Riforma e Antitrust

Breve rassegna stampa

«A un passo dalla Riforma» L’intervista - L’onorevole Michele Vietti, sottosegretario al ministero dell’Economia, risponde all’Antitrust di Catricalà sulle professioni.

Anche a lui è toccato mettere mano alla riforma delle professioni. Lo ha fatto nell'autunno del 2002, quando, in veste di sottosegretario del ministero della Giustizia, ha ricevuto l'incarico di presiedere una commissione specifica, composta da esperti e rappresentanti dei professionisti. Nel maggio del 2003 il lavoro della commissione ha portato alla stesura di una bozza di disegno di legge, che porta il suo nome, un testo successivamente rivisto e mai approvato, cui è stato dato il nome di Vietti bis. Oggi, nonostante sieda sulla poltrona di sottosegretario al ministero dell'Economia e delle Finanze, l'onorevole Michele Vietti, piemontese, 52 anni, avvocato civilista, è il rappresentante di governo che più di ogni altro si è confrontato con le esigenze del mondo delle professioni.

  • Onorevole, come mai anche in questa legislatura non si è riusciti ad approvare la riforma delle professioni?
    «Personalmente c'ero quasi riuscito ma, passando a un altro dicastero, non ho più gestito la fase finale. Il ministro Castelli, che aveva rivendicato una gestione diretta della materia, ha poi trovato resistenze in parlamento. Temo che in qualche momento sia prevalsa la voglia di mettere un cappello di parte sulla riforma».
  • Da più parti si sostiene che il governo di centrodestra sì sia piegato alle pressioni degli Ordini. E' così?
    «No, è vero il contrario. Sono stati gli Ordini a piegarsi al governo. Per la prima volta con la Vietti bis si è coagulato il consenso di tutti: Ordini, nuove professioni e opposizione politica. Sulla mia proposta 28 Ordini su 28 avevano dato il loro assenso e così pure un buon numero di associazioni professionali».
  • Ma se tutti erano sostanzialmente d'accordo, come mai non si è fatto nulla?
    «Troppi cuochi si sono messi a preparare questa minestra: governo, parlamento, regioni e nessuno è riuscito poi a cucinarla. E' mancato un regista unico».
  • Le nuove professioni chiedono di essere riconosciute, ma il governo in questi anni sembra non averle ascoltate a sufficienza. Perché?
    «Facevano parte a pieno titolo e in misura paritaria rispetto agli Ordini della commissione che ha stilato la bozza di disegno di legge, un testo che prevedeva il loro riconoscimento».
  • Si poteva fare qualcosa di più per il mondo delle professioni?
    «Sì, perché abbiamo mancato l'obiettivo. Eravamo a un passo dalla traduzione del progetto in riforma, ma la politica non può limitarsi ai progetti, deve fare le leggi».
  • Cosa risponde a chi sostiene che questa riforma non rientrava tra le priorità del Governo?
    «Che non è così. Berlusconi promise la riforma in occasione del «professional day» nel 2001, la stessa cosa fece l'anno scorso a Cernobbio. L'attenzione c'era, dal momento che la questione riguarda milioni di professionisti».
  • Non crede che ormai nel nostro Paese non si possa più andare avanti con i vecchi sistemi corporativi.
    «Non c'è alcun dubbio. Noi avevamo previsto un forte ammodernamento degli Ordini. Superando le logiche corporative, dovevano assumere il ruolo di certificatori della qualità nell'interesse dell'utente, con sensibili cambiamenti in materia di tirocinio, formazione permanente e procedimenti disciplinari a tutela della deontologia».
  • Anche l'Autorità garante del mercato e della concorrenza è scesa in campo, ma i suoi interventi sono stati inascoltati dal parlamento e dal governo. Il presidente dell'Antitrust, Catricalà, sembra intenzionato a disapplicare la legge italiana sulle professioni. Cosa pensa di questa eventualità?
    «Se servirà a dare la spinta decisiva al legislatore per approvare finalmente la riforma ben venga. Detto questo, non condivido l'impostazione sulla concorrenza. L'autorità garante non può assimilare l'impresa ai professionisti, perché i beni di consumo sono una cosa, le prestazioni professionali un'altra».
  • I richiami dell'Antitrust in materia di professioni sono risultati vani, a cosa serve un'Autorità garante, se non riesce a garantire il mercato e la concorrenza?
    «L'Antitrust può solo svolgere una funzione di controllo, ma non può legiferare».
  • Tutto è rinviato quindi,cosa suggerisce a questo punto?
    «Suggerisco agli Ordini di chiedere ai partiti politici in campagna elettorale di sottoscrivere la proposta Vietti bis. Se tutti fossero d'accordo, sarebbe un buon passo avanti per il lavoro della prossima legislatura, una verifica molto utile per vedere chi ci sta e chi invece no».

 

di Felice Fava
da Economia e Financa - Corriere della sera del 13.02.06


L’intervento - Conviene puntare su eccellenza e competenza

Continua l'offensiva Antitrust in tema di tariffe professionali. Così, abbandonata la via della concorrenza tout court, ora la strada imboccata è quella della libertà di stabilimento, sulla scia delle iniziative del Commissario al mercato interno, l'irlandese Mc Creevy. Studi della LUISS hanno dimostrato che, dove le tariffe minime sono state eliminate, di contro al limitato vantaggio ottenuto dai soggetti con maggiore potere contrattuale, quali banche ed industrie, si è registrato un aumento rilevante di costi per i cittadini. E allora è più che opportuno chiedersi se, in tema di riforma delle professioni, non siamo in presenza di quella «dittatura dell'economia» che Guido Rossi bene tratteggia nel suo ultimo saggio.

La Direttiva europea sulle qualifiche professionali (in vigore nel 2007) prevede, infatti, un ruolo rilevante per gli Ordini e stabilisce che il punto di riferimento non è il Paese di origine del professionista, ma quello in cui viene prestato il servizio e questo dovrebbe bastare ad escludere ogni applicazione degli articoli 81 e 82 del Trattato sulla libertà di stabilimento, ammette il ruolo di protezione del cittadino di tariffe minime e definisce il libero professionista in modo diverso dall'impresa.

In Italia, invece, si insiste sul progetto di liberalizzare e di «liberare» le professioni. Ma perché mai, invece di favorire un sistema nel quale siano l'efficienza, la competenza, la meritocrazia, a garantire la solidità dei servizi professionali, avrebbe senso realizzare un sistema in cui tutti possano fare tutto in una competizione sfrenata a danno del cittadino? Occorre un sistema in cui le competenze siano chiare e ove si punti all'eccellenza. Si chiuda la pagina della riforma delle professioni . Si definiscano i ruoli deontologici e formativi degli Ordini, le competenze delle associazioni delle nuove professioni, si apra la strada alle società tra professionisti, si consenta la pubblicità informativa, si attribuisca allo Stato il compito di fissare tariffe di garanzia per gli utenti, si preveda l'obbligatorietà dell'assicurazione per i professionisti e un compenso per il tirocinio, ammodernando così un sistema che funziona e che ha bi sogno solo di una cornice normativa adeguata. Sarà possibile solo se l'impresa, le professioni, le associazioni dei consumatori, la politica sapranno uscire dagli stereotipi e dai comodi alibi, per affrontare la questione in maniera laica e non ideologica.

 

di Paolo Piccoli, Presidente del Notariato
da Economia e Financa - Corriere della sera del 13.02.06


«Riforma, l’Antitrust rallenti» L’Intervista Pierluigi Mantini, deputato della Margherita e responsabile del settore professioni, replica al presidente Antonio Catricalà.

Non esistono impedimenti sostanziali alla riforma delle professioni. Questo, in sintesi, il messaggio che il presidente dell'Antitrust, Antonio Catricalà aveva scritto alcuni mesi fa ai presidenti delle Camere e al governo. Come dire, la riforma va fatta, a chiederla al nostro Paese è l'Europa. Ma anche l'ennesimo richiamo dell'Autorità garante della concorrenza e del mercato è caduto nel vuoto. E l’Autorità ha dato l'idea di un gendarme con le armi spuntate, di un organismo che assomiglia al cane che abbaia sempre, ma non morde. Su tante questioni non è così, ma in materia di professioni gli inviti a limitare lo strapotere dei sistemi corporativi sono risultati inutili: gli Ordini vanno avanti come prima, come sempre: con le tariffe minime, il divieto della pubblicità e quello di costituire società tra i professionisti. Regole giudicate obsolete, non in linea con quanto succede nei Paesi dell'Unione Europea e in contrasto con il libero mercato.

Ora però, il presidente dell'Antitrust sembra intenzionato ad affondare il colpo decisivo, appellandosi al trattato di Roma che vieta intese restrittive della concorrenza. Ma il percorso per disapplicare la legge italiana che regola le professioni è complicato. Per attuarlo l'Antitrust deve aprire un procedimento giuridico, condurre un'istruttoria per dimostrare le proprie tesi, un iter che necessita almeno un anno di tempo. In ogni caso, se la disapplicazione andasse in porto, riguarderebbe un caso specifico e non tutte le leggi sulle professioni. Quindi, nella sostanza cambierebbe poco o nulla ma sarebbe un forte monito, impossibile da ignorare per i partiti. E' però impensabile che in vista del prossimo scioglimento delle Camere l'Antitrust s'incammini su una strada del genere. Ogni azione riguarderà la prossima legislatura. L'avvertimento, comunque, rimane e il nuovo governo dovrà per forza tenerne conto.

Pierluigi Mantini, professore universitario, parlamentare, è il responsabile professioni della Margherita-L'Ulivo, nonché autore di libri e proposte di legge sulla riforma delle professioni.

  • Onorevole, è favorevole a questa eventuale iniziativa del presidente dell'Antitrust?
    «No, la ritengo ora inopportuna. La nostra bussola è l'Europa, dei mercati e dei diritti ed è più logico attendere che il Parlamento europeo approvi la direttiva servizi, concluda l'iter della così detta Bolkestein. Sono inoltre attese due sentenze della Corte di giustizia in materia di tariffe».
  • Ritiene realmente possibile una cosa del genere?
    «In un quadro europeo è possibile, sui singoli punti, ben motivati. D'altronde anche nei mercati delle professioni è utile più concorrenza. Una concorrenza leale, basata sulla specificità delle professioni, su qualità ed etica. «Vendere» o «comprare» l'opera di un medico o di un avvocato non è come acquistare merce in uno scaffale. Ogni mercato ha le sue regole. La direttiva 2005/36, approvata all'unanimità dal Parlamento europeo, ha favorito la libera circolazione, ma nel rispetto delle corrispondenti qualifiche professionali. La competizione globale richiede garanzie di qualità».
  • Cosa accadrebbe se venissero attuate le intenzioni del presidente dell'Antitrust?
    «Non amo commentare le intenzioni, ma i fatti. Il punto più sensibile è quello delle tariffe minime. Su pubblicità informativa e moderna deontologia sono già in atto positive e necessarie trasformazioni. Ma è bene avere principi comuni in Europa».
  • Come mai i richiami dell'Autorità garante in materia di riforma delle professioni sono risultati vani?
    «Per il conservatorismo del centrodestra e un certo massimalismo dilettantesco di slogan come "abolizione degli Ordini" (abbandonato anche dall'Europa), che hanno alimentato le resistenze corporative. Nel programma di Prodi abbiamo indicato proposte e politiche per le professioni e l'Italia non contro. Crescita delle società professionali e interprofessionali, riconoscimento «leggero» delle nuove professioni, pubblicità, informativa, razionalizzazione di tirocini e accesso per i giovani, welfare professionale, revisione del sistema delle tariffe, più etica e deontologia, abolizione dei numeri chiusi, formazione permanente, incentivi a chi fa ricerca e chi apre società professionali in mercati esteri emergenti».
  • A cosa serve l'Antitrust se non può realmente incidere a favore della libera concorrenza del mercato?
    «Serve eccome, si pensi ai ritardi italiani sulla concentrazioni, anche con eccesso di presenza pubblica, nei servizi locali, nelle banche, nell'energia».

 

di Felice Fava
da Economia e Finanza - Corriere della sera del 06.02.06

 

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data pubblicazione: lunedì 20 febbraio 2006
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