Il mito del mattone e i progettisti fai da te

di Francesco Orofino

Il mito del mattone e i progettisti fai da te

Caro direttore [de "Il Riformista, ndr], è vero: l'Italia è un Paese da rottamare se parliamo dell'assetto fisico del suo territorio, delle sue città, delle sue periferie. Ma la rottamazione da avviare è sul piano culturale, prima che politico.

La trasformazione del territorio è un'attività complessa. Sia essa una grande infrastruttura o un edificio per abitazioni o la riqualificazione di una piccola piazza.

Occorrono competenze vaste, capacità tecniche, sensibilità culturali e sociali. Ma nel nostro Paese si è sempre pensato che tutto ciò non fosse necessario.

Il mattone facile, i facili guadagni del mattone, il mattone volano dell'economia, gli italiani proprietari del mattone. Il mito dell'85% di italiani proprietari di casa, da incrementare vendendo ai pochi occupanti di edilizia residenziale pubblica altre case. Non importa in che condizioni, non importa se del tutto insicure: l'importante è far crescere l'esercito dei proprietari, la frammentazione della proprietà.

Ma il mito del mattone a volte si trasforma in tragedia e i mattoni ci cascano in testa.

Gli italiani devono capire che o si costruisce con standard alti di qualità o si subiscono le conseguenze. La qualità di un edificio e, volendo osare, la qualità dell'architettura non è riducibile solo alla sua efficienza energetica. Sono parametri di qualità la sicurezza statica e antisismica, l'innovazione tecnologica, la manutenibilità, la capacità di chi progetta di leggere e interpretare il contesto in cui opera, leggere e interpretare le esigenze funzionali della gente e, non ultimo, la capacità di operare scelte linguistiche in grado di esprimere i valori della contemporaneità.

Per fare tutto ciò occorrono progetti di qualità. Ma da noi il progetto, in edilizia, è diventato progressivamente solo un fastidioso intralcio da risolvere in modo sbrigativo. L'edilizia da noi è fatta da committente e impresa. Il progettista è esornativo. Le esigenze che pone il progettista sono esornative. Prioritario è il valore economico aggiunto dell'operazione immobiliare, la rapidità di collocazione sul mercato del prodotto. Meno pretese e più guadagni.

Se poi parliamo di opere pubbliche le leggi degli ultimi anni tendono a scavalcare questo inutile passaggio. Che sia l'impresa a progettare. Se poi proprio dobbiamo scegliere un progettista usiamo il parametro del maggior ribasso sulla parcella così come si usa il massimo ribasso sulle opere per decidere chi farà i lavori. Tutto al ribasso: e gli edifici pubblici crollano.

E poi tutti possono progettare in Italia. Geometri, periti industriali, periti agrari, ingegneri e, forse, a volte, gli architetti.

Rottamiamo allora, insieme agli edifici fatiscenti, questa mentalità fatiscente. In Abruzzo preoccupiamoci di quanto ricostruire, di dove, di quando ma, una volta tanto, preoccupiamoci anche del come.
 

di Francesco Orofino, architetto
da Il Riformista del 09.04.09

 

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Commenti

10/04/2009 01:29: Comunicazione dell'Architettura
Complimenti architetto!, sono pienamente d'accordo sulla critica che lei fa del piano culturale italiano in merito al riconoscimento del valore della progettazione architettonica. Penso tra l'altro che l'Ordine Nazionale degli Architetti, dovrebbe prendere ispirazione dalla sua lettera di denuncia e farsi portavoce istituzionale del suo messaggio, nei confronti delle amministrazioni pubbliche, nonchè fautore di iniziative di promozione culturale tra i cittadini di questo paese. L'obiettivo è di promulgare il valore del ruolo dell'architetto e della progettazione nel risolvere le diverse problematiche legate all'abitare e al vivere sociale. Tanto più in questo momento che finalmente gli architetti sono stati chiamati in televisione per dare un parere professionale sui drammatici eventi avvenuti in questi giorni in Abruzzo. Buona Pasqua
SteLu_architetto

10/04/2009 13:38: Architettura, l'orpello della società italiana
Il progetto architettonico è stato dal dopo guerra in poi relegato in un angolo. Fare architettura è un orpello nella mentalità del committente italiano, medio e non. Il progetto, la direzione lavori, la sicurezza, sono un costo inutile e in più da pagare. Eppure un edificio o uno spazio progettato dovrebbe avere un valore sociale riconosciuto. Così non è nella società italiana contemporanea, dove impera l'individualismo, l'immagine e la forma priva di contenuti, la casta e il facile guadagno a dispetto delle regole. Snellire gli iter, la burocrazia è cosa giusta; come è giusto ridurre gli impianti normativi e rendere le leggi non interpretabili e sovrapponibili, ma precise, inequivocabili e con sanzioni certe. Ma determinate norme andrebbero redatte dai tecnici con l'ausilio dei giuristi, non viceversa: non possiamo continuare ad essere un paese dominato dagli azzeccagarbugli! In questi giorni di dolore, si sta affermando, insieme ad una sacrosanta voglia di giustizia e al consueto sensazionalismo, un fervore giustizialista ingiustificato, fomentato dalla stampa, che sta finendo per travolgere e vituperare ancora una volta la figura dell'architetto. E mi duole evidenziare come gli ordini di categoria ed il consiglio nazionale degli architetti e degli ingegneri, non si sia fatto ancora avanti per spiegare la condizione e descrivere il contesto in cui il professionista si trova, da anni, ad operare, caratterizzata da una committenza poco illuminata e dal solo utile d'impresa. Non possiamo permetterci di rimanere arroccati su di un piedistallo; ancora non siamo riusciti a divulgare inconfutabilmente le ragioni e le responsabilità, civili e penali, che fanno capo alla nostra professione. Bisogna fare autocritica. Il settore edilizio, invece, continua ad essere un bacino privilegiato dal sistema dello scambio elettorale e della mercificazione politica, continua ad essere compromesso dall'illegalità ed invischiato nel mal costume della nostra società.
maria cristina arseni

11/04/2009 11:55: La sfida della responsabilità
Grazie per l'articolo. E' necessario infatti rilanciare il nostro mestiere recuperando il prestigio che ha sempre avuto nella storia. Questo lo si fà innanzitutto accettendo le sfide che abbiamo davanti senza arroccamenti.(Spesso non si è capaci d'altro che parlare di difesa delle parcelle). Occorre una qualificata formazione professionale ma soprattutto è necessario recuperare il valore etico della nostra professione, ritrovare la cultura della responsabilità nell'esercizio del nostro mestiere. Essere competitivi nei vari specialismi e nella capacità di coordinamento dei saperi - che è attitudine propria dell'architetto - è il vero modo per essere più credibili e autorevoli e per vederci riconosciuto anche economicamente il valore del nostro lavoro. Essere in grado effettivamente di dare risposte di valore ai problemi sempre più complessi che abbiamo dinanzi.
arch.Claudio Mecozzi

12/04/2009 12:31: Correttezza e serietà sono il punto di partenza
Complimenti per la sintesi e la lucidità con cui sono state delineate le principali questioni che caratterizzano il campo in cui operano gli architetti italiani oggi. Spero che la gravità degli effetti di questo terremoto, portino ad una seria riflessione e ad un cambio di mentalità. Le leggi possono essere facilmente aggirate: solo la crescita culturale della nostra società può determinare un vero cambiamento positivo, orientato alla correttezza nei confronti di tutti: professionisti, committenti, imprese e istituzioni.
Arch. E. Vecchio

16/04/2009 11:22: Il progettista e D.d.L. : un rompiscatole!!
Complimenti per l'articolo, ci muoviamo veramente in un settore che appare disarticolato e privo di qualsiasi logica, il Tecnico di turno viene visto come quello che vuole impedire all'Impresa di far bene il proprio lavoro (sic!) . Il committente sopratutto privato, viene colto da una specie di "Sindrome di Stoccolma", che notoriamente spesso colpisce i rapiti rendendoli completamente soggiogati dal fascino del rapitore, così il Committente arriva a credere che l'impresa farà le scelte migliori per lui sottraendo dal conto finale tutte le economie di cantiere che derivano da una Direzione dei Lavori completamente imbavagliata; Esperienza personale, odierna: Nell'iniziare la Direzione dei Lavori di una ristrutturazione sconsiglio la scelta dell'impresa perchè non ha uno straccio di credibilità, non ha operai, non ha un'assicurazione contro terzi, ovvero non ha i requisiti per fare quel lavoro, bene se l'Impresa non ha i requisiti l'unica è licenziare il Direttore dei Lavori che rompe i c....., così l'impresa potrà fare il lavoro in santa pace!!! Evidentemente stiamo facendo il lavoro sbagliato, nel paese sbagliato, nel momento sbagliato !! Buona giornata a tutti !
A.G. architetto

16/04/2009 11:37: La Cultura...
Non mi piace il tono di generico lamento che leggo nei commenti. Condivido pienamente l'articolo, condivido meno chi cerca scuse e colpe al di fuori della ns. categoria. In realtà colpa dello "sfacelo" è anche in gran parte di quei professionisti che si conformano, per incapacità o ignavia, alle logiche descritte. Dove sono quei progettisti che, magari anche nel piccolo di una ristrutturazione, dialogano con l'interlocutore (committente, impresa) creando e diffondendo "cultura". Dove sono quei professionisti che rispondo con argomenti seri e concreti alle imposizioni degli uffici tecnici o delle commissioni edilizie, creando anche qui "cultura". E avanti di questo passo. Certo ci vuole fatica, "cultura", e magari si rischia anche di "pagare" di tasca propria.
Diogene_Arch

16/04/2009 12:43: Tutela professionale
Complimenti architetto sono pienamete d'accordo con lei, ma vorrei tanto che la sua lettera fosse inviata ai giornali e che gli Ordini professionali si attivassero veramente per tutelare la Professione. Usare il parametro del massimo ribasso potrà anche essere utile, ma dovrebbero essere altri i parametri per giudicare un progettista. Il progettista deve riprendere il posto che gli compete ed è importante uscire dal limbo delle Associazioni di categoria e imparare a far sentire la propria voce e a far conoscere le proprie idee.
Paola Cantini architetto

21/04/2009 11:41: PIU' COESIONE
architetto condivido pienamente il suo articolo e voglio ricordare che durante la rivoluzione industriale, la figura dell'ingegnere è giustamente emersa come colui che risolveva seri problemi igienici e di contesto cittadino legati alla pessima condizione in cui versavano i civili, mentre l'architetto, dopo aver così bene interpretato le città e le civiltà nel tempo, nelle epoche che ci hanno reso celebri e di cui godiamo ancora un indotto positivo, non è stato capace di aggiornarsi e ancora oggi non è riuscito a svincolarsi dai stretti rapporti con il potere di turno, alla faccia del valore sociale che questa professione tiene in se e quindi la possibilità di interpretare i bisogni e allo stesso tempo cogliere gli stimoli che provengono dal contesto sociale e territoriale, sempre avendo come obiettivo la qualità e la riqualificazione quale valore aggiunto necessario e da diffondere, allo scopo di prefigurare una società civile e condivisa. Diffondendo questa professione, quale servizio necessario alla gente e non relegandolo ad una elite o rincorrendo esclusivamente l'opera sensazionale che ci dia un posto nell'olimpo (che naturalmente ben venga perchè è l'indotto del domani), senza dimenticare che dalla funzione scaturisce la forma, altrimenti saremmo pittori di tele o magari scultori. L'architetto è ancora oggi nell'immaginario della gente, una figura lontana dalle loro necessità e quindi inutile, semmai rappresenta il veicolo che avvicina a quell'elite a cui tutti ambiscono (senza nulla togliere ai pianificatori che fanno un gran lavoro in sordina). Naturalmente ci scontriamo con un sistema che va nella direzione opposta, ma da sempre le popolazioni seguono il vantaggio economico che sia monetario o bene di scambio e quindi sta anche a noi essere uniti e spingere verso l'assimilazione culturale della nostra figura trovando azioni comuni. Siamo tanti e l'eccellenza fa fatica ad emergere, ma la qualità e la capacità ci accomunano se non altro per gli strumenti condivisi.
Luana Rinà

23/04/2009 21:01: una marginale considerazione....
L'articolo è, senza dubbio, condivisibile e quanto mai attuale; tuttavia, anche leggendo i commenti di molti colleghi, mi chiedo: in un mondo dominato da ben altri (e non tutti nobili!) principi (ben evidenziati nel testo) il quale, come traspare, sembra ignorarci o, nella migliore delle ipotesi, tollerarci, non abbiamo, forse, anche noi architetti qualche responsabilità?
Stefano D'Amico

vedi anche:

Ripartiamo dalla periferia

Il punto di Amedeo Schiattarella

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e, per conoscenza, agli architetti italiani


data pubblicazione: venerdì 10 aprile 2009
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