Nuovo anno, vecchi problemi

Sentenza Cassazione 19292/2009 - di A. Olivo

NUOVO ANNO, VECCHI PROBLEMI

Una recente Sentenza della Corte di Cassazione, la n.19292 del 7 settembre 2009, ha riaperto "vecchie ferite" nel mondo delle professioni tecniche italiane.
Oggi tutti noi, nessuno escluso, siamo costretti a confrontarci con le moltissime ricadute che la negativa congiuntura internazionale ha determinato. Un Sistema paese profondamente in crisi che ormai abbiamo più volte descritto e che continuamente ci mostra gli aspetti più critici di una professione sempre più gravida di negatività.

La sentenza della Suprema Corte, però, ci riporta ad un vecchio problema, ad un argomento fondante che precede e in parte determina le moltissime criticità odierne: l'annoso problema delle competenze. Argomento che nessuno sembra voglia affrontare in maniera esaustiva per cercare di ristabilire una "normalità" che, in altri paesi, appare scontata.
L'ultimo spunto di riflessione è stato infatti questa Sentenza che ribadisce concetti apparentemente scontati.

Due, sono sostanzialmente, gli argomenti affrontati dalla Sentenza:
Primo passaggio rilevante è quello in cui la Corte ribadisce che ai tecnici diplomati spetta "...la progettazione, direzione e vigilanza di modeste costruzioni civili, con esclusione in ogni caso di opere prevedenti l'impiego di strutture in cemento armato a meno che non si tratti di piccoli manufatti accessori nell'ambito di fabbricati agricoli o destinati alle industrie agricole, che non richiedano particolari operazioni di calcolo e che per la loro destinazione non comportino pericolo per l'incolumità pubblica" soffermandosi, in un successivo punto, sulla chiarezza della norma che, scevra da interpretazioni e discrezionalità, evidenzia che quando siamo in presenza di edifici con struttura in cemento armato, la competenza dei tecnici diplomati è limitata ai soli manufatti con destinazione ad annesso agricolo o ad accessorio negli edifici destinati alle industrie agricole.
Il secondo argomento, poi, risulta anch'esso molto importante; la Sentenza esplicita che un tecnico laureato non può mai essere subordinato ad un tecnico diplomato stante la sua maggiore qualifica. Infatti la collaborazione non consentirebbe la subordinazione di un tecnico di livello professionale superiore ad altro meno qualificato "...tenuto conto delle esigenze normative di prevenzione da pericoli per la pubblica incolumità..."

Appare evidente ai più che quelle poche argomentazioni, ribadite dalla Suprema Corte, stridono spaventosamente con la realtà professionale che tutti vediamo quotidianamente. Viviamo in un paese in cui queste semplici regole e norme sono regolarmente disattese; il territorio italiano è "ricco" di villette, edifici civili, case, complessi immobiliari, ecc. firmati da tecnici diplomati, di progetti anche ampi in cui il tecnico diplomato di turno assume un ruolo di coordinatore e responsabile, insomma esiste una profonda iato tra il mondo reale e quello delle regole, delle leggi. È ora che tutto questo finisca!
Vi è la necessità di ristabilire le regole cominciando a far rispettare le leggi fondanti del nostro mestiere, quelle che strutturano l'agire della professione tecnica in Italia. Dobbiamo ristabilire chiarezza e certezza intorno alla questione delle competenze e dei ruoli professionali facendo uscire questo argomento dai salotti della professione per diffonderlo tra coloro deputati a farlo rispettare: i tecnici delle pubbliche amministrazioni, degli enti, ecc.
Temi come questo hanno l'onore e l'onere di assumere un ruolo determinante e propedeutico rispetto a tutte le eventuali successive questioni che ruotano intorno alla professione, devono essere il mattone su cui costruire nuove strategie ed iniziative più solide e certe.

Proposte che non possono più essere disattese e che, come sempre più spesso accade, trovano il nostro Consiglio nazionale distratto e in ritardo. A corroborare questa tesi porto all'attenzione dei lettori la diversità di comportamento che si è avuto tra il Consiglio Nazionale Ingegneri ed il nostro.
Il Consiglio degli Ingegneri, su questo argomento, in data 4 novembre 2009 produceva un documento molto completo in cui trasmetteva agli ordini provinciali una copia della sentenza, una nota di commento del Centro Studi che argomentava la sentenza stessa e una lettera tipo da inviare agli Enti.
Il nostro Consiglio nazionale invece, e solo in data 17 dicembre, inviava una stringata nota ai consigli provinciali senza peritarsi di approfondire e, cosa più importante, di elaborare una strategia in grado di dare (o almeno tentare) seguito pratico a quanto espresso nella sentenza che certamente non può e non deve rimanere nei cassetti di qualche consigliere nazionale.

È mai possibile che il CNA non colga il "peso" di questa sentenza e quelle che possono essere le sue ricadute sulla quotidianità di una professione così esposta ai moltissimi aspetti della crisi? Non sarebbe opportuno costituire un tavolo con gli ordini provinciali (quelli deputati al controllo sul territorio) e i sindacati per cercare di concretizzare attraverso iniziative di controllo, monitoraggio e applicazione di una norma che certamente restituirebbe chiarezza in un momento così difficile per tutti noi? Ma veramente credono che mandare uno stringato comunicato agli ordini abbia assolto agli obblighi istituzionali del CNA? È possibile che gli ordini provinciali siano lasciati soli su argomenti così rilevanti per la categoria? L'Ordine di Roma, sempre attento a questi argomenti, ha immediatamente pubblicato un articolo, a firma del suo presidente, su "Il Giornale dell'Architettura" [vd. rassegna stampa in merito, ndr], e sta valutando possibili iniziative da condividere con altri Ordini e sindacati per divulgare questa sentenza nelle sedi appropriate.

Il pragmatismo degli ingegneri è andato oltre; dopo aver approfondito l'argomento con il Centro studi hanno addirittura prodotto una lettera tipo da inviare agli enti pubblici individuati (giustamente) come gli interlocutori deputati ad applicare queste semplici regole. È una piccola cosa ma almeno ha il pregio di esprimere un obiettivo, individua un interlocutore su cui far valere questa sentenza e quello che significa per l'intera categoria dei liberi professionisti.

Questo tema è troppo importante per lasciarlo cadere nel dimenticatoio; gli ordini provinciali ed i sindacati hanno l'obbligo morale e professionale di vigilare e sensibilizzare i nostri committenti pubblici e privati affinché sia chiaro a tutti ruolo e competenze delle professioni tecniche, anche attraverso l'avvio di una campagna di sensibilizzazione su questi temi senza avere paura di denunciare i casi di mala professione. Mi auguro che il semplice "RISPETTO DELLE REGOLE" tanto invocato da tutti possa anche prevedere l'attenzione verso quelle che, pur disattese, sono sempre leggi dello Stato.

 

di arch. Aldo Olivo, Consigliere Ordine Architetti PPC Roma e provincia
del 04.02.10

 

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Commenti

11/02/2010 17.01: Riprendiamoci le nostre competenze
sono una giovane professionista e lavorando sul territorio tutti i giorni mi trovo a dover combattere con queste situazioni, io sono d'accordo per fare qualcosa di concreto, diffondere questa sentenza negli enti pubblici e mettersi a tavolino con gli altri ordini professionali non solo il nostro (geometri e ingegneri) e stabilire insieme le competenze reciproche, fare anche una proposta di legge se necessario, ma cmq fare qualcosa, non è possibile che la cassazione ci conferma i nostri diritti e noi non facciamo niente per farlo sapere, poi ci lamentiamo se gli Architetti sono così screditati...ce lo meritiamo, per quello che mi riguarda sto facendo leggere la sentenza a tutti i miei clienti, perchè sappiano, poi sono disposta mettere subito una firma per qualsiasi proposta in merito!
Arch. E.Ciotti

11/02/2010 19.04: titolo
E' inutile dire che sono d'accordo con i contenuti dell'articolo. Ciò che mi preoccupa maggiormente è la reazione da parte dei tecnici geometri che si sentono defraudati di un diritto ad esercitare che in realtà non hanno mai avuto. Ad ogni buon conto sono talmente indignati e comunque determinati a ristabilire "Le loro competenze" che il 10 novembre 2009 è stato presentato un disegno di legge (n° 1865) al Senato, che definisce i termini delle modeste costruzioni attribuendo ai geometri competenze in materia di progettazione architettonica e strutturale in zona sismica e non sismica, direzione lavori di strutture in c.a. e metalliche, piani di lottizzazione attuativi di strumenti urbanistici fino al limite di un ettaro, piani di recupero....e segue. Vi invito a leggerlo. Alla luce di tutto questo mi chiedo: perchè esiste la facoltà di architettura e di ingegneria all'università, se mi bastano cinque anni di scuola secondaria superiore per essere così preparata e capace? Credo sia opportuno agire al più presto e con vigore
arch. Dunia Micheletto

02/10/2011 14.56: Scusi .....sig. geometra!!!!!!
Mi sembra inutile sottolineare l'importanza della sentenza. Operando in una realtà di piccole dimensioni, il problema della competenza assume dimensioni spropositate. Vi siete mai chiesti perchè gli abitanti di piccoli paesini, nonostante ci siamo qualificati come architetti ci continuano a chiamare...sig. geometra? E' ovvio! ormai si è diffusa la convinzione che chi progetta le abitazioni è il geometra. Sembrerà strano, ma i colleghi che come me, operano in piccole realtà lo conoscono bene il problema, è un fatto culturale. In quanto alle amministrazioni e al nostro ordine dico semplicemente ASSURDO!!!!!! mi chiedo solo..... perchè ho buttato soldi e tempo? perchè continuiamo a pagare gli ordini professionali?etc? etc? Il mio non vuole essere pessimismo a tutti i costi, però devo dire, che in Italia le leggi lasciano il posto alle "abitudini" consolidate. In quanto alle competenze professionali, se non riusciamo a far sentire la nostra voce; siamo e rimarremo nel "far West" con tutte le conseguenze del caso. Io come tanti altri colleghi, sono disposto a partecipare a qualsiasi iniziativa in merito.
arch. Testa Salvatore antonio

vedi anche:

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data pubblicazione: venerdì 5 febbraio 2010
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