Il «congelamento delle gru»

Crisi & grandi cantieri - rassegna stampa

Architettura - Fabbriche del futuro. Fermi i grattacieli, avanti i musei. La crisi colpisce i grandi cantieri e salteranno molte inaugurazioni previste per il 2009. Curiosamente i nuovi edifici che apriranno i battenti quest'anno ad Atene, Berlino, Chicago e Roma saranno soprattutto sedi di collezioni pubbliche.

Nel 2009 il «congelamento delle gru» non sarà un argomento di dibattito per gli ambientalisti bensì per gli immobiliaristi. Un velo di gelo sta infatti calando sui grandi cantieri internazionali, con due vittime illustri anche in Italia, i due fiori all'occhiello dell'urbanistica lombarda: la Falk di Sesto San Giovanni (Rpbw) e l'area di Santa Giulia (Foster & Associates). Negli Stati Uniti sono in stallo la ristrutturazione della New York Public Library (Foster) e i 75 piani della torre del Moma (Jean Nouvel), mentre il grande freddo della crisi labisce pesantemente tanto la Cina quando la Russia, dove le banche hanno rallentato o interrotto il flusso dei prestiti per finanziare i fastosi progetti dell'era Putin. Apparentemente, non si salva neppure Dubai, la nuova Mecca del mattone. Qui, comincia a circolare incertezza sulla data d'inaugurazione, prevista per quest'anno, del grattacielo più alto del mondo, la Burj Dubai Tower, ultimo simbolo del rampantismo della Las Vegas degli Emirati.

Nonostante questo scenario, il 2009 non ci lesinerà opere destinate a far riflettere sullo stato dell'architettura dell'ultimo quarto di secolo, sulle sue aspirazioni, tensioni e ambiguità. Ad aprire la fila sono ancora una volta i musei, forse i più emblematici indicatori degli spostamenti della spesa pubblica dall'edilizia sociale ai contenitori dell'intrattenimento culturale. C'è molta attesa da questo punto di vista per l'imminente riapertura del Lincoln Center a New York: qui, l'Opening Festival per il 50° anniversario (previsto per il 27 febbraio), consentirà di valutare la controversa trasformazione dello studio Diller, Scofidio e Renfro. Introversa acropoli teatrale, simbolo del nuovo monumentalismo americano degli anni Sessanta, il Lincoln Center conserva il forte carattere di classicismo modernista conferitogli da Johnson, da Saarinen e da Bunshaft grazie all'impostazione assiale sulla Josie Robertson Plaza e alla grandeur di assi simmetrici, maestosi portici e arcate. Discutibile se si vuole, ma forse meno dello sommovimento provocato dalla nuova sistemazione che, in nome di una maggiore accessibilità alla Colombus Avenue, si propone come un tipico saggio di urbanistica postmoderna. Vetro e acciaio versus cemento e travertino, scomposizione contro composizione, parafrasi del movimento al posto della metafora della compostezza.

Contestare l'ordine urbano per rendere visibile l'assolo dell'architettura: non c'è bisogno di aspettare la grande cerimonia d'apertura di primavera per rendersi conto del tremendo fuori scala innescato dal nuovo museo dell'Acropoli di Atene, che l'autore - il teorico del decostruttivismo Bernard Tschumi - ha pensato come un "analogon" della collina sacra, indifferente al tessuto minuto della città entro il quale si solleva. Per creare un dialogo visivo con il Partenone - osservabile dall'innaturale prospettiva dell'ultimo piano del ristorante - si è arrivati addirittura alla convinzione di demolire due storici edifici col pretesto che oscurano la piena vista del monumento.

Ha già fatto discutere e riaprirà la ferita il Neues Museum di Berlino, con cui si inaugurerà in ottobre il neoclassico palazzo di Friederich Stuler, punto nodale insieme al vicino Pergamon dell'intera isola dei musei. L'anno scorso, in occasione di una temporanea apertura al pubblico del cantiere, il fronte dei conservazionisti gridò: «È la continuazione dei bombardamenti britannici con altri mezzi». Essendo inglese l'autore del progetto - David Chipperfield - l'offesa risultò bruciante, ma anche fuorviante per chi paventava «l'omicidio dell'architettura storica». Infatti, proprio in nome dell'autenticità della storia, Chipperfield si è rifiutato di "copiare" il passato integrando con sensibilità contemporanea le gravi lacune della guerra e ha scritto un saggio d'ardita eleganza sulla bellezza della rovina e dell'architettura come palinsesto di diversi linguaggi.

Un Renzo Piano in stato di grazia presenzierà in primavera l'ampliamento del Chicago Art Institute, un edificio in vetro e acciaio con alcune parti rivestite in roccia calcarea per armonizzarsi con i caratteri dell'edificio preesistente. Chi conosce l'architettura di Piano vi troverà declinati tratti inconfondibili del suo progetto, come la copertura a ombrello per proteggere le gallerie superiori, il giardino d'inverno come un cuore verde dentro l'edificio, la trasparenza stradale del piano terra verso il parco integrato nella struttura. Chipperfield e Piano inseguono un'idea di Bellezza utile che volge le spalle alla stravaganza e in un museo pongono al centro la percezione dell'opera mostrata più che un teorema architettonico da dimostrare.

Come sarà forse il caso del Maxxi di Roma, che - salvo paventati imprevisti - a fine anno dovrebbe mettere in funzione l'aggrovigliata macchina di tubi di Zaha Hadid, sulla cui funzionalità rispetto alla collocazione delle opere già si avanzano dubbi dagli allestitori.

Non meno perplessità per il costoso giocattolo della Cctv Tower di Pechino, il macchinoso ideogramma di Rem Koolhaas che entrerà in funzione nel 2009, ma che ha già fatto gridare alla responsabilità etica dell'architettura contro la dittatura. Per qualcuno, però, non tutto il male viene per nuocere e forse da questo imprevisto "fuoco delle vanità" potrebbe uscire nel prossimo futuro un'architettura migliore.

 

di Fulvio Irace
da Il Sole 24ore Domenica del 11.01.09


Il crepuscolo dei grattacieli. Erano un antidoto alle crisi, ora si studiano «città più compatte». Tendenze Parigi e Londra non rinunciano, ma il ripensamento è già cominciato. La svolta in Qatar.

Il 2008 si chiude, in architettura, con un dubbio: che fine faranno i grattacieli? Proprio i tracolli finanziari degli ultimi mesi rischiano di incrinare un modello considerato «scaccia-crisi» per la capacità di attirare investimenti e produrre nuova tecnologia in stagioni di recessione economica. E anche la «sfida culturale» non appare più così convincente: i parigini hanno bocciato i piani di «sviluppo verticale» voluti dal sindaco Delanoë; Pechino - che pure immagina il nuovo «Shanghai Center» come il grattacielo Chrysler di New York dopo il 1929 - ha cominciato a disegnare secondo uno «sviluppo orizzontale»; Londra ha faticato un poco - soprattutto per le enormi questioni di sicurezza - a digerire la nuova «scheggia» di Renzo Piano; Massimiliano Fuksas ha dovuto incassare la bocciatura della Regione Liguria; e un mostro sacro come I. M. Pei ha disegnato il nuovo museo di arte islamica in Qatar come una successione di cubi.

L'ultimo caso clamoroso in Italia riguarda proprio lo stop al progetto di Massimiliano Fuksas per il porto turistico della Margonara e del Faro di Savona (già soprannominato la «Banana», 124,9 metri di altezza) perché «non sarebbero state rispettate le prescrizioni del ministero e della stessa Regione». Ma le polemiche erano iniziate subito. E adesso Fuksas dichiara: «Quello che mi è successo è la metafora della difficoltà di fare architettura in Italia».

Se già in marzo un convegno internazionale a Ferrara lanciava il XXI secolo come il secolo della demolizione dei grattacieli a favore di «nuove città compatte», il problema non è certamente soltanto italiano. A Londra, dove la competizione elettorale per l'elezione del sindaco ha visto anche il confronto tra due modelli di sviluppo architettonico, quello «verticale» di Ken Livingstone e quello «tradizionale» del vincitore, Boris Johnson, orientato alla qualità anche ecologica degli edifici, iniziano ora i lavori per la realizzazione della «Shard of Glass», la «scheggia» di Renzo Piano: 310 metri che dovrebbero trasformare in qualcosa di finalmente vivibile quello che il Times ha definito «una delle più orrende stazioni mai costruite» («l'importante non sono i grattacieli in sé ma tutto quello che viene costruito intorno» tiene comunque a precisare l'architetto genovese).

Dall'altra parte della Manica, a Parigi, il 63% dei cittadini (forse bruciati dall'esperienza di quella Torre Montparnasse, anni Sessanta, considerata tra i 100 edifici più brutti mai messi in piedi) si sono detti invece contrari all'innalzamento, oltre gli attuali 37 metri, del limite di altezza per i nuovi edifici. Non si tratta di un semplice quesito teorico: alcuni dei palazzi pensati per le aree di Porte de la Chapelle, di Massena-Bruneseau, di Percy-Poniatowski (tra gli architetti impegnati gli studi Sauerbruch-Hutton e Brenac- Gonzales) supererebbero addirittura i 120 metri «stravolgendo l'intero skyline della capitale». Viene da chiedersi, a questo punto, che cosa diranno i parigini quando nel 2012 sarà consegnato «Le Phare» di Thom Mayne che dovrebbe arrivare a 300 metri (la Torre Eiffel è alta solo 320).

Il problema dei grattacieli è politicamente «trasversale»: a Parigi è il sindaco Bertrand Delanoë (socialista) ad aver commissionato gli undici progetti per la nuova Parigi verticale (comunque con il beneplacito di Sarkozy). A Roma è Gianni Alemanno (centrodestra) a dirsi contrario alla «Casa di Vetro» (non proprio un grattacielo) e a volere, al contrario, preservare le Torri del ministero delle finanze perché il nuovo edificio (ancora Piano) sarebbe «fuori contesto» e «comprometterebbe l'unità architettonica dell'Eur».

Eppure c'è chi dice che solo «chi non conosce la storia spara sui grattacieli» e, soprattutto in Cina, si parla spesso dei grattacieli come «simbolo dell'inizio di una ripresa» (il nuovo Shanghai Center è alto 632 metri e ha 120 piani), anche se, nel dubbio, il Paese ha deciso di espandersi anche in orizzontale. Certo, i possibili motivi della crisi sono evidenti: i problemi di sicurezza «post 11 settembre»; gli elevati costi energetici e di mantenimento (sarà per questo che la maggior parte dei progettisti ama ricordare che i loro edifici sono «ecologicamente corretti»); l'innegabile impatto ambientale soprattutto in Italia (non a caso Isozaki ha pensato e vinto il concorso per la nuova stazione di Bologna con un progetto «piatto e senza grattacieli»).

Italia Nostra, in un appello contro la Torre del San Paolo a Torino (anche questa di Piano) ha messo in guardia da tutti gli «inserimenti estranei che potrebbero compromettere l'intera immagine della città» (la torre è stata poi ridimensionata, diventando più bassa della Mole Antonelliana). Ma per la «nuova» Rimini, accanto a progetti che riqualificano il lungomare con «collinette artificiali» e «dune nel verde», c'è anche il progetto di Norman Foster che prevede un mega albergo a Piazzale Kennedy che sembra guardare al modello dei «grattacieli Disney», comunque ancora lontani da quello, annunciato, di Dubai, che dovrebbe sfiorare i mille metri di altezza: 200 piani per una vera e propria città di centomila abitanti sospesa in aria. Forse, più che di altezza, sarebbe meglio parlare di qualità, ma certo può colpire il fatto che l'archistar I. M. Pei (lo stesso della Piramide del Louvre) per il suo nuovo Museo d'arte islamica, in Qatar, abbia voluto un cubo «che fosse solo l'espressione di una progressione geometrica», che fosse «austero e semplice». E che, soprattutto, non fosse più alto di 164 piedi («nemmeno» 50 metri).

 

di Stefano Bucci
dal Corriere della sera del 30.12.08


Architettura - CREATORI DI CITTA'. Tutte le Acropoli del futuro. I grandi cantieri delle megalopoli asiatiche hanno ridisegnato la scena mondiale. Ma abbiamo anche assistito al trionfo del design e, in Occidente, agli architetti che hanno abbandonato l'impegno sociale per diventare dei divi.

Per l'attuale percezione del tempo, un quarto di secolo è quasi un'era geologica: eppure ciò che è accaduto in questi ultimi venticinque anni ha cambiato lo scenario dell'architettura mondiale tanto radicalmente che nulla si può più dire come prima.

A partire dagli anni Ottanta tutto è avvenuto rapidamente come se il tempo si fosse accelerato per recuperare i ritardi di un lunga epoca di stagnazione. Mentre in Europa la deindustrializzazione apriva la stagione delle grandi riforme urbane rilanciando la modernizzazione delle città attraverso programmi di infrastrutture e di opere straordinarie, nuovi protagonisti contribuivano a spostare la scena dell'architettura dal baricentro americano al nuovo ecosistema delle coste asiatiche del Pacifico: all'inizio dell'asian decade degli anni Novanta, Kuala Lampur, Seul, Hong Kong, Shangai, Pechino, Shenzen si sono pretese capitali del XXI secolo, incarnando anche agli occhi dell'occidente il modello trionfante della megalopoli del futuro.

L'esplosione del profilo urbano nell'altezza dei grattacieli, l'espansione degli shopping mall, gli stadi, i teatri, i grandi complessi sportivi, le ricostruzioni intensive di interi anelli di città sono la rappresentazione più plateale di quel mito del libero mercato che ha condotto l'internazionalizzazione sino agli estremi attuali della globalizzazione.

Chi si accingesse oggi a scrivere la storia dell'architettura mondiale dovrebbe partire dunque dalle basi di una cartografia completamente diversa: Cina, India, Russia, Emirati Arabi, Paesi dell'Est, hanno riempito il grande "silenzio" del XX secolo con il rumore di grandi cantieri, potenti pace makers che hanno rianimato il cuore esangue dell'architettura occidentale, pompando sangue ed energie su una scala immaginata solo dalle più audaci utopie degli anni Sessanta.

La città - eterna cenerentola delle teorie urbanistiche del declino - è la vera protagonista di questi anni: nelle sue diverse declinazioni di metropoli, megalopoli, città-regione, città-stato, persino (come Dubai) di città-morgana, ha preso il posto dei vecchi Stati nazionali come libero interlocutore nella rete dei grandi poli dell'economia globale. A dispetto dei predicatori del virtuale, ha poi ribadito l'importanza dello spazio fisico come luogo della rappresentazione collettiva e per renderla credibile ha condizionato l'architettura a farsi "icona", solido landmark di uno spazio potenzialmente infinito, mentale e psicologico prima ancora che reale.

Dopo il tormento della Teoria, negli anni Ottanta l'Architettura ha infatti riscoperto i piaceri dell'estasi formale e, abbandonate le sue confuse ambizioni sociali, è andata incontro a una riscoperta volontà di rappresentazione. Fu così che gli anni di piombo si volsero nella spensieratezza di una nuova età dell'oro e l'euforia della reaganomics aprì la strada alla voluttà dei consumi, riponendo l'Utopia negli archivi della Storia.

Non a caso, gli anni Ottanta segnano il trionfo del Design, inteso non più come disciplina specifica dell'oggetto industriale ma come attitudine a pensare l'oggetto d'uso come "segno" carico di significati estetici, ludici, di passione e di status. Dall'oggetto utile all'oggetto d'affezione si è consumata così la rivolta contro il progetto moderno: la pretesa del dover essere ribaltata nell'obbligo dell'apparire. Liberata di ogni inibizione, il culto dell'immagine si è riversata nella moltiplicazione delle icone: l'architettura come arte è diventata oggetto di reverenza e di venerazione, sostituendosi con facilità all'antico culto delle reliquie, mentre la santificazione dell'architetto come artista ha ridisegnato per il pubblico - ormai ridotto ad audience - l'iconografia di uno straordinario Olimpo mediatico.

Ma per diventare veramente popolare l'architettura ha dovuto rinunciare al ruolo di coscienza critica della società: per farsi anzi suo duttile strumento, alla contestazione ha preferito la rappresentazione. Si è trasformata insomma in arte del consenso, proponendosi con successo al servizio di un'idea di società post industriale che ha sostituito la produzione di beni con la produzione di servizi: immaginando una realtà dove il lavoro tradizionale è un settore marginale del sistema economico globale, ha cavalcato l'esplosione a catena di nuovi temi - i musei innanzitutto - i centri commerciali, i grattacieli, i complessi sportivi e le concert hall, destinati a un pubblico di utenti che ha visto aumentare la disponibilità del tempo libero nell'ottica di un nuovo destino di consumatori.

 

di Fulvio Irace
da Il Sole 24ore "Domenica 25°" del 30.11.08


Gli effetti della crisi. Londra blocca le grandi opere. Il sindaco Johnson taglia il budget per ammodernare la rete dei trasporti. Il crollo della domanda di spazi commerciali ha fermato la costruzione di nuovi grattacieli.

LONDRA. Dal nostro corrispondente - Al numero 122 di Leadenhall Street, davanti all'edificio dei Lloyd's di Londra, opera del noto architetto Richard Rogers, le ruspe tacciono da due mesi. Il vecchio grattacielo di una ventina di piani che sorgeva è stato abbattuto, ma dietro le paratìe del recinto perimetrale in legno regna il silenzio. Una "newsletter" in una bacheca opaca che aggiorna sullo stato dei lavori è ferma dall'estate. L'opera, soprannominata Cheesegrater, ossia la grattugia, anch'essa parto di Rogers, un blocco di vetro a forma di mezza piramide, alto 235 metri su 47 piani, è stata rinviata di una anno da British Land, la società di costruzioni che deve realizzarla. Motivo: crescono le incertezze del "credit crunch".

Lo stesso è accaduto al Walkie Talkie, poche centinaia di metri più a Sud, controverso grattacielo panciuto che costruirà Land Securities. Come pure alla torre di Blackfriars, a Sud dell'omonimo ponte, gestita da Portland Estates. Il crollo della domanda di spazi commerciali, causata dai licenziamenti delle banche, ha colpito l'edilizia.

Sarà recessione o depressione? Nella City di Londra per ora tutti propendono per la prima ipotesi, anche se dolorosa, dato che causerebbe, secondo calcoli del thinktank Cebr, la perdita di 62mila posti di lavoro finanziari (su 340mila) entro fine 2009. I rinvii spostano le lancette della realizzazione dei grandi grattacieli al 2012, anno delle Olimpiadi. Non tutti sono pessimisti, complici finanziatori generosi: la Heron Tower, a Nord del Cheesegrater, realizzata da Heron Property, è in costruzione. Così come il Pinnacle, grazie al sostegno della società Arab Investment. Quando sarà finito, sarà il più alto grattacielo della City, con una vetta di 288 metri. Infine, a Sud di London Bridge, fervono i lavori di costruzione dello Shard of Glass, la scheggia di vetro, il più alto grattacielo di Londra e terzo d'Europa, 310 metri d'altezza, opera di Renzo Piano. La realizzazione procede grazie a finanziamenti del Qatar.

Nella capitale britannica, però, le cose vanno male. Uno studio della Local Government Association parla di una perdita di 370mila posti di lavoro entro il 2010 su un totale di 4,7 milioni. A Canary Wharf, il distretto finanziario a Est di Londra, gli spazi per uffici rischiano di rimanere deserti. Gli economisti concordano nell'affermare che, a differenza delle altre recessioni del dopoguerra, che hanno colpito il Nord del Paese, questa sarà dura per Londra e il Sud-Est. Lontanissimi sono i tempi delle ambiziose opere dell'ex sindaco Ken Livingstone. Il successore Boris Johnson ha deciso di prendere la scure e annunciare due settimane fa tagli per 3 miliardi di sterline (3,6 miliardi di euro) al bilancio dei trasporti che da qui al 2018 prevede spese per 39 miliardi di sterline (48 miliardi di euro). Tra le vittime illustri ci saranno il Cross River Tram, un progetto da 1,3 miliardi di sterline che introduceva il primo tram della capitale destinato a collegare Camden Town al Nord con Brixton e Peckham a Sud. Un altro tram da 500 milioni in Oxford Street è stato cassato. A cui si aggiunge l'estensione del trenino Docklands Light Railway a Est, che sarebbe costato 750 milioni, il ponte avvenieristico Thames Gateway (500 milioni), che avrebbe collegato Newham con Dagenham.

Johnson punterà su poche opere chiave, come il grande progetto Crossrail da 16 miliardi di sterline, un passante ferroviario che collegherà Maidenhead a Ovest con Shenfield a Est, passando per il centro. Oltre a rinnovamenti alla metropolitana per aumentare la capacità del 30 per cento. Johnson ha detto che «in un momento in cui i londinesi faticano a tirare avanti è importante fare rendere il danaro». E ha annunciato giovedì un piano per mettere a disposizione 50mila unità abitative a prezzo moderato.

Ma i dolori vengono dal Villaggio olimpico, i cui costi sono lievitati dagli iniziali 2,7 miliardi a 9,3 miliardi di sterline. Tessa Jowell, ministro per le Olimpiadi, giorni fa ha ammesso infelicemente: «Se avessimo saputo ciò che sappiamo oggi ci saremmo candidati per i Giochi olimpici? Quasi certamente no». Poi si è corretta dicendo che i lavori «avranno un effetto anti-ciclico» perché impegnano al 98% imprese inglesi piccole e medie, di cui metà a Londra, oltre a contribuire per 2 miliardi al turismo londinese. Ma i costi sono alti e gli organizzatori faticano a raccogliere i 2 miliardi di capitali privati previsti. Intanto, il mega centro per i media da 400 milioni di sterline verrà ridimensionato.

Al di là delle opere di infrastruttura, come potrà cavarsela l'economia londinese? Secondo Tony Travers, professore alla London School of Economics, «è fondamentale che oltre ai lavori pubblici il sindaco sostenga l'economia di Londra». Dato che la City in futuro peserà assai meno, secondo l'economista bisognerà puntare su settori come turismo, musica, teatri, architettura, design, educazione, moda, arte e musei, punti di forza tradizionali di Londra. Ma basterà? Una risposta, purtroppo, la si avrà solo in tempi lunghi.

  • PENTIMENTO - Il ministro per le Olimpiadi: «Oggi non ci candideremmo». Il costo del villaggio è già lievitato da 2,7 miliardi di sterline a 9,3

I GRANDI LAVORI SOSPESI

  • La «grattugia». Dovrebbe sorgere di fronte alla sede dei Lloyd's, al numero 122 di Leadenhall Street, nel centro di Londra, la nuova faraonica opera dell'architetto Richard Rogers. Si tratta del grattacielo Cheesegrater, grattugia: 235 metri di altezza per 47 piani. La British Land, società di costruzioni che sta realizzando l'opera, l'estate scorsa ha bloccato le ruspe e deciso di rinviare di un anno l'avvio dei lavori, a causa delle difficoltà finanziarie legate alla crisi del credito che sta investendo anche la capitale inglese e la sua City
  • Il «walkie talkie». Si è fermata in attesa di tempi migliori anche la costruzione del grattacielo, dalla forma panciuta, al numero 20 di Fenchurch Street, soprannomi nato Walkie Talkie. Il progetto, approvato nel 2006, avrebbe dovuto essere realizzato a partire da quest'anno da Land Securities, per essere completato nel 2010: prevede trentasei piani, per 160 metri di altezza, in vetro e acciaio. Inzialmente l'opera avrebbe dovuto essere alta 192 metri ma la città ha imposto una riduzione di altezza: il grattacielo rischiava di oscurare, nello skyline di Londra, la cattedrale di St. Paul
  • La torre di Blackfriars. Appartamenti e un enorme hotel di proprietà di una società di Dubai dovrebbero trovare posto nella terza grande opera bloccata, per ora, dalla crisi: la Blackfriars Tower, edificio di 173 metri per 51 piani che dovrebbe sorgere a Sud dell'omonimo ponte sul Tamigi. La sottile torre di vetro con la parte superiore curva (a sinistra nella foto) dovrebbe diventare uno dei simboli della capitale inglese. A realizzare il progetto è la Portland Estates e i lavori avrebbero dovuto iniziare nel 2009 per finire entro il 2012, anno dei Giochi olimpici

 

di Marco Niada
da Il Sole 24ore del 22.11.08

 

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data pubblicazione: domenica 18 gennaio 2009
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