Costruzioni con il sì del soprintendente

N.O. paesaggistico - agg. rassegna stampa

Tutela del paesaggio. Mezza Italia sotto vincolo verde. Novità da gennaio: interventi edilizi solo con il via libera della soprintendenza. La graduatoria delle aree protette varia dal 96% del Trentino Alto Adige al 19% della Puglia.

Metà del nostro territorio è sottoposto a vincoli paesaggistici: si va da oltre il 90% di Trentino-Alto Adige e Liguria, al 19% della Puglia. Al di là delle differenze regionali, il 47% dell'Italia è protetto. Almeno in teoria. In realtà, le tutele hanno funzionato solo in parte e il paesaggio è stato e continua a essere oggetto di pesanti abusi.

In nome di una salvaguardia più stringente, dal 1° gennaio ogni intervento di qualsiasi tipo sulle aree vincolate, a iniziare da quelli edilizi, deve prima passare per il parere della soprintendenza. Che diventa preliminare e vincolante. Un totale ribaltamento di prospettiva rispetto a quanto avvenuto finora, perché il soprintendente interveniva a cose fatte - quando il progetto era già stato approvato dal comune - e poteva contare su un potere di annullamento degli atti solo per vizi di legittimità.

Le nuove regole sono chiamate anche a favorire un uso più razionale del suolo, che negli ultimi anni in Italia è stato occupato con velocità crescente dalle nuove costruzioni: dieci ettari al giorno, per esempio, in Lombardia.

 

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da Il Sole 24ore del 04.01.10


Proposte e non solo divieti 

Da venerdì è scattata "l'ora X" per la nuova legge sulla tutela del paesaggio. Non è sbagliato chiedersi cosa ci si possa aspettare da questa minirivoluzione, che rende operativi i propositi di tutela del codice dei beni culturali e del paesaggio (il cosiddetto codice Urbani), e quali prospettive si aprano concretamente per il nostro martoriato ma ancora salvabile territorio.

Tra le regole appena entrate in vigore riveste un'importanza centrale la nuova attribuzione di competenze in materia di autorizzazioni paesistiche e pianificazione paesaggistica: se in precedenza tra i soggetti competenti figuravano le regioni e le soprintendenze con la possibilità di annullare le autorizzazioni, con le nuove norme queste ultime sono chiamate a formulare un parere vincolante che possibilmente dia certezza sui tempi e risposte preventive alle iniziative di project financing.

Un ruolo assolutamente centrale, dunque. Che però sembra mettere d'accordo sia i beni culturali sia i costruttori, che sottolineano il giro di boa voluto per la figura del soprintendente che smette, finalmente, la giacca di "signor no".

Alle soprintendenze viene infatti attribuita una funzione propulsiva e non più di vincolo a iniziative già avviate, quanto piuttosto di autorizzazione preventiva per un'azione coordinata tra progettisti, enti pubblici e privati e promotori finanziari.

Lo conferma a chiare lettere, ad esempio, Carla Di Francesco, attuale direttore regionale per i Beni culturali dell'Emilia Romagna, che aveva ricoperto fino a due anni fa lo stesso incarico per la Lombardia, in uno dei momenti cruciali per la storia dello sviluppo di questa regione.

E lo sottolinea anche il presidente di Ance Milano, Claudio De Albertis. Che tuttavia avverte come il vero problema sia quello di rivedere il concetto di tutela imperniato esclusivamente sulla conservazione e assicurare una formazione dei funzionari che tenga conto del dibattito contemporaneo, così da non essere arroccata su una visione solamente proibitiva. Anche attraverso confronti sul tema, conferenze, tavoli di discussione e iniziative pubbliche come quelli promossi dakka stessa Ance.

Il problema, dunque, prima di essere normativo è culturale; non a caso la nuova legge recepisce le direttive europee sulla definizione del paesaggio, che viene integrata con quella di «identità nazionale» e di «rappresentazione materiale e visibile». La preoccupazione, se mai, riguarda la maniera in cui questa nozione allargata verrà recepita anche dai progettisti cui compete professionalmente l'obbligo di redigere la relazione paesaggistica destinata ad accompagnare la richiesta di autorizzazione dei progetti di intervento in ambito vincolato. Tant'è che alcune regioni, come ad esempio la Lombardia, hanno cominciato a organizzare con università e ordini professionali corsi di formazione per esperti ambientali da inserire nelle commissioni edilizie integrate, mentre istituti universitari di ricerca ed enti culturali, come l'Inu, Legambiente e il Politecnico di Milano, hanno varato l'Osservatorio nazionale sui consumi di suolo, con l'intenzione di rimettere in agenda il tema sostanziale sotteso a ogni problema di valorizzazione e tutela: la questione del "suolo" e del suo utilizzo.

Se da una parte infatti si accumulano le iniziative sulla trasformazione dei territori e delle aree urbane come motori di sviluppo economico e di potenziamento delle risorse, dall'altra appare evidente la sottovalutazione del suolo come risorsa finita. Non a caso, l'osservazione e il monitoraggio del fenomeno - come dice il presidente dell'Inu, Federico Oliva - sono ancora oggi privi dei più basilari armamentari di analisi e di ricerca, in assenza di dati affidabili e di una reale possibilità di confrontarli e "montarli" in un ordine che dia il senso delle reali trasformazioni del Paese e dei suoi bisogni.

L'idea che la terra non sia un "dono" ma il frutto - precario - di secoli di fatica e di impegno dell'uomo ci coglie impreparati, come di fronte ai dissesti geologici e ambientali che anche in queste ore stanno frantumando l'Italia.

Proprio per questo, la necessità di stabilire un patto è cruciale al pari di quella di creare condizioni e strutture perché ciò avvenga. Le condizioni, con il varo delle nuove norme, sembrerebbero esserci. Mancano ancora però, le strutture, che devono essere potenziate attribuendo più risorse alle soprintendenze, chiamate a svolgere la funzione di ago della bilancia.
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di Fulvio Irace
da Il Sole 24ore del 04.01.10


L'URBANIZZAZIONE. Anche in Italia conquista terreno la «città diffusa». L'Osservatorio sui consumi di suolo misura l'incremento delle aree edificate.

Chiunque abbia viaggiato in aereo tra Milano e Roma sa come si presentano gli Appennini. Montagne, boschi, qualche paesino, ogni tanto una città. Difficile - guardando dal finestrino - pensare all'Italia come a un territorio cementificato. Eppure, basta poco per cambiare prospettiva. Basta percorrere una delle tante strade provinciali che attraversano la pianura padana, costeggiate da capannoni, ville, palazzine e centri commerciali. Per la maggior parte costruiti negli ultimi dieci o vent'anni.

Dove sta, allora, la verità? La "città diffusa", con le periferie che formano reti urbanizzate a bassa densità, occupa troppo territorio agricolo e naturale? Oppure, al di fuori delle pianure, sono i boschi ad avanzare? L'Osservatorio nazionale sui consumi di suolo - istituito dal Dipartimento architettura e pianificazione del Politecnico di Milano, dall'Istituto nazionale di urbanistica e da Legambiente - nei mesi scorsi ha condotto una prima ricognizione. I dati dicono che le aree occupate da edifici, strade e infrastrutture negli ultimi anni sono cresciute di 10 ettari al giorno in Lombardia - tanto quanto 14 campi da calcio - di 8 ettari in Emilia Romagna e di poco meno di un ettaro (8mila metri quadrati) in Friuli Venezia Giulia.

Se queste tre regioni fossero rappresentative della media nazionale, vorrebbe dire che ogni giorno in Italia vengono occupati 100 ettari, cioè un chilometro quadrato. Rappresentative, però, non sono, in quanto si tratta di aree tra le più urbanizzate. E manca all'appello tutto il Centro-Sud. Il problema, infatti, è che non esiste una mappatura completa, perché gli enti locali, salvo limitate eccezioni, non l'hanno mai considerata una priorità. Ad oggi le rilevazioni - escluse quelle in pagina e per la provincia di Torino - non sono comparabili, ad esempio perché chiamano in modo diverso cose uguali (un campo può essere definito «agricolo» in una regione e «seminativo» in un'altra) oppure perché le cartografie sono riferite a una data sola, e non consentono di cogliere i cambiamenti.

Al disinteresse degli amministratori, peraltro, si contrappone la disponibilità dei costruttori a "usare" in modo più razionale il suolo. «Condividiamo l'obiettivo di un consumo intelligente, e quando possibile minore, di territorio. In questo senso, è fondamentale sapere dove e come si costruisce, sia in modo legale che illegale», afferma Paolo Buzzetti, presidente nazionale dell'Ance. «L'Italia è l'unico paese avanzato in cui non si riesce ad abbattere i vecchi edifici che non hanno caratteristiche di pregio - prosegue -. Londra è un esempio eclatante di come si possa ripensare e ricostruire la città».

L'esperienza insegna, d'altra parte, che anche le migliori intenzioni spesso soccombono di fronte alla complessità e ai tempi lunghi delle procedure necessarie ad approvare i piani di riqualificazione. Proprio per questo, molti hanno guardato con interesse al piano casa. «Abbiamo insistito molto sulla norma che consente di demolire e ricostruire», ricorda Buzzetti. E l'importanza di questa disposizione è stata sottolineata anche da Finco, la federazione delle imprese attive della filiera edilizia, che aveva chiesto (per ora invano) di rendere permanenti le misure sulla sostituzione edilizia.

La lezione che arriva dal rapporto, dunque, è doppia. Innanzitutto, bisognerebbe individuare le politiche pubbliche virtuose, in grado di contenere il consumo di suolo entro i limiti strettamente necessari e favorire uno sviluppo razionale delle città. Dopodiché, bisognerebbe completare al più presto la ricognizione del territorio in base a criteri omogenei, così da offrire ai comuni una base-dati accurata per programmare il governo del territorio. Anche perché, come hanno denunciato i responsabili dell'Osservatorio davanti alla commissione Ambiente della Camera, da un punto di vista scientifico oggi nessuno può dire con certezza quale sia la percentuale di suolo italiano urbanizzato. Di fatto, con le conoscenze attuali, è difficile andare oltre le impressioni del comune viaggiatore che osserva il paesaggio fuori dal finestrino. Tutto questo mentre in altri paesi come Germania, Olanda e Svizzera vengono effettuate rilevazioni annuali poi utilizzate per elaborare la pianificazione urbanistica.
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  • La tendenza. In Lombardia ogni giorno si occupa l'equivalente di 14 campi da calcio
  • I costruttori. Ben disposti a razionalizzare ma con iter più snelli per le riqualificazioni

LA RICERCA. Dati ancora parziali. Le informazioni sono state richieste a tutte le province italiane, ma si è potuto elaborare in modo omogeneo solo quelle di tre regioni (Lombardia, Emilia Romagna e Friuli) e, in modo disomogeneo, quelle della provincia di Torino. Il principale inciampo è stata la mancanza, in molte regioni, di cartografie digitalizzate in almeno due anni diversi. Molte province non hanno risposto e quelle che l'hanno fatto disponevano spesso di mappe parziali, discontinue, raccolte con metodi diversi e su scale non coerenti. Al livello di approfondimento dato allo studio sarebbe bastato confrontare ortografie satellitari prese in anni diversi, a bassa risoluzione, per coprire tutta la Penisola, con investimenti limitati. I dati raccolti, una volta standardizzati, sono comunque preziosi e permettono anche di dettagliare i trend di trasformazione trasversale: per esempio da terreno agricolo a bosco.

 

di Cristiano Dell'Oste
da Il Sole 24ore del 04.01.10


Nei comuni più piccoli i grandi lavori

In Lombardia si perdono ogni anno oltre 4.400 ettari di terreni agricoli, in Emilia Romagna più 7.700. Di questi, quasi 3.800 sono urbanizzati in Lombardia e quasi 3.000 in Emilia Romagna. Insomma, è come se da un anno all'altro venisse costruito dal nulla un nuovo capoluogo di provincia di medio calibro. Nelle tre regioni considerate nel primo rapporto 2009 redatto dall'Osservatorio sui consumi di suolo, la provincia con più aree trasformate per ospitare l'uomo è quella di Milano, che vede urbanizzato quasi metà del proprio territorio, seguita da quelle di Trieste, di Varese e di Rimini. Sempre Milano, Brescia e Bergamo (in Lombardia), Bologna, Modena e Reggio (in Emilia Romagna), e Udine (in Friuli Venezia Giulia) sono in testa alla classifica degli ettari edificati ogni giorno. Tuttavia, se si guarda ai metri quadrati costruiti ogni anno in rapporto agli abitanti, si nota un cambiamento rilevante: in questo caso, sono le province agricole a registrare le trasformazioni maggiori (Mantova, Lodi, Reggio Emilia, Parma, Pordenone).

Nelle classifiche contenute nel rapporto si notano anche interessanti andamenti in controtendenza: per esempio l'incremento delle superfici a bosco, frutto dell'abbandono delle zone montane a favore delle pianure e delle colline pedemontane.

«I dati aggregati non possono raccontare a fondo il meccanismo delle trasformazioni», spiega Paolo Pileri, docente di pianificazione territoriale presso il Politecnico di Milano e coautore del rapporto. Ad esempio, prosegue, «bisogna tenere conto che la nuova urbanizzazione cresce quanto più ci si allontana dal centro delle metropoli o delle città, ed è proporzionalmente più intensa nei comuni più piccoli, come quelli sotto i 5mila abitanti, che in quelli più grandi. Questo sembrerebbe il banale effetto della disponibilità di spazi agricoli o naturali più ampi. Ma non è solo così. Probabilmente incide anche l'incapacità delle piccole amministrazioni comunali di resistere alle pressioni degli interessi privati, tenuto conto del fatto che nei piccoli municipi le relazioni parentali e amicali sono molto strette, e condizionano di più l'elezione dei rappresentanti. E poi c'è la scarsa preparazione culturale e ambientale delle giunte più piccole».

Insomma, è il trionfo della città-arcipelago, che alterna le villette uni e bifamiliari, i piccoli condomini, i capannoni delle piccole e medie imprese e i grandi contenitori del commercio e dell'intrattenimento (cinema multisala, discoteche, palestre): una città che spesso implica un'elevata mobilità dei cittadini, con le prevedibili conseguenze in termini di consumi energetici. Con questo modello urbano, infatti, oltre il consumo del suolo, si incrementa anche quello di carburante: con l'aumento di percorrenza di un chilometro in auto, per ogni mille abitanti ci sono 700 km in più da fare, cioè l'immissione in aria di 80-100 kg di anidride carbonica (29-36 tonnellate in un anno).

In futuro uno sviluppo equilibrato non è garantito, anche perché non sempre i provvedimenti statali e locali sembrano agevolare questa tendenza. Si pensi per esempio ai piani casa regionali che premiamo gli incrementi di volumetria soprattutto per villette uni e bifamiliari e le piccole strutture produttive. Oppure alla devolution in atto che prevede che i comuni si assumano in carico anche la gestione delle autorizzazioni ambientali oltre che della programmazione urbanistica (si veda la pagina a fianco). Il tutto con il rischio che la tentazione di incassare maggiori entrate dagli oneri di urbanizzazione e avere più consensi elettorali finisca per mandare in secondo piano l'attenzione al paesaggio.
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  • LE TENDENZE - Le trasformazioni riguardano soprattutto le zone di pianura e le fasce periferiche dei centri urbani 

 

di Silvio Rezzonico - Giovanni Tucci
da Il Sole 24ore del 04.01.10


LE NUOVE REGOLE «VERDI» - Costruzioni con il sì del soprintendente. Gli interventi nelle aree vincolate (il 47% del totale) sono ora possibili solo dopo il via libera.

Sono il Trentino, la Liguria e la Valle d'Aosta le regioni più verdi: il loro territorio è per la maggior parte sottoposto a vincoli paesaggistici. Fa da contraltare la Puglia, la regione con meno aree tutelate (solo il 19 per cento). Differenze regionali a parte, quasi metà dell'Italia è protetta. Si sfiora, infatti, il 50 per cento. Dalla legge 431 del 1985 (la "Galasso") in poi il paesaggio è stato messo sotto chiave. Almeno sulla carta. Nella realtà, il sacco del territorio è continuato e continua.

Da venerdì scorso - in realtà da oggi, considerato il fine settimana festivo - si cambia passo. Tutti gli interventi sulle aree vincolate, a partire da quelli edilizi, devono prima essere approvati dalla soprintendenza. Dal 1° gennaio il parere del soprintendente - che fino all'altro ieri veniva espresso sul progetto già approvato dal comune e poteva fare leva solo su un potere di annullamento per vizi di legittimità degli atti - è diventato preliminare e vincolante. Se l'ufficio dei Beni culturali dice «no», non si può andare avanti.

In questo modo lo Stato si riappropria dell'ultima parola sul paesaggio, funzione finora delegata alle regioni, le quali l'avevano a loro volta sub-delegata, quasi sempre ai comuni, ma in alcune realtà anche a province e comunità montane. Una novità prevista dal codice dei beni culturali e del paesaggio (il decreto legislativo 42/2004, cosiddetto codice Urbani) e rinviata per effetto di varie proroghe.

Le regioni, infatti, hanno ottenuto più volte che la nuova procedura delle autorizzazioni venisse posticipata. Anche perché il processo di predisposizione dei piani paesaggistici da realizzare insieme al ministero - operazione che a quel punto renderebbe obbligatorio ma non vincolante il parere del soprintendente va a rilento. Sono soltanto otto, infatti, le regioni che hanno siglato finora un'intesa per scrivere le norme di tutela del paesaggio insieme ai Beni culturali. Si tratta di Abruzzo, Campania, Friuli, Piemonte, Puglia, Sardegna e Veneto. Per altre, come Lazio, Umbria e Calabria, il protocollo è pronto, ma non firmato.

Se questa volta la proroga che, seppure osteggiata dal ministero, era tuttavia nell'aria non c'è stata è anche perché le regioni hanno ottenuto dai Beni culturali l'assicurazione che l'intera procedura di rilascio dell'autorizzazione paesaggistica verrà semplificata. Già si è messo mano agli interventi di lieve entità e il regolamento che snellisce le pratiche, dopo il «sì» della conferenza Stato-regioni, è ora all'esame del consiglio di Stato. Dopodiché sarà la volta delle commissioni parlamentari competenti e del via libera definitivo di palazzo Chigi. Al ministero confidano che entro febbraio il regolamento arrivi al traguardo, tanto più ora che c'è la nuova autorizzazione paesaggistica. I due processi sono, infatti, legati: la semplificazione si applica solo ai permessi rilasciati con le nuove procedure.

Il nuovo anno, però, porterà un taglio agli adempimenti anche per tutte le altre autorizzazioni paesaggistiche (dunque, non solo quelle relative a interventi minori). La commissione Amorosino, che ha messo a punto le prime semplificazioni, è stata infatti nuovamente insediata dal ministro dei Beni culturali, Sandro Bondi, con il compito di ripensare tutte le procedure dei permessi per i progetti da realizzare su aree vincolate.

Con l'arrivo del nuovo regime, per le regioni c'è da affrontare anche il problema delle deleghe. Con le nuove procedure di autorizzazione, infatti, oltre 2.600 comuni non hanno più le carte in regola per rilasciare i nullaosta. In tali casi il codice Urbani prevede che le competenze tornino al mittente, cioè alle regioni, che rischiano così di vedersi sommerse di pratiche sul paesaggio, senza esserne attrezzate. Stesso rischio corrono, seppure per altri, motivi anche le soprintendenze.

Ne è convinto Massimo Gallione, presidente del consiglio nazionale degli architetti, una delle categorie dei professionisti interessati dal nuovo regime di autorizzazioni paesaggistiche: «Per quanto mi risulta - afferma - sia le soprintendenze sia le regioni non sono attrezzate al cambiamento. Le prime lamentano una carenza di personale; le seconde sono, in gran parte, ancora indietro sulle deleghe. Il tutto si tradurrà in un forte rallentamento del rilascio dei permessi. In alcuni casi si rischia il blocco».

«È vero che la nuova disciplina - gli fa eco Fausto Savoldi, presidente del consiglio nazionale dei geometri - dà maggiori garanzie sulla tutela del paesaggio. Le soprintendenze dovranno, però, fare un sforzo per rispondere alla chiamata, anche se porteranno un valore aggiunto di competenza. Vedo, invece, più complesso l'adeguamento da parte dei comuni e degli altri enti delegati».
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  • SEMPLIFICAZIONI - In arrivo procedure snelle per i nullaosta relativi ai progetti minori ma si vuole allargare il tiro a tutti i permessi

Sotto tutela. Quasi la metà del territorio è sottoposto a tutela. E questo per effetto di leggi nazionali, regionali o, più semplicemente, perché si tratta di zone ricomprese, per le loro caratteristiche, fra quelle meritevoli di protezione: per esempio, la fascia di 300 metri dalla costa, i fiumi, i torrenti, la parte delle montagne oltre i 1.600 metri, i ghiacciai, i vulcani le zone umide, i parchi. Zone che sono elencate nell'articolo 142 del codice dei beni culturali e del paesaggio, dove, all'articolo 131, si definisce il paesaggio come «il territorio espressivo di identità, il cui carattere deriva dall'azione di fattori naturali, umani e dalle loro interrelazioni» e se ne raccomanda la salvaguardia attraverso un uso consapevole e il recupero «dei valori culturali che esso esprime».
 

di Antonello Cherchi - Francesco Nariello
da Il Sole 24ore del 04.01.10


Ecomostri - Un paesaggio accerchiato dagli abusi duri a morire

Non si ferma il sacco del paesaggio italiano. Megastrutture abusive e scheletri di cemento continuano a invadere senza sosta alcùni dei luoghi più belli della Penisola. E una volta realizzati, ci vogliono anni, a volte decenni, perché vengano demoliti. Uno degli ultimi a cadere è stato l'abbozzo di albergo/residence in cemento armato a Palmaria, in Liguria: ottomila metri cubi di calcestruzzo che sfregiavano il parco regionale di Portovenere. Una vicenda iniziata quarant'anni fa.

Gli abbattimenti più noti, tuttavia, si contano sulle dita, come quello del Fuenti in costiera amalfitana o della "saracinesca" di Punta Perotti, sul litorale di Bari. Mentre è ben più lunga la lista d'attesa dei "mostri" ancora in piedi, dallo scheletro in cemento di Alimuri a Vico Equense (Napoli) alle palazzine di Lido Rossello a Realmonte (Agrigento), dalla "palafitta" sulla spiaggia a Falerna (Catanzaro) fino alle costruzioni sulle rive del Lago di Garda. Ma sono migliaia gli sfregi, grandi e piccoli, perpetrati sul territorio nazionale.

A tenere aggiornate le liste dei danni al paesaggio, paradossalmente sottoposto per circa il 47% a tutela, ci pensa Legambiente. «A fronte di aree così ampie da salvaguardare - afferma Edoardo Zanchini, responsabile del settore urbanistica dell'associazione ambientalista - a essere debole è proprio la gestione dei vincoli. Sono più di vent'anni che le regioni avrebbero dovuto elaborare i piani paesaggistici: invece, nel centro-sud non ci sono e nel centro-nord sono, quasi ovunque, descrittivi. La gestione del vincolo resta così affidata ai comuni, che decidono sia sulla parte urbanistica che sul paesaggio. Mentre debole è stato il ruolo delle soprintendenze».

Da Nord a Sud i danni al territorio non risparmiano alcuna regione, anche se l'incidenza è più alta nel Meridione. E i pericoli non accennano a diminuire. È il caso del'Isola d'Elba (Livorno), dove si attende l'esito dell'ultima asta indetta dall'agenzia del demanio (al ribasso rispetto alle precedenti, andate deserte) per capire cosa ne sarà delle ex strutture minerarie di Vigneria a Rio Marina. Zona dove dovrebbero sorgere i 47mila metri cubi del "Villaggio paese", struttura turistico-ricettiva. Il termine per l'invio delle offerte è il 15 febbraio.
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di Francesco Nariello
da Il Sole 24ore del 04.01.10


Sinergie. Le intese tra stato ed enti locali - Sui piani di salvaguardia in ritardo tutte le regioni

La copianificazione segna il passo. Sono soltanto otto le regioni che hanno siglato un'intesa col ministero dei Beni culturali per la stesura congiunta dei piani paesaggistici. Il codice dei beni culturali e del paesaggio riconosce, infatti, alle regioni la competenza sulla pianificazione in aree vincolate, ma al tempo stesso assegna al ministero la partecipazione obbligatoria alla scrittura del piano. Ed è proprio allo scopo di avviare la pianificazione congiunta che regioni e ministero possono stipulare intese per definire le modalità di elaborazione dei piani.

Finora le amministrazioni che hanno sottoscritto tali protocolli sono soltanto otto: Abruzzo, Campania, Friuli Venezia Giulia, Piemonte, Puglia, Sardegna e Veneto. L'accordo è stato invece predisposto, ma si attende la sottoscrizione, per Calabria, Lazio e Marche. In altri casi, come per l'Emilia Romagna, è in atto il tavolo di copianificazione in base a un accordo precedente al varo del codice e si dovrà, dunque, procedere alla sottoscrizione di un nuova intesa. In attesa anche l'Umbria, mentre in Liguria e Lombardia sono in corso trattative per la stesura di un protocollo condiviso. Fanno eccezione Sicilia, Valle D'Aosta e Trentino Alto Adige, che hanno piena autonomia in materia di paesaggio in virtù delle disposizioni dello statuto speciale.

Nessuna regione ha, insomma, centrato l'obiettivo dell'approvazione di un piano adeguato al codice entro la fine dello scorso anno (con il ministero che ora potrebbe, ipoteticamente, intervenire in via sostitutiva). La legislazione sulle aree tutelate rimane, pertanto, un mosaico: dalla Calabria, che ha firmato l'intesa con i Beni culturali, ma è tuttora sprovvista di una disciplina di tutela, all'Emilia Romagna, che ha appena ridisegnato, con legge varata a fine novembre, la gestione dei vincoli sul proprio territorio. La Lombardia, invece, dove a luglio è stato adottato in Consiglio regionale il piano paesaggistico (Ppr), attende da mesi un risposta sulla bozza di intesa per la copianificazione inviata al ministero.

L'adeguamento degli strumenti di tutela paesaggistica è, in ogni caso, un processo lungo, che dovrà concludersi con il recepimento, entro due anni dalla definizione del piano, delle nuove prescrizioni negli strumenti urbanistici vigenti. Il cerchio si chiuderà poi con la con la verifica da parte del ministero circa l'adeguamento dell'intero sistema.

Alla fine del processo, le autorizzazioni paesaggistiche nelle regioni "adeguate" potranno svincolarsi dal parere vincolante delle soprintendenze.
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di Francesco Nariello
da Il Sole 24ore del 04.01.10


Tutela del territorio. Autorizzazione paesaggistica più pesante. Dal 1° gennaio il rilascio del permesso per gli interventi sulle aree protette è subordinato al parere vincolante della soprintendenza. Il via libera deve essere pronunciato entro 45 giorni dal ricevimento della documentazione.

L'autorizzazione paesaggistica chiama all'appello le soprintendenze. Da venerdì scorso, infatti, il loro ruolo nel rilascio dei permessi diventa decisivo. Finora la soprintendenza interveniva successivamente al rilascio dell'autorizzazione paesaggistica e soltanto nel caso ritenesse di annullarla.

Dal 1° gennaio, invece, scende in campo prima del rilascio dell'autorizzazione: deve, infatti, esprimere un parere vincolante sulla compatibilità paesaggistica dell'intervento. Dunque, la soprintendenza è chiamata, insieme all'amministrazione competente, a esprimere una valutazione "di merito" sul permesso, mentre finora poteva annullare l'autorizzazione solo per vizi di legittimità.

Le nuove regole. Considerate le festività e il fine settimana, è in pratica a partire da oggi che sull'autorizzazione paesaggistica si cambia regime. La nuova procedura prevede che l'amministrazione che riceve la domanda di autorizzazione paesaggistica, verificata la completezza della documentazione, compiuta l'istruttoria e acquisito il parere della commissione per il paesaggio, trasmetta la domanda e la documentazione allegata alla soprintendenza entro 40 giorni dal ricevimento, accompagnando i documenti con una "relazione tecnica illustrativa".

Il parere della soprintendenza deve essere reso entro 45 giorni dalla ricezione degli atti. Nei successivi 20 giorni l'amministrazione competente deve rilasciare l'autorizzazione paesaggistica o comunicare il preavviso di diniego.

Se la soprintendenza non rende il suo parere nel termine indicato, l'amministrazione competente può (si sottolinea "può", che è diverso da "deve") convocare una conferenza di servizi, alla quale la soprintendenza partecipa o manda un parere scritto, che deve concludersi entro il termine di 15 giorni.

«In ogni caso» (questa è l'espressione usata dal codice dei beni culturali e del paesaggio) se la soprintendenza non rende il suo parere entro 60 giorni, l'amministrazione competente è tenuta comunque a pronunciarsi sulla domanda di autorizzazione paesaggistica. Non vi può essere dubbio che «in ogni caso» signifca che l'amministrazione competente ha l'obbligo di assumere un provvedimento finale e non può attendere oltre il parere della soprintendenza.

Riassumendo: la nuova procedura ha un termine di conclusione "fisiologico" (se tutto va come dovrebbe andare) di 105 giorni. Il termine diventa, senza considerare i tempi morti, di 120 giorni quando si ricorre alla conferenza di servizi e rimane tale anche quando non si ricorre alla conferenza di servizi o, comunque, quando la soprintendenza non rende il suo parere.

Anche la nuova procedura - così come quella seguita fino al 31 dicembre scorso - non prevede alcun meccanismo di silenzio-assenso: il superamento del termine "fisiologico" di 105 giorni produce un silenzio-inadempimento che abilita l'interessato a presentare ricorso al Tar per rimuoverlo o a proporre la domanda di autorizzazione paesaggistica direttamente alla Regione.

Il parere della soprintendenza ha, tuttavia, in sé una stranezza: è, infatti, vincolante, ma non obbligatorio, nel senso che, se espresso, obbliga l'amministrazione competente a emanare un provvedimento conforme al parere, ma, se non espresso, impone all'amministrazione di assumere comunque un provvedimento, prescindendo dal parere.

Il cambio di marcia. Fino al 31 dicembre scorso la domanda di autorizzazione paesaggistica doveva essere presentata all'amministrazione competente, che era tenuta a rilasciarla o a negarla, una volta acquisito il parere della commissione per il paesaggio, entro 60 giorni dalla richiesta (fatta salva una sola sospensione del termine per acquisire integrazioni documentali o eseguire accertamenti).

L'autorizzazione paesaggistica veniva poi inviata, con la relativa documentazione, alla soprintendenza competente per territorio,che poteva eventualmente annullarla, entro 60 giorni, soltanto in presenza di vizi di legittimità.

La sanatoria. C'è da registrare un altro tipo di autorizzazione paesaggistica, introdotta nel codice dei beni culturali nel corso di una delle sue numerose modifiche. Si tratta dell'autorizzazione paesaggistica in sanatoria, cioè un'autorizzazione che può essere conseguita successivamente alla realizzazione degli interventi. L'autorizzazione in sanatoria riguarda un ventaglio di interventi molto ristretto (anche se almeno una pronuncia del Tar Lombardia lo ha allargato, se pure con "paletti" molto specifici).

Non si tratta di un "atto dovuto", perché presuppone l'accertamento di compatibilità paesaggistica dell'intervento realizzato (che può sussistere, ma anche no). Il permesso è subordinato a un parere vincolante della soprintendenza (che deve sempre essere acquisito) e comporta il pagamento di una somma pari al maggior importo tra danno arrecato e profitto conseguito. L'autorizzazione è rilasciata in 180 giorni.

Le sanzioni. Qualsiasi intervento realizzato in assenza o in difformità dall'autorizzazione paesaggistica (fatti salvi i casi in cui è possibile conseguire l'autorizzazione in sanatoria, e fatto salvo il caso in cui l'interessato provveda autonomamente alla rimessa in pristino) comporta sempre l'applicazione di una doppia sanzione: la sanzione penale e la sanzione amministrativa, che può essere, a seconda dei casi, una sanzione pecuniaria o la sanzione della rimessa in pristino dello stato dei luoghi.
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  • INERZIA - In assenza della valutazione della richiesta non c'è il silenzio assenso ma deve essere convocata una conferenza di servizi

Sistema a regime

VECCHIA PROCEDURA

  • Presentazione della domanda all'amministrazione competente
  • Verifica della completezza di documentazione e istruttoria
  • Acquisizione del parere della commissione per il paesaggio
  • Entro 60 giorni, rilascio dell'autorizzazione o preavviso di diniego
  • Decorsi 60 giorni, l'interessato può richiedere l'autorizzazione alla soprintendenza
  • In caso di rilascio, l'autorizzazione è inviata alla soprintendenza, che può esercitare entro 60 giorni dal ricevimento il suo potere di annullamento (per vizi di legittimità).

NUOVA PROCEDURA

  • Presentazione della domanda all'am ministrazione competente
  • Verifica della completezza della documentazione e avvio dell'istruttoria
  • Acquisizione del parere della commissione per il paesaggio
  • Entro 40 giorni dal ricevimento, invio alla soprintendenza (con relazione tecnica illustrativa)

Entro 45 giorni dal ricevimento

  • LA SOPRINTENDENZA ESPRIME IL PARERE VINCOLANTE. Entro 20 giorni dalla resa del parere, l'amministrazione competente rilascia l'autorizzazione o emana il preavviso di diniego (in conformità al parere della soprintendenza)
  • LA SOPRINTENDENZA NON ESPRIME IL PARERE VINCOLANTE. Convocazione di una conferenza di servizi, a cui la soprintendenza partecipa o invia un parere scritto, con termine massimo di 15 giorni. Entro 20 giorni dalla conclusione della conferenza di servizi, l'amministrazione competente rilascia l'autorizzazione o emana il preavviso di diniego
  • In ogni caso, decorsi 60 giorni da quando la soprintendenza riceve gli atti senza aver reso il suo parere, l'amministrazione competente rilascia l'autorizzazione o emana il preavviso di diniego (prescindendo dal parere della soprintendenza).

 

di Mauro Cavicchini
da Il Sole 24ore - Norme e Tributi del 04.01.10


Le conseguenze. Per i «no» rischio di aumento. Pericolo complicazioni.

Il 2010 rischia di essere un anno difficile per le autorizzazioni paesaggistiche, con inevitabili ricadute per i professionisti che devono presentare i progetti di intervento sulle aree vincolate. Intanto, perché l'aumento dei soggetti che concorrono al procedimento di rilascio dei permessi non porta con sé alla semplificazione e all'accelerazione delle procedure; rischia anzi, come insegna l'esperienza, di complicarli e di ritardarli.

Dal 1° gennaio, inoltre, in diverse realtà le funzioni paesaggistiche sono ritornate direttamente nelle mani delle regioni, cioè di amministrazioni più lontane dal cittadino interessato al permesso. Il che contribuisce ad aggravare i procedimenti. Questo riappropriarsi di competenze in materia di paesaggio da parte delle regioni è dovuto al fatto che le deleghe affidate dalle amministrazioni regionali soprattutto a comuni o associazioni di comuni, ma anche a province e parchi regionali, possono continuare a essere esercitate soltanto se quei soggetti possiedono i requisiti di organizzazione e di competenza tecnico-scientifica in materia paesaggistica. Criteri che devono essere verificati dalle regioni, le quali, se riscontrano lacune, devono riappropriarsi delle competenze sul paesaggio.

Questi elementi, uniti al fatto che le soprintendenze sono ora diventate titolari di una valutazione paesaggistica di merito, rischiano di produrre una quantità di dinieghi superiore al passato. C'è solo un modo per evitarlo: dare più qualità al lavoro di tutti, professionisti privati nonché tecnici e funzionari pubblici. Una maggiore qualità fondata soprattutto sulla consapevolezza che il progetto paesaggistico è radicalmente diverso dal progetto edilizio e richiede un linguaggio e una forma del tutto specifici.

La necessità di una maggiore qualità riguarda anche la documentazione e gli elaborati grafici che tutti insieme compongono e motivano il progetto paesaggistico. Sul punto, si tratta di superare una superficialità molto diffusa. Ad esempio, non è proprio possibile, come invece avviene spesso, compilare o valutare un progetto paesaggistico senza sapere con precisione quale sia il tipo di vincolo che interessa l'area, e quali eventualmente i suoi contenuti specifici, o senza una adeguata indagine dello stato dei luoghi in cui si colloca l'intervento e una prefigurazione dei suoi effetti, oppure ritenendo che gli aspetti di conformità urbanistico-edilizia prevalgano sugli aspetti più qualitativi (le forme, i materiali, i colori, eccetera) e sulla contestualizzazione.
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Un atto a più voci

  • Che cos'è. Negli ambiti assoggettati a vincolo paesaggistico gli interventi edilizi possono essere realizzati soltanto a condizione che, oltre al titolo abilitativo edilizio (permesso di costruire o denuncia di inizio dell'attività), si acquisisca preliminarmente anche l'autorizzazione paesaggistica, cioè il provvedimento (previsto inizialmente dalla legge 1497/1939 e ora dal decreto legislativo 42/2004, il codice dei beni culturali e del paesaggio) che ne accerta la compatibilità con il paesaggio.
  • I due permessi. La compatibilità paesaggistica è molto diversa dalla conformità urbanistico-edilizia di cui si occupano i titoli edilizi, perché riguarda esclusivamente, senza fare riferimento ai "classici" parametri edilizi (volumi, superfici, destinazioni d'uso, eccetera), quello che le norme chiamano tuttora l'"esteriore aspetto", cioè i profili qualitativi dell'intervento e un suo corretto inserimento nel contesto. Peraltro, mentre il titolo edilizio è, sostanzialmente, un "atto dovuto", che è fatto obbligo di rilasciare quando l'intervento è conforme, l'autorizzazione edilizia è un provvedimento che comporta una valutazione ampiamente discrezionale dell'intervento e delle sue caratteristiche. Per evitare che la discrezionalità si trasformi in arbitrarietà, qualche regione ha definito una griglia di criteri che deve guidare la valutazione delle amministrazioni alle quali è delegata la competenza in materia.
  • Quando occorre. L'autorizzazione paesaggistica è necessaria per tutti gli interventi edilizi negli ambiti assoggettati a vincolo paesaggistico per effetto di un provvedimento amministrativo "puntuale" (che vincola una determinata e specifica area, non necessariamente piccola) o perché compresi tra quelli vincolati, per la loro "tipologia", direttamente dalla legge (le sponde dei mari, dei laghi e dei fiumi, le montagne sopra una certa quota, i territori dei parchi statali e regionali, i boschi e le foreste, eccetera). Nel secondo caso, però, non si considerano vincolate le aree che, alla data del 6 settembre 1985 (entrata in vigore della legge 431/1985, cosiddetta "Galasso"), erano delimitate dagli strumenti urbanistici comunali come zone A (centri storici) o B (parzialmente o totalmente edificate), e anche quelle delimitate diversamente se ricomprese nei piani pluriennali di attuazione (Ppa, oggi non più esistenti) con previsione di edificabilità attuata.
  • Chi la rilascia. Il codice dei beni culturali attribuisce le competenze autorizzative in materia di paesaggio alle Regioni, che possono però delegarle alle province, ai comuni singoli o in forma associativa, a condizione che tali soggetti assicurino un adeguato livello di competenza tecnico-scientifica in materia di paesaggio (e, nel caso dei Comuni, garantiscano la distinzione tra funzioni paesaggistiche e funzioni urbanistico-edilizie).
  • La validità. L'autorizzazione paesaggistica è valida cinque anni, decorsi i quali per le eventuali parti del progetto non realizzate si deve acquisirne una nuova.
  • La commissione. Il codice dei beni culturali ha previsto l'istituzione delle commissioni per il paesaggio, i cui componenti devono possedere una «particolare, pluriennale e qualificata esperienza nella tutela del paesaggio». Le commissioni esprimono un parere obbligatorio e non vincolante a supporto delle amministrazioni che esercitano le funzioni paesaggistiche. Le regioni hanno il compito di promuoverne l'istituzione e disciplinarne il funzionamento

 

di Mauro Cavicchini
da Il Sole 24ore - Norme e Tributi del 04.01.10


INTERVENTO - Serve attenzione a uno sviluppo basato sulla qualità

Il tormentato avvio della riforma dell'autorizzazione paesaggistica, dopo cinque anni di regime transitorio, dimostra la difficoltà di trovare un giusto punto di equilibrio tra le esigenze della tutela e quelle della semplificazione procedurale e della cosiddetta sussidiarietà verticale.

La Corte costituzionale ha più volte ribadito (da ultimo, con la sentenza 272 del 2009), applicando l'articolo 9 della Costituzione, che il paesaggio costituisce un «valore primario» ed «assoluto», che rientra nella competenza esclusiva dello Stato, il quale precede e costituisce un limite rispetto agli altri interessi pubblici (di competenza regionale e comunale) in materia di governo del territorio, urbanistica ed edilizia. Questo significa che la tutela del paesaggio rappresenta in un certo senso la "Costituzione" del territorio, poiché esprime le scelte fondamentali, le "invarianti strutturali" alle quali tutti gli altri strumenti di pianificazione territoriale devono obbedire.

Ne consegue che tutte e tre le fondamentali funzioni di tutela del paesaggio (individuazione e vincolo, pianificazione, gestione e controllo dei vincoli mediante l'autorizzazione paesaggistica e le relative sanzioni) devono essere assicurate nella loro effettività dalla compartecipazione paritaria di tutti i livelli di governo coinvolti (Stato, regioni, comuni). Il paesaggio, infatti, non può essere trattato come una questione puramente locale, poiché è un bene di tutti, che non può essere lasciato nella disponibilità delle mutevoli maggioranze politiche locali del momento.

La tutela del paesaggio costituisce una parte molto importante della tutela del patrimonio culturale del Paese e perciò si colloca naturalmente entro la dimensione di lungimiranza propria della conservazione del munus patrum (il patrimonio, per l'appunto, il profilo identitario del nostro territorio) da tramandare alle future generazioni. Per questo il codice del 2004 ha introdotto un modello di gestione rafforzata del bene paesaggistico, un sistema per così dire a "doppia chiave", in base al quale, in sostanza, la trasformazione antropica del territorio vincolato deve superare un doppio controllo: non solo quello puramente urbanistico ed edilizio (del comune), ma anche quello paesaggistico (cui partecipa attivamente il soprintendente). Un doppio controllo che non è un inutile appesantimento burocratico, ma esprime e rappresenta due valori paralleli e differenziati che coesistono sulla stessa porzione di territorio.

Il concorso paritario Stato-autonomie territoriali mira inoltre a garantire una distanza minima tra decisori e spinte economiche locali, che tendono naturalmente a una pecuniarizzazione immediata e a un consumo del territorio non sempre lungimiranti. È nota al riguardo la debolezza strutturale dell'interesse paesaggistico diffuso rispetto all'interesse economico, localmente concentrato, alla trasformazione del territorio.

Questo impianto giuridico, lungi dal costituire un freno allo sviluppo (in termini di costi burocratici per le imprese e i cittadini), rappresenta la precondizione per garantire un futuro di maggiore benessere per tutti, perché serve ad assicurare una crescita di qualità. Sul piano della sostanza degli interessi economici e sociali in gioco, infatti, bisognerebbe che la gente capisse che il consUmo immediato del territorio produce impoverimento nel medio e lungo periodo (si veda l'esempio negativo di alcune località della Calabria tirrenica, depauperate da un'edilizia scriteriata), mentre la difesa rigorosa e lungimirante di un brand di qualità territoriale elevato può garantire una crescita durevole e sostenibile (si veda l'esempio positivo delle campagne senesi o del Chianti, o dell'area dei trulli di Alberobello in Puglia).

Dovrebbe essere un dato ormai acquisito alla comune coscienza, che lo sviluppo che un paese come il nostro merita è quello di qualità e non più soltanto quello puramente quantitativo (più edilizia, più capannoni, più costruzioni, più villette, eccetera). È per queste ragioni sostanziali - anche al di là dell'ossequio dovuto all'articolo 9 della Costituzione - che conviene a tutti (quelli che amano davvero l'Italia) assicurare una tutela del paesaggio che sia, sì, efficiente e spedita, ma resti soprattutto vera ed efficace.

  • PUNTARE AL FUTURO - La difesa rigorosa del patrimonio può garantire una crescita durevole e sostenibile

 

di Paolo Carpentieri, Vicecapo ufficio legislativo ministero Beni culturali
da Il Sole 24ore - Norme e Tributi del 04.01.10


Competenze. L'ente locale perde la delega. Regioni di nuovo in campo.

A rischio più di una delega su tre. Sono oltre 2.600 i comuni che, con l'entrata in vigore delle nuove regole, non hanno più i requisiti per rilasciare le autorizzazioni paesaggistiche. È lo scenario emerso dalle verifiche effettuate dalle Regioni, considerando solo quelle a statuto ordinario, sugli enti delegati (i comuni, in quasi la totalità dei casi) a rilasciare i nullaosta per gli interventi in aree vincolate.

Da accertare, entro il 31 dicembre scorso, era la conformità delle strutture municipali con i requisiti di adeguatezza dettati dall'articolo 146 del codice dei beni culturali e del paesaggio, che prevede, da una parte, la presenza di una commissione tecnica in grado di valutare le richieste e, dall'altra, la differenziazione tra le attività di tutela paesaggistica e quelle in materia urbanistico-edilizia. Alla prova dei fatti, ora, a essere inadeguati sono centinaia di enti, in particolare i comuni più piccoli, le cui competenze tornano al mittente: le regioni che le avevano delegate.

La situazione sul territorio nazionale è tuttavia molto frammentata. Quasi tutte le regioni, non certo ansiose di riappropriarsi delle pratiche sul paesaggio, hanno avviato le verifiche, cercando in alcuni casi di indirizzare i comuni sulla strada dell'adeguamento. I riscontri sono stati però molto diversi. Le maggiori difficoltà si ritrovano laddove i municipi sono più numerosi. È il caso del Piemonte, dove l'ultimo monitoraggio ha segnalato 738 amministrazioni in regola su 1.208: circa il 40%, quindi, dovrà adeguarsi. Per molti piccoli o piccolissimi comuni piemontesi l'unica strada percorribile è apparsa l'aggregazione.

Nella stessa direzione è andata la Puglia, dove con la legge regionale 20/2009 sulla pianificazione paesaggistica, spiega l'assessore all'assetto del territorio, Angela Barbanente, «si è stabilito il mantenimento diretto della delega soltanto per i comuni superiori ai 15mila abitanti, mentre per quelli più piccoli la strada maestra indicata è quella dell'associazione».

In Lombardia a rilasciare le autorizzazioni sul paesaggio, oltre ai comuni, sono le province (su interventi specifici), le comunità montane (per i boschi) e i parchi (per competenza territoriale). In totale, si tratta di oltre 1.600 enti, di cui circa un quarto è ancora inadeguato. «Negli ultimi mesi - afferma Diego Terruzzi, responsabile paesaggio della direzione territorio e urbanistica della regione - abbiamo fatto passi avanti e sono più di 1.100 gli enti che potranno continuare a operare».

A fare eccezione è solo la Toscana, dove tutti i 287 comuni, sostengono i tecnici regionali, sono attrezzati con una commissione per il paesaggio e con la separazione tra i responsabili incaricati al rilascio delle autorizzazioni in aree tutelate e quelli per gli altri interventi.

Molte regioni, invece, per evitare di dover fare i conti con i nullaosta, tentano di rendere più facile l'istituzione delle strutture tecniche richieste dal codice. Come nel Lazio, «dove - conferma Daniele Iacovone, alla guida della direzione regionale territorio e urbanistica - si è deciso di aprire le porte delle commissioni non solo a ingegneri e architetti, ma a tutti coloro che hanno i requisiti di legge». In Calabria, invece, il problema è stato risolto alla radice, delegando il rilascio dei permessi alle province.
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di Francesco Nariello
da Il Sole 24ore - Norme e Tributi del 04.01.10


Tutela del territorio. Semplificazione in vista per 42 piccoli interventi. Meno documenti da presentare e tempi dimezzati Al Consiglio di Stato il permesso paesaggistico snello.

Autorizzazione paesaggistica in forma semplificata. Per ora si tratta solo di un obiettivo, che però potrebbe a breve trasformarsi in realtà. Il regolamento licenziato in prima lettura in autunno dal consiglio dei ministri sta percorrendo ora tutte le tappe previste e, dopo il via libera della conferenza unificata Stato-regioni, è approdato al consiglio di Stato.

Con il regolamento, il ministero dei Beni culturali intende dare attuazione a quella norma del codice dei beni culturali e del paesaggio che prevede un'autorizzazione paesaggistica semplificata, distinta dall'autorizzazione ordinaria, riservando il permesso snello agli interventi di lieve entità. Nello stesso tempo, si vuole onorare, seppure con grandissimo ritardo, l'impegno assunto con l'intesa Stato-regioni-enti locali, che ha dato il via all'operazione "piani casa regionali" con l'obiettivo di contrastare la crisi economica anche attraverso la semplificazione delle procedure di competenza statale.

La semplificazione annunciata sul versante del paesaggio suscita però qualche perplessità, perché se tocca il nervo molto sensibile delle procedure di rilascio delle autorizzazioni paesaggistiche, lascia invece scoperto quello, altrettanto dolente, delle procedure edilizie di cui al testo unico. Il tema richiede invece un approccio sistematico e in questo senso è difficile capire perché il Governo abbia messo da parte l'idea molto interessante di allargare il campo della cosiddetta "attività edilizia libera", cioè dell'attività edilizia che può essere svolta senza acquisire nessun titolo abilitativo. Il problema esiste e bisogna trovare il modo giusto di risolverlo.

Anche per quel che riguarda le autorizzazioni paesaggistiche, comunque, non si può fare a meno di mettere in evidenza che il regolamento di semplificazione si troverà collocato in un contesto molto critico, segnato soprattutto dal nuovo ruolo delle soprintendenze, che sono chiamate a rendere un parere su tutte le domande di autorizzazione (quelle ordinarie e quelle semplificate), e nel quale le norme di semplificazione non avranno certamente vita facile.

E con ciò diventa chiaro che, al di là dei profili procedurali, rimane da affrontare il problema di fondo di far crescere, con iniziative adeguate, e con tanta pazienza, una "cultura paesaggistica" che oggi è ancora molto carente, al punto tale che l'autorizzazione paesaggistica è vissuta dai più non come uno strumento che può aiutare a governare la "qualità" degli interventi edilizi, ma come l'ennesimo inutile adempimento burocratico.

Detto tutto questo, il regolamento sulle autorizzazioni semplificate è un atto importante e utile, a partire dal fatto che elenca quali interventi devono ritenersi di "lieve entità" (si veda l'elenco a fianco).

Se qualcuno si aspettava, o temeva, una lista striminzita, deve invece ricredersi, e non solo perché le opere di "lieve entità" elencate sono 42, ma soprattutto perché a esse sono ricondotti, oltre che interventi "minori" ma frequentissimi, anche interventi molto significativi, come gli ampliamenti, se pure modesti, e le demolizioni e ricostruzioni nel rispetto della volumetria e della sagoma. Caso mai, l'elenco è per qualche verso problematico in quanto per molti interventi sono indicate soglie quantitative eccessivamente basse o eccezioni che, oltre a depotenziare la semplificazione, formano una "zona grigia" che renderà molto più difficile capire quando è necessaria l'autorizzazione ordinaria e quando quella semplificata.

L'autorizzazione paesaggistica del regolamento si deve considerare semplificata soprattutto in ragione del termine massimo indicato per il suo rilascio, che è fissato in 60 giorni (rispetto ai 105 o 120 dell'autorizzazione ordinaria; si veda la pagina a fianco).

Una volta che l'amministrazione competente in materia paesaggistica ha ricevuto la domanda, accompagnata dalla relazione paesaggistica anch'essa semplificata, ne ha verificato la completezza, ha accertato la conformità urbanistico-edilizia e la compatibilità paesaggistica del progetto, è tenuta a inviarla, entro trenta giorni, insieme a una proposta di provvedimento, alla soprintendenza, che è titolare di un parere vincolante da rendere entro 25 giorni. Nei successivi 5 giorni (e siamo così a 60), l'amministrazione competente rilascia l'autorizzazione. Non è necessario acquisire il parere della commissione per il paesaggio, a meno che la legislazione regionale non lo preveda.

È probabile che questa incalzante progressione temporale lasci molti dubbi a chi ha qualche esperienza di procedimenti amministrativi. Li rende però meno angoscianti una norma del regolamento, che legittima esplicitamente l'amministrazione competente a rilasciare l'autorizzazione paesaggistica prescindendo dal parere della soprintendenza nel caso questa non abbia reso il parere nel termine fissato di 25 giorni e senza che sia necessario convocare alcuna conferenza di servizi.

La conclusione in senso negativo del procedimento semplificato è prevista dal regolamento in termini ancora più brevi: se non sussiste la conformità urbanistico-edilizia, l'amministrazione competente dichiara entro 30 giorni l'improcedibilità della domanda; se sussiste la conformità urbanistico-edilizia, ma l'intervento è valutato come incompatibile sotto il profilo paesaggistico, l'amministrazione competente, nello stesso termine di 30 giorni, emana il preavviso di diniego; se è la soprintendenza che valuta negativamente la domanda, è essa stessa a emanare, nel termine di 55 giorni, il preavviso di diniego.
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  • LA LISTA - Tra i progetti minori che possono usufruire dell'iter veloce ci sono gli ampliamenti e le ricostruzioni

La cura dimagrante

LA PROCEDURA

  • Presentazione della domanda all'amministrazione competente. La relazione paesaggistica da allegare è più snella: ne è prevista una sola, da redigere a cura di un professionista su una scheda tipo. La relazione attesta sia la conformità urbanistica dell'intervento sia la compatibilità paesaggistica.
  • L'istanza per l'autorizzazione paesaggistica deve essere inviata alla regione possibilmente in via telematica.
  • Entro 30 giorni l'amministrazione verifica la completezza della documentazione, accerta la conformità urbanistico-edilizia e la compatibilità paesaggistica e invia la pratica alla soprintendenza.
  • Entro 25 giorni, la soprintendenza esprime il parere vincolante
  • Se il parere della soprintendenza è favorevole, entro 5 giorni l'amministrazione rilascia l'autorizzazione.

IN OGNI CASO

  • Se la soprintendenza non si esprime in 25 giorni, l'amministrazione competente rilascia l'autorizzazione (prescindendo dal parere della soprintendenza).

L'ELENCO DELLE MINI-MODIFICHE

  1. Incremento di volume non superiore al 10% della volumetria della costruzione originaria e comunque non superiore a 100 mc (la voce non si applica agli immobili soggetti a tutela ai sensi dell'articolo 136, comma 1, lettere a), b) e c) del codice) (*). Ogni successivo incremento sullo stesso immobile è sottoposto a procedura autorizzatoria ordinaria.
  2. Interventi di demolizione e ricostruzione con il rispetto di volumetria e sagoma preesistenti. La voce non si applica agli immobili soggetti a tutela ai sensi dell'articolo 136, comma 1, lettere a), b) e c) del codice.
  3. Interventi di demolizione senza ricostruzione o demolizione di superfetazioni (la voce non si applica agli immobili soggetti a tutela ai sensi dell'articolo 136, comma l,lettere a), b) e c) del codice).
  4. Interventi sui prospetti degli edifici esistenti, quali: aperture di porte e finestre o modifica delle aperture esistenti per dimensione e posizione; interventi sulle finiture esterne, con rifacimento di intonaci, tinteggiature o rivestimenti esterni, modificativi di quelli preesistenti; realizzazione o modifica di balconi o terrazze; inserimento o modifica di cornicioni, ringhiere, parapetti; chiusura di terrazze o di balconi già chiusi su tre lati mediante installazione di infissi; realizzazione, modifica o sostituzione di scale esterne (la voce non si applica agli immobili soggetti a tutela ai sensi dell'articolo 136, comma 1, lettere a, b e c del codice)(*).
  5. Interventi sulle coperture degli edifici esistenti, quali: rifacimento del manto del tetto e delle lattonerie con materiale diverso; modifiche indispensabili per l'installazione di impianti tecnologici; modifiche all'inclinazioneo alla configurazione delle falde; realizzazione di lastrici solari o terrazze a tasca di piccole dimensioni; inserimento di canne fumarie o comignoli; realizzazione o modifica di finestre a tetto e lucernari; realizzazione di abbaini o elementi consimili (la voce non si applica agli immobili soggetti a tutela ai sensi dell'articolo 136, comma 1, lettere a, b e c del codice)(*).
  6. Modifiche che si rendono necessarie per l'adeguamento alla normativa antisismica ovvero per il contenimento dei consumi energetici degli edifici.
  7. Realizzazione o modifica di autorimesse pertinenziali, collocate fuori terra ovvero parzialmente o totalmente internate, con volume non superiore a 50 mc, compresi percorsi di accesso ed eventuali rampe. Ogni successivo intervento di realizzazione o modifica di autorimesse pertinenziale allo stesso immobile è sottoposto a procedura autorizzatoria ordinaria.
  8. Realizzazione di tettoie, porticati, gazebo e manufatti consimili aperti su più lati, aventi una superficie non superiore a 10 metri quadrati.
  9. Realizzazione di manufatti accessori o volumi tecnici di piccole dimensioni (volume non superiorea 10 metri cubi).
  10. Interventi necessari al superamento delle barriere architettoniche, anche comportanti modifica dei prospetti o delle pertinenze esterne degli edifici, ovvero realizzazione o modifica di volumi tecnici. Sono fatte salve le procedure semplificate ai sensi delle leggi speciali di settore (la voce non si applica agli immobili soggetti a tutela ai sensi dell'articolo 136, comma 1, lettere a, b e c del codice).
  11. Realizzazione o modifica di cancelli, recinzioni, o muri di contenimento del terreno (la voce non si applica e agli immobili soggetti a tutela ai sensi dell'articolo 136, comma 1, lettere a, b e c del codice) (*).
  12. Interventi di modifica e manutenzione di muri di cinta esistenti, senza incrementi di altezza.
  13. Interventi sistematici nelle aree di pertinenza di edifici esistenti, quali: pavimentazioni, aree a verde, accessi pedonali e carrabili di larghezza non superiore a 4 metri, camminamenti, modellazioni del suolo, rampe o arredi fissi (la presente voce non si applica agli immobili soggetti a tutela ai sensi dell'articolo 136, comma1, lettere a, b e c del codice).
  14. Realizzazione di monumenti ed edicole funerarie all'interno delle zone cimiteriali.
  15. Posa in opera di cartelli e altri mezzi pubblicitari non temporanei di cui all'articolo 153, comma 1 del codice, di dimensioni inferiori a 12 mq, ivi comprese le insegne per le attività commerciali o pubblici esercizi (la presente voce non si applica agli immobili soggetti a tutela ai sensi dell'articolo 136, comma 1, lettere a, b e c del codice).
  16. Collocazione di tende da sole sulle facciate degli edifici per locali destinati ad attività commerciali e pubblici esercizi (la presente voce non si applica agli immobili soggetti a tutela ai sensi dell'articolo 136, comma 1, lettere a, b e c del codice).
  17. Interventi puntuali di adeguamento della viabilità esistente, quali: adeguamento di rotatorie, riconfigurazione di incroci stradali, realizzazione di banchine e marciapiedi, manufatti necessari per la sicurezza della circolazione.
  18. Interventi di allaccio alla distribuzione locale mediante posa di condutture e infrastrutture a rete, ove comportanti la realizzazione di opere in soprasuolo.
  19. Linee elettriche e telefoniche su palo a servizio di utenze domestiche, di altezza non superiore a 6 metri.
  20. Adeguamento di cabine elettriche o del gas, ovvero sostituzione delle medesime con altre di tipologia e dimensioni analoghe.
  21. Interventi sistematici di arredo urbano comportanti l'installazione di manufatti e componenti, compresi gli impianti di pubblica illuminazione (*).
  22. Installazione di impianti tecnologici esterni per uso domestico autonomo, quali condizionatori e impianti di climatizzazione dotati di unità esterna, caldaie, parabole, antenne (*).
  23. Parabole satellitari condominiali e impianti di condizionamento esterni centralizzati (*).
  24. Installazione in soprasuolo di serbatoi di Gpl di dimensione non superiore a 13 metri cubi, e opere di recinzione e sistemazione correlate.
  25. Impianti tecnici esterni al servizio di edifici esistenti a destinazione produttiva, quali sistemi per la canalizzazione dei fluidi mediante tubazioni esterne, lo stoccaggio dei prodotti e canne fumarie.
  26. Posa in opera di manufatti completamente interrati (serbatoi, cisterne, eccetera), che comportino la modifica della morfologia del terreno, comprese opere di recinzione o sistemazione correlate.
  27. Pannelli solari, termici e fotovoltaici fino a una superficie di 25 mq (la voce non si applica nelle aree vincolate ai sensi dell'articolo 136, comma 1, lettere b e c del codice) (*), ferme restando le diverse e più favorevoli previsioni del decreto legislativo 115/2008 e dell'articolo 1, comma 289, della legge 244/2007.
  28. Nuovi pozzi, opere di presa e prelievo da falda per uso domestico, preventivamente assentiti dalle amministrazioni competenti, comportanti la realizzazione di manufatti in soprasuolo.
  29. Tombinamento parziale di corsi d'acqua per tratti fino a 4 metri ed esclusivamente per dare accesso ad abitazioni esistenti e/o a fondi agricoli interclusi, nonché la riapertura di tratti tombinati di corsi d'acqua.
  30. Interventi di ripascimento localizzato di tratti di arenile in erosione, manutenzione di dune artificiali in funzione antierosiva, ripristino di opere di difesa esistenti sulla costa.
  31. Ripristino della sezione di deflusso o recupero della officiosità idraulica in caso di manifesto sovralluvionamento in punti isolati dell'alveo.
  32. Ripristino e adeguamento funzionale di manufatti quali briglie e correlate difese spondali.
  33. Taglio selettivo di vegetazione ripariale presente sulle sponde o sulle isole fluviali, ove pregiudizievole al deflusso delle acque.
  34. Riduzione di superfici boscate in aree di pertinenza di immobili esistenti, per superfici non superiori a 100 mq, preventivamente assentita dalle amministrazioni competenti.
  35. Ripristino di prati stabili, prati pascolo, coltivazioni agrarie tipiche, mediante riduzione di aree boscate di recente formazione per superfici non superiori a 5mila mq, preventivamente assentiti dalle amministrazioni competenti.
  36. Taglio di alberi isolati o in gruppi, ove ricompresi nelle aree di cui all'articolo 136, comma 1, lettere c) e d), del codice, preventivamente assentito dalle amministrazioni competenti.
  37. Manufatti realizzati in legno per ricovero attrezzi agricoli, con superficie non superiore a 6 metri quadrati.
  38. Installazione di strutture temporanee per manifestazioni, concerti, spettacoli viaggianti, eventi sportivi, fiere, sagre, eccetera, di durata superiore a una settimana e per il solo periodo di svolgimento della manifestazione, comunque non superiore a quattro mesi, compresi i tempi di allestimento e smontaggio delle strutture, con esclusione di qualsiasi intervento avente carattere permanente o durevole.
  39. Occupazione temporanea di suolo privato, pubblico, o di uso pubblico, con strutture mobili, chioschi e simili, per un periodo non superiore a 180 giorni nell'anno solare.
  40. Deposito di merci e materiali a cielo libero collegati ad attività produttive, commerciali o agricole, non comportanti una permanente trasformazione del suolo, né della destinazione d'uso, per un periodo non superiore a 90 giorni nell'anno solare.
  41. Strutture stagionali non permanenti collegate ad attività turistiche, sportive o del tempo libero, da considerare come attrezzature amovibili.
  42. Strutture temporanee e di supporto a prospezioni geognostiche e al monitoraggio ambientale, con permanenza non superiore a tre mesi.

(*) La voce non si applica nelle zone territoriali omogenee "A" di cui all'articolo 2 del decreto ministeriale 1444/1968 e a esse assimilabili.

 

di Mauro Cavicchini
da Il Sole 24ore - Norme e Tributi del 04.01.10

 

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27/04/2010 19:45: titolo
La nuova procedura risulta alquanto tortuosa e nebulosa specialmente per quanto concerne la vecchie pratiche relative al condono L.47/85. Le cito un caso personale che non ha precedenti nella storia. Riguarda due edifici ultimati a Torvajanica nel 1974 e risultati senza licenza. Chiesto il condono nel 1986 e nel 1991 inviati su richiesta ulteriori documenti prodotti subito, dopo 24 anni si sveglia il Comune di Pomezia e chiede ulteriori documenti, versamento di € 250 per istruttoria (ma l'istruttoria non doveva iniziare dopo l'arrivo di ulteriori documenti nel 1991?) e relazione paesaggistica perchè la zona dove sorgono gli edifici è soggetta a vincolo (mai informati) per rientrare nei 300 mt.dal mare. Inoltre l'informativa aggiunge che decorsi 90 giorni inutilmente la pratica sarà archiviata e ripresa dopo che saranno inviati tutti i documenti. Trattasi di fabbricati dichiarati nel Mo.47-A come appartenenti alla zona B (e mai contestato dal Comune) che li escluderebbe dal vincolo in base alla L.R.49/1984 che il Comune inspiegabilmente considera non recepita, senza considerare che la Legge Regionale in base all'art.117 C della Costituzione è equiparata alla Legge Statale e ordinaria. La nuova procedura quale sarà? Vorrei fare la pratica del mio appartamento singolarmente ma mi è stato sconsigliato dal Comune perchè con la nuova procedura potrebbe essere bocciata e sarebbe auspicabile farla da parte di tutti che ancora non hanno ricevuta la detta informativa e dopo 24 anni ormai ritengono che ci sia stato il silenzio assenso che dovrebbe operare per legge ma non per il Comune che eccepisce che nei casi di vincolo paesaggistico non scatta detto silenzio assenso. Ma dov'è la certezza del diritto?
Luigi

24/12/2010 17:43: Difetti dell'autorizzazione paesaggistica semplif.
1)i tempi tecnici stabiliti di 60 giorni per la conclusione del procedimento sono tempi puramente teorici che non potranno mai essere rispettati, trascorsi i quali si potrà adire il giudice amministrativo ma in questo caso bisogna chiedere l'assistenza legale che è alquanto costosa e poi ammesso che si abbiano sufficienti risorse finanziarie, il ricorso al TAR per ottenere un provvedimento predispone sempre male nei riguardi della P.A. L'azione del ricorso, stante al DPR 139/2010 si prescrive entro 1 anno e allora mi chiedo: trascorso l'anno se l'azione non si esercita la PA non è più tenuta ad emanare il provvedimento sia esso positivo o negativo? 2) E' previsto anche di fare ricorso per risarcimento danni ma in effetti sarà difficile uscirne vittoriosi perchè la P.A. riuscirà sempre a dimostrare di aver usato tutta la normale diligenza dell'impiegato medio. Come sempre in Italia si legifera senza avere di mira gli impatti pratici che dette leggi avranno. Se si esamina un po' la situazione del litoranea laziale si rileva che sussistono ancora vincoli paesaggistici che rimontano alla ex L.1497/1939 sostituita dalla legge Galasso, su fabbricati che si estendono su tutta la litoranea e su strade interne, edificati 25/35 anni fa in modo conforme ai vincoli urbanistici, entro i 300 mt dalla battigia (non mi riferisco a quei fabbricati costruiti in zona demaniale) su aree che per l'urbanizzazione subita col tacito consenso degli organi competenti sono ormai irrilevanti dal lato paesaggistico-ambientale e non più recuperabili per i quali fabbricati è stato chiesto il condono con la legge 47/1985 e ancora l'autorità competente non ha emesso un provvedimento di sanatoria. Per questi sarebbe stato sufficiente condonare l'intera area con un Decreto Ministeriale.
Luigi

01/04/2012 17:50: Vicenda assurda che ha ignorato la semplificaz.
Seguito mio commento 27/4/2010 19:45 1)Nel 2010 presento tramite il mio geometra tutti i documenti, non essendo stato raggiunto un accordo conaltri condomini che non hanno ricevuto nel 1991 mai notizia del vincolo e che ritengono sia maturato il silenzio assenso. 2)nel gennaio del 2011 l'Ufficio delle autorizzazioni paesaggistiche del Comune ha fatto presente al mio geometra che il nulla osta edilizio era stato rinvenuto ed ha indicato in modo preciso la formulazione di domanda d'improcedibilità e archiviazione della pratica di condono. Ho chiesto il rilascio di una copia conforme all'originale per gli usi consentiti dalla legge che mi è stata rilasciata; 2)nel settembre 2011 con mio grande stupore ho ricevo una nota dal Comune dove si nega l'accoglimento della domanda, senza alcuna motivazione e senza indicare l'iter logico che ha portato alla valutazione negativa previsto dall'art.3 L.241/9O, elencando cronologicamente quanto risulta dalla pratica edilizia del costruttore senza mai citare il predetto N.O.E con la conclusione che nel 1985 entrava in vigore la L.47/85 e da parte di ogni singolo proprietario veniva presentata domanda di condono di cui fino ad oggi gran parte di esse sono state definite e che la mia pratica sarebbe stata definita entro 90 giorni, ma considerandola in assenza di N.O.E. E' da considerare che detto N.O.E. sottoposto al parere di esperti legali in edilizia è risultato possedere i tutti i crismi della legittimità. A fronte di detto diniego ho chiesto l'annullamento per difetto di motivazione e tuttora dopo più di 180 giorni sono ancora in attesa di risposta anche se ormai è maturato il silenzio assenso. E' da considerare che detto N.O.E. per il lungo tempo trascorso non è più impugnabile. Per disconoscere la sua validità occorrebbe un nuovo provvedimento soltanto in Autotutela semprechè ricorresse un interesse pubblico prevalente su quello privato e fosse trascorso un ragionevole lasso di tempo dal suo rilascio(1973) e non 39 anni.
Luigi

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data pubblicazione: martedì 19 gennaio 2010
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