I miei progetti come "balletti colorati"

Breve intervista a Frank O. Gehry

L'architetto americano: se mi piacciono gli interlocutori, accetto anche lavori controversi.

LOS ANGELES - La sconfitta più cocente fu quella del 2000 per il nuovo grattacielo del New York Times nel cuore di Manhattan. Giunto in finalissima assieme a altri tre "principi" dell'architettura contemporanea (Norman Foster, Cesar Pelli e Renzo Piano), Frank O. Gehry fu battuto nello sprint finale dalla "lanterna magica" del concorrente italiano. «Questione di soldi», fecero capire nella sede del quotidiano.

«Nessuno può pretendere di vincere ogni gara», sospira Gehry. Neanche lui. Neanche il «più famoso architetto del mondo», secondo il titolo attribuitogli dalla rivista Time dopo il successo del Guggenheim di Bilbao. E con la stesso approccio psicologico, un misto di orgoglio professionale e fatalismo, Gehry affronta ora altri due maxi-progetti urbani: il rilancio dello skyline di Brighton e la sfilata di torri attorno al nuovo stadio di basket di Brooklyn. Entrambi sono contestati dagli abitanti locali, che in Inghilterra si lamentano della stravaganza delle forme curvilinee e negli States protestano per i disagi causati dai lavori.

  • Frank Gehry, perché, tra tante offerte che riceve quotidianamente da ogni parte del mondo, ha scelto proprio progetti controversi come quelli di Brighton e di Brooklyn?
    «Per accettare una commessa, devo sentirmi a mio agio e mi devono piacere gli interlocutori, soprattutto in termini di coinvolgimento intellettuale e politico nella impresa. La maggioranza dei miei colleghi sogna situazioni in cui il cliente dà carta bianca: eccoti i soldi, costruisci quello che vuoi. Io no. Non mi piacciono rapporti del genere, non li trovo affatto interessanti né stimolanti. Prediligo le sfide in campi vergini. E, alla mia età, posso permettermi il lusso di fare il difficile, chiedendo alla controparte di starmi vicino, di giocare con me, di discutere, persino di litigare, di esigere una partecipazione a quel "balletto colorato" che precede ogni mia opera. Naturalmente ci sono anche altre pre-condizioni…».
  • Quali sono?
    «L'iniziativa deve essere in sintonia con il mio senso etico, con la mia visione del bene e del male nel mondo: come sarà, ad esempio, il Museo della Tolleranza di Gerusalemme. E deve avere una solida base finanziaria».
  • Nell'avventura di Brooklyn i soldi non mancano: il suo committente, Bruce Ratner, lo stesso che costruisce il grattacielo del New York Times, ha le spalle molto solide e si appresta anche ad affidarle un altro grattacielo a Manhattan, vicino all'imboccatura del ponte di Brooklyn. Ma l'aspetto finanziario di Brighton sembra più traballante.
    «Mi sono fatto trascinare nell'impresa di Brighton da Piers Gough, un amico caro che conosco bene e apprezzo. Lui aveva rapporti consolidati con la ditta Karis e mi sembrava una garanzia sufficiente. Purtroppo abbiamo scoperto solo in seguito che la Karis non aveva le risorse sufficienti per affrontare la spesa. Ed è così entrata come partner la Ing, con cui avevo già lavorato per il mio edificio di Praga chiamato "Ginger e Fred". La Ing è un colosso tentacolare: il che renderà più problematico il coinvolgimento intellettuale».

 

di Arturo Zampaglione
da La Repubblica del 13.11.05


La seconda vita di Brighton. Qui i turisti sono di tre tipi: le coppie clandestine, i convegnisti e le famiglie medie già abituate al pessimo clima britannico.

BRIGHTON - Mare color argento, cielo solcato da bassi nuvoloni scuri, aria di pioggia. Gabbiani famelici appollaiati sul dilapidato pontile che reclamizza divertimenti e attrazioni, sebbene le saracinesche delle botteghe di souvenir, degli empori di fast food e delle sale giochi siano rigidamente sprangate. La spiaggia di sassolini e ghiaia, battuta dal vento. Poco più in là, nei primi vicoli dietro il lungomare, un puzzo di "fish and chips" invade la strada, proveniente da un ristorantino dove ogni tanto s'infila un passante. All'orizzonte, un filo di fumo segnala un traghetto che attraversa la Manica. Per il resto, non un'anima in giro. Seduto in un pub a rimirare questo desolante scenario autunnale, dico al barista, come sentendomi in dovere di consolarlo, che le stazioni balneari fuori stagione mettono malinconia ovunque, anche da noi, in Italia. Ma Brighton, replica il barman servendo un'altra birra, non ha mai avuto bisogno del sole e del cielo azzurro per tirare avanti. Tre generi di turisti, spiega, l'hanno tenuta perfettamente in vita per oltre due secoli: le coppie clandestine, che ci vengono per trascorrere nei suoi motel un "dirty weekend", un tranquillo fine settimana da sporcaccioni, tradendo il marito, la moglie o entrambi, dunque senza il minimo interesse per le condizioni atmosferiche e la vivacità degli stabilimenti; i conferenzieri a spese di un partito, di un sindacato o di un'associazione di categoria, che vi si danno appuntamento fra settembre e dicembre per i loro congressi annuali, talmente felici della vacanza gratuita da non badare all'atmosfera; e infine i vacanzieri estivi, così abituati all'idea che - come ammoniva Byron - «l'inverno in Inghilterra finisce a luglio e ricomincia ad agosto», da non preoccuparsi se piove, fa freddo e tira vento come in autunno.

A un'ora da Londra. Questi tre elementi, insieme alla vicinanza con Londra, raggiungibile in un'ora di treno o di auto, hanno in effetti contribuito a fare di Brighton la prima e la più famosa località balneare del Regno Unito: "London-on-sea", la chiamano gli abitanti della capitale, Londra-sul-mare, una sorta di algida Rimini inglese. Un luogo un po' kitsch, relativamente a buon mercato, in cui ti aspetti di veder sbucare dietro l'angolo gangster che si nascondono e detective privati armati di macchina fotografica per documentare illecite tresche d'amore. Un pizzico di volgarità, bizzarria ed erotismo, come in un romanzo giallo: diciamo Brighton rock del grande Graham Greene, per citarne uno.

Senonché, all'incirca un decennio fa, il magico accordo che teneva in piedi Brighton, e che sorreggeva con la stessa logica le altre stazioni balneari britanniche, è progressivamente andato in frantumi. Le compagnie aeree a basso costo, come RyanAir e EasyJet, hanno cominciato a offrire voli verso il Mediterraneo, verso le coste di Grecia, Italia, Francia, Spagna e Portogallo, per un pugno di sterline. In un paio d'ore, i visi pallidi inglesi si sono accorti di potere approdare al caldo, al sole, a un mare infinitamente più tiepido, spendendo per la loro vacanza di una settimana o di un weekend la stessa cifra che spendevano a Brighton o a Blackpool, se non di meno. Nell'ultima stagione estiva, le presenze turistiche nelle località marine nazionali sono calate del quaranta per cento rispetto al 1995. I giornali della capitale hanno lanciato l'allarme, accorgendosi che le spiagge patrie sono frequentate ormai soltanto dai pensionati e dagli "stag and hen parties", gli sfrenati addii al celibato e al nubilato, un'altra tradizione anglosassone, condita di alcolici e sesso. Ma da soli non bastano a evitare il declino.

Il mitico Gehry. Deve essere stato in una livida giornata, come quella che osservo dalle finestre del pub, che a Brighton qualcuno ha avuto un'idea. Come si risolleva una città in crisi? Esistono, evidentemente, tante possibilità, tanti metodi. Ma ce n'è uno che è stato sperimentato con successo in tempi recenti, in Gran Bretagna e altrove: costruire un edificio rivoluzionario, un nuovo simbolo cittadino, un'icona, un'ardita opera architettonica, in grado di richiamare l'attenzione, di rivitalizzare la città che le sorge attorno, di simboleggiarne il rilancio. Qualcosa di simile è accaduto a Manchester, Liverpool, Newcastle e Birmingham, anche se la rinascita dell'Inghilterra, specie nel Nord impoverito e depresso, non si può certo imputare a singole decisioni, tantomeno a un avveniristico grande magazzino, come a Birmingham, o a un nuovo centro commerciale, come a Manchester. Eppure in almeno un caso si è diffusa l'impressione che sia stato proprio un edificio a compiere il miracolo. Bilbao, capoluogo spagnolo del Paese Basco, ha arrestato la decadenza e premuto l'acceleratore grazie alla creazione del futuristico museo Guggenheim firmato dall'architetto Frank Gehry, canadese di nascita, americano d'adozione, mito internazionale, autore di altre celebri costruzioni come la Disney Hall di Los Angeles.

Perché non chiedergli di provare a fare il bis con Brighton?
Il sindaco, Ken Bodfish, laburista, ha convinto il consiglio municipale. La richiesta è partita. Il mitico Gehry, che a settanta anni e passa continua a lavorare come quando ne aveva trenta (fra i suoi prossimi programmi c'è la nuova arena sportiva di basket dei Nets a Brooklyn, un centro per ricerche sull'Alzheimer a Las Vegas e una linea di gioielli per Tiffany), è sbarcato a Brighton. Sono seguiti mesi di discussioni, progetti, appalti, ricerche di finanziamenti. Adesso il secondo "miracolo" è sotto gli occhi di tutti, seppure ancora soltanto sotto forma di modellino in plastica: due grattacieli di venticinque piani in riva al mare, nel caratteristico stile Gehry, sbilenco, scolpito, asimmetrico, «come due fogli di carta appallottolati», secondo il giudizio di un critico, collegati a un centro di intrattenimento al coperto completo di impianti sportivi, tre piscine, ristoranti, negozi, uffici e quasi un migliaio di appartamenti. Un mastodonte "sexy", "cool", pieno di "glamour", aggettivi che ben si adattano al divo cinematografico Brad Pitt, amico e discepolo di Gehry, a cui pare abbia dato una mano. Costo previsto dell'iniziativa: 300 milioni di sterline, quasi 450 milioni di euro. Data per l'inizio dei lavori: autunno 2006. Per il completamento dell'opera: 2012. L'anno, guarda che bella combinazione, delle Olimpiadi di Londra.

La sollevazione popolare. Tutto è bene quel che finisce bene? Non proprio. Perché a Brighton il progetto ha scatenato una sollevazione popolare. Molti residenti lo definiscono una «mostruosità», sostenendo che è completamente inadeguato all'urbanistica della loro cittadina. «Quei due grattacieli, così alti, sono un insulto, un pugno negli occhi», dice Vanessa Brown, leader dell'opposizione conservatrice nel consiglio municipale. «Vogliono toglierci il nostro adorato stile vittoriano», si lamenta Selma Montford, presidentessa della Brighton Society, un'associazione per il mantenimento del patrimonio culturale e artistico. «Come minimo, vogliono togliere a me la vista del mare», si arrabbia Kate Faulkner, un'arzilla infermiera in pensione che vive da quarant'anni davanti alla spiaggia, passa buona parte del tempo affacciata alle finestre della sua villetta e intende continuare a farlo.

Gehry, che alle reazioni esagitate alle sue opere deve averci fatto il callo, minimizza la polemica: «Ho già ridotto l'altezza delle due torri, che nel progetto originale dovevano essere di quaranta piani. In ogni caso a ispirarmi la forma dei grattacieli è stato l'incontro con una signora in abito vittoriano, che passeggiava sul lungomare con la sua lunga gonna gonfiata dal vento, quindi non mi pare di avere disegnato nulla di inappropriato alla storia e al carattere della città». Per intravedere una gonna vittoriana gonfiata dal vento nel modellino delle due torri, a essere sinceri, conviene avere trascorso un lungo pomeriggio al pub. E si potrebbe aggiungere che le critiche a Gehry non provengono esclusivamente dagli abitanti di Brighton: il mondo dell'architettura odierna appare diviso tra i fan del suo stile espressionista, contorto, clamoroso, da un lato, e i fan di un modernismo più soffuso e tranquillo, che alcuni definiscono "Nuova Serenità", identificato principalmente con Renzo Piano, dall'altro.

L'impressione, tuttavia, è che l'iniziativa sia andata troppo avanti per tornare indietro. «Fra dieci anni, quando Brighton avrà trovato una nuova identità grazie a questo complesso di edifici, la gente non ricorderà neppure su che cosa stavamo bisticciando», commenta fiducioso il sindaco. Bisogna dire, inoltre, che di "pugni negli occhi" Brighton ne ha ricevuto almeno un altro nella sua storia: il Royal Pavillion, palazzo delle meraviglie in stile orientale, che il futuro re Giorgio IV, anni prima di salire al trono, si fece costruire nel 1822 dal più famoso architetto dell'epoca, John Nash, colui a cui si devono le splendide case con colonnato attorno a Regent's Park e il parco stesso a Londra. Il principe di Galles voleva una specie di stravagante castello in cui divertirsi con la sua segreta amante: la tradizione del "dirty weekend" in un certo senso cominciò così. Anche il Pavillion sembrò a qualcuno una mostruosa follia, mentre oggi viene regolarmente votato come il monumento più amato dagli inglesi.

E poi comunque, per riprendersi dal colpo delle linee aeree a basso costo che portano all'estero i vacanzieri indigeni, tutte le stazioni balneari inglesi stanno cercando d'inventarsi qualcosa: Blackpool, per dirne una, si è candidata ad ospitare il primo, grande casinò all'americana, nella speranza di diventare la Las Vegas britannica. Il messaggio è che, per sopravvivere nell'era della globalizzazione, ognuno si ricicla e si reinventa come può, anche sulle rive di un mare cupo, freddo e grigio. Male che vada, a Brighton resteranno sempre i delegati dei partiti riuniti in congresso e le coppie degli amori clandestini; a meno che queste ultime, davanti alle luci e al prevedibile frastuono dei due grattacieli di Gehry, non decidano di migrare verso lidi un tantino più riservati.

 

di Enrico Franceschini
da La Repubblica del 13.11.05

 

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data pubblicazione: lunedì 14 novembre 2005
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