amministrazione capitolina, sembra proprio che non si farà più.

 

di Renata Mambelli
da La repubblica del 28.11.08


Niente terrazza sul Tevere per salvare 20 platani. Ma i 6 milioni saranno dirottati su altre opere.

Il sottopasso all'altezza dell'Ara Pacis e la conseguente terrazza sul Tevere non verranno realizzati. Almeno per il momento. Ad annunciarlo è l'assessore ai Lavori pubblici del Comune di Roma Fabrizio Ghera che spiega come «il sottopasso dell’Ara Pacis e la conseguente terrazza che doveva dare una migliore collocazione alla teca progettata dall'architetto Meier non possono essere realizzati a causa di vincoli burocratici e soprattutto ambientali, primo tra tutti la necessità di salvare i 20 platani esistenti su quel tratto di lungotevere». L'assessore Ghera ha poi aggiunto che da quell'opera, «che non potrà dunque partire nel 2009», verranno stornati i 6 milioni di euro che serviranno a finanziare altre opere: il nuovo ponte della Scafa sul litorale romano, lo svincolo degli Oceani all’Eur, la rotatoria dell'Ardeatina e il programma di recupero dei quartieri Primavalle-Torrevecchia.

Lo stop alla realizzazione del sottopasso e della sovrastante terrazza con affaccio sul Tevere, progetti messi in campo dall'amministrazione Veltroni, prefigura un nuovo cambiamento all'assetto della zona dove sorge il complesso monumentale dell'Ara Pacis, progettato da Richard Meier e già fortemente criticato dal sindaco di Roma Gianni Alemanno che ha annunciato la volontà di abbattere un muretto esterno. Questa volta, tuttavia, il Campidoglio ha preso atto di problemi ambientali e burocratici di cui stava tenendo conto anche la giunta Veltroni. «Tenere fermi quei soldi - spiega Ghera - in un momento in cui c'è mancanza di risorse sarebbe stato assurdo. Il sottopasso e la terrazza non sarebbero andati in gara nel 2009, ecco perché abbiamo deciso di spostare quella somma verso opere più vicine alla realizzazione. Ciò non significa che quel progetto non sarà realizzato: deve però essere discusso ulteriormente per trovare soluzioni alternative». 

 

da Il Messaggero del 28.11.08


L'annuncio - «Ara Pacis, si cambia: abbatteremo due muri». Francesco Giro (Beni culturali): «Abbatteremo i muri ma la teca resterà». Il sottosegretario «ridisegna» l'opera. L'esponente di governo: «La teca per quanto brutta resterà. Via i muri in travertino che censurano le chiese. Il Campidoglio è d'accordo, presto al via un tavolo tecnico».

Ara Pacis di Meier: la teca, per quanto «brutta ed eccessiva», resterà inalterata. Ma i due muri in travertino andranno modificati o eliminati per liberare la visuale delle due chiese contigue, San Rocco e San Girolamo. Lo ha annunciato il sottosegretario ai Beni culturali Francesco Giro.

Ara Pacis: la contestatissima teca dell'architetto Richard Meier - «per quanto brutta ed eccessiva» - resterà così com'è. Via invece quei muri in travertino: «Una doppia ferita insopportabile che deturpa e censura le chiese». Vanno almeno ridotti (uno) o eliminati (l'altro).

Parola di sottosegretario ai beni culturali Francesco Giro, che ieri pomeriggio ha visitato il complesso dando l'annuncio di una modifica, «minimalista, ma necessaria», dell'opera voluta dalle giunte Rutelli-Veltroni e sempre avversata dal centrodestra. «Sarà un pentimento, tardivo e indotto da noi», ha spiegato Giro idealmente rivolto all'architetto Meier, «che se vorrà, potrà dare il suo contributo».

Giro, che ha tenuto a specificare di parlare in doppia veste - sia come membro del governo, sia come politico responsabile regionale di Forza Italia - ha spiegato che su questa ipotesi c'è totale accordo con il Campidoglio e che i dettagli tecnici dell'operazione saranno chiariti durante un tavolo congiunto Comune-ministero che si svolgerà tra settembre e ottobre. In sostanza, ha anticipato il sottosegretario, si ipotizza un doppio intervento sui muri in travertino: «Per quello verticale, che oscura parte della facciata neoclassica del Valadier, della chiesa di San Rocco, è più difficile pensare a un'eliminazione totale, essendo legato alla struttura principale. Diverso invece il caso del muro orizzontale, autonomo dalla teca, che invece deturpa l'attigua chiesa di San Girolamo dei Croati».

Giro ha anche assicurato che la teca - «opera paradossale, simbolo di un'oligarchia e del suo sindaco monocrate che l'hanno imposta dall'alto» - non «diventerà mai più armadio per abiti o contenitore di mostre improbabili». Nell'appuntamento Comune-Ministero, ha poi ricordato il sottosegretario, sarà stilato un protocollo d'intesa per la gestione sinergica dei Fori. In agenda, anche altri temi per ulteriori collaborazioni Stato-Comune: versante arte contemporanea (sinergia tra Maxxi, Gnam, Macro, Palaexpò) e più in generale tra musei: «Un Polo museale nazionale romano che includa anche il sistema di musei civici». (...)

 

di Edoardo Sassi
dal Corriere della sera del 01.08.08


Le proposte - "Ara Pacis, via il muro". Il sottosegretario ai Beni Culturali Francesco Giro visita l'altare.

Non c'è pace per il museo dell'Ara Pacis. Il sottosegretario ai Beni Culturali Francesco Giro, in visita ieri nella struttura firmata Richard Meier col soprintendente per beni archeologici Angelo Bottini, ha confermato che la teca progettata dall'architetto americano rimarrà dov'è, però ha annunciato interventi sulle mura esterne.

Giro ha detto di voler verificare se sia possibile demolire il muro orizzontale che separa il lungotevere dalla fontana, accusato di togliere visibilità alla chiesa di San Girolamo. Previsti anche lavori alla parete verticale, che non permetterebbe la vista della chiesa di San Rocco. In questo caso però l'intervento sarebbe più contenuto, essendo il muro parte integrante dell'opera di Meier, perciò difficilmente modificabile senza che l'intera struttura ne risenta. Il sottosegretario ha aggiunto di non voler più consentire «che la teca venga usata come un armadio», criticando la mostra dedicata agli abiti-capolavoro di Valentino. (...)

Con Bottini, Giro ha anche parlato di un possibile abbassamento di piazza Augusto Imperatore, per garantire maggior visibilità al Mausoleo, precisando che avrebbe chiesto un tavolo comune col Ministero per supervisionare sui lavori. E altri annunci: la creazione della "più grande piattaforma di arte moderna al mondo", che comprenda il Palaexpò, il Maxxi, il Macro e la Galleria nazionale di Arte Moderna e la formazione di un polo museale con i musei civici della rete Zètema. Su questo dopo l'estate ci sarà un tavolo di lavoro col ministro Bondi. Il tutto con la collaborazione di Alemanno e dell'amministrazione. (...)

 

di Marco Rivellini
da La Repubblica del 01.08.08


Ara Pacis SENZA PACE. Battaglia sulla «limatura» Marsilio attacca Giachetti replica. Marsilio: giù il muro. Giachetti: mi cadono le braccia. Ancora polemiche sulla «limatura» del muro dell'Ara Pacis.

(...) È polemica aperta (a distanza) sul «ridimensionamento» della teca dell'Ara Pacis annunciato da Gianni Alemanno. Mentre il centrodestra ricorda che «il muro dell'Ara Pacis - così afferma Marco Marsilio - è sempre stato uno degli elementi più contestati del progetto, perché costituisce un forte elemento di separazione tra il Tevere e la città», dal centrosinistra arrivano nuovi strali. Per il consigliere del Pd Athos De Luca «il muro può apparire come un ostacolo soltanto alle macchine che sfrecciano sul lungotevere. Ma chiunque si fermi davanti alla chiesa non può che apprezzarlo come una quinta che isola ed esalta lo spazio. Invece di avviare ridicole battaglia ideologiche, Alemanno farebbe bene a farsi un giretto sul luogo». Con lui il deputato del Pd Roberto Giachetti che parla del costo di 500 mila euro calcolato dallo studio di Manfredi Nicoletti come di «una costosissima limatura», e «sentire il sindaco parlare di ridimensionamento del muro, fa cadere le braccia». Dure le repliche del centrodestra. «I rutelliani di ferro come Giachetti e De Luca - dice Marco Marsilio - che insorgono quando si tocca l'Ara Pacis dovrebbero rassegnarsi al fatto che su quell'opera pesa il giudizio di condanna pressoché universale sia del pubblico che degli esperti». «È urgente difendere la bellezza di Roma - sono le parole del consigliere del Pdl Federico Mollicone - È ridicolo chi attacca un restyling richiesto a gran voce da urbanisti, architetti e romani».

  • 500 Mila. È la cifra in euro calcolata per limare il muro dell'Ara Pacis

 

di Lilli Garrone
dal Corriere della sera del 17.06.08


Scontro sull’Ara Pacis - Morassut: «Intervenga la Corte dei Conti».

«Alemanno pensi ad altre cose da fare, più importanti e più urgenti, e metta da parte questa negativa ossessione che rischia di far perdere solo soldi all'amministrazione comunale». Roberto Morassut, ex assessore capitolino all'urbanistica e attuale deputato del Pd, parte all'attacco del progetto di “ridimensionamento” della teca dell'Ara Pacis.

«In poco tempo, sul destino dell'Ara Pacis, il sindaco Alemanno è passato dallo spostamento in periferia del monumento alla demolizione e poi alla limatura che non si capisce cosa sia - sottolinea Morassut - L'Ara Pacis è un'opera conclusa, uno dei musei di Roma con più successo di pubblico. Consiglio, per il bene di tutti, di lasciar perdere interventi che sarebbero inevitabilmente oggetto di un doveroso esame della Corte dei conti».

Rincara la dose Pino Battaglia, consigliere provinciale del Pd: «Mi sembra davvero incredibile che, in mezzo a tante grida sul deficit del bilancio e il rischio bancarotta, si progetti di buttare 500mila euro per rifare un muretto dell'Ara Pacis. Le priorità della città sono altre». Il Comune, dice Fabio Sabbatani Schiuma (La Destra) «non può certamente permettersi certe spese dopo il disastro del centrosinistra al governo cittadino: la mia proposta e quella di chiedere l'impiego del Genio militare».

Federico Mollicone (Pdl), respinge al mittente le accuse del Pd: «Dipendesse da loro, impedirebbero alla giunta Alemanno di porre mano ai guasti urbanistici e architettonici prodotti dalle amministrazioni di centrosinistra: non accettiamo lezioni di stile». 

 

da Il Messaggero del 17.06.08


Teca di Meier - «IMPATTO DA RIDURRE». C'è un progetto da 500 mila euro. Contattato l'architetto Usa. Un altro professionista ha fatto i conti: spesa massima 500 mila euro. La teca di Meier? Da «limare». Alemanno annuncia il ridimensionamento. C'è un progetto sui costi. Una «ridimensione dell'impatto» per la teca dell'Ara Pacis, annuncia Gianni Alemanno. I costi? Circa 500 mila euro.

Ara Pacis: «Ridimensioneremo l'impatto della teca». Niente più trasloco altrove, operazione troppo cara per le finanze del Campidoglio. Adesso «verrà rivisto il lungo muro in travertino», in modo da non oscurare la facciata delle due chiese, e verranno riviste le cose che non vanno. È questo dunque il futuro per il museo di Richard Meier e l'ha annunciato ieri Gianni Alemanno a «TeleCamere» (la trasmissione condotta da Anna La Rosa su Rai Tre), rispondendo a una domanda di Renzo Lusetti, del Partito Democratico e assessore capitolino al Personale nei primi anni Novanta. Il sindaco dice anche che ha intenzione di parlarne prossimamente, anzi al più presto, con il progettista Richard Meier. L'architetto americano, da parte sua di è dichiarato già disponibile a un incontro per ridiscutere «di persona» dell'argomento: «Possiamo trovare insieme una soluzione - ha da parte sua fatto sapere da oltre oceano - Se si ritiene che ci sia qualcosa di sbagliato».

I costi dell'operazione per «ridimensionare» l'impatto del museo, secondo le intenzioni di Gianni Alemanno, sono già stati fatti. E consegnati agli esperti in materia del Campidoglio, che li stanno esaminando. Il «Piano per rendere la teca dell'Ara Pacis meno offensiva», porta la firma di un altro architetto, Manfredi Nicoletti, titolare di Progettazione a Valle Giulia, autore, fra l'altro, del Palazzo di Giustizia di Arezzo. Tre interventi il cui costo totale è di 500 mila euro, compresi gli oneri per le opere provvisionali e quelli per la sicurezza: dall'abbassamento o eliminazione della pareti rivestite in travertino «bocciardato» che impediscono la vista delle due chiese, di San Rocco e San Girolamo dei Croati su via di Ripetta, allo «smantellamento delle superfetazioni architettoniche» della facciata di ingresso in asse a Ripetta (piccole pensiline, piastrine, decorazioni varie). Nel primo caso, il ridimensionamento del muro, la spesa sarebbe di 120 mila euro; per l'eliminazioni delle «superfetazioni » ce ne vorrebbero invece circa 160 mila.

Più caro il terzo intervento, quello dell'illuminazione naturale interna, ma l'unico «ineludibile» secondo gli esperti. «Come ha rilevato anche l'ex soprintendente, il professor Adriano La Regina - spiega Manfredi Nicoletti, che a suo tempo firmò con Italia Nostra e con alcuni suoi colleghi come Paolo Portoghesi e Giorgio Muratore una petizione per fermare il progetto - la luce che entra dalle vetrate laterali è eccessiva e può danneggiare i marmi antichi. Inoltre rende illeggibile l'Ara di Augusto perché dà una luce "zebrata", proiettando sulle sculture romane delle fasce ombra orizzontali dovute ai frangisole esterni». L'eliminazione dei frangisole e l'applicazione sulle vetrate laterali di una pellicola proteggente dalla radiazione solare nociva ha un costo di altri 200 mila euro. Un totale quindi di quasi 500 mila euro.

Una prima «revisione» del muro antistante le due chiese di via Ripetta in realtà c'è già stata: la commissione mista Campidoglio-Ministero dei Beni culturali, presieduta da Leonardo Benevolo prescrisse nel 2003, infatti, alcune modifiche, fra le quali l'abolizione del muro, perché avrebbe «soffocato» le facciate delle due chiese. Il muro, rispetto il progetto originale, è stato abbassato di tre metri, mentre l'obelisco in travertino, poi sostituito nelle intenzioni da un'antica colonna romana, non è mai stato innalzato.

  • Sindaco.  Gianni Alemanno ha da sempre la teca nel mirino Archistar Richard Meier, ingaggiato dalla giunta Rutelli
  • Dialogo. Meier dagli Usa si è detto disponibile «a trovare insieme una soluzione»
  • Il muro. Abbassamento o eliminazione del lungo muro in travertino, a ridosso della fontana, che oscura la vista delle due chiese: 120 mila euro
  • La luce. Nuova illuminazione interna naturale. Eliminazione dei frangisole con una pellicola che protegga i marmi dalla luce solare: 200 mila euro
  • La facciata. Smantellamento delle «superfetazioni architettoniche» sulla facciata d'ingresso in asse a via Ripetta: 160 mila euro

 

di Lilli Garrone
dal Corriere della sera del 16.06.08


La teca Meier resta, ma sarà abbassato il muro. Il sindaco: «Non ci sono i soldi per abbatterla, ma ne ridurremo l’impatto». Ai microfoni di “Telecamere” precisa gli interventi che apporterà alla discussa opera sul lungotevere. «L’Ara Pacis? Abbasseremo il muro perimetrale». Il sindaco sul futuro della teca di Meier: «Non ci sono i fondi per abbatterla, ma ne ridurremo l’impatto».

Alemanno lo ha ribadito anche ieri. «Per ridurre l’impatto della teca di Meier abbasseremo il muro perimetrale dell’Ara Pacis». Quando? «Non è una priorità, ma so che lo faremo, prima però ne parlerò con l’autore del progetto. L’occasione per tornare sull’argomento è stata un’intervista rilasciata giovedì scorso ad Anna La Rosa, andata in onda ieri, durante “Telecamere”(RaiDue).

Non era una boutade dei primi giorni. Alemanno lo ha ribadito anche ieri. Per «ridurre l’impatto» «abbasseremo il muro perimetrale dell’Ara Pacis». Quando? «Non è una priorità, ma so che lo faremo, prima però ne parlerò con l’autore del progetto, l’architetto americano Richard Meier che incontrerò nei prossimi giorni».Tra Roma e il suo primo cittadino è sempre honeymoon. Una luna di miele piena di sorprese: il “buco” nel bilancio; la situazione al limite del collasso delle ex municipalizzate; la scomparsa, forse prematura, di migliaia di strisce blu che fino a settembre non porteranno un euro nelle casse disastrate del Comune. «Ma non è giusto fare cassa - ha obiettato Alemanno con le multe e con le strisce blu a spese dei romani».

Tutto questo non ha distolto il sindaco dal suo proposito iniziale: ricomporre lo sfregio, risarcire Morpurgo, l’architetto che progettò il vecchio Padiglione inaugurato nel 1938 da Mussolini E se proprio non si può buttare giù l’intero involucro, causa ristrettezza economiche, basta un segnale, un piccolo intervento di chirurgia estetica a riduzione del danno, lo “scempio” architettonico dell’amministrazione precedente.

L’occasione per tornare sull’argomento è stata un’intervista rilasciata giovedì scorso ad Anna La Rosa, andata in onda ieri, durante “Telecamere”(RaiDue). (...)

  • L’INTERVENTO IN TEMPI BREVI. «Prima ne parlerò con l’architetto americano: lo incontrerò a giorni»

 

di Claudio Marincola
da Il Messaggero del 16.06.08


INTERVISTA - «L'Ara Pacis resterà così». Marco Corsini - Assessore all'Urbanistica.

ROMA - «La mia linea è quella di evitare discontinuità nell'azione amministrativa se non sono strettamente necessarie. Questo vale per il Piano regolatore, che rappresenta l'ultima espressione della volontà dell'amministrazione e va attuato, non modificato. E vale per la proposta di rimozione della teca dell'Ara Pacis perchè, inoltre, comporterebbe un aggravio di costi da motivare adeguatamente anche di fronte alle eventuali obiezioni della Corte dei conti». Di Marco Corsini, neoassessore all'urbanistica della giunta Alemanno, viene subito fuori l'anima dell'avvocato amministrativista che è. Rivendica l'utilità di questa sua professionalità, in questa fase storica. «Darò trasparenza - dice Corsini - alle procedure dell'urbanistica: quella trasparenza che finora è mancata. Penso ai concorsi di architettura che si dovranno fare ogni qualvolta entri in gioco la qualità del progetto, ma penso anche ai concorsi per le operazioni di trasformazione urbana. Il codice degli appalti già contiene questa possibilità, ora si tratta di usarla, anche attraverso bandi scritti bene».

  • E, se gli si fa notare che la proposta di eliminare la teca dell'Ara Pacis veniva direttamente dal suo sindaco, risponde senza scomporsi: «Possiamo pensare - dice - a un dibattito culturale sull'assetto complessivo di quell'area e credo che i concorsi su Piazza Augusto Imperatore e sul Porto di Ripetta costituiscano l'occasione giusta per avviarlo. Credo che il vero obiettivo non sia quello di rimuovere la teca ma di compatibilizzarla con il contesto».
  • Questa linea della continuità la userà anche per gli altri progetti in corso? Non vedo ragione per cui non dovrebbe essere così. Soprattutto se parliamo di interventi già scelti dall'amministrazione e in molti casi avviati. Devono esserci motivazioni molto forti per interrompere un cantiere già avviato. E non sarò io a fermarli.
  • Proviamo con qualche esempio. A che punto siamo con il progetto di Rem Koolhaas e Lamaro per la città dei giovani ai Mercati generali? A febbraio è stato presentato il progetto definitivo: dobbiamo valutare ora la sua coerenza con il bando di gara iniziale, soprattutto con riferimento ad alcune destinazioni commerciali del nuovo progetto. Abbiamo anche avviato una conferenza di servizi interna perchè ci sono alcune criticità legate all'intervento sul sistema viario esterno alla concessione e limitrofo alla zona.
  • E la Nuvola di Fuksas? Bellissimo cantiere. Lo gestisce l'Eur Spa, ma io do una mano, se serve. Un'opera che fa onore a Roma.
  • Perchè la riqualificazione della ex Fiera si è fermata? Riparte subito, è la prima cosa che voglio portare in giunta. Si era fermata per l'approvazione del Prg. Gli uffici stanno facendo una verifica di congruità del progetto con il Prg e mi pare che non ci siano problemi. Quindi riproporrò le stesse linee-guida, non voglio tenere troppo aperto questo procedimento.
  • Che accade per la nuova sede Istat a Pietralata? Un groviglio giudiziario di cui lei si è occupato, per caso, da avvocato dello Stato. È vero, è mio il parere dell'Avvocatura. Il Comune di Roma dichiarato inammissibili le prime due offerte del consorzio bolognese Grandi Progetti e Altieri per mancata congruità con le prescrizioni urbanistiche. Il terzo classificato è Valle. Ora, però, l'opera è stata inserita nelle procedure straordinarie per i 150 anni d'Italia e ritengo quindi che si applichino le procedure eccezionali previste per quell'intervento.

 

di Giorgio Santilli
da Il Sole 24ore del 12.06.08


Salingaros sale in cattedra e stronca la Teca di Meier. Il teorico e urbanista: «L’hanno presentata come un capolavoro e i romani purtroppo ci sono cascati. La luce è sbagliata».

Tutto sbagliato, tutto da rifare. Il motto che rese celebre Bartali calza a pennello a Nikos Angelos Salingaros, scienzato, matematico, urbanista noto per le feroci critiche all’architettura progressista moderna colpevole di coltivare «idee astratte e assolute che poi non cambiano mai».

Salingaros ieri ha tenuto una pubblica lezione in Campidoglio, un’occasione per ribadire la sua visione dell’architettura e le sue critiche alla “distruttività”. Il bersaglio preferito del professore, che insegna matematica alla University of Texas, è stata neanche a dirlo l’Ara Pacis di Richard Meier, senza però risparmiare qualche bordata anche alla Nuvola di Fuksas e la mega-parcheggio del Pincio («la parola mega mi fa paura»).

La Teca di Meier? «Lo sbaglio fondamentale - per Salingaros, che ha origini greche e un senso neoclassico della bellezza - è nella luce, perché viene da dietro e da tutte le direzioni. In questo modo il visitatore non può focalizzare le sculture».

Il Salingaros-pensiero su fonda su alcune certezze per lui inossidabili. Negli anni 20, sostiene l'urbanista, il linguaggio delle forme nell'architettura è stato sostituito da «uno stile internazionale troppo semplificato, una tipologia modernista poverissima di contenuti», incapace per questo di dare vita a un nuovo linguaggio. «I discendenti di oggi - aggiunge Salingaros - parlano come se quella scuola, sviluppata dagli architetti italiani, non fosse mai esistita e l'International Style non l'ha riconosciuta, nonostante fosse portatrice di un linguaggio di forme completamente nuovo». Come se non bastasse, ribadisce lo studioso, «architetti americani di poco valore hanno preso parole isolate del razionalismo italiano, ne hanno fatto un rimescolamento assurdo e l'hanno presentato ai romani come se fosse un capolavoro. Purtroppo i romani ci sono cascati».

Non vuole fare nomi Salingaros, accusato dai suoi detrattori di avere una visione nichilista del mondo. Ma i riferimenti all’archistar americana sono sin troppo evidenti. Il nuovo edificio progettato da Meier non offre «l'illuminazione giusta per quello che contiene» e «come cittadino romano non mi rattristerei nel vedere interventi nella struttura o anche nel suo spostamento per sostituirlo con una teca più adeguata al ruolo». Come dire che ha ragione Alemanno quando parla di demolizione.

Ma Salingaros, che forse collaborerà per sviluppare a Milano la città della rete, nononostante il giudizio arcicritico con i grattacieli delll’Expo’, vorrebbe già demolire la “Nuvola” di Massimiliano Fuksas, il Centro Congresso dell'Eur. Non conosce a fondo il progetto ma «ho visto una forma molto strana». Conclusione: «Bisogna stare attenti, perché deve essere relazionata con l'ambiente. In caso contrario si possono fare grandi danni di armonia matematica».

 

di Claudio Marincola
da Il Messaggero del 10.06.08


Sua Maestà il piccone - Ricorsi storici. La polemica innescata dall'idea, presto cambiata, del nuovo sindaco di Roma Alemanno di rimuovere la grande teca costruita da Meier attorno all'Ara Pacis riporta alla memoria la furia demolitrice di Mussolini e del Ventennio. E ripropone l'eterno confronto tra architettura e potere che quasi sempre produce risultati pessimi per entrambi.

Ah, la tentazione ricorrente del piccone! Metaforico, quando stava per crollare la Prima Repubblica, quello impugnato dall'allora presidente della Repubblica Francesco Cossiga. Ben reale, una quindicina di anni dopo, quello evocato dal novello sindaco di Roma, Gianni Alemanno, che per un paio di giorni, appena eletto, ha lasciato credere di voler rimuovere la grande teca o la scatolona di travertino, se si preferisce, entro cui l'architetto newyorchese Meier ha racchiuso l'Ara Pacis. «Intervento invasivo da rimuovere»: questa la formula.

Poi è anche vero che Alemanno ci ha ripensato, relegando il proposito nell'elenco, invero senza fine, delle «non priorità». Eppure quel riflesso distruttivo è bastato ad accendere l'immaginario. È ricomparso il fatidico strumento, manico di legno, ferro compatto, robuste braccia a vibrare i colpi, rumore sordo e tutto intorno nuvole di polvere e calcinacci. Era un po' che non accadeva.

Nel merito, la prospettiva demolitoria sarebbe da considerarsi anche a livello di ipotesi del tutto ansiogena, l'ultimo atto di una «disgraziata saga», come a suo tempo l'ha inquadrata Arbasino, «un pasticcio di patate bollenti» in cui da tempo l'architettura e il potere si confrontano con risultati pessimi per entrambi.

Si pensi che appena tre anni e mezzo impiegarono gli antichi romani a scolpire quei marmi in onore dell'imperatore Ottaviano Augusto; mentre più di dieci anni ci sono voluti, dopo due millenni, per smantellare la vecchia teca-acquario del Morpurgo, frettolosamente allestita nel 1938, e costruire l'odierna e controversa vetrinona.

Un decennio segnato da sventure e litigi, il traffico rallentatissimo sul lungotevere, lo sciopero della fame di Sgarbi, il rogo solenne di un plastico, e disfide, capricci, vendette anche trasversali fra «archistar», messa in pista di commissioni consultive e correttive, pronunciamenti plurimi, da Italia Nostra alla Corte dei Conti, avvertimenti delle sovrintendenze e comizi di An con tanto di attivisti mascherati da centurioni; senza contare le fantastiche visite al cantiere dello stesso Meier, distratto, sudato e giulivo come in un film di Fellini, «Very nice, very nice».

Ecco insomma in quale contesto si colloca l'eventuale ri-picconamento del manufatto - che Iddio lo risparmi alla capitale e alla sua già provata cittadinanza. E magari l'enigmatica collocazione della teca in una non meglio precisata periferia. Eppure, come ti sbagli, a ogni cambio di equilibri politici lo spirito devastatore e il culto del piccone e della palla d'acciaio tornano a colorare la vita pubblica. Così come è sicuro - l'una cosa tira l'altra - che il nuovo potere prima o poi cercherà anch'esso di celebrarsi a suon di monumentali celebrazioni, come del resto succede in tutto il mondo. Vedi i risoluti progetti urbanistici del neo eletto sindaco di Londra, Boris Johnson; come pure la vicenda dei grattacieli milanesi di CityLife, le tre torri sghembe e pendule di Libeskind a proposito delle quali il presidente Berlusconi, contrarissimo come Celentano, si è concesso un'ardita valutazione fallico-urbanistica, com'è ovvio a maggior gloria del suo potere, anche sessuale.

Ma a Roma tutto diventa più complicato e al tempo stesso addirittura illuminante. Così conviene notare un che d'imperioso nel modo in cui Alemanno ha posto la questione di «liberare» il centro storico della capitale da tutti gli altri «sfregi» immaginati, pianificati o già procurati dalle amministrazioni di sinistra. Con il che si andrebbe dalla rimozione dei tubi Innocenti sul Colosseo al rifiuto di procedere con il maxi-parcheggio del Pincio, dall'idea di lasciare i sanpietrini di via Nazionale al riadattamento dell'originale statua di Marco Aurelio sul Campidoglio, a parte gli interventi di più specifica e detonante ispirazione sgarbiana tipo «bombardare» gli ascensori del Vittoriano o richiedere all'Etiopia la stele di Axum. Scherzava l'altro giorno l'architetto Fuksas: «Chissà che Alemanno non decida di ripristinare anche la Spina di Borgo, sciaguratamente distrutta nel ventennio», per far posto a via della Conciliazione sgombrando la vista di piazza San Pietro.

Ma è uno scherzo, questo di Fuksas, più che paradossale, nel senso che solo a Roma, forse, il piccone della destra potrebbe abbattersi proprio là dove a suo tempo si era levato quello del regime fascista. A riprova di come qui e solo qui il potere sia obbligato, condannato o forse abbia la più spontanea, vitale e inesorabile compulsione di tornare sul luogo del delitto.

E non si irriti né si dispiaccia Alemanno, ma è sempre e ancora a lui che si torna: alla Buonanima. C'è una quantità di filmati e fotografie che illustrano Mussolini, in borghese come in divisa da generale della Milizia, che con quell'utensile in mano assesta dei colpi pazzeschi. Per strada, sui terrazzi, da solo o contornato di gerarchi, comunque davanti a obiettivi e cineprese il duce buttava giù muri alle pendici del Campidoglio, tra le casupole di Borgo, attorno all'odierna via dei Fori Imperiali, di qua e di là del Tevere, inaugurando quegli sventramenti che modificarono a fondo l'assetto della capitale - e anche offrirono potenti e malinconici paesaggi alla mirabile serie di Demolizioni, appunto, eseguite praticamente dal vivo da Mario Mafai.

Si deve a Mussolini, che del giornalista di vaglia aveva tutto l'estro rapido e creativo, il successo non solo semantico della formula picconatoria. Teorizzata in Senato il 18 marzo del 1932, alla presentazione del Piano regolatore di Roma: «Un conto, o signori, sono i monumenti, un conto sono i ruderi, un conto è il pittoresco o il cosiddetto colore locale. Quest'ultimo, il pittoresco sudicio è affidato - e qui il duce assestò la zampata semantica: - a sua maestà il piccone». Tutto era destinato sotto la sua poderosa spinta a crollare, «e deve crollare - secondo il programma mussoliniano - in nome della decenza, dell'igiene e, se volete, anche della bellezza della capitale».

E si aprì l'era del «piccone risanatore». Per Mussolini attrezzo-simbolo di un attivismo frenetico che Roma e la sua architettura passata e futura - lo spiega molto bene Emilio Gentile nel suo recente Fascismo di pietra (Laterza) - finiva per considerare come arsenale di miti, deposito di destini imperiali, ma anche bersaglio di risentimenti che il duce nutriva fin dalla giovinezza nei confronti della città eterna.

Il modo in cui la polverizzazione di interi quartieri veniva allora presentata colpisce per i toni che a prescindere dalla limpida prosa e dal ritmo che vi imprime Ugo Ojetti in Cose viste, un pochino francamente ricordano l'accentuata personalizzazione di certe odierne cronache. E dunque: «È in atto la volontà di Benito Mussolini. Archeologi, architetti, soprastanti, manovali lavorano, si può dire, per lui, aspettano la visita sua, il consenso suo, quel sorriso che comincia in un lampo degli occhi, e talvolta si ferma lì. Tanto che sera per sera, ora per ora, egli è informato d'ogni ritrovamento e d'ogni nuovo problema; che anzi dalla sua finestra di Palazzo Venezia s'affaccia spesso a osservare le squadre che lavorano al Foro Traiano e se gli sembra che siano più rade e più lente, dopo un attimo un suo messo piomba lì a svegliare i dormienti».

Ora, limitando al minimo i paragoni: è possibile che il duce detestasse una certa Roma, molle e pantofolaia, assai più di quanto Alemanno e i suoi ce l'abbiano con le terrazze, le mostre, i loft, il red carpet di Veltroni o le feste di compleanno di Bettini. Ma certo colpisce come, fra tanti luoghi di questa città d'infinita storia, il nuovo sindaco sia andato ad evocare il piccone proprio là dove il fascismo s'era ben esercitato per impiantare la sua effimera mitologia.

Potere e magia delle coincidenze. Dietro l'Ara Pacis, tra cipressi polverosi, circondato da ingombranti e marmorei palazzoni di stile razionalista, insieme a una nutrita colonia di gatti riposa il Mausoleo di Augusto, già Auditorium dell'Urbe. Mussolini era assai superstizioso, e quindi non si diceva, ma il progetto era di fare di quel monumento circolare l'ultima sua dimora, la tomba più grandiosa e anche megalomane che si potesse immaginare.

Poi si sa com'è andata a finire - anche se a Roma non finisce nulla. Alle spalle della teca di Meier continua ad aggirarsi il fantasma quasi gemello di Cola di Rienzo, il cui cadavere venne bruciato proprio da quelle parti.

Sono le glorie e le magagne, le suggestioni, le tigne e i ribaltamenti della città eterna. Pare superfluo ricordare, a questo punto, che non c'è piccone che possa resisterle.

 

di Filippo Ceccarelli
da La Repubblica del 11.05.08

 

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data pubblicazione: domenica 14 dicembre 2008
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