Quando l'Ara Pacis si trasferirà in borgata

di Pippo Ciorra

POLEMICHE - Quando l'Ara Pacis di Meier si trasferirà in borgata

Forse oggi è più facile dare un senso alle inutili discussioni seguite alla pubblicazione dell'appello di trenta architetti italiani al presidente Ciampi. La lettera dei trenta, da Portoghesi a Purini, lamentava che il paese, abbastanza generoso di occasioni per le superstar internazionali, si mostra indifferente verso i suoi figli architetti, in particolare - almeno a giudicare dai nomi in calce al testo - con quelli che si considerano i docenti più rispettati delle nostre scuole di architettura. La lettera, di manifesta inutilità, non aveva in realtà il tono antiinternazionalista che gli hanno poi attribuito i giornali, anche se rivendicava l'italica attitudine a inserirsi nei nostri difficili contesti.

Il tono becero del dibattito che ne è seguito potrebbe però rivelarsi un'ottima piattaforma per una nuova e ancor più superficiale discussione attorno all'edificio realizzato a Roma da Richard Meier per l'Ara Pacis tra il lungotevere e piazza Augusto, pre-inaugurato ieri. Anche perché è fatto da una star internazionale, è «moderno», esprime un atteggiamento tutt'altro che contestualista. E per di più è nato da un incarico diretto di Rutelli, che ha potuto dribblare le procedure che si utilizzano in genere per gli incarichi pubblici. Così è stato. I giornali sono pieni di articoli che mettono in risalto, di volta in volta: le eccessive dimensioni del progetto, la sua scarsa voglia di inserirsi nel contesto, la rinuncia a risolvere i problemi di piazza Augusto e del brutto sito archeologico che la occupa, eccetera. Ovviamente nessuno ha visitato a fondo l'edificio realizzato, che non è ancora finito, e nessuno si imbarca in una critica seria del progetto.

I più netti, come al solito, sono i pasdaran di Italia Nostra, che tagliano la testa al toro e ribadiscono la ben nota filosofia parasgarbiana: architettura «moderna» (?) in punizione nelle periferie brutte, e in centro nulla. O se proprio si deve fare qualcosa lo si faccia «in stile». Posizione stupefacente e preoccupante, soprattutto se si pensa che viene da quella «pancia» del progressismo benpensante, dalla quale inconsciamente speriamo sempre che vengano i migliori professori dei nostri figli, i giornalisti più in gamba dei nostri giornali, perfino gli allenatori delle nostre squadre del cuore. Ma soprattutto inutile perché ormai tutti hanno compreso come le città ferme non possono stare, a meno di non scegliere di trasformarsi in fantasmi. Per cui in genere, per ogni architettura d'autore cacciata con sfregio lontano dai nostri centri storici, negli stessi siti troveremo però, senza che Italia Nostra si scateni con lo stesso clamore, cartelloni pubblicitari, insegne, cantieri permanenti, vetri specchiati, restauri spericolati e via dicendo, resi rassicuranti dal fatto di essere anonimi.

Se ne è avuta una riprova quando a Bologna Cofferati ha fatto rimuovere le «Gocce» di Mario Cucinella in piazza Re Enzo. Belli o brutti che fossero i due piccoli ovali in acciaio e plexiglas, la loro rimozione è servita a tutto tranne che a resuscitare la «autenticità» originaria del luogo. Per verificarlo basta scattare una foto all'ex sito delle Gocce: più della metà del campo visivo sarà occupato da forme che appartengono, bene o male, al nostro tempo: taxi fermi, pensiline dell'autobus, insegne, lampade, vetrine, cartelloni pubblicitari, orribili marciapiedi, che però hanno il pregio di non essersi presentati, bontà loro, come un episodio di design contemporaneo in centro storico.

Viene da chiedersi cosa consiglierebbe di fare Italia Nostra, una volta segato alla base e trasferito in borgata il museo di Meier, all'architetto - magari romano - che vincerà il prossimo concorso per la risistemazione di piazza Augusto. Ispirarsi, per l'inevitabile quota di costruzione che l'intervento conterrà, allo stile sobrio e laterizio dei ruderi romani sottostanti? oppure alla ridondanza barocca del porto di Ripetta, che verrà ovviamente replicato? o alla magnitudine anni '30 teneramente goffa dei palazzoni di Morpurgo? o al minimalismo nippo-newyorchese del ristorante sotto i portici della piazza? o magari un pastiche di tutto questo completato da un paio di chioschi in ghisa verde in stile ottocento «de noantri» di quelli che piacciono a Sgarbi e Portoghesi?

A noi, cittadini del proprio tempo non rimangono che due speranze. La prima di poter valutare con calma e serenità l'opera di Meier, quando sarà finita sul serio, mettendone in luce pregi e difetti. La seconda è che i conservatori più oltranzisti aprano finalmente gli occhi, e vedano gli infiniti casi in cui le battaglie oltranziste hanno finito per produrre danni maggiori nelle nostre città.

 

di Pippo Ciorra
da Il Manifesto del 25.09.05


Bagarre Ara Pacis

È stata presentata ieri la nuova sistemazione dell'Ara Pacis realizzata dall'architetto americano Richard Meier, e i progetti che interessano l'area adiacente (per migliorare la fruizione di piazza Augusto Imperatore, pedonalizzazione della zona, un sottopasso e un parcheggio). L'Ara Pacis, però,continua a seminare discordia. 18 mesi avrebbero dovuto durare i lavori ma poi sono diventati un «caso». E così durante la manifestazione di riapertura parziale del monumento protetto fin dal 1939 dalla teca di Morpurgo, si sono riaccese violente le polemiche, con tanto di sit-in e insulti. An ha gridato all'«orribile stupro» per opera di Meier e snocciolato i costi e i disagi sopportati dai residenti, l'architetto non certo d'avanguardia Leon Krier (consulente all'urbanistica di Carlo d'Inghilterra) ha parlato di una «dichiarazione di guerra al centro storico» e Italia Nostra, in prima linea in questa battaglia «antimodernista», si è ripromessa di inviare una lettera a Buttiglione affinché i cittadini siano consultati prima degli interventi nel centro storico. «Il monumento è lungo circa 10 metri, la struttura di Meier più di 200: è sproporzionata - ha dichiarato Antonio Tamburrino - noi non siamo contro l'architettura moderna, ma riteniamo che stia meglio in periferia. Qui si svilisce il patrimonio archeologico, in quest'area c'era il Porto di Ripetta. Italia Nostra ha criticato anche il resto del progetto - sottopasso e parcheggi -, meglio incrementare i mezzi pubblici. Per l'architetto Giorgio Muratore che ha definito il progetto di Meier «una boiata pazzesca», la soluzione migliore sarebbe stata restaurare la teca preesistentee e non ha risparmiato dagli attacchi neanche il museo di Meier che custodirà circa 300 frammenti dell'Ara.


da Il Manifesto del 24.09.05

 

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Commenti

04/10/2005 21.23: Senza Titolo
Pur comprendendo che le cose sono senza speranza dobbiamo tuttavia essere decisi a cambiarle” (Francis Scoott Fitzgerald)
arch.Andrea Balsimelli

05/05/2007 20.31: ara pacis
Aveva ragione Sgarbi, tutto sbagliato ,sia per le dimenzioni esagerate ,sia per l'aspetto non in armonia con il contenuto e con l'ambiente esterno. Si potrebbe cercare di correggere quacosa cambiando il colore per toglierli in parte l'aspetto alquanto ospedaliero,anche dentro.questo biancore non è adatto alla nostra latitudine.
ferruccio orsini

vedi anche:

La nuova Ara Pacis s'affaccia sul futuro

rassegna della pre-inaugurazione

La riscoperta dell'Ara Pacis

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data pubblicazione: lunedì 3 ottobre 2005
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