Piano per il XXI secolo

The Modern Wing - Art Istitute Chicago - rass. stampa

Chicago - Piano per il XXI secolo. Molto più che la nuova ala di un glorioso museo, la Modern Wing dell'Art Institute che si inaugura oggi è una lungimirante visione sociale dell'architettura.

Sarà stata per la coincidenza di Riccardo Muti direttore della Chicago Symphony Orchestra, ma la "Modern Wing" dell'Art Institute che si inaugura oggi a Chicago ha fatto parlare di "italian invasion". Sulla scia dell'effetto Gran Torino provocato dall'escalation americana della Fiat, potremo dunque considerare domenica 17 maggio il giorno dell'"orgoglio italiano" e ringraziare Renzo Piano - raffinato regista dell'ultima espansione della storica istituzione di Chicago - per aver offerto al pubblico internazionale di giornalisti, di critici, di curatori di musei, di storici e tycoon della finanza un volto ottimista e vincente della creatività italiana come non si vedeva da decenni.

Non si pensi però all'illusionista che tira fuori il coniglio dal cilindro o al gesto dell'artista che traccia un segno vorticando la mano nel vuoto. Chi conosce Piano sa che è mille miglia distante dallo stereotipo dell'architetto-mago e d'altra parte per arrivare alla giornata di oggi ci sono voluti nove anni, un periodo sufficientemente lungo per permettere al progetto di nascere nella mente e di svilupparsi nel luogo, verificando la concretezza delle ipotesi e la bellezza delle soluzioni.

Risale infatti al 1999 la scelta di Piano come architetto della più consistente addizione del neoclassico edificio inaugurato per l'Esposizione Mondiale del 1893 che per D.H. Burnharn - il grande artefice della fortuna nazionale della capitale del Midwest - doveva segnare il manifesto della "City Beautiful": una riconversione totale della possente patria del grattacielo da città industriale a Parigi nella prateria. Con il suo grandioso piano per la Chicago del XX secolo - di cui proprio quest'anno si celebra il centenario - Burnham aveva avviato un processo di ricostruzione urbana che avrebbe dotato la città di pomposi edifici pubblici ma anche avviato una politica di infrastrutture collettive, di cui la sistemazione scenografica del lungo lago è ancora adesso il lascito più vitale.

Ma come si può ripensare all'inizio del XXI secolo un'intuizione del XX? Riproponendo lo spirito della frontiera, è stata la risposta di Piano: cioè spostando un problema specifico - sistemare in maniera adeguata una delle più straordinarie collezioni dell'arte europea e americana del '900 - in un'occasione per la città.

Se Burnham doveva trovare nell'antica Roma i principi ispiratori della sua urbanistica, Piano non ha fatto altro che ricorrere a quel senso della città che ha sempre ispirato la migliore tradizione europea. Nasce da qui il progetto per la Modern Wing, non da un assioma formale: rispettare la singolarità dell'originaria struttura, ma inserirla in un programma di sviluppo che sposti avanti i termini del suo inserimento nella città.

È la città la vera protagonista di quest'architettura: la costante presenza di uno scenario denso e tagliente che, come in uno dei quadri di Magritte esposti nelle sale, cattura prepotente lo sguardo riversando l'interno in un esterno urbano e soffiando sul collo del visitatore il fiato dei suoi possenti grattacieli. La capacità di Piano di controllare gli spazi facendo leva sulla trasparenza, raggiunge il suo climax proprio negli interni: telescopi puntati sull'esterno, aghi di una bussola dove tutte le direzioni oscillano e si incontrano, lasciando nell'aria il benessere di un pulviscolo luminoso da cui prendono risalto i filiformi bronzi di Giacometti, le cavernose sagome di Moore e persino le astrazioni geometriche di Frank Stella.

Situato lungo la Michigan Avenue, l'Art Institute si è espanso nel passato con una serie di padiglioni a corte nell'area retrostante di Gran Park in una gemmazione di volumi chiusa in sè stessa e in fondo nascosta alla città.

Nel frattempo però la decisione di espandere l'area verde nella creazione del Millennium Park porta al centro dell'attenzione la parte più derelitta del Loop verso la fine di Monroe Street: pensato per accrescere la qualità degli spazi pubblici di Chicago, Millennium Park assume presto il ruolo di calamita, capace di orientare la direzione del progetto di Piano e di far quadrare il teorema del museo e della città.

Inglobare il nuovo parco nel progetto significa subito accentuare la direzione dell'ampliamento dalla direttrice est-ovest a quella nord-sud, conferendole un valore strategico: invece di un solo blocco, due ali; una delle quali fronteggia il parco cui Piano decide di collegarsi con un ponte pedonale in acciaio di 190 metri - il Nichols Bridgeway - che consente con un balzo di raggiungere direttamente la splendida visuale del Bluhn Sculpture Terrace all'ultimo piano della Modern Wing.

«Non è solo la seconda "facciata d'ingresso" all'Art Institute - ha detto il direttore James Cuno - ma un manifesto della nuova identità del museo nell'era della massima accessibilità. Ne rinforza il carattere civico e fornisce a Chicago il giusto tributo alla sua tradizione di metropoli democratica al servizio dei cittadini».

Che sia toccato a Piano di incarnare questi valori non meraviglia e anzi spiega il suo successo senza precedenti sul suolo americano. Quando si farà la storia del XXI secolo, bisognerà spiegare infatti come mai sia toccato a quest'austero genovese, che da mezzo secolo insiste nel considerarsi un "operaio" del progetto, dare un volto alle maggiori istituzioni degli Stati Uniti: giornali (New York Times), biblioteche (Morgan Library), università (Columbia, Harvard), musei (dal De Menil degli anni 80 una lista infinita). Come è riuscito ad ammaliare rettori, direttori, curatori con la magia di pochi elementi che si porta appresso come una cassetta d'attrezzi? Ognuno può darsi la sua risposta: ma basta entrare nelle sale della Modern Wing per capire che il segreto sta nell'ostinazione del pensare prima ancora che del fare. Nel credere che nonostante tutto l'architettura sia ancora un'arte sociale, inserita in un contesto dove anche il soprano sa accordarsi al coro. Nel continuare a praticare un umanesimo che usa la tecnologia come quello rinascimentale la geometria e la prospettiva: come strumento di una visione, non come rappresentazione di una moda o di un potere.
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di Fulvio Irace
da Il Sole 24ore Domenica del 17.05.09


Caro Renzo perché non rompi?

Inappuntabile, conciso, discreto, mai sopra le righe, classico, che altro dire a Renzo Piano per queste ennesime realizzazioni. Edifici o allestimenti che «sono quello che sono» non vogliono «rompere», timidamente sfumano facciate, coprono superfici con tenui schermi, scatole semplici, volumi che non fanno rumore. Eppure proprio per coloro che amano Piano, che amano la sua capacità di non «tirarsela» la sua assenza di retorica da superstar, proprio questi potrebbero avere il diritto di dirgli oggi che forse è giunto il momento in cui Piano potrebbe permettersi molto di più. Renzo è un grandissimo mediatore, un uomo che riesce a modellare la propria fantasia secondo le situazioni, i contesti e i clienti. Eppure proprio coloro che ne amano l'apparente praticità potrebbero oggi chiedergli qualcosa di più di una profonda compostezza, di un simpatico manierismo di sè stesso. Questa scatola di Chicago non turba e non pretende di aggiungere un gran rumore, ma ricorda troppo il Menil di Houston, ricorda il rassicurante involucro del New York Times, è un Piano che cita un sé tranquillo che sembra però soffrire del fatto che i clienti gli chiedono di essere tranquillo. E lui si vede che ci sta male in questo ruolo, vorrebbe scoppiare ben oltre le rassicurazioni degli involucri e delle scatole.

A un maestro che ha cominciato con una delle più grosse provocazioni del secolo, il Pompidou, si potrebbe chiedere, oggi che è sciolto da troppi vincoli, di darci invece frustate, di darci un capovolgimento di prospettive, di essere lo scomodo architetto che sovverte le aspettative dei clienti, facendogli magari credere che sta facendo quello che vogliono. Il paragone con Rem Koolhaas, con quello sfacciato e svenduto a Prada però qui sta bene. Forse in una cosa così tragicamente scontata come un museo - un museo è un cimitero dell'arte per gente che non vuole da essa essere turbata - ci vorrebbe una gran voglia di capitomboli come quelli divertenti del museo che Rem ha pensato per Prada in Corea, una scatola che rotola. Renzo è stato provocatorio in modo molto più interessante, ma è come se ultimamente si fosse rintanato in una posizione un po' offesa dalla incapacità del mondo della committenza di avere coraggio. A lui chiediamo di andare più avanti, di fare un salto che sia uno schiaffo all'orribile monotonia della clientela. Oggi sappiamo che può veramente sconvolgerci e aprirci mondi. Ce lo aspettiamo, dai Renzo, dai.
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di Franco La Cecla
da Il Sole 24ore Domenica del 17.05.09 


Chicago. Aperta la Modern Wing - Vetro e acciaio, il museo «verde». L'ultima opera americana di Piano. Il capo di gabinetto di Obama: capolavoro.

CHICAGO — Era un po' contrariato, ieri mattina, Renzo Piano. Gli schermi di tela bianca, che filtrano la luce dalle grandi finestre dell'edificio, erano abbassati. Non che il terzo piano della Modern Wing del Chicago Art Institute ne risentisse in alcun modo: nella sala piena di sculture di Brancusi e Giacometti, nessun riflesso ne disturbava la visione quasi religiosa. Ma quelle cortine oscuravano il rapporto con la città. Aveva ragione l'architetto a insistere: quando finalmente hanno cominciato ad alzarsi, lo skyline del Millennium Park è diventato il quadro naturale della parete.

A quel punto Rahm Emanuel ha cominciato ad applaudire: «Bravo, è straordinario». Una visita guidata d'eccezione, quella di ieri, attraverso l'ultima opera americana dell'architetto genovese: a seguirlo in quest'ennesima combinazione di funzionalità e leggerezza, con il vostro cronista, c'era anche il capo di gabinetto della Casa Bianca, in libera uscita nella sua città «per vedere i miei figli e questo capolavoro», come ci ha detto.

Ed è stato interessante cogliere l'interazione tra due diverse concezioni del fare. Quella politica di Emanuel, architetto di vittorie elettorali e parlamentari. E quella artistica di Piano, artigiano visionario, costruttore di luoghi, protagonista di un'architettura che vuole allo stesso tempo funzionare e ispirare. «Un museo è un oggetto metafisico», diceva l'architetto. «Meta perché? », ribatteva l'altro. «Perché è senza tempo, qui dentro si contempla e si gode l'arte, oltre il luogo fisico nel quale si trova», rispondeva Piano. «Giusto, ma qui siamo comunque a Chicago», osservava Rahm.

Frammenti di un colloquio, che coglieva il punto centrale. Con l'aggiunta della Modern Wing, costata 294 milioni di dollari e aperta da stamane al pubblico, la città del vento celebra ancora una volta il suo orgoglio civico: «Chicago - spiega Piano - è stata la prima città moderna della nazione, completamente ricostruita dopo il Grande Incendio del 1871 e può ben rivendicare il titolo di primo laboratorio dell'architettura moderna. Questa è una metropoli forte e fragile allo stesso tempo».

Per la Modern Wing, che aumenta la capacità espositiva del Chicago Art Institute fino a farlo diventare il secondo maggior museo americano, l'architetto italiano ha pensato due padiglioni su tre livelli in vetro e acciaio, le mura portanti esternamente coperte di pietra indiana, separati da una navata: ci sono un education center al pian terreno, la collezione permanente d’arte contemporanea al secondo livello, quella d'arte moderna europea al terzo.

I due colpi di genio sono un «tappeto volante» e il ponte. Il primo è un tetto quadrato, perfettamente in linea con la griglia originaria della città, fatto di lame di alluminio inclinate e sostenuto da sottili pilastri di ferro, che fa passare la luce proveniente da Nord e filtra quella da Sud: «Questo è possibile perché la città è costruita in assi perfette, che l'edificio rispetta. E nel suo tragitto a Est a Ovest non si sposta mai dalla verticale». Inoltre, il «tappeto volante» consente un enorme risparmio energetico, aggiungendo la Modern Wing agli altri progetti «verdi» di Piano.

Il ponte pedonale, una lama di metallo lucente lunga duecento metri, parte dai 9 metri del terzo livello e scende dolcemente verso il Millennium Park, restituendo la Modern Wing alla città: «Quando lo proposi al sindaco Daley, mi guardò strano, ma poi si è convinto e ora ne è entusiasta».

 

di Paolo Valentino
dal Corriere della sera del 16.05.09


Renzo Piano: il mio tempio laico per l'arte a Chicago. Oggi a Chicago l'archistar italiana inaugura la Modern Wing dell'Art Institute, che ospita opere contemporanee L'ultima creatura del progettista genovese è una struttura in acciaio, vetro e pietra, costata 400 milioni di dollari. Nel tempio laico di Renzo Piano. "Un omaggio alla città di Obama". "Lavoro bene qui in America perché sanno riconoscere il valore umanistico della civitas".

CHICAGO - «Lo potrei definire un tempio laico». Renzo Piano passeggia nella Modern Wing, il nuovo edificio dell'Art Institute of Chicago che «ancora per poche ore è la mia creatura ma che ora mi porteranno via». Una straordinaria opera da 400 milioni di dollari che l'architetto italiano ha iniziato a progettare dieci anni fa e che questa mattina, dopo quattro anni di lavori e 8.500 disegni, «ci pensi, sono come otto enormi dizionari», verrà inaugurato in pompa magna. «Io sono attirato dagli edifici pubblici, perché quando si svolge bene il proprio lavoro aiutano a tenere la barbarie fuori dalle città.

Una delle ragioni per cui sono felice quando lavoro in America è perché l'America riconosce i valori umanistici della città. Oggi è Chicago, che non a caso è la città di Obama. La città è un'invenzione meravigliosa, se viene intesa come civitas, civiltà. E questi valori l'America li va a cercare da noi, in Europa. Non è un riconoscimento a una singola persona ma a un approccio culturale, a un atteggiamento nei confronti della città». Piano spiega la sua nuova struttura (acciaio, vetro, pietra calcare dell'Indiana), la copertura "a tappeto volante" con le sue lame modellate in alluminio e il sistema automatico di oscuramento, «un grande otturatore che serve per filtrare la luce». Un sofisticato congegno che fa sì che le opere degli artisti (l'Art Institute è il secondo museo americano dopo il Metropolitan di New York ed ha una straordinaria collezione di arte moderna e contemporanea) si possano ammirare alla perfezione.

«Un edificio per l'arte gioca, flirta, gode con la luce. Luce che prende di giorno dall'esterno e che restituisce di notte all'esterno, come una sorta di lanterna magica. Questo è un edificio che dialoga con la città. Da queste stanze vediamo i grattacieli, il parco. Anzi quando incontrerò Richard Daley (il sindaco di Chicago, ndr) insisterò per fare mettere qui davanti un semaforo. Lui non vuole perché ha paura che fermi il traffico, ma voglio dimostrargli che non è vero». Visto che il semaforo non l'aveva ottenuto Piano il "dialogo con la città" lo ha creato con il Nichols Bridgeway, un ponte pedonale che con i suoi 190 metri collega il museo a Millenium Park e al Pavillon & Walking Bridge di un altro grande architetto, Frank Gehry. «Sono dieci anni che ci facciamo degli scherzi, io gli dico che l'ho fatto così per vedere lui, altrimenti non lo vede nessuno. Tra le nostre due opere c'è un dialogo, in tutti e due ci sono elementi leggeri, quello che lui ha fatto lì col suono io l'ho fatto per l'aspetto visivo. Il suo ponte è bellissimo però gli ho detto: "Frank, il tuo non va da nessuna parte, il mio invece ti raggiunge"».

A Chicago l'architetto italiano ha lavorato bene e volentieri, perché qui esiste quel "civic pride", l'orgoglio civico «di una città che nel 1871 è stata rasa al suolo dal famoso incendio e vent'anni dopo il primo edificio pubblico che viene costruito, con i soldi dei privati, è un palazzo classico, l'Art Institute. E adesso, 130 dopo, il "civic pride" porta questa città allo stesso gesto, un'opera da 400 milioni di dollari tutta pagata dai privati. Questa volta non un palazzo classico ma quello che è stato definito un tempio di luce». Piano continua a camminare all'interno della sua "creatura". Scherza con il proprietario del ristorante perché lo ha chiamato "Terzo Piano" (il piano dove si trova all'interno del museo), continua a parlare di arte, letteratura, dell'America che ha imparato ad amare con Jack Kerouac e la musica di John Cage, «dell'originalità di Chicago», della «leggerezza che è la sua cifra espressiva». «La teoria che i musei devono essere scatole vuote, isolate, fuori dal mondo, è una teoria cretina», dice. All'inaugurazione osserverà di nascosto le reazioni della gente. «Me lo ha insegnato Roberto Rossellini quando girava un documentario: non guardare l'edificio, guarda in faccia quelli che lo girano». 

 

di Alberto Flores d'Arcais
da La Repubblica del 16.05.09

 

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data pubblicazione: domenica 24 maggio 2009
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