C'erano una volta gli architetti italiani

Parma - «Architettura: ricchezza e povertà»

Ci sarà da discutere su questo confronto tra ricchezza e povertà, scelto come tema portante della seconda edizione del Festival dell'Architettura che si è conclusa domenica 25. Come se non bastassero le opposizioni locale-globale, ricchezza-povertà, sulla kermesse parmigiana è piovuta anche quella che vede contrapposti italiani-stranieri, architetti s'intende.

La polemica, non nuova, è stata riaccesa dalla recente lettera di protesta, indirizzata al Presidente della Repubblica, al Presidente del Consiglio, ai Presidenti di Camera e Senato e ai ministri competenti e firmata da 35 professori universitari (tra i nomi più noti, Canella, Gregotti, Marconi, Nicolini, Passarelli, Purini, Portoghesi, Semerani, Sottsass). Nella quale si lamenta la situazione drammatica dell'architettura italiana, da una parte snobbata dalle stesse istituzioni pubbliche a favore delle grandi star internazionali, dall'altra invischiata da pastoie burocratiche e da veti di vario genere. Del resto, Carlo Quintelli, direttore del festival di Parma, ha messo tra gli obiettivi della manifestazione quello di «interrogarsi sulla sostanza più che sull'apparenza», di «ridimensionare le bolle speculative della cultura architettonica più narcisista a favore di intelligenze spesso misconosciute o sottovalutate» e, a proposito dell'Italia, ha parlato di un «panorama molto provinciale, molto incline all'eclatante» e che si è dimenticato di «tradizioni e linee di ricerca originali che solo alcuni decenni fa ci ponevano all'avanguardia nel mondo». Forse sono le stesse filiate da quella grande tradizione di ricerca rappresentata da uomini come Terragni, Gardella, Albini, Scarpa, Samonà, Libera, Moretti e Ridolfi a cui pure si richiamano i firmatari della lettera.

L'appello dei 35 si presta a qualche obiezione, manifestatasi in risposte polemiche, precisazioni e interventi. Tra questi, quelli che rimproverano ai firmatari dell'appello, tutti professori universitari che pure hanno realizzato importanti progetti in Italia, di aver fatto poco in questi anni per dare spazio alle nuove generazioni e di essersi ritagliati un ruolo da «grandi vecchi» che poco rappresenterebbe la categoria professionale. Insomma la polemica rischia di ridursi al ciclico scontro generazionale o, peggio, a una gara tra «stili», tra moderni, postmoderni e modernissimi, tra apocalittici, integrati e disintegrati, tra cantori dell'ordine geometrico e adoratori del caos sublime: tutte cose che hanno già agitato i decenni trascorsi e di cui, francamente, non se ne sente più il bisogno.

Però l'appello degli «architetti italiani» le sue buoni ragioni ce l'ha e ha il merito di porre, magari in maniera non sufficientemente esplicita, una questione vitale. Che è quella di rintracciare, all'interno di una tradizione culturale e costruttiva italiana, le ragioni se non proprio di un «senso» di una «direzione» dell'architettura. Scrive Marc Augé nella lectio magistralis che terrà oggi (Teatro Farnese di Parma, ore 17) che «l'architettura mondiale, nelle sue opere più significative, sembra fare allusione ad una società planetaria ancora assente. Propone i frammenti brillanti di un'utopia lacerata alla quale ci piacerebbe credere, di una società della trasparenza che per ora non esiste da nessuna parte. Disegna allo stesso tempo qualcosa che è come un'utopia, come un'allusione, indicando, disegnando a grandi tratti un tempo che non è ancora arrivato e che forse non arriverà mai, ma che resta possibile».

Ecco, in attesa di questo «tempo possibile» ci piacerebbe che l'architettura italiana recuperasse la capacità di progettare una casa per l'uomo. Che tornasse a pensare residenze, magari «popolari», che affrontasse il tema di dare una casa proprio a quelle moltitudini che fanno della globalizzazione una realtà concreta (quasi sempre povera e dolente) e non solo un concetto economico. E se è vero che, ancora Marc Augé, mette tra i «nonluoghi» anche i campi profughi dove sono parcheggiati a tempo indeterminato i rifugiati da guerre e miserie, e dice che «il nonluogo è il contrario di una dimora, di una residenza», ci aspettiamo che gli architetti (con le loro scuole, i loro ordini, le loro associazioni), trascurino per un po' i nonluoghi e dedichino un po' più del loro tempo a costruire una casa per gli uomini. Per quelli con e senza fissa dimora.

UN APPELLO in difesa dei progettisti del nostro Paese contro l'invadenza delle «archistar» internazionali suscita polemiche. E intanto, oggi a Parma, si apre il secondo Festival dell'architettura sul tema ricchezza e povertà.

 

di Renato Pallavicini
da L'Unità del 19.09.05


IL DIBATTITO - Conta il progetto non la nazionalità degli architetti 

Ho seguito con molta attenzione il dibattito, in merito alla «Lettera dei 35» (Appello per lo sviluppo in Italia della nuova architettura); lettera nella quale i firmatari, 35 tra i più famosi architetti italiani, «denunciano» la tendenza, da parte di istituzioni e privati, a scegliere architetti stranieri per la progettazione di opere architettoniche in Italia.

In qualità di «frequentatore» del mondo degli architetti e conoscitore delle logiche che guidano le scelte dei grandi gruppi di development immobiliare, credo sia giusto espormi e partecipare alla discussione. Stili, mode, gusti hanno ormai perso gli elementi che potevano facilmente ricongiungerli alle loro provenienze e culture d'origine.

Vi è una disciplina che, più di altre, ha reso visibile ai nostri occhi l'intreccio degli stili e della storia: l'architettura. Da sempre, forse prima che si coniugassero parole come mercato e globalizzazione, l'architettura ha indicato il livello d'evoluzione di quella data società. Con ritmi diversi dai nostri, ovviamente con una minore velocità e senza l'ausilio dei moderni disegni a computer, le linee delle costruzioni, la forma delle città e la fama degli architetti viaggiavano attraverso il passaparola fino alle orecchie di un developer del tempo, che, influenzato da quelle descrizioni, commissionava all'architetto la realizzazione dei suoi desideri, che divenivano realtà attraverso un progetto edile.

E' successo a Milano, a Firenze, a Londra, a New York, San Pietroburgo e sicuramente la lista potrebbe proseguire. Credo che l'unica logica che dovrebbe guidare le scelte di una committenza attenta sia la qualità del progetto, che sia caratterizzata da idee innovative, grandezza della sfida e responsabilità verso la comunità.

La scelta deve quindi ricadere sui migliori architetti e sui migliori progetti, indipendentemente dalla nazionalità. Riprendendo una frase apparsa in questi giorni in uno degli articoli: dovremmo liberarci dai vecchi abiti del protezionismo.

Riflettendo infatti sui grandi progetti realizzati nel mondo, la nazionalità non ha influenzato le scelte effettuate dai grandi operatori. A decidere, al contrario, sono state, la bellezza, la fattibilità e la qualità complessiva del progetto. Comunque condivido l'opinione di chi lamenta un numero esiguo di concorsi e la necessità di creare maggiori occasioni che permettano ai giovani architetti di poter emergere, di poter essere visibili e quindi favorire un ricambio generazionale.

Per concludere, non credo che gli allarmismi e le richieste protezionistiche possano sostituire una costante e rigorosa ricerca della qualità e dei talenti. Questa è l'unica vera ricetta per produrre importanti progetti e grandi professionalità.

Dal nostro punto di vista di imprenditori, pur considerando necessario lavorare anche con progettisti e architetti internazionali, credo sia opportuno tutelare le capacità dei giovani architetti italiani anche attraverso specifici canali, ovvero concorsi ad hoc, così come abbiamo già svolto nel caso del progetto dell'edificio per uffici di Bergognone 53 vinto dall'architetto Mario Cucinella.

Per questo motivo, nell'ambito del progetto Garibaldi Repubblica Varesine, abbiamo indetto una preselezione dedicata ad architetti italiani. I professionisti scelti potranno partecipare alla selezione finale, insieme ad altri architetti stranieri, per la progettazione di alcuni edifici privati nell'ambito del progetto stesso.

 

di Manfredi Catella, Amministratore delegato Hines Italia
dal Corriere della sera del 20.09.05


IL DIBATTITO - Grandi progetti: quando la scelta è solo economica

Ha ragione Manfredi Catella, che, dalle colonne del «Corriere» di martedì, antepone la qualità dei progetti delle grandi opere alla nazionalità dei progettisti nel dibattito seguito ad una rivendicazione promossa da alcuni grandi nomi dell'architettura italiana, che chiedevano più spazio per gli architetti nostrani. Quello della prevalenza della qualità è un carattere imprescindibile per ogni operazione di rilancio urbano, è la caratteristica che ha fatto ripartire le grandi metropoli europee, può guidare a Milano la prossima fase. Qui una nuova classe dirigente politica e una nuova generazione in ogni campo aspettano da troppo tempo questa occasione. Ma un aspetto Manfredi Catella non tocca; dove e come far prevalere la qualità sull'appartenenza nazionale o di lobby. 

Questo problema va affrontato alla radice, e la prossima stagione è quella giusta. Non certo però anteponendo sempre il valore economico delle offerte immobiliari alla qualità delle proposte. Bisogna coinvolgere e mettere in competizione in ogni campo le nuove generazioni creative di questa città e del paese, chiamandole a raccolta per un progetto di sviluppo, eliminando vincoli, abbattendo steccati, liberalizzando le professioni. Così non è successo purtroppo in questi anni a Milano. Non è successo per il progetto del vecchio recinto fieristico, impresa importante per la città che sarebbe sbagliato giudicare sotto un profilo ideologicamente ostile, ma che ha visto prevalere la proposta caratterizzata dalla migliore offerta economica.

Non è successo, ancora una volta, per il progetto Garibaldi-Repubblica, dove certamente la partenza dell'operazione deriva da un concorso di architettura pubblico, ma dove tuttavia il punto di arrivo è un altro progetto di cui è stato incaricato, direttamente dalla proprietà, un nuovo architetto; così non succede nell'intervento di Rogoredo-Montecity, dove importanti opere di interesse pubblico, come il centro congressi, non sono oggetto di concorso. E l'elenco potrebbe continuare a lungo.
Insomma, ha prevalso a Milano in questi anni la forza dei capitali investiti sulla qualità dei progetti, sull'indirizzo pubblico e sul coinvolgimento delle energie creative. Si sarebbe potuto fare di meglio.

A Milano servono e serviranno ingenti quantità di capitali privati per condurre in porto un rilancio della città che parta dalle grandi opere. Questo capitale è disponibile a far guidare l'indirizzo generale delle opere dall'ente pubblico, aprendo la competizione sulla qualità delle idee sin dall'inizio a tutte le intelligenze creative della città e non solo, aprendosi alle nuove generazioni?

Se la risposta è sì, noi siamo pronti. Questa è la sfida vincente per il futuro di Milano, per le future riqualificazioni delle aree ferroviarie dello scalo Farini, di Porta Genova, di Porta Romana, per le aree del demanio militare, per le ultime aree dismesse, per il rilancio di Milano.

 

di Emanuele Fiano
dal Corriere della sera del 22.09.05


Parma, l'architettura che cresce senza le grandi stelle. Il Festival ha rinunciato alle firme internazionali per portare un messaggio nuovo: largo ai giovani e ai nomi sconosciuti ma di sicuro talento.

Star dell'architettura? No grazie. Una voce fuori dal coro quella del Festival dell'architettura di Parma, che si è concluso ieri. Alla rassegna niente "griffe" dello star system internazionale dell'architettura. Il festival dell'architettura di Parma, alla sua seconda edizione non ha voluto puntare di proposito i riflettori su queste ‘prime donne' del progetto. E ha parlato ai visitatori di bravi architetti, di tutta quella parte di mondo di cui non si parla mai: degli indiani, di giovani progettisti cinesi, che stanno reinventando le case a corte tradizionali, di architetti dell'Africa Sahariana che stanno facendo cose straordinarie nonostante i loro strumenti costruttivi siano poveri. Il festival ha messo in scena un'architettura contaminata da cinema, arte, letteratura e fotografia. Sei mila i visitatori. Trentasette le mostre. Centoventi le conferenze e gli incontri con gli attori dell'architettura mondiale. «Il bilancio è positivo» comunica l'organizzazione. Tutte le sedi più prestigiose di Parma sono state mobilitate per ospitare gli eventi di questa kermesse con un tiro completamente diverso dalla Biennale dell'architettura di Venezia che sostanzialmente rimane una mostra indirizzata agli architetti. «In questi giorni abbiamo fatto parlare l'architettura in modo semplice e diretto alla gente e ai ragazzi — racconta il direttore Carlo Quintelli — L'abbiamo fatta uscire dai suoi classici luoghi da addetti ai lavori».

  • Niente star dell'architettura al suo festival, dunque?
    «Abbiamo ospitato architetti che fanno progetti belli e moderni, ma che approfondiscono il contesto in cui si collocano. Oggi ci sono troppe star che firmano i loro grattacieli senza dare peso alla cultura del luogo. Pechino si sta riempiendo di grattacielotti che possiamo vedere in tutte le città internazionali dell'occidente. Il problema è che tra vent'anni Pechino sarà una brutta imitazione di New York. Per le città vale la stessa regola dei prodotti: non hanno valore se non hanno identità».
  • Quindi?
    «Abbiamo chiamato architetti cinesi molto bravi che non scimmiottano architetture occidentali. Sono venuti anche bravi architetti indiani e africani che lavorando in questa direzione, cercano una nuova via tra modernità e tradizione».
  • Qualche nome
    «E' venuto per la prima volta in Italia Raj Rewal, un grande mastro dell'architettura indiana (ha fatto la fiera, il villaggio olimpico e l'ampliamento del parlamento a Nuova Delhi ndr) che dà un grande insegnamento sul rapporto tra novità e tradizione».
  • Il tema del suo festival è stato "ricchezza e povertà"
    «Viviamo in una situazione in cui queste due sfere si confrontano in modo conflittuale su tanti livelli e tanti scenari».
  • Oggi la distanza tra ricchezza e povertà è sempre più grande
    «Proprio per questo motivo noi architetti dovremmo domandarci cosa stiamo facendo. La ricchezza, se ben interpretata, può dare un apporto positivo. Allo stesso modo dobbiamo riconoscere i bisogni della povertà. Uno dei temi importanti del festival è stato quello della casa popolare. Abbiamo riproposto i progetti del Gallaratese a Milano di Aymonino, lo Zen a Palermo di Gregotti, e il Corviale a Roma di Fiorentino. Case popolari molto discusse negli anni settantaottanta».
  • In Italia in questo momento cosa c'è di 'ricco o di povero' sotto il profilo architettonico?
    «Si stanno facendo grandi interventi sulle città italiane. Sono molto ricchi dal punto di vista materiale e formale. Ma, non so fino a che punto siano ricchi di contenuti culturali per la città che trasformano».
  • Nel Festival c'era la mostra 'Italia 2011'. Come saranno le città italiane fra qualche anno?
    «Su Roma, Veltroni sta muovendo operazioni di una straordinaria importanza. A Genova stanno riprendendo in considerazione un importante progetto fatto da Piano che precedentemente era stato rifiutato. E ci sono progetti importanti su Milano».
  • Milano nel 2011 sarà più ricca di oggi?
    «Ci sono grandi progetti in corso, ma il punto è: questa città è capace di cogliere e supportare la sua identità così come ha fatto una certa architettura degli anni cinquanta? E' la prima volta che in Italia, a partire dal dopoguerra c'è un intervento molto forte e congiunto tra le componenti economichefinanziarie, gli amministrazioni locali, le imprese edili e gli architetti. Questo fermento è positivo per l'Italia che è rimasta molto indietro rispetto agli altri paesi europei. Bisogna capire, però, se c'è quella consapevolezza per cui tutte queste forze in campo sono chiamate a fare un'operazione economica che abbia ricadute culturali per la città nel suo insieme. Intanto si sta già pensando ad una seconda fase di trasformazione delle città italiane. Adesso bisogna progettare quello che vedremo nel 2020».
  • E Come potrebbe essere l'Italia nel 2020?
    «Un esempio è nel nuovo progetto di riqualificazione dell'ex area Fiera a Milano con i grattacieli di Libenskind, Isozaki e Hadid. C'è una grande ossessione per le griffe dell'architettura, per le grandi star internazionali. E'comprensibile perché un prodotto vende meglio se è valorizzato da una firma, ma bisogna pensare che queste star — impegnate su tanti progetti in tutto il mondo — solitamente non approfondiscono più di tanto il contesto culturale in cui progettano. Allora credo che la prima responsabilità delle amministrazioni e dei committenti è di chiedere a questi architetti un lavoro più serio e approfondito. Anche perché, come si sa, delle griffe, prima o poi, ci si stanca».

 

di Rosa Tessa
da La Repubblica - Affari e Finanza del 26.09.05

 

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Commenti

28/09/2005 09:33: Gli architetti ci sono ma chi è cieco non vede
Non ci sono architetti italiani perchè l'Italia non vuole architetti come d'altronde non vuole i propri talenti che si vedono costretti a recarsi all''estero per ritagliarsi uno spazio onorevole re e rispettoso, qui ormai si lavora sempre di più soltanto per segnalazione,raccomandazione e il più delle volte per conoscenza politica, è questo è senaza dubbio un offesa alla cultura e alla tradizione di questo paese. Ringraziando per lo spazio riservato pongo i miei più Cordiali Saluti
Arch.Mario Smiraglia

28/09/2005 15:33: Il libro bianco e la Rivoluzione
Caro collega Smiraglia, i miei interventi sono sempre stati di denuncia e pertanto non posso che sottoscrivere in pieno ogni parola del tuo intervento . Chissà se riusciremo mai noi "normali" architettini, a fare magari un libro "bianco" di denuncia con tanto di nomi e cognomi. Penso però che proprio la logica che tanto bene descrivi, si basa proprio sull'omertà di coloro (credo + o - tutti) che hanno paura di perdere quel poco di lavoro che li fa sopravvivere. Credo perciò che solo un'azione, dal nome ormai lontano e antico, come una vera Rivoluzione , possa cambiare le cose. Ma si sa le rivoluzioni portano anche a periodi di fame e poi a nuovi baroni : siamo disposti a questo? Io credo di no e pertanto continueremo a piangerci addosso.
Claudio Flabiano Architetto

29/09/2005 13:09: che tristezza
ma questi architetti italiani cosa si lamentano a fare???? ma avete visto lo schifo della bicocca???? e dovremo lasciare in mano l'italia a gente come gregotti???? ma per favore, ben vengano gli stranieri... andate a vedere città come barcellona, parigi, londra o l'olanda intera...
mirko terragni

vedi anche:

E' andata in crisi la cultura del progetto

L'appello dei 35 architetti italiani

Quest’Italia non ci dà spazio

Non è una levata di scudi contro gli "stranieri"

«Gli architetti stranieri ci invadono, ora basta»

Fra i 35 firmatari Gregotti, Portoghesi e Sottsass


data pubblicazione: mercoledì 28 settembre 2005
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