La grande risorsa di Roma: investire nel talento
Indagine Studio Ambrosetti
È Roma la città più creativa d'Italia, seguita da Napoli, Milano, Palermo e Torino. È ciò che emerge da un'indagine condotta dallo Studio Ambrosetti che ha assegnato il primo posto a Londra, seguita da Boston, Austin e Barcellona.
L'indagine fornisce anche alcune indicazioni e cioè che le città italiane devono aumentare il numero di residenti creativi se vogliono competere con realtà come Londra e Boston perchè il numero dei creativi residenti si attesta nelle città italiane intorno al 14% di media mentre città come Londra o Stoccolma hanno una dote di talenti creativi al di sopra del 45%.
Roma è la prima città per capitale umano e classe creativa. Secondo l'indagine deve tuttavia colmare un delta almeno del 6%. «Per essere competitivi - spiega lo studio - si deve poter contare su una classe creativa che sia come minimo il 30% della popolazione. La città potrebbe ad esempio far leva sullo sviluppo di una vocazione produttiva forte nel campo della conoscenza e delle idee; sul riordino, l'ottimizzazione e la focalizzazione dell'attività dei numerosissimi centri di ricerca sparsi intorno alla città; sul miglioramento dell'attrattività del proprio sistema formativo sviluppando un polo universitario d'eccellenza assoluta e ben focalizzato».
Torino registra le migliori performance nella ricerca e nel settore hi-tech. Napoli dimostra un potenziale creativo molto alto: «Deve comunque colmare un delta del 7%, attraverso innanzitutto una terapia della normalita».
Milano registra ottime performance nel settore high-tech e nell'innovazione nonchè sull'apertura e la tolleranza della città: «Deve anch'essa pensare a come aumentare la sua capacità attrattiva nei confronti dei creativi. Con più creativi, Milano potrebbe ambire, a puro titolo di esempio, a diventare la vera capitale del design del mondo ».
da Il Messaggero del 11.02.06
L’INDAGINE - Milano perde creatività, superata anche da Roma. Milano si è lasciata sfuggire il primato di «città creativa». Stilisti, architetti e designer non bastano più: la maggiore concentrazione di creativi si trova a Roma e a Napoli. «Se vuole ambire a un ruolo di leadership europea Milano deve recuperare questo e altri primati», incita Piero Torretta, presidente di Assimpredil. La ricerca: svolge un’attività intellettuale un milanese su cinque, a Londra uno su due. L’allarme delle imprese: moda, economia e design in declino.
Milano non è più la città dei creativi. Si è fatta strappare il primato da Roma e da Napoli. Lo registra un’indagine Ance-Ambrosetti dal titolo «La città dei creativi, visioni e progetti» presentata ieri da Assimpredil, associazione milanese dei costruttori edili. In sostanza: a Roma un lavoratore su quattro appartiene alla grande classe dei creativi (designer, architetti stilisti ma anche avvocati o economisti: in generale, tutti coloro che forniscono un contributo intellettuale e creativo, indipendentemente dal settore). A Milano la percentuale si ferma al 22.87 per cento. Anche Napoli supera la città del Duomo, seppure di un’incollatura: 23 per cento di creativi sotto il Vesuvio.
Secondo i curatori della ricerca, la perdita della leadership deve preoccupare. A Londra i «creativi» sono uno su due. A Stoccolma superano il 45 per cento. Inoltre una città che come come Milano ambisce ad avere un ruolo di leadership economica e culturale in Europa dovrebbe vantare almeno il 30 per cento di professionisti creativi. «Questo è solo uno degli obiettivi che Milano dovrebbe raggiungere entro il 2015», incita Piero Torretta, presidente di Assimpredil, rivolgendosi di fatto ai candidati sindaci alle prossime amministrative. A Bruno Ferrante e Letizia Moratti l’associazione dei costruttori indica traguardi ambiziosi: portare la Borsa ad avere almeno 3.000 aziende quotate (oggi sono 276); raddoppiare il Pil procapite; avere almeno 15 ricercatori ogni mille abitanti (oggi sono meno di 3); raddoppiare il numero dei brevetti. «A Milano o si vince tutti o si perde tutti: non c’è più spazio per gli interessi corporativi», taglia corto Torretta.
Certo è che sull’agenda del nuovo sindaco ci saranno questioni che stanno a cuore agli associati di Assimpredil. Come l’attuazione del piano che prevede la costruzione di 20 mila alloggi di edilizia popolare e convenzionata su aree prima destinate a servizi. E poi la realizzazione dei grandi progetti di riqualificazione della città, dalla Città della moda a Santa Giulia. Milano sarà in grado di riassorbire questa straordinaria offerta di metri quadri di prestigio? «Molto dipenderà dalla capacità di attirare lavoro ed energie - conclude Torretta -. In questo le imprese hanno un ruolo importante. Secondo una ricerca del Politecnico, solo il 9 per cento delle aziende milanesi è creativo. Una quota ancora troppo bassa».
L’ARCHITETTO - Gae Aulenti: manca una strategia politica
- Signora Aulenti, ha una medicina per questa Milano che si scopre meno creativa di Roma?
«Medicine? Beh, posso dire che non ci si può accontentare di visioni romantiche. Le attività creative vanno volute e politicamente favorite. Dietro deve esserci una strategia». - Roma l’ha avuta?
«Certo che sì. E Napoli pure. Stesso discorso per Torino. All’estero per Barcellona. E i segni di rinnovamento in queste città si vedono proprio in ambito architettonico». - Non rischia di essere un po’ ingenerosa con Milano? Proprio lei ha curato il rinnovamento di piazzale Cadorna.
«Ma è l’unica cosa che ho fatto ed è stato un miracolo». - Beh, poi ci sono la nuova Scala, il polo fieristico...
«Mah, io resto convinta che Milano abbia perso capacità di attirare talenti creativi». - Tra gli esempi positivi lei cita città amministrate dal centrosinistra. Non ne farà una questione politica.
«Mah no, la creatività è questione di pensiero. Vede, la responsabilità non è tutta dell’amministrazione comunale. Altri Stati hanno saputo fare di più». - Per esempio?
«In Francia il governo si occupa direttamente di incentivare la creatività e l’innovazione. All’estero è più facile che i governi guardino oltre il proprio interesse elettorale immediato». - Esempi?
«A Barcellona ho appena terminato il museo di arte catalana. Ci sono voluti 18 anni e diverse amministrazioni. Ma alla fine ha prevalso l’interesse comune».
di Rita Querzè
dal Corriere della sera del 08.02.06
"Diventare venditori d’idee" - il made in Italy secondo Lissoni
Solamente un’influenza invernale riesce a fermare Piero Lissoni. E così diventa possibile intervistarlo. Altrimenti è sempre "in miniera", come dice lui, per spiegare che lavora quattordici ore al giorno. L‘architetto Lissoni, classe 1956, artefice di collezioni di nomi come Alessi, Cappellini, Glas, Tecno, Living Divani, Cassina, Kartell e Poltrona Frau attualmente sta ultimando tutte le nuove collezioni "in progress" di mobili che al salone milanese poteranno la sua firma. In particolare una superproduzione per Boffi, di cui è anche Art Director. Ha cantieri aperti ovunque: a New York per gli interni dello yachtsailer Ghost, a Miami per un resort con annessi albergo, appartamenti e centro commerciale, a Tokyo, Zurigo e Venezia per alberghi e alle Turks & Caicos per una serie di ville resort di lusso. In più ha appena presentato a Tokyo la prima collezione di mobili per Fritz Hansen.
- Vista dall’interno, quella del design in Italia, è una macchina che funziona?
«Secondo me è una macchina in movimento anche se per motivi paradossali. E’ talmente spaventata che si prende molti rischi e spesso ha fortuna. Rispetto ad altri settori quello del mobile ha un management molto più rustico però anche vitale. Trovo invece terribili quelle aziende che, specialmente nelle realtà del mercato di fascia bassa, con la scusa della crisi portano tutto in Cina dopo che in Italia hanno sfruttato anche l’ultimo albero. Considero molto più onesti quegli industriali italiani che sviluppano parte dei loro prodotti in Cina ma poi li riassemblano in Italia». - Parliamo inevitabilmente di Cina allora. Cosa ne pensa?
«La Cina è esattamente quello che eravamo noi trenta anni fa. E’ vero e corretto scandalizzarsi per i cinesi, ma è anche inutile. Sono un nemico numericamente, e non solo, troppo forte che non si può combattere. Più che altro bisogna smettere di essere così stupidi da fornirgli tecnologie e poi lamentarsi perché si sviluppano con rapidità. Così facendo si mischiano troppe rapacità. Per tenere il passo il made in Italy non è più sufficiente bisogna essere innovativi». - Come giudica i nuovi gruppi del lusso, gestiti da fondi industriali o finanziari, che avanzano sul mercato?
«La fascia del super lusso è molto difficile perché è realmente estrema. Detto ciò si comporta bene sul mercato, al punto da essere riuscita a modificare, il design di colossi come l’Ikea. E’ l’unica che ha avuto la forza di dare un cambiamento al gusto che parte dal basso. Non basta però produrre bene ci vuole anche un appeal e l’unico che finora è riuscito con successo è Cappellini. Comunque se i grandi gruppi finanziari hanno scoperto il mobile, ben vengano. Almeno portano nuova linfa. Tenendo però presente che un conto è vendere scarpe e uno vendere divani». - Il loro merito più evidente?
«Essere riusciti ad inventare una buona formula tra comunicazione e produzione». - Per combattere la concorrenza cosa può fare il made in Italy?
«Il made in Italy è la capacità di scoprire talenti e, per fare un esempio, di reinventarsi le scarpe da ginnastica facendole diventare belle anche per andare a una festa o al cinema. Diciamo che il made in Italy è anche legato alla nostra capacità cialtronesca di sopravvivere. Grazie a ciò siamo in grado di andare ovunque: nel bene e nel male». - Su quale fascia di mercato bisogna puntare e quale va rafforzata?
«Bisogna lavorare sulla medio alta e diventare venditori d’idee. Sul mercato di massa non ci difendiamo». - Lei nella vita ha disegnato praticamente per tutti. Anche al prossimo salone del mobile molti oggetti saranno suoi. Non rischia di produrre cloni per le aziende?
«Ogni gruppo porta con se un’intelligenza differente e ogni prodotto ha l’impronta dell’azienda. Anche se il tocco stilistico è il mio le cose nascono con una matrice diversa e strettamente connaturata con il committente». - Si parla della fine del minimalismo, e lei è un minimalista. si sente minacciato?
«Ridicolo. Il minimalismo c’è sempre stato e il barocco e il decoro anche. La miscela degli stili è eterna. Si tratta solo di farli convivere perché sono assolutamente complementari. Una casa non potrà mai essere tutta minimalista o tutta barocca. Io, per esempio, sono un silenzioso ma mi diverte giocare con il decoro. Non amo quella contrapposizione per cui se arriva uno stile l’altro è morto e viceversa. C’è troppa superficialità Si confondono sempre più i ruoli del designer e dell’architetto». - Che cosa ne pensa?
«E’ sempre stato così e tutti i grandi da Magistretti, Zanuso, Castiglioni e Mangiarotti facevano entrambe le cose. La specializzazione dura e pura non porta a niente. Io difendo l’incapacità dell’università italiana di essere specialistica. Anzi, proporrei una facoltà umanistica in cui confluiscono architettura e design. Tanto le novità tecnologiche si apprendono giorno per giorno e, quello d’innovativo che si studia nelle facoltà, è già vecchio quando si esce dall’università. E’ il fattore tempo che fa la differenza non certo l’essere specialistici». - Che possibilità vede per i ragazzi?
«Nessuna. In Italia come all’estero. Non ci sono opportunità e si sta moltiplicando la non qualità. L’incedere della massificazione purtroppo non aiuta. Anzi». - Formazione a parte qual è il segreto per avere successo?
«Lavorare come nelle miniere e fregarsene del coté mondano. Il problema è che tutti sono concentrati su come il loro lavoro appare all’esterno. I ragazzi appena entrano nel mio studio mi chiedono di firmare i lavori. Un attimo. Prima di tutto bisogna tornare ad essere onesti lavoratori».
di Irene Maria Scalise
da Affari&Finanze - La Repubblica del 06.02.06
L’INTERVENTO - Le risorse di Roma: attirare i giovani, investire nel talento. Un articolo recentemente apparso nelle pagine di questo giornale (7 gennaio 2006) ha già presentato e discusso i principali risultati ottenuti da Roma sui vari indicatori, sottolineando in particolare come Roma sia la città con la più alta concentrazione di «creativi» del Paese, nonché la città con i maggiori livelli di capitale umano e di diversità culturale. Vorremmo quindi cogliere l’occasione per discutere aspetti emersi dalla nostra ricerca che vanno oltre i meri risultati numerici.
Il lavoro di analisi e di ricerca che abbiamo condotto in Italia e che è descritto nel Report «L’Italia nell’Era Creativa» ci ha dato modo di osservare le città italiane attraverso un framework che va oltre i soliti indicatori economici ed include dimensioni come il potenziale tecnologico, innovativo, creativo e sociale; elementi riassunti nel modello delle 3T di Talento, Tecnologia e Tolleranza. Uno degli elementi di maggior interesse è la constatazione che non esiste un unico modello di sviluppo unico per la crescita delle città, e soprattutto che il modello che a lungo ha permeato le politiche di sviluppo locale oggi non sembra tenere molto bene. Il modello «classico» si basava sull’assunto che l’unica cosa in grado di far crescere una città fosse la sua industriosità intesa spesso come sinonimo di industrialità . Secondo questo approccio sono solo le attività industriali, materiali, la produzione, la fabbrica, che tengono in piedi una città, tutto il resto sono attività parassite che mangiano le risorse create dal tessuto produttivo.
Questo modello di sviluppo ha senz’altro aiutato a crescere e ad arricchire molte città nell’era industriale, tuttavia non sempre ha aiutato questi luoghi a sviluppare una propria identità, un’anima che fosse indipendente «dalla fabbrica» e che consentisse a questi centri di ricrearsi e di proposperare attraverso le profonde trasformazioni economiche e sociali avvenute degli ultimi decenni. Per questo non tutte le città con grandi passati industriali sono riuscite a mantenersi centri importanti e vivaci nell’economia di oggi. Ci sono città con un passato industriale che hanno saputo utilizzare le risorse economiche ed imprenditoriali in modo flessibile per transitare verso nuove forme socio-economiche, città che invece hanno saputo far leva su altre fondamentali risorse, come l’esistenza di poli universitari importanti o centri di ricerca specializzati (vedi Austin o Seattle), bellezze naturali oppure forti attività di intrattenimento (come Orlando o Las Vegas).
La vitalità e le potenzialità registrate oggi da Roma, che non ha avuto e non ha una struttura industriale così pervasiva come altre grandi città italiane, ci danno un’importante conferma dei risultati che avevamo già avuto modo di osservare in contesti stranieri.
A tal proposito è importante anche ricordare che una presenza più debole di industria tradizionale non significa necessariamente dover contare o puntare solo su attività immateriali o sui servizi. «Economia creativa» significa anche saper sviluppare attività industriali e produttive di tipo completamente nuovo, in cui creatività e innovazione hanno ruoli chiave. Non bisogna infatti dimenticare che tra le industrie emergenti e più profittevoli nell’economia mondiale di oggi vi sono l’industria dei videogiochi, quella delle produzioni multimediali, del design, dell’intrattenimento, e altre simili. Questi sono settori in cui sono necessarie: creatività, tecnologie avanzatissime, forti e innovative competenze manageriali, e soprattutto una capacità di pensare e guardare al mercato in ottica internazionale e globale. Da questo punto di vista Roma ha importanti potenzialità. Roma infatti ha una ricchezza enorme che va oltre i suoi centri politici e amministrativi, e va anche oltre i suoi tesori di inestimabile valore storico, artistico ed estetico. Roma ha un patrimonio importante nelle sue Università, nei suoi numerosi centri di ricerca, nelle sue associazioni culturali, nelle iniziative che ogni giorno movimentano le sue strade e i suoi quartieri, nella diversità delle persone e delle culture che riempiono i suoi antichi palazzi e le sue piazze di vita e di fermento, di idee, di attività nuove. Prendersi cura della vitalità e della diversità di queste inziative è importante quanto prendersi cura delle strade e dei palazzi, perché è l’interazione delle infrastrutture fisiche e di quelle umane che crea l’atmosfera e la magia di una grande città come Roma, e che pone le basi per lo sviluppo di attività economiche innovative e competitive a livello internazionale.
Per poter coltivare ed accrescere questo potenziale Roma ha bisogno di rafforzare ulteriormente le sue basi di capitale umano, soprattutto la sua capacità di aprirsi per attrarre ed integrare giovani talenti da tutto il mondo. I dati mostrano infatti che, nonostante Roma sia tra le migliori posizionate in Italia, i suoi risultati sul fronte internazionale non sono ancora allineati con quelli di altre grandi città come Londra, Parigi, Amsterdam, o New York, città con le quali Roma può e deve competere.
E sarà fondamentale il ruolo di una molteplicità di soggetti, ciascuno dei quali dovrà fare la propria parte con coraggio e responsabilità: non solo l’amministrazione comunale, ma anche le imprese, il sistema finanziario, che può e deve supportare con maggior vigore attività innovative, le università, che sono molto in ritardo nel processo d’internazionalizzazione, e infine il governo centrale, che dovrà affiancare le città italiane (non solo Roma) in una sfida importante per tutto il Paese.
di Irene Tinagli, Carnegie Mellon University - Richard Florida, George Mason University
dal Corriere della sera del 05.02.06
Roma è la città più creativa d’Italia. Talento, tolleranza, tecnologie i criteri dello studio che mette a confronto le 103 province italiane e le metropoli straniere. Una ricerca internazionale promuove la Capitale che però in Europa è fra le ultime.
Roma prima in Italia per talento, creatività e tolleranza. Quarta in classifica per sviluppo tecnologico. Sono alcuni aspetti emersi da un recente studio elaborato da «Creativity Group Europe» sul modello di indagine introdotto dall’economista americano Richard Florida. Lo studio utilizza dati Istat e altre fonti promuovendo ampiamente la capitale in un confronto tra le 103 province d’Italia sui temi chiave dello sviluppo. Molti i primati di Roma: è la città con la più alta percentuale di laureati (ma il vanto si vanifica al confronto con altre realtà europee) e ha il più alto numero di ricercatori, che però corrispondono a una bassa produzione di brevetti. Sul nodo integrazione Roma, capitale della tolleranza, non risulta però in classifica tra le cinque realtà meno omofobe ed è all’86° posto per scolarizzazione di bimbi stranieri. Luca Bergamo (Glocal Forum): «Occorre fare leva sull’innovazione».
Roma città aperta : al talento, alla tolleranza e alla tecnologia. In una speciale classifica che riguarda 103 province italiane, la capitale si piazza infatti al primo posto per le prime due «T» - talento e tolleranza - e al quarto per sviluppo tecnologico. È quanto emerge da un recente rapporto intitolato «L’Italia nell’era creativa» e condotto da Creativity Group Europe. Uno studio che ha adattato al contesto italiano gli indicatori introdotti in America da un volume di Richard Florida (coautore anche della ricerca italiana): quelle tre «T» appunto - talento, tecnologia e tolleranza - che insieme forniscono, con i parametri tipici delle indagini sociologiche, una fotografia sullo sviluppo economico, culturale e sociale delle nostre città.
Vari, curiosi e interessanti gli aspetti che riguardano Roma: questi, come gli altri, ricavati dall’elaborazione di dati Istat e di diverse entità, da quelle più istituzionali (Unioncamere, ministeri), fino ai sondaggi del portale gay.it, punto di riferimento della comunità omosessuale.
Non solo primati, però, per Roma. Che nell’insieme raggiunge comunque buoni risultati in gran parte degli indici e sotto-indici della ricerca. Primo posto per Roma, ad esempio, nella percentuale di «classe creativa», che include le seguenti categorie: imprenditori, dirigenti pubblici e privati, manager, ricercatori, tutte le «professioni» dall’avvocato al medico, oltre a lavoratori in ambito culturale e artistico a elevata specializzazione. Un primato già stabilito nel 1991, ma che in poco più di dieci anni ha visto aumentare i «creativi» dal 13,66 al 24,62% della popolazione (la capitale precede Genova, Trieste e Napoli. Settima Milano).
Roma è anche la città con il più elevato indice di talento, costruito, oltre che con i dati della classe creativa, con altri due indicatori: capitale umano (percentuale di abitanti in possesso di laurea) e incidenza di ricercatori sulla forza lavoro totale. Per il capitale umano Roma è prima con l’11,62% di popolazione in possesso di titolo universitario (segue Bologna). Prima in Italia, Roma si posiziona però agli ultimi posti se confrontata con altre città europee. Il suo 11,62 è infatti lontanissimo dal dato di Londra (29.29), Helsinki (28.28), Parigi (26.32). Roma ha inoltre meno laureati di Atene, Dublino, Lisbona, Amsterdam, Vienna.
Capitale imbattuta, in Italia, sul fronte ricercatori: sono il 15,37% ogni mille lavoratori (segue Trieste). Lo studio distingue inoltre tra ricercatori nel pubblico e nel privato, precisando che a Roma solo il 12.19% è nel privato, mentre l’87.81% lavora nel pubblico (a Milano, su un modesto 2.87 di percentuale totale, il 75.60 è nel privato).
Sorprendente notare come una parte consistente di questa «classe creativa» nazionale - dirigenti, imprenditori - abbia livelli di educazione scolastica molto bassi: quasi la metà in Italia ha solo la terza media. Anche qui un buon primato spetta però al Lazio: primo posto per livello di istruzione di imprenditori e dirigenti (il 20.8% ha almeno una laurea, secondo posto per la Liguria, sesta la Lombardia con il 14.4% di imprenditori laureati).
Scarso invece il risultato romano sulla capacità di attrarre studenti e insegnanti da altri paesi (molto basso in generale il risultato nazionale). La media di studenti stranieri in città italiane è del 2% sulla popolazione studentesca. Solo Trieste raggiunge il 5,30%. Roma si ferma al 2.40% (14° posto). Nessuno dei tre atenei pubblici della capitale compare tra le prime dieci università italiane per studenti stranieri iscritti.
Sufficiente il risultato romano sul fronte tecnologico. In questo comparto è Milano a detenere il primato. Roma è quarta, dopo Bologna e Torino: un risultato ottenuto facendo la media di tre indici. E’ infatti quinta per presenza di attività economiche legate a nuove tecnologie; solo diciassettesima per numero di brevetti (risultato in contrasto con l’alto tasso di ricercatori), sesta per indice di connettività, che misura la diffusione di tecnologie adsl e umts.
Interessante il capitolo sulla tolleranza. Roma, in generale, risulta la città più tollerante facendo le varie medie. Ma a questo primato contribuisce in gran parte la varietà di etnie presenti. Si scende infatti al 12° posto per indice di integrazione, basato a sua volta su tre fattori: livello di istruzione degli stranieri, percentuale di matrimoni misti e scolarizzazione di bimbi immigrati. In questi ultimi due segmenti il risultato della capitale è tra i peggiori del campione: 34° posto per i matrimoni e 86° per scolarizzazione dei piccoli. Un po’ meglio sul fronte della tolleranza verso gli omosessuali. Analizzando i dati del sondaggio biennale «Goletta gay» del portale gay.it (venti domande a un campione di 10 mila gay e lesbiche) Roma è al 4° posto su 103 province dopo Bologna, Pisa e Milano. Un piazzamento dovuto però in parte ai buoni risultati sul fronte «socialità», «associazionismo» e «rapporti con istituzioni». Roma non è infatti nei primi cinque posti né per numero di «coming out», né per aspetti connessi alla salute, né soprattutto tra le città meno omofobe, che sono Bologna, Parma, Milano, Prato e Pisa.
Luca Bergamo: «C’è bisogno di innovazione. Senza paura». «Maggiore apertura alla diversità, anche generazionale. Ampio coinvolgimento dei giovani nella produzione culturale, soprattutto pubblica. Qualità architettonica. Ricerca. Capacità crescente di attirare talenti dal mondo»: queste alcune delle direttrici da seguire per un crescente sviluppo secondo Luca Bergamo, 44 anni, direttore di «Glocal Forum» (l’organizzazione non governativa per la promozione dello sviluppo attraverso la cooperazione tra le città) e in passato tra i fondatori di «Zone Attive», società nata per iniziativa del Comune che ha generato, tra le varie iniziative culturali, «Enzimi» e «Festival di Fotografia». Attento conoscitore dello studi «L’Italia nell’era creativa», Bergamo è un esperto di progetti innovativi legati alla contemporaneità, osservatore di dinamiche legate a nuove generazioni e realtà emergenti: «La ricerca - spiega - dimostra che il risultato di Roma, in ambito italiano, è ottimo. Soprattutto sul piano dell’offerta culturale è stato fatto moltissimo. Ma anche nella capitale, come nel resto d’Italia, occorre superare quel tradizionale timore dell’innovazione che ancora c’è. Una sorta di blocco psicologico, che inchioda alla bellezza del passato e impedisce di capire che il presente può essere altrettanto bello. Bisogna far leva sull’innovazione».
Condividendo l’idea base dello studio sulle tre «T» - quella per cui una società dinamica e tollerante è in grado di attrarre talento generando sviluppo - Bergamo prova a riflettere su alcune soluzioni percorribili al fine di colmare certe lacune, che emergono soprattutto confrontando Roma e le altre città italiane con grandi metropoli europee: «La soluzione spetta alle politiche nazionali. Sul fronte delle presunte diversità credo che il minimo da fare sia il riconoscimento delle coppie di fatto. L’altro grande gap, e si dice da tempo, è legato alla scarsa attenzione verso la ricerca. Da questo punto di vista la situazione è disastrosa».
Insiste anche, Bergamo, sul tema della bellezza contemporanea: «Penso ad esempio al nuovo piano regolatore di Roma e al fatto che si potrebbero studiare incentivi per i privati che vogliano aprirsi ai concorsi di progettazione. Le grandi opere architettoniche segnano il tessuto urbano e sono importanti. Ma sarebbe altrettanto importante se il mega cantiere che aprirà con il nuovo Prg portasse con sé le idee di tanti architetti, anche stranieri, tramite concorsi per l’edilizia residenziale privata. Nello stesso ambito, sarebbe auspicabile la realizzazione di moduli destinati alla coabitazione tra giovani, facilitando l’uscita dalle famiglie e attraendo studenti stranieri. Il caro-affitti forse si risolverà con i futuri Campus finanziati dall’Inail, ma abitazioni del genere sarebbero un grande volano di dinamismo».
Non è bella, diciamo la verità, questa definizione di classe creativa. Si porta dietro il sospetto un po’ frettoloso che in una città come Roma, oltre al 25 per cento di intelligentoni ci sia un 75 per cento di idioti. Non è così, ovviamente: la verità che questa ricerca ci mette sotto gli occhi è l’aumento tumultuoso delle categorie «creative» e lo spazio sempre maggiore che il lavoro intellettuale si prende nella nostra comunità. Solo quindici anni fa, a Roma, i «creativi» erano appena il 13 per cento. Ma che ne possiamo fare di questi dati, dopo aver scoperto quanto sia forte la preminenza culturale della Capitale in Italia e quanto siano dolorosi - pensiamo alle percentuali dei laureati - certi confronti con le maggiori città europee? Il rischio è quello di guardare a queste intelligenze solo come «risorsa». Che la cultura - intesa come beni culturali, patrimonio artistico e capacità di analisi e studio - sia la nostra materia prima, il «petrolio» cui attingere per alimentare il futuro, è chiaro a tutti tranne a chi distribuisce le risorse. Togliendole, come è stato fatto in questi ultimi anni, proprio agli unici settori capaci di produrre ricchezza.
Un approccio meramente «aziendale», di quelli che oggi vanno tanto di moda, rischia di farci fermare sulla pochezza dei brevetti prodotti dai nostri cervelli, proprio nella città che detiene ogni record in fatto di ricercatori. Senza pensare alle condizioni in cui avvengono queste ricerche, ai mezzi che hanno a disposizione, ai condizionamenti.
Non possiamo pensare solo a come dislocare economicamente questo potenziale: abbiamo il dovere di chiedere a questa «società creativa» idee sorprendenti. Ha ragione Luca Bergamo a parlare di nuova architettura, di apertura ai diritti individuali, di tutela dei talenti. A metterci in guardia contro la nostra endemica paura dell’innovazione.
Invece di impegnare questa «classe creativa» per affermare velocità, produzione, competizione e consumo (che alla fine diventano traffico, esclusione, creazione delle necessità e del debito) potremmo trovare il coraggio di chiedere ai nostri talenti modelli di lentezza, dignità e felicità.
Siamo talmente disabituati ad usare queste parole che sembrano grottesche. Sarebbe straordinario se qualcuno avesse il coraggio di usarle in campagna elettorale.
di Edoardo Sassi
dal Corriere della sera del 07.01.06
vedi anche:
Roma, la città italiana con più creativi
risultati di un convegno
Il design è morto, ucciso dall’industria (?)
un dibattito lanciato da Ettore Sottsass
«Basta tabù nel centro storico, costruite»
Intervista a Jean Nouvel
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i risultati di un sondaggio