Ara Pacis, su il sipario

Rassegna stampa dell'inaugurazione

Ara Pacis, su il sipario - Viene inaugurata oggi, in occasione del 2579esimo compleanno di Roma, il Museo dell'Ara Pacis di Richard Meier, dopo un percorso accidentato durato ben undici anni. Dominano le trasparenze, il bianco, la luce in una struttura che si offre allo sguardo grande e autorevole come un monumento antico e allo stesso tempo «aperta» come un'opera moderna.

Fino a qualche anno fa Piazza Augusto Imperatore, per i romani, rappresentava una specie di frammento di periferia nel cuore del centro storico, uno spazio alieno e straniante di cui non si riusciva a capire bene il senso e la natura. Oppressa dalla presenza della meno attraente tra le rovine romane, mai risarcita della brutale demolizione - nel 1933 - dell'auditorium, assediata da capolinea dell'Atac e dal traffico automobilistico, piazza Augusto sembrava comprensibile solo attraverso i gesti minimi dell'artista-squatter che da decenni decora con le sue mini-istallazioni i muri dell'Augusteo, oppure se osservata dall'area protetta dei colonnati giganti di Morpurgo, sgraziati ma rassicuranti, progressivamente addomesticati dall'avanzare dei tavoli dei locali più alla moda. L'impressione era che la piazza fosse al massimo un buon parcheggio, da attraversare in macchina, o in autobus, e che a piedi si potesse camminare solo sotto i portici, nella luce gialla del travertino.

Nel 1995 l'allora sindaco Francesco Rutelli, prendendo spunto dal veloce degradarsi dell'Ara Pacis all'interno dell'involucro costruitole nel 1938 da Morpurgo, affida direttamente a Richard Meier il compito di realizzare un museo tecnicamente adeguato per l'Ara Pacis, e quindi, implicitamente, di dare inizio a un programma ancora vago di riqualificazione della piazza e dell'intera area. La notizia, a undici anni di distanza dall'inizio di questa vicenda, e dopo un percorso molto tormentato, è che l'edificio di Meier è finalmente finito (o quasi finito), e che il sindaco Walter Veltroni intende festeggiare il 2579esimo compleanno della città consegnando finalmente ai cittadini il nuovo museo dell'Ara Pacis.

La nuova teca per l'Ara Pacis - come sempre avviene con Richard Meier - è un edificio abbastanza semplice da raccontare. Una costruzione stretta e lunga fiancheggia infatti per più di cento metri il lungotevere all'altezza di piazza Augusto e raccoglie intorno al rudere del IX secolo a.C. una serie di nuove funzioni museali e pubbliche: uno spazio per mostre temporanee, un centro di documentazione digitale sulla vicenda archeologica del monumento e dell'area, libreria, bar e (tra qualche mese) un auditorium. L'immagine è quella di una struttura grande e articolata, che segna decisamente lo skyline del lungotevere e che si raccoglie intorno a una grande terrazza calpestabile che lo raccorda ai percorsi urbani e alla sequenza dei tre volumi principali del foyer, della grande sala con l'altare e del corpo chiuso verso via Ripetta.

L'impatto più forte e memorabile dell'edificio è affidato alla grande parete di vetro rivolta al fiume, lunga circa cinquanta metri, schermata dai frangisole, destinata a deviare verso l'Ara Pacis lo sguardo di chi percorre in automobile o a piedi il lungotevere. Come sempre accade nelle opere e nei molti musei realizzati da Richard Meier dominano infatti le trasparenze, il bianco, la luce: intonaci candidi, travertino chiaro, vetrate e lucernari che diffondono luce senza ombra sulla sala che alloggia il monumento. Il tutto sembra finalizzato a due obiettivi principali: da un lato proteggere e conservare in un locale adatto un monumento che la vecchia struttura non riusciva più a preservare dall'inquinamento, dalle vibrazioni del traffico, dagli sbalzi di temperatura; dall'altro offrire alla città una struttura grande e autorevole come un monumento antico e allo stesso tempo «aperta» come un'opera moderna, capace di attrarre allo stesso tempo turisti in cerca di sacralità archeologica e cittadini in cerca di spazi e servizi per la cultura.

Già presentato una prima volta alla città da Walter Veltroni a settembre dell'anno scorso, il lavoro di Meier giunge oggi a compimento dopo un percorso accidentato e altalenante durato ben undici anni, segnato da discussioni, polemiche e prese di posizione che hanno spesso oltepassato i confini della città e delle comunità globali degli architetti e dei cultori dell'antico.

Partiamo dall'inizio: per Francesco Rutelli l'occasione per chiamare una star internazionale a lavorare nel centro storico di Roma, a suo tempo, viene dall'evidente affaticamento della struttura architettonica «provvisoria» che conteneva fino a cinque anni fa l'Ara Pacis. A quel tempo, dieci anni fa, a Roma l'architettura contemporanea era ancora un mito: Renzo Piano si dibatteva nelle difficoltà dei primi anni di cantiere dell'Auditorium, il concorso che porterà alla costruzione del MAXXI è ancora di là da venire e le altre «grandi opere» in procinto di realizzazione di cui si parla quotidianamente apparivano ancora impensabili in una città apparentemente ingessata e comunque impermeabile ai linguaggi contemporanei d'autore. La «nuova architettura», qualora ve ne fosse, era ancora sporadicissima e relegata in estrema periferia, come nel caso della chiesa che sempre Richard Meier aveva da poco cominciato a progettare per Tor Tre Teste. Rutelli, conoscendo le difficoltà dell'ambiente romano, si muove con rapidità, dà un incarico diretto, rifiutando gare e concorsi, e soprattutto lo dà a un architetto internazionale di grande fama, noto proprio per i suoi musei, per aver vinto un Pritzker pochi anni prima, per la sua attitudine a dare senso «classico» alle forme moderne, per il fatto che fa edifici moderni e innovativi, ma tutto sommato meno avventurosi e «perturbanti» di quelli di molti altri suoi colleghi archistar, a cominciare da Gehry, Eisenman, e la stessa Zaha Hadid.

All'inizio il lavoro procede con calma, senza eccessive polemiche, forse perché tutti sono più o meno abituati al fatto che progetti di questo genere a Roma tendono a perdersi per strada e sparire senza tanto clamore, sacrificati alla burocrazia e al rispetto per l'armonia architettonica (?) della città eterna. Dopo un po' di tempo, invece, Meier presenta il suo progetto, certo non timido e contestualista, nella prima versione un po' più lungo e deciso di quello che vediamo oggi. Appena si capisce che Rutelli fa sul serio e vuole aprire il cantiere si scatena una discussione accanita e fondata sui toni stereotipati della querelle des anciens e des modernes.

L'inizio della demolizione della vecchia struttura scatena l'avversione scontata e gli attacchi dei conservatori «per ruolo»: Italia Nostra ribadisce fermamente la sua contrarietà per principio agli inserimenti moderni in centro storico e chiede piuttosto di portare alla luce ciò che resta del porto di Ripetta (anche se pare che non ci sia molto), Sgarbi è più imbizzarrito che mai e afferma, con l'usuale rispetto per le procedure, che l'incarico andrebbe girato a Fuksas, Adriano La Regina blocca il progetto tutte le volte che può, mentre il soprintendente comunale La Rocca cerca di difendere con garbo le ragioni di un edificio che tende prima di tutto a risolvere i problemi di conservazione dell'Ara Pacis. Più inattesa e spiazzante l'opposizione degli architetti romani, che si battono da trent'anni per difendere il principio della necessità dell'intervento progettuale attuale (moderno? contemporaneo?) in centro storico ma che digeriscono malissimo la procedura a chiamata diretta scelta da Rutelli e lamentano l'eccesso di provincialismo per cui già (e il problema non lo abbiamo ancora risolto) sembrava che i progetti «difficili» in Italia potessero farli solo Renzo Piano o le grandi star straniere.

Ovviamente tutti hanno ragione in qualcosa, ma nessuno sembra rendersi conto che la realizzazione di un'opera d'autore nel centro di Roma poteva forse rappresentare un precedente importante per tutti: la città, gli architetti e perfino i cultori dell'antico, che possono cominciare a misurarsi con l'idea che l'architettura contemporanea possa contribuire a mettere in risalto i valori della memoria. Lo stallo dura più o meno fino all'inizio della nuova legislatura comunale, nella quale Veltroni riesce a rimettere in moto il progetto, ottiene da Meier alcune modifiche e manda finalmente avanti il cantiere fino al primo vernissage di settembre e all'inaugurazione di oggi.

I primi sguardi gettati sull'edificio, prima ancora di averlo visitato, suscitano oggi sensazioni forti. Innanzitutto va registrato che se magari non è il «primo edificio moderno in centro storico dagli anni trenta», come recitano i comunicati stampa, certamente si tratta di un intervento di grande impatto e notevole dimensione, collocato in un punto strategico, disposto lungo i percorsi quotidiani di decine di migliaia di cittadini e turisti. L'impressione è che sia un edificio che intende misurarsi con la scala della città e dei lungotevere più che con la irrisolta piazza che gli sta alle spalle. Questa «dimensione» dell'opera si porta appresso un'altra considerazione, e cioè che il museo dall'Ara Pacis, per dare senso ai suoi grandi spazi, dovrà avere vita attiva e intensa come i musei della grandi capitali europee, ospitando mostre, offrendo servizi ai ricercatori e alle attività culturali della città.

Proprio l'«attività» che l'architettura di Richard Meier sembra sottendere potrebbe essere il punto di partenza per dare in un futuro prossimo una risposta alla più solida delle critiche che sono state finora rivolte al progetto, quella cioè di non essere integrato a una più generale trasformazione della piazza e quindi di non risolverne i problemi. Il comune ha già annunciato di voler sanare questo vizio iniziale con un grande concorso internazionale ed è chiaro a questo punto che chi parteciperà al concorso non dovrà soltanto tenere conto del grande muro semitrasparente realizzato da Meier ma anche della necessità di armonizzare percorsi e funzioni della nuova piazza al programma museale dell'opera appena inaugurata, per far si che la vita della città vi scorra fluidamente dentro.

Per Meier con l'edificio di Piazza Augusto Imperatore si conferma un rapporto solido e complicato con Roma, città ipermonumentale, stratificata, architettonicamente caotica e diseguale. L'architetto newyorchese le contrappone uno schema semplice e immediato: nella periferia informe una chiesa iperdisegnata, dalla geometria quasi impossibile da realizzare, ad alto tasso di monumentalità; nel centro un edificio terribilmente semplice, ma molto grande e molto urbano, capace di misurarsi con la storia o addirittua, come prevede il programma del museo dell'Ara Pacis, di contenerla al suo interno.

 

di Pippo Ciorra
da Il Manifesto del 21.04.06


La pace di marmo del divino Augusto - Res gestae nell'altare Ascesa, declino e rinascita del monumento eretto dal 13 al 9 a. C. in Campo Marzio per celebrare le vittorie dell'imperatore in Spagna e nella Gallia.

«Quando tornai a Roma dalla Spagna e dalla Gallia... compiute felicemente le imprese in quelle province, il Senato decretò che per il mio ritorno si dovesse consacrare l'ara della Pace Augustea presso il Campo Marzio e dispose che in essa i magistrati, i sacerdoti e le vergini vestali celebrassero un sacrificio annuale » (Res gestae divi Augusti 12,2). E così fu. La costruzione dell'Ara Pacis fu votata dal Senato romano nel 13 a.C. ma la dedicatio del monumento fu celebrata il 30 gennaio del 9 a.C.: il completamento dell'opera richiese dunque tre anni e mezzo. Il tempo necessario per realizzare la ricca e complessa decorazione - affidata probabilmente a scultori neoattici attivi a Roma nel I secolo a.C. - che corre sia sui lati esterni che su quelli interni del monumento e che rappresenta uno dei capolavori della scultura classica.

L'Ara Pacis - che rappresenta una delle più alte espressioni dell'arte augustea -, è costituita da un recinto che contiene l'altare dove venivano compiuti i sacrifici. Sorgeva lungo la via Flaminia, alla distanza esatta di un miglio dal pomerium, limite oltre il quale decadevano i poteri militari del magistrato. Il suo declino ebbe inizio nel II secolo d.C., quando i lavori effettuati nel Campo Marzio dagli Antonini ne determinarono il progressivo, inesorabile interramento.

Il ritrovamento dell'Ara Pacis avviene per tappe, lungo un arco di tempo che abbraccia quasi quattro secoli. Nel 1568, sotto palazzo Peretti, furono ritrovati nove grandi blocchi di marmo scolpiti su entrambi i lati che furono acquistati per conto del Granduca di Toscana e quindi trasferiti a Firenze, dopo essere stati segati nel senso dello spessore per facilitarne il trasporto e l'esposizione. Un grande frammento figurato «emigrò» al museo del Louvre, dove si trova tuttora; un secondo ai Musei Vaticani. Quasi tutte le parti decorate a festoni, invece, furono murate nella facciata di Villa Medici al Pincio, dove sono ancora oggi. Durante i lavori di consolidamento del palazzo (divenuto nel frattempo proprietà del duca di Fiano), a partire dal 1859, furono ritrovati il basamento dell'altare e numerosi altri frammenti che nel 1898 furono ceduti dal duca al Museo Nazionale Romano. Nel 1896 Eugen Petersen avanzò una ipotesi di ricostruzione e nel 1903 presentò allo Stato italiano un progetto per il recupero di tutti i frammenti rimasti a palazzo Peretti-Fiano. Ma la presenza di acqua e l'instabilità del palazzo bloccarono ogni iniziativa. Si giunge così al 1937. In vista del bimillenario della nascita di Augusto, il Consiglio dei ministri del regime fascista decretò il recupero e la ricostruzione dei frammenti che compongono l'Ara, all'epoca interrata a più di sette metri sotto la sede stradale. La ricomposizione fu affidata a Giuseppe Moretti: le lastre fiorentine furono recuperate e ricomposte e si eseguirono i calchi dei frammenti del Louvre, di Villa Medici e dei Musei Vaticani.

Nel 1938 iniziarono i lavori per la costruzione della teca di vetro e cemento dell'architetto Vittorio Ballio Morpurgo che dovrà contenere l'Ara. Per la ricostruzione e la nuova collocazione dell'Ara Pacis, Mussolini diede ampio mandato al ministero per l'educazione nazionale. La scelta cadde sull'area prospiciente il Mausoleo di Augusto, i cui scavi erano appena terminati, per farne un centro di memorie augustee. Ragioni di propaganda politica, dunque, per confezionare un «cuore» storico-mitologico della città moderna e del moderno impero in genealogia con la Roma antica. Si decise quindi di edificare un padiglione di protezione che fu ultimato nel settembre 1938.

E si arriva al 1995. L'allora sindaco di Roma, Francesco Rutelli, incarica l'architetto newyorchese Richard Meier di ideare una nuova musealizzazione in grado di integrarsi anche con la vicina piazza Augusto Imperatore. Lo smantellamento della teca di Morpurgo e il nuovo progetto suscitano accese polemiche (di Vittorio Sgarbi, Giorgio Muratore, Federico Zeri...). Nonostante il microclima interno al vecchio padiglione, con brusche variazioni di temperatura e di umidità, avesse causato non pochi problemi alla conservazione del monumento messo ulteriormente alla prova da altri fattori che certo non erano stati contemplati nel '38: l'inquinamento e il traffico. Il progetto di Meier prevede un livello di temperatura e di umidità costante e l'eliminazione di tutti gli agenti inquinanti, incluso il rumore. E i materiali proposti sono gli stessi suggeriti nel '37 da Morpurgo: travertino, stucco, vetro e acciaio. Nel 1998 il Consiglio comunale approva il progetto di Meier con alcune modifiche al disegno originale, come l'eliminazione del muro che rischiava di oscurare le facciate delle chiese di San Rocco e di San Girolamo. Nel 2000 si avviano i lavori di costruzione che si allungheranno, tra polemiche, verifiche e stop, fino a oggi.

 

da Il Manifesto del 21.04.06


Meier: «Ecco la mia teca per l’Ara Pacis». Intervista all’architetto americano nel giorno dell’inaugurazione: «Un candidato sindaco vuole spostare l’opera in periferia? Speriamo rivinca Walter...». «Ogni cambiamento porta polemiche. Ma Roma non è solo passato: è futuro».

Nel giorno dell’inaugurazione (parziale) del nuovo museo dell’Ara Pacis l’architetto americano Richard Meier presenta il suo progetto. «L’edificio non è troppo grande: c’è una esatta proporzione tra le dimensioni dell’Altare e il volume che lo circonda». Quanto al non allineamento con il profilo di via Ripetta, «è dovuto alla necessità di inglobare nella costruzione la scritta delle Res Gestae». Il progettista di New York, che utilizza la luce come materiale da costruzione, sostiene di aver voluto accompagnare il visitatore in un percorso scandito da diverse intensità luminose. Inoltre, ha evitato l’uso di elementi curvilinei anche perché «è impossibile tracciare qualsiasi altra curva avendo di fronte il grande cerchio del Mausoleo di Augusto».

L’«archistar» della East Coast (cugino di Peter Eisenman, altra star dell’architettura americana) parla della sua predilezione per il travertino e della differenza tra la luce di Roma (calma, tranquilla) e quella di Los Angeles (tagliente, forte). E tra Parigi e Roma, «questa vostra città ha una scala di dimensione più umana». Meier afferma che la sua chiesa di Tor Tre Teste, al Prenestino, non ha provocato polemiche «perché il committente è il Vaticano, e nessuno osa toccarlo». L’architetto ride dicendo che «solo in Italia un’opera si inaugura più di una volta» ma la sua ironia si compone in una dichiarazione di misticismo: «Amo la luce e Dio è luce». Infine, alla promessa del candidato sindaco della destra Alemanno che vuole spostare il nuovo museo in periferia, replica: «Spero che Veltroni resti al suo posto. Oltretutto è un buon sindaco».

L'INTERVISTA A MEIER: «La mia teca di luce resisterà alle polemiche».

  • Architetto Richard Meier, ci vuole presentare la «sua» Ara Pacis? Cosa ispira il progetto?
    «Sono stato molto attento a creare un rapporto tra vecchio e nuovo, tra opera e contesto. Tra gli elementi naturali, come la luce, i colori, gli alberi, e ciò che invece è fatto dall’uomo. L’architettura è statica ma deve riflettere le dinamiche naturali, i cambiamenti della luce e dei colori durante il giorno, nel corso delle stagioni: questo vuole esprimere l’edificio, pensato per accompagnare via via, in una sequenza di luce diversa, il visitatore ad ammirare l’Ara di Augusto».
  • Il museo non è allineato sul profilo di via Ripetta, sporgendone in modo evidente. Ha rotto un equilibrio: l’ha fatto apposta?
    «Mi è stato detto di conservare la scritta delle Res Gestae. Così ho dovuto inglobarla nell’edificio, spostandone in fuori il profilo».
  • Perchè ha scelto questa scala nel dare le dimensioni al museo? Alcuni dicono: è bello, ma troppo grande.
    «E’ semplice: mi sono rifatto alle dimensioni dell’Altare. Bisognava creare uno spazio in perfetta proporzione. Ma è anche vero che alla fine si tratta di una valutazione del tutto soggettiva».
  • Quali cambiamenti ha apportato al progetto originale, oltre l’eliminazione del «muro» di fronte alla chiesa?
    «Il muro era pensato per separare lo spazio del museo e della piazza dal traffico del Lungotevere. So che il problema sarà risolto con un tunnel, che consentirà la creazione di uno spazio continuo tra la piazza e il Tevere. Sarà terrific !».
  • Perchè pretende che il segno verticale sulla scalinata sia un monolito? Perchè non ha accettato che sia composto da più parti?
    «Poteva essere una colonna, ma non si è trovata delle dimensioni giuste. Si tratta di un segno che simboleggia l’essenzialità, e quindi non puo’ che essere un monolito, come gli obelischi».
  • Lei ha uno stile architettonico inconfondibile. Questo suo museo romano cos’ha di particolare rispetto alle altre sue opere?
    «In tutti i miei lavori esiste un rapporto tra spazio aperto e spazio chiuso, risolto con la trasparenza che consente il passaggio della luce all’interno degli edifici. In questo caso, mi sono impegnato a rispettare in modo particolare il valore dell’Altare avvolgendolo in una aura luminosa appropriata. Inoltre, ho voluto accompagnare la "passeggiata" del visitatore verso l’Ara con un’intensità di luce diversa».
  • Le grandi vetrate sono segnate da elementi orizzontali frangisole. Funzionali o anche decorativi?
    «Sono necessari per formare ombra, ma devo dire che creano anche un effetto di profondità nella vetrata liscia. Come le facciate dei palazzi, qui a Roma, con gli sbalzi delle finestre, i cornicioni».
  • I suoi edifici hanno spesso coniugato linea e curva. Lo ha fatto nella chiesa di Tor Tre Teste, non qui. Perchè?
    «La curva socchiude uno spazio, invita al raccoglimento. Va bene per la chiesa, qui non ce n’è bisogno. Eppoi con il gigantesco cerchio del mausoleo di Augusto di fronte è impossibile tracciare qualsiasi altra curva».
  • La geometria per lei è quasi un’ossessione. In questo museo perfino il taglio del travertino evidenzia l’incrocio delle linee.
    «La geometria crea un rapporto tra gli elementi architettonici. E aiuta l’uomo a porsi in relazione con l’edificio che ha davanti».
  • Ha avuto problemi con il committente dell’Ara Pacis?
    «E’ un grosso committente, il Comune di Roma. Trattare con un ente pubblico è diverso che lavorare per un privato anche se si tratta di un’opera cento volte maggiore come il Getty Center di Los Angeles».
  • Le è mai capitato di "inaugurare" uno stesso lavoro due o tre volte?
    (ride)«Veramente no, succede solo in Italia».
  • Dell’architettura di Roma cosa la colpisce di più?
    «La sua stratificazione di stili. E la ricchezza della scala dei suoi spazi. Rispetto a Parigi, Roma è molto più adatta alla dimensione umana».
  • Quale edificio preferisce, qui a Roma?
    «Sant’Ivo alla Sapienza. Per i rapporti tra le sue parti, per il movimento creato all’interno, per la sua scala volumetrica».
  • Lei è l’architetto della luce, che tratta come un materiale da costruzione. Come l’ha usato all’Ara Pacis?
    «Come elemento che accompagna il visitatore a vedere l’Altare».
  • Il travertino: l’ha utilizzato al Getty Center di Los Angeles e qui. Come mai questo legame?
    «Semplice: a LA mi è stato detto che non potevo usare il colore bianco, per una norma edilizia. Allora ho scelto una pietra che non è un semplice rivestimento: ha una forte espressione, profondità, è luminosa. In questo museo l’ho utilizzata perchè il travertino è il marmo di Roma».
  • C’è una differenza tra la luce di LA e quella di Roma?
    «Quella di Los Angeles è tagliente, forte. Qui c’è una luce calma, tranquilla».
  • La sua chiesa a Tor Tre Teste ha raccolto solo consensi. L’Ara Pacis, invece, molte polemiche. Perchè?
    « La chiesa è in periferia, non interessa a nessuno. E poi il committente è il Vaticano: qui chi osa toccarlo? Il museo cambia gli equilibri in una zona del centro storico, e ogni cambiamento è accolto da polemiche. Questo edificio dice che Roma non è solo passato, ma anche presente e futuro».
  • Perchè lei preferisce progettare musei?
    «Perchè sono spazi pubblici, perchè amo l’arte che contengono. Anche se mi chiedessero di progettare una scuola lo farei volentieri: infatti amo i bambini».
  • Lei ama molto Borromini. Se ne vede traccia nella sua chiesa romana. Non qui. Perchè?
    «Borromini porta il pensiero e lo sguardo verso l’alto, fisicamente e spiritualmente. Nel museo si deve guardare dritto».
  • Come gli architetti del gotico, lei usa strutture essenziali e grandi vetrate. Le piace considerarsi un neo-gotico, un mistico?
    «Lascio questa definizione agli storici di architettura. Mistico? Forse: amo la luce, e Dio è luce».
  • Quando progetta, si preoccupa di lasciare il suo segno o pensa a chi userà il suo edificio?
    «Penso all’uso che la gente farà del mio lavoro. Per questo cerco di dare una scala umana agli spazi che disegno».
  • Che responsabilità ha l’architettura nei confronti della società?
    «Deve rispettare la funzione che è assegnata all’oggetto architettonico. Ma poi bisogna andare oltre: l’opera deve anche essere bella».
  • La teca di Morpurgo che avvolgeva l’Ara Pacis è durata 60 anni. Quanto durerà il suo museo?
    «Almeno altrettanti. Ma spero di più».
  • Un candidato sindaco della destra, Gianni Alemanno, ha detto che se vince farà spostare la «sua» Ara Pacis in periferia, per sanare la ferita inferta alla città storica. Che dice, Meier?
    «Che devo dire? Spero che vinca Veltroni, che oltre tutto è un buon sindaco».

«Archistar» di New York - Nato a New York, star internazionale dell’architettura, Richard Meier ha firmato progetti come il Getty Center di Los Angeles, il museo di Arti decorative di Francoforte, la sede di Canal Plus a Parigi. A Roma ha progettato anche la chiesa di Tor Tre Teste.

 

di Giuseppe Pullara
dal Corriere della sera del 21.04.06


L'APERTURA  dell'ARA PACIS - Dopo la cerimonia di stamane inizieranno gli ingressi del pubblico: biglietti a sei euro e mezzo. Veltroni: una chance per la città. Ma l’ultimo velo cade tra i veleni. Continua la bagarre politica tra giunta e opposizione. E nei minuti finali arriva anche il via per il sottopasso.

Per ora il nuovo Museo dell’Ara Pacis resterà circondato solo da un grigliato metallico e trasparente, che lascerà intravedere nella sua interezza l’opera di Richard Meier. Ma non resterà a lungo. Quanto prima sarà costruito un marciapiede laterale sul lungotevere. E proprio ieri pomeriggio è arrivato il via libera al sottopasso: così la terrazza superiore si potrà affacciare sul Tevere. Le auto non lambiranno i vetri ed il biancore del travertino, ma scenderanno in un tunnel lungo 50 metri che, da ponte Cavour si ricollegherà a passeggiata di Ripetta. È stata, infatti, verificata la fattibilità dell’opera e si potrà partire con il project financing per il quale sono stati stanziati dalla Giunta 20 milioni di euro.

Oggi l’inuagurazione e l’apertura al pubblico. Per visitare il più famoso altare dell’antichità si pagherà un biglietto di sei euro e mezzo. (...)

 

dal Corriere della sera del 21.04.06


L'ALTARE DI GUERRA - Piazza Augusto, bagarre infinita

Le polemiche sulla nuova teca dell’Ara Pacis sono ormai diventate un vero e proprio genere letterario. Dai pareri degli opinionisti alle analisi degli tecnici, dalle attestazioni di stima per l’autore alle invettive contro il suo operato, è stata registrata ogni reazione. Sia chiaro: tale variegato ventaglio di passioni e riflessioni sta a significare che la nostra «polis» partecipa al proprio avvenire, e che lo stato di salute civica risulta invidiabile. Tuttavia resta il fatto che, rispetto ad altre realizzazioni recenti, questo progetto appare il più controverso. I motivi, indubbiamente, non mancano. Per esempio, evitando di sfidare un centro saturo di storia, forse sarebbe stato preferibile insistere nel riscattare zone meno prestigiose. Inoltre, piuttosto che disfare un manufatto dignitoso come quello preesistente, sarebbe stato auspicabile privilegiare una efficace campagna di restauri, magari proteggendo gli spazi pubblici dall’invasione di bar e ristoranti.

Ciò detto, una volta giunti all’inaugurazione, la logica vorrebbe che si prendesse atto dello stato di cose, limitandosi semmai a lievi modifiche (vedi quel «muro del pianto» che nasconde una delle due chiese retrostanti). Invece, Gianni Alemanno, sfidante di Veltroni alla carica di sindaco, ha dichiarato che, in caso di vittoria, si impegnerà a smantellare la teca di Meier, trasportandola in periferia per farne un museo. I primi a esprimere qualche perplessità sono stati proprio alcuni tra i suoi alleati: come ignorare il tempo e le spese di una proposta simile? Come dimenticare i cinquanta metri di profondità delle fondamenta che reggono l’edificio? Dopo l’obelisco reso ad Addis Abeba (seppure sulla spinta di ben altre ragioni), la mania delle migrazioni architettoniche rischia di dilagare. Ma c’è dell’altro. Dietro l’affermazione di Alemanno si intravede una sorta di accanimento terapeutico. Quest’ara della pace rischia di trasformarsi in un altare della guerra. Impediamo che l’insistenza si tramuti in fissazione, in coazione a ripetere, in rappresaglia infinita. Riuscito o meno che sia, chiudiamo «l’affaire Meier», e approfittiamo anzi del conflitto sollevato, in modo da concertare un piano di priorità che, per quanto possibile, scongiuri in futuro nuovi scontri.

 

di Valerio Magrelli
dal Corriere della sera del 21.04.06


L'INTERVISTA:  "Ara Pacis, responsabilità immensa ho sentito tutto il peso della storia". Richard Meyer, il padre dell´opera, racconta una sfida lunga sette anni 
Oggi l´inaugurazione. Dibattiti del genere giovano al mondo dell'architettura: dimostrano che c'è un interesse reale per il modo in cui vengono forgiate le città. Sono felice del risultato. È il primo vero cambiamento nel cuore della capitale dall´epoca fascista. La struttura è integrata con l'ambiente.

NEW YORK - Alla vigilia del "battesimo" dell'Ara Pacis, Richard Meyer, la grande star dell'architettura americana che ha firmato il progetto di ristrutturazione, confessa di essere emozionato. «Per - sette anni ho sentito il peso della storia», spiega a Repubblica. «Roma è una città stratificata, ogni secolo ha depositato una coltre di capolavori e monumenti. A me è toccato il compito di inaugurare il nuovo strato del ventunesimo secolo: è stata una responsabilità immensa, ma ho affrontato la sfida con entusiasmo, anche perché Roma ha sempre avuto un ruolo importante nella mia cultura architettonica, e sono più che felice del risultato».

  • Richard Meyer, questi sette anni di lavori attorno all'Ara Pacis sono stati anche costellati di polemiche e contrasti politici. Le hanno lasciato l'amaro in bocca?
    «Niente affatto. Io non sono un animale politico e quindi ho seguito con difficoltà quest'aspetto del progetto. Devo però constatare tre cose: innanzitutto che dibattiti del genere giovano al mondo dell'architettura, perché dimostrano che c'è un interesse reale per il modo in cui vengono forgiate le città. E' poi fisiologico che, in un regime democratico, la successione di esponenti politici porti a un riesame costante dei progetti: da questo punto di vista non posso che congratularmi con la dedizione e lungimiranza del sindaco Walter Veltroni. Infine, ogni intervento architettonico nel centro di Roma è molto più impegnativo che altrove».
  • Come definirebbe la peculiarità del centro della capitale?
    «Questo dell'Ara Pacis è il primo vero cambiamento nel cuore di Roma dall'epoca fascista. Si trattava di aggiungere un nuovo spazio pubblico a una città che ne ha già tanti. C'era bisogno di far interagire la struttura con il Tevere, con le chiese barocche, con l'ambiente circostante. Secondo me ci siamo riusciti, sia pure con un po' di ritardo, e ne sono estremamente lieto».
  • Non ha nessun ripensamento, non c'è nulla che poteva essere fatto meglio?
    «Sono per natura ottimista: quindi rispondo di no. Certo bisognerà anche aspettare l'inaugurazione vera e propria, prevista per l'8 settembre, quando saranno completati i «pezzi» che mancano: dalla fontana, che sarà fantastica, all'auditorium e alla terrazza».
  • Anche a New York, dove lei abita e lavora, ci sono molte polemiche architettoniche attorno alla ricostruzione di "ground zero". Assomigliano a quelle che hanno accompagnato il lavoro dell'Ara Pacis?
    «In parte sì, in parte no. C'è una certa assonanza in termini di implicazioni politiche, ma i due progetti hanno una valenza molto diversa sul piano emotivo. L'Ara Pacis è relativamente piccola. "Ground zero" è il luogo dove l'America è stata ferita dal più cruento attacco terroristico della sua storia e ha un aspetto simbolico che non può essere sottovalutato. Sono però rimasto colpito dalla sensibilità italiana per i temi archiettonici, che è di gran lunga superiore a quella americana».
  • Aveva già avuto, nella sua lunga e prestigiosa carriera, altre occasioni di incontro con l'architettura dell'antichità?
    «No, è stata la prima volta. Una esperienza eccitante, anche se la mia storia professionale doveva già molto all'Italia. Sono andato a Roma per la prima volta nel 1955 e ci sono tornato pochi anni dopo per studiare all'Accademica americana. Furono anni molto formativi e indimenticabili».
  • Prova un senso di orgoglio per quel che ha fatto?
    «Noi architetti pensiamo più al dopo che al prima, più al futuro che al passato. Adesso mi sento coinvolto nei prossimi "figli": mi sto occupando di una struttura residenziale che dovrebbe nascere alle spalle del palazzo di vetro, a Manhattan, e di un complesso alberghiero non lontano da Venezia». 

 

di Arturo Zampaglione
da La Repubblica del 21.04.06


Consensi e contestazioni alla teca d’acciaio, vetro e travertino di Meier. L’Ara Pacis inaugurata tra le polemiche.

ROMA - Tra mille polemiche si è infine inaugurato, ieri, in occasione del Natale di Roma, il nuovo Museo dell’Ara Pacis, nel cuore del centro storico della Capitale. A tenere a battesimo la nuova teca in acciaio, vetro e travertino, firmata dall’architetto americano Richard Meier, il sindaco Walter Veltroni: «Restituiamo ai cittadini romani e di tutto il mondo questo splendido monumento finalmente messo in sicurezza, portando a termine un progetto già iniziato da Francesco Rutelli» il suo commento. I lavori per il nuovo involucro, che protegge l’altare fatto costruire dall’Imperatore Augusto nel 13 avanti Cristo per celebrare le vittorie in Spagna e Gallia, sono infatti durati sette anni e costati 13 milioni di euro. Cifre e tempi che negli ultimi anni hanno suscitato mille proteste, per quella che i romani hanno già ribattezzato l’«Ara (sine) Pacis».

Il progetto di Meier, che avrà ora un seguito con l’interramento di una parte del Lungotevere e la pedonalizzazione della zona, sostituisce infatti una teca precedentemente realizzata negli anni Trenta (e demolita) dall’architetto Vittorio Morpurgo. E l’incarico per il nuovo contenitore fu affidato a Meier, senza un concorso, direttamente dall’allora sindaco di Roma Francesco Rutelli, anche lui presente ieri all'inaugurazione. «Pompa di benzina», il commento più benevolo diffuso tra il fronte nemico della nuova opera architettonica. Un fronte variegato, capitanato dall’ex sottosegretario ai Beni culturali Vittorio Sgarbi, che pur con sfumature diverse ha tenuto insieme Alleanza nazionale, un’associazione come Italia Nostra e vari architetti.
«Un cesso inverecondo firmato da un architetto incapace pagato due milioni di euro» ha ribadito ieri Sgarbi. E l’opera continua ad animare lo scontro, politico (spesso) ed estetico. Gianni Alemanno, prossimo sfidante di Veltroni alla carica di sindaco, ha già fatto sapere che in caso di vittoria farà smontare la teca («Un vero sfregio») per poi trasferirla in periferia. «La sua dichiarazione - replica Legambiente - trasuda un’inaccettabile cultura urbanisticamente razziale per le periferie». (...)

 

di Edoardo Sassi
dal Corriere della sera del 22.04.06


La nuova piazza dell’Ara Pacis - Tra la teca e il Tevere, ecco come sta cambiando la zona. «L’altare di Augusto è tornato ai romani». Inaugurata la teca di Meier, ma il cantiere lavorerà ancora per mesi. Ieri l’apertura: visitatori e polemiche. Rutelli: «Bellissima». Sgarbi: «Un cesso». An: «Inaugurato un cantiere».

Un compleanno indimenticabile. Perché ieri, per il 2.759° anniversario della fondazione, Roma ha avuto l’inaugurazione del nuovo museo dell’Ara Pacis che così è tornata «ai romani, ai turisti, al mondo», come hanno detto il sindaco Walter Veltroni e l’assessore all’Urbanistica Roberto Morassut. E mentre l’architetto americano Richard Meier, si augura che nel visitarla «si pensi alla pace», all’esterno non sono mancate le polemiche. «È bellissima» per il leader della Margherita Francesco Rutelli che come sindaco di Roma l’ha commissionata. «È un cesso» per Vittorio Sgarbi che l’ha sempre contestata. E Alleanza nazionale afferma che è stato inaugurato un cantiere. Ma tutta l’area fra la teca e il Tevere è destinata a cambiare con il sottopasso.

Il cantiere non è sparito del tutto. Ma l’Ara Pacis è tornata «ai romani, ai turisti, al mondo», come hanno detto il sindaco e l’assessore all’Urbanistica Roberto Morassut. Si possono di nuovo vedere da vicino i fregi dell’altare innalzato da Augusto pagando un biglietto di 6,50 euro; si possono salire i gradoni che portano al luminoso ingresso dell’opera di Richard Meier, dove è allestita la biglietteria e il book shop (...); si possono rivedere le facciate delle chiese di San Rocco e San Girolamo dei Croati, da sette anni erano quasi nascoste per i lavori dell’opera più moderna, ma anche più contestata, del centro di Roma. I primi a salire all’interno sono stati Walter Veltroni e l’architetto di New York. «Non ho lavorato come un americano, come uno straniero, ma come qualcuno che già amava e studiava la storia di questa città», ha detto Richard Meier, esprimendo la speranza che in futuro «quando la gente verrà qui pensi, per un attimo, alla pace nel mondo». «La capacità di creare il bello non è finita cinquecento anni fa - ha affermato Walter Veltroni - Le grandi città come Roma devono saper dire no all’avvenirismo senza cultura, ma anche ad un radicamento assoluto al passato». E in questo guardare avanti il sindaco ha ricordato come «l’altare di Augusto è messo in sicurezza per oggi e per domani. Si sono introdotti elementi di novità dei quali è giusto discutere - ha proseguito - Anzi è sacrosanta la discussione sul piano estetico e culturale, non c'è edificio moderno in tutto il mondo che non sia discusso. Però c'è un altro livello di polemica che è meno accettabile per una città come Roma». Le polemiche non erano lontano. Su via Tomacelli, una quarantina di militanti di Fiamma Tricolore protestavano al grido di «guarda che hai fatto Veltroni». Ed è tornato a far sentire la sua voce contraria Vittorio Sgarbi, definendo l’opera di Meier «un cesso inverecondo firmato da un architetto pagato due milioni di euro». Mentre l’opposizione capitolina attraverso le parole di del consigliere comunale di An, Marco Marsilio e del capogruppo in I Muncipio Federico Mollicone hanno definito quella di ieri «l’inaugurazione di un altro cantiere».

«Mi sembra bellissimo», ha detto invece il leader della Margherita Francesco Rutelli che come sindaco di Roma affidò l’opera a Meier, mentre per l’architetto Massimiliano Fuksas «Roma è in grado di assorbire tutto». E il sovrintendente comunale Eugenio La Rocca annuncia che «si partirà con l’intervento di maquillage del monumento, e con un ponteggio che permetterà ai visitatori di assistere in diretta ai lavori». Per l’urbanista Leonardo Benevolo è infine «un buon progetto, con un programma sbagliato».

Ma l’Ara Pacis, ha spiegato il sindaco, «è parte di un progetto di riorganizzazione complessiva dell'area di piazza Augusto Imperatore. Dobbiamo immaginare questa struttura diversa da oggi, pedonalizzata fino all’affaccio al Tevere». I lavori per la risistemazione inizieranno a giugno, dopo che a maggio sarà nominato il vincitore della gara d'appalto. Mentre il direttore dell’ufficio Città storica, Rino Farina, ricorda che a luglio questo cantiere sparirà del tutto.
Dunque il sottopasso, concepito per primo dal titolare dell’impresa che ha in appalto i lavori, Fabrizio Di Amato, si farà presto: «L’idea è nata - spiega Di Amato - grazie ai muri di contentimento innalzati dalla parte del lungotevere, che permettono una facile realizzazione dell’opera. Sulla base del bando di gara del project financing i promotori faranno le loro proposte: noi abbiamo presentato la nostra in base agli studi effettuati». Il sottopasso costerà 30 milioni di euro: 20 del Campidoglio e 10 dei privati, che avranno in cambio parte della gestione degli spazi museali. Non ci sarà - forse - il parcheggio. Per salvare i platani.

 

di Lilli Garrone
dal Corriere della sera del 22.04.06


Ara pacis, la teca di Meier una festa tra le polemiche. Il sindaco: non c'è una contraddizione insanabile tra passato e futuro. Cauti gli architetti Fuksas: Roma assorbe tutto. Benevolo: persa una grande occasione. Dopo sette anni di lavori e contrasti inaugurata l'immensa navata di vetro e marmo travertino.

ROMA - Le polemiche, prima o poi, verranno dimenticate. L'Ara Pacis invece resterà lì, finalmente al sicuro, illuminata da una luce morbida, con i suoi incredibili bassorilievi, le sue sculture che raccontano divinità e leggende, i festoni con i ricami di fiori e frutta che ricordano l'alternarsi delle stagioni, i cicli di nascita e morte, e poi la pace e i trionfi dopo le conquiste e le battaglie. E' questo il senso, la sfida della teca di Richard Meier inaugurata ieri a Roma dopo sette anni di lavori e infinite stagioni di dibattiti, un matrimonio tra architettura e archeologia che ha restituito agli occhi del mondo l'altare del 13 secolo voluto dal Senato capitolino per celebrare le vittorie di Augusto, e una nuova era di "pace vittoriosa".

L'edificio progettato da Meier, un'immensa navata di vetro e marmo travertino che protegge l'altare, ha il raro dono di catturare la luce e il silenzio, all'esterno spezza invece lo sguardo con le sue dimensioni imponenti, con l'impatto di un muro bianco a cui bisognerà abituarsi, una specie di astronave di architettura contemporanea che per la prima volta si è inserita nella città antica. Un contrasto estetico e dialettico sottolineato dal sindaco Veltroni nel discorso inaugurale: «A Roma il bello non è solo alle nostre spalle, non c'è una contraddizione insanabile tra passato e futuro, l'Ara Pacis come il Marc'Aurelio, ci insegnano che il passato si può proteggere solo con interventi di grande tecnologia. Una grande metropoli deve salvaguardare la storia e l'archeologia, ma anche essere capace di aprirsi al nuovo. Le discussioni di estetica e di cultura sono sacrosante e nessuna opera ne è esente».

Ma il lungo e addirittura violento dibattito che ha accompagnato la costruzione del "Museo dell'Ara Pacis", culminato negli ultimi giorni con gli attacchi di Alleanza Nazionale, con le bandiere nere esposte dalla Fiamma Tricolore sul Lungotevere e gli insulti di Vittorio Sgarbi che ha definito la nuova teca "un cesso", rischia di far passare in secondo piano la riscoperta dell'opera, come se l'involucro fosse più importante del monumento. Un'opera quasi dimenticata negli ultimi decenni, ingabbiata in una scatola di vetro polveroso fin dal 1938, quando in pieno fascismo, in occasione del bimillenario della nascita di Augusto, l'Ara venne ricostruita e sistemata vicino al mausoleo dell'imperatore dall'architetto Ballio Morpurgo. Impacchettata nel 1996 dopo l'incarico dato dal sindaco Rutelli all'americano Richard Meier, con i lavori fermati per anni dalle polemiche e i costi lievitati fino a venti milioni di euro, ora l'Ara Pacis torna a stupire con la perfezione delle sue figure, dal mito della madre terra, ai volti e i ritratti dei sacerdoti, dei politici e dei magistrati. E adesso, per fortuna, dopo la "guerra dell'involucro" per l'Ara Pacis arriverà il momento migliore, il via libera ai restauri, un delicatissimo lavoro di ripulitura e di consolidamento che dovrà togliere ai marmi romani lo sfregio dello smog e delle polveri sottili.

Divisi ieri nel giudizio i primi visitatori, cauti e caustici i commenti degli architetti più famosi, di fronte al nuovo museo, 1500 metri quadrati che offrono anche un auditorium, una biblioteca, una terrazza con caffetteria, e una "piazza" esterna dove dovrà essere collocata una fontana. Massimiliano Fuksas se la cava una battuta: «Roma - dice sorridendo - è in grado di superare ed assorbire tutto. Speriamo in un futuro migliore». Drastico Leonardo Benevolo: «Il progetto di Meier è un'ottima idea su un programma assolutamente sbagliato. Il risultato è che l'Ara Pacis è svilita, squalificata. Roma ha perso una grande occasione». I ponteggi sono stati tolti ma la discussione continua. Di certo, a giudicare dalla folla di ieri, i visitatori non mancheranno. E i restauri grazie alla teca protettiva, saranno eseguiti a vista, mentre un'illuminazione delicata permetterà di vedere il monumento da fuori anche la notte. Sapienza high tech insomma per vestigia antichissime. 

 

di Maria Novella De Luca
da La Repubblica del 22.04.06


L'INAUGURAZIONE DELL'ARA PACIS - Ara Pacis, è boom di visitatori. Aperta al pubblico dalle 15, flusso ininterrotto fino a mezzanotte. I giudizi dei romani: "Monumento più leggibile". "Forte contrasto". Ieri settemila ingressi. E da oggi si replica dalle 9 alle 19. Il sindaco: "Giusto che se ne parli, sacrosante le discussioni di estetica e di cultura". Lim: "Architettura funzionale alla comprensione del capolavoro".

«Quando c'era la vecchia teca, quella di Morpurgo del 1938, ci portai un gruppo di turisti e fu una visita difficile per la cattiva illuminazione e il poco spazio che c'era per guardare i bassorilievi» racconta Antonella Avagnano, 42 anni, storica dell'arte, in fila ieri per entrare alle tre di pomeriggio all'Ara Pacis. «Ora, invece, la luce è concentrata sul monumento e ne permette la leggibilità. Inoltre, il rumore della strada rimane fuori». Bruna Zucchetti, 58 anni, un'altra delle visitatrici della prima ora, apprezza l'interno ma boccia senza riserve Meier: «L'impatto dell'edificio con la chiesa di San Rocco e con il mausoleo d'Augusto è terribile. Il contrasto tra antico e moderno è troppo forte».

Nella prima ora d'apertura sono state 700 le persone che hanno varcato la soglia del nuovo Museo per tornare ad ammirare, dopo sette anni, i bassorilievi e l'architettura romani. Dalle 15 (ieri l'ingresso era gratuito) il flusso di romani e turisti stranieri è andato avanti fino a mezzanotte: tra stupore per la luce e critiche per l'impatto sulla città - e da oggi si replica, dalle 9 alle 19, al prezzo di 6,50 euro a biglietto (3 il ridotto e gratis per under 18 e over 65, chiuso il lunedì: www arapacis.it)–; d'altro canto, è stato lo stesso sindaco Walter Veltroni ieri mattina a dire: «È giusto che si discuta, le discussioni di estetica e di cultura sono sacrosante e nessuna opera contemporanea ne è esente. Ma è diverso se si entra in considerazioni di altre sfere …»; allusione all'intenzione dello sfidante alle comunali, Gianni Alemanno (An), di trasferire, se eletto, il monumento in periferia perché ritiene il museo «uno scempio».

Entusiasta invece Giuseppe Filiaci, 52 anni, che lavora nel campo dell'acustica: «Meier ha raggiunto la stessa buona contestualizzazione che abbiamo notato ai Musei capitolini con il nuovo spazio per il Marco Aurelio. La sacralità e l'impatto emozionante con l'antico rimane intatto, nonostante la struttura moderna che lo contiene». Esce Giulia Sardo, 19 anni, studentessa di archeologia alla Sapienza: «Sono corsa per vedere l'Ara Pacis e mi emoziona pensare che sono una discendente di Augusto che ha fatto realizzare questo capolavoro. Il progetto di Meier va bene dal punto di vista funzionale perché esalta l'Ara. Dal punto di vista estetico, però, mi sembra che strida con la chiesa del Valadier e con l'archeologia della piazza».

Tra i primi ad entrare nel Museo delle polemiche, anche H.H. Lim, l'artista malese attivo a Roma: «Ho visto il museo di Meier a Barcellona e l'ho trovato più curato nei dettagli. Tuttavia anche qui l'architetto americano è riuscito a non annichilire il monumento antico che contiene. L'architettura di Meier è pratica, funzionale alla comprensione dell'Ara Pacis».

L'INTERVISTA  - Mimmo Paladino parla della sua gigantesca opera che sarà collocata nell'auditorium del nuovo museo: "Il mio mosaico su piani sfalsati bagno di luce su tessere di pietra". Sono tornato alle radici della cristianità attraverso una simbologia aperta, laica. Un calice, un uccello, rami secchi e una palma rigogliosa. Sono alcune delle immagini che compongono il gigantesco mosaico (sette metri per otto) Ara Pacis di Mimmo Paladino. L'ha realizzato cinque anni fa il mosaicista Buccolieri di Roma su disegno del grande artista italiano. Sarà collocato nell'ingresso dell'auditorium, che entro settembre andrà ad arricchire il nuovo Museo dell'Ara Pacis, e attraverso una vetrata apparirà a chi passa sul Lungotevere.

  • Le figure ricordano, per icasticità e primitivismo, l'arte romana tardo antica, più che quella dell'età di Augusto: come mai?
    «Sono tornato alle radici della cristianità attraverso una simbologia aperta, laica – spiega Paladino – ma più che il simbolo mi interessava il segno che si intonasse con l'architettura di Richard Meier. È con la sintesi della sua opera che sono entrato in sintonia, non con il classicismo augusteo dell'Ara Pacis».
  • L'incarico per il mosaico è del 2000, quando il museo di Meier ancora non esisteva. Come ha studiato il progetto?
    «Quando lavoro per uno spazio architettonico, realizzo sempre un plastico. Attraverso quello eseguito con Ryan Nigel, dello studio di Meier, ho capito che l'elemento fondamentale del suo lavoro è la luce: il modo in cui la luce piove sull'edificio. Attraverso una feritoia in alto, i raggi bagneranno la superficie del mosaico che è di per sé plastica poiché le tessere in pietra, non levigate, creano una vibrazione luminosa».
  • La forma del mosaico s'adatta dunque alla logica dell'architettura.
    «E anche ai punti di vista da cui l'opera sarà osservata. Quello frontale, dal Lungotevere, ma anche dall'alto, dal roof garden. Ed è per questo che ho modellato la superficie negando la bidimensionalità».
  • Come un bassorilievo?
    «Quando i vari pezzi del mosaico saranno composti sulla parete, apparirà la logica sostanzialmente plastica dell'opera: modanata, come fosse un poliedro, attraverso piani sfalsati».
  • Cosa pensa Meier della sua opera?
    «Il mosaico non è decorazione di un edificio, ma parte integrante dell'architettura: Meier ha dato il suo ok. D'altro canto, come ho scoperto in seguito, per un edificio privato da lui progettato in California ha fatto acquistare ai committenti una mia scultura in pietra bianca che perfettamente si sposa con la spazialità di luce della sua architettura».

 

di Carlo Alberto Bucci
da La Repubblica del 22.04.06


Maquillage dell'altare sotto gli occhi del pubblico. Saranno cancellate polveri e macchie da smog. Presto la prima mostra: esposti frammenti dell'altare di Augusto a Nicopoli.

Il primo appuntamento sarà con i reperti del grande monumento che Ottaviano Augusto si fece costruire a Nicopoli, davanti al mare dell'Epiro in cui le sue navi ebbero ragione di quelle di Antonio e Cleopatra nella vittoria di Azio. Un monumento leggendario di cui esistono alcuni frammenti, che saranno esposti per la prima volta in Italia proprio nel Museo dell'Ara Pacis. Perché l'opera di Meier non avrà solo il compito di custodire l'altare di Augusto, ma sarà anche un nuovo spazio espositivo, in cui si terranno mostre e convegni dedicati soprattutto all'archeologia.

La notizia l'ha data in margine all'inaugurazione il sovrintendente del Comune di Roma ai beni culturali Eugenio La Rocca, che ha anche anticipato cosa potrà ammirare il pubblico nel museo che si trova proprio sotto l'Ara, e che sarà visitabile da settembre. «Sono stati raccolti circa 500 frammenti, alcuni dei quali facevano parte del rivestimento dell'Ara Pacis e non sono stati collocati al loro posto durante il primo restauro ma sostituiti da calchi di gesso. Abbiamo preferito, piuttosto che reintrodurli nell'Ara, che sarebbe stato complicato e rischioso, esporli su pannelli che ricostruiscono parte del fregio. Oltre a questi saranno esposti altri frammenti provenienti da quella che viene chiamata l'Ara Pietatis, un altare dell'epoca di Claudio».

Adesso che il cantiere di Meier è chiuso, si potrà cominciare il maquillage dell'Ara, che nella teca di Morpugo ha sofferto molto soprattutto per lo smog che entrava dalle finestre e per gli sbalzi di temperatura. Un accurato restauro è stato fatto negli anni '80, ma ora inizierà la ripulitura dalle polveri e un nuovo esame delle condizioni dei fregi: durerà 8 mesi e il pubblico che visiterà l'Ara potrà assistervi. Il costo del maquillage si aggirerà sui 500 mila euro. Il sindaco Veltroni ieri, aprendo il Museo al pubblico, ha insistito soprattutto sul fatto che ora l'Ara Pacis «è in sicurezza, per oggi e per il futuro», e che il monumento finalmente adesso «respira».

Respirerà ancora meglio quando si passerà alla pedonalizzazione della zona fino al Tevere: Veltroni ha annunciato che a giugno si partirà con i projet financing per il sottopasso che porterà il traffico lontano dal monumento. I lavori dovrebbero partire in autunno: il sovrintendente La Rocca ha confermato che non sono stati trovati strati archeologicamente interessanti nel punto del lungotevere in cui si dovrà scavare il tunnel e che i lavori dovrebbero quindi avanzare celermente. L'assessore all'Urbanistica Morassut ha annunciato che sarà invece pubblicato il 10 maggio il bando per i lavori di riqualificazione di piazza Augusto Imperatore e del Mausoleo di Augusto. 

 

di Renata Mambelli
da La Repubblica del 22.04.06


COME DARE PIU’ VITA AI MUSEI  di RICHARD MEIER

SONO molto orgoglioso di aver realizzato la teca che d’ora in poi avvolgerà l’Ara di Augusto tra il lungotevere e piazza Augusto Imperatore. È un grande giorno per l’Ara Pacis, per Roma e anche per me. So che ci sono state nel corso degli anni tante polemiche. Ma la risposta migliore, la più chiara, quella che davvero conta, la stanno dando le migliaia di persone che da ieri stanno visitando la nuova Ara Pacis. Di certe cose e di certi dettagli, si è parlato troppo. Non so perché un grande architetto come Paolo Portoghesi, un professionista di livello, abbia criticato questa opera. Bisognerebbe chiederlo a lui. So però che c’è una grande riluttanza, una enorme difficoltà, a pensare Roma all’interno del XXI secolo e della modernità. La Storia fa talmente parte di questa città straordinaria che la gente riesce a pensare alla capitale d’Italia soltanto, appunto, in termini di Storia.

Ma la Roma del XXI secolo non può essere soltanto un museo. Credo che la nuova Ara Pacis debba e possa aiutare tante persone e tutta la città a riflettere sul fatto che questa Capitale non può vivere con l’occhio eternamente rivolto al passato. Sono convinto che la teca per l’Ara di Augusto, il modo in cui è stata concepita e realizzata, i materiali impiegati nel lavoro, le linee, l’attenzione alla luce, dimostreranno che una simbiosi tra antico e moderno è possibile e che Roma è viva, vitale, non solo un monumento al passato.

Il mio prossimo lavoro, a New York, sarà un grosso edificio non lontano dalla sede delle Nazioni Unite. Io sono nato a New York. Eppure so che ci saranno, come sempre, discussioni, idee diverse, confronto tra opinioni. Ogni volta che si fa qualcosa, c’è qualcuno che critica. Ma la cosa non mi dispiace e neppure mi preoccupa. Anzi: mi fa piacere. La discussione dimostra che comunque c’è un coinvolgimento. Ecco perché sono molto, molto felice di aver realizzato l’Ara Pacis per il Comune di Roma. Il dibattito è forte e quindi lo è, evidentemente, anche l’interesse.

 

di Richard Meier
da Il Messaggero del 22.04.06


QUEL DIBATTITO TRA ANTICO E MODERNO

I GRANDI architetti e la grande architettura sono tornati protagonisti della scena urbana della capitale. Dopo quarant’anni. Roma rientra così nel circuito internazionale dal quale era rimasta assente dopo il 1960, dall’epoca delle Olimpiadi, l’ultima grande stagione di trasformazione architettonica e urbana. Da Renzo Piano per l’Auditorium a Richard Meier per la sistemazione dell’Ara Pacis, a Zaha Hadid per il Centro delle arti contemporanee (MAXXI), a Odile Decq per il Museo Comunale d’Arte Contemporanea di Roma (MACRO). Da Rem Koolhas per l’ex area dei Mercati Generali all’Ostiense, a Massimiliano Fuksas per il Centro Congressi all’Eur, a Paolo Desideri per la nuova Stazione Tiburtina, a Diener & Diener per l’ampliamento della Galleria Nazionale d’arte Moderna, e ancora i nuovissimi progetti di Vittorio Gregotti per Acilia, di Santiago Calatrava per la città dello sport a Tor Vergata. Nomi noti in tutto il mondo con qualche più giovane presenza italiana.

L'intervento all’Ara Pacis appare oggi simbolicamente il più importante di tutti perché opera in un centro storico rimasto intoccato e intoccabile da decenni, perché modifica uno spazio pubblico rimasto troppo a lungo marginale, e infine perché giunge a compimento nonostante le innumerevoli e contrastanti opposizioni che hanno accompagnato la sua realizzazione.

L’iniziativa del sindaco Rutelli di affidare l’incarico al noto architetto americano incideva in realtà su uno dei luoghi più contestati della Roma fascista per la discutibile qualità della pesante architettura di Vittorio Morpurgo e per l’irrisolto rapporto fra la piazza e il Mausoleo di Augusto, rimasto incassato alla quota archeologica e privato della sua originaria monumentalità. Un assetto urbano poco difendibile, per di più con la teca dell’Ara Pacis rimasta provvisoria dalla fine degli anni Trenta. Anche se si dimenticava che il fascista Morpurgo, di famiglia ebraica, aveva subito nel 1938 i durissimi attacchi del quotidiano razzista “Il Tevere”. E che, sospeso dalla professione nel primo periodo delle leggi razziali vi era rientrato solo dopo aver preso il cognome Ballio della madre cattolica. Rimane comunque significativo che il primo intervento nella città storica dopo settant’anni venga a modificare proprio l’ultima delle grandi realizzazioni volute dal fascismo e da Mussolini in persona fin dal 1925.

Si fanno i conti oggi con la scommessa su una nuova e più ricca identità della capitale misurata anche nella capacità di rientrare nel discorso della modernità architettonica: collocandosi contro e più avanti del conservatorismo di una parte cospicua dell’opinione colta e del gusto diffuso, schierata in difesa di un supposto intangibile carattere dell’immagine di Roma.

Merito anche di una generazione più giovane di architetti convinti che il cambiamento avrebbe comportato nuove opportunità e pronta a impegnarsi per il rinnovamento.
Rimane tuttavia irrisolto il nesso auspicabile fra qualità architettonica e sviluppo edilizio, mentre il ritorno dell’architettura al centro del dibattito pubblico cittadino e la contesa con chi vuole spostare o radere al suolo le nuove fabbriche conferma la vitalità complessiva della Roma degli ultimi anni. Un segnale confortante.

 

di Vittorio Vidotto
da Il Messaggero del 22.04.06


Riecco l’Altare sulla sponda del Tevere. L’Ara Pacis torna “alla luce”: ora si può visitare la “teca” realizzata da Meier.

DALLE ore 21 del giorno 21, nella città dove in aprile si può augurare “buon Natale”, un monumento in assoluto dei più significativi è restituito al pubblico, dopo sette anni di lavori e 16 milioni di euro di spesa: «Mi auguro che chi lo visiterà, per un attimo pensi al valore e al ruolo della pace nel mondo», dice, l’occhio dardeggiante sotto le folte sopracciglia bianche, Richard Meier, architetto al mondo dei più famosi, il più giovane Premio Pritzker (1984: appena 49 anni), che nel campo vale l’Oscar o il Nobel; «ora, quanto resta dell’Ara Pacis di Augusto, inaugurata il 30 gennaio del 9 avanti Cristo, al ritorno da Spagna e Gallia, è al sicuro», spiega il sindaco Walter Veltroni. La nuova teca che la contiene (assai più d’una teca: un centro culturale con piccolo museo ed auditorium), presentata sei mesi fa quando n’era stata terminata l’aula centrale, si può ora visitare. Ma avverrà ancora un’altra ouverture («il solo Paese dove ci sono più inaugurazioni», celia Meier): non è concluso l’auditorium, obelisco e fontana mancano ancora.

L’opera di Meier, si sa, utilizza travertino grezzo, vetro e intonaco bianco; è assai più grande di quella realizzata, nel ’38 in fretta e furia, da Vittorio Morpurgo; ha fatto, fa, e farà discutere quanto nessun’altra. Può piacere, o no (piace «moltissimo» a Francesco Rutelli: la volle quando era sindaco; e per nulla, ad esempio, a Giorgio Muratore, strenuo difensore degli Anni 30); a qualcuno pare «troppo algida», o «troppo elaborata»; chi critica la somiglianza con il Getty Center di Los Angeles, o il soffitto «assai pesante»; ma la nuova teca vanta comunque, questo è certo, parecchi meriti. Intanto, mette in sicurezza l’Ara Pacis: l’involucro di Morpurgo era ormai incompatibile con i moderni standard di tutela, e l’iter è analogo al modo con cui s’è posto in salvo il Marc’Aurelio sul Campidoglio. Poi, mette mano (e presto seguirà un concorso per sistemare l’intera piazza; la stessa opera di Meier sarà completata con una vasta area d’affaccio sul Tevere, con il traffico in galleria) ad una zona importante della città, finora irrimediabilmente sconciata dal piccone degli sventramenti mussoliniani. Infine, permette con una dovuta dotazione documentaria di “leggere” un monumento davanti al quale, troppo spesso, si passava soltanto, al massimo ammirandolo; e propone un nuovo polo culturale e un nuovo auditorium.

L’impianto, tutto candido, è semplice: una gradinata, un podio delimitato verso il Tevere da una fontana (un muro di acqua, 16 geyser con getti di quattro metri) e provvisto di uno “gnomone” a ricordo di quello della meridiana augustea: non si sa ancora se, come sembra, forse sarà una colonna antica. Un atrio, la vasta sala dell’Ara Pacis, 1.200 metri quadrati. Sotto, una paratia lunga 160 metri e profonda 25 “scollega” l’edificio dal terreno, e dalle vibrazioni; un muro di travertino a blocchi percorre tutto l’edificio in lunghezza. L’interno è sicuramente più appassionante che non lo squadrato aspetto esteriore. E ad accogliere chi lo visita, una teoria di nove calchi di teste (quindi, candide anch’esse) di Augusto e dei suoi. «La prima volta che venni a Roma da studente, mezzo secolo fa per due mesi, non avrei mai immaginato di trovarmi un giorno qui, da progettista», ammette il grande architetto. Che ha inglobato il racconto pietrificato delle Res Gestae di Augusto: la più lunga iscrizione romana della città, ma incisa nel marmo nemmeno 70 anni fa, è l’unico residuo dell’apparato mussoliniano.

E dentro, l’Ara (come fu assemblata allora, ed oggi, certo non si farebbe) continua a esercitare un fascino assoluto: le due processioni laterali, i pannelli della Tellus, della Dea Roma, d’Enea che sacrifica ai Penati (forse, il meglio preservato), la cella (di cui, invero, poche decorazioni ci restano) godono sicuramente d’immensa capacità evocativa. Gli sbalzi di temperatura, l’inquinamento, mille altri non meno rischiosi pericoli e aggressioni mettevano davvero a repentaglio quest’autentico cimelio di un’epoca remota; ma ora non più.

L’opera di Meier piacerà, o non piacerà? Già ai tempi di Borromini e Bernini, a Roma ci si scannava per le novità; prima di Meier e dell’Auditorium di Renzo Piano, l’architettura contemporanea, nella città dei Papi, era limitata a una pressoché eccezione, chiamata Nervi; ora, sul Tevere s’esercitano quasi tutti i maggiori architetti del mondo: e la città di Augusto e del Barocco mostra che sa convivere con il moderno ed il contemporaneo. Era ora.

Recupero da guinness 
L'Ara Pacis di Augusto non era dove è oggi, ma sotto un palazzo, a via del Corso; prima scoperta nel 1563: lo dice un’incisione del fregio. Nove blocchi di marmo comperati da un cardinale nel 1566; dei festoni sono ancor oggi murati a Villa Medici; altri marmi vanno agli Uffizi o al Louvre. Le torce, nel 1903, illuminano il pannello dei Flamines. Il tutto si recupera nel 1937: per la prima volta in Italia (s’era stato fatto solo nei metro a Mosca e Parigi, per sottopassare la Senna), si congela perfino il terreno, anidride carbonica, -40 gradi. Per scavare salvando il palazzo, lo si puntella con pali di cemento armato, vengono sostituite le fondazioni, 55 tubi di 7 metri formano una paratia lunga 70; in 15 giorni, l’Ara torna alla luce.

 

di Fabio Isman
da Il Messaggero del 22.04.06


Sottopasso e nuova piazza: ecco le prossime tappe. Nei prossimi giorni la gara d’appalto per il rifacimento di parte del Tridente Veltroni: «A maggio concorso architettonico per riqualificare l’area del mausoleo». Pareri diversi fra i visitatori: «Testimonianza moderna nel cuore di Roma».

La nuova Ara Pacis, quella teca di vetro con le pareti di un bianco abbagliante, divide la città: «Bella, bellissima, un nuovo spazio d'avanguardia per questa città», «difficile da mandare giù, troppo forte l’impatto con il resto». Ecco le reazioni dei primi visitatori, in due ore circa 2000, davanti alla trasformazione voluta e pensata dall’architetto Richard Meier. Per molti un colpo di genio, per altri un pugno nello stomaco. Studenti, esperti, visitatori dell’ultima ora, ammiratori e criticoni, la scoperta è grande. Lo spettacolo si ripeterà a partire da domani, tutti i giorni, tranne il lunedì. Ieri il sindaco Walter Veltroni ha spiegato: «Bisogna immaginare l’intera aerea diversa da com’è oggi». A maggio sarà pubblicizzato il concorso architettonico per dare un nuovo volto a piazza Augusto Imperatore.

«Immaginare l’area diversa da come è oggi». Eccolo il problema. Quello che fa della nuova Ara Pacis un edificio ancora “fuori scala”, l’illusione ottica, il colpo d’occhio. Il consiglio è del sindaco Veltroni consapevole che così come è il grande involucro progettato da Richard Meier rischia di sembrare sovradimensionato, smisurato. Da qui l’annuncio: a maggio sarà pubblicato il concorso architettonico per il rifacimento di Piazza Augusto Imperatore.

Veltroni lo ha ripetuto: «Questo luogo, che dà a Roma uno spazio espositivo in più, è parte di un progetto complessivo di riorganizzazione dell'area e del Mausoleo». A partire dalla «pedonalizzazione della zona fino al Tevere» affinché sia «senza auto che passano». E a proposito della riorganizzazione di piazza Augusto Imperatore il sindaco ha ricordato che a giugno si partirà con il project financing per il sottopasso dell'Ara Pacis - 40 milioni di euro, 20 pubblici e 20 privati - e quindi con il relativo parcheggio su tre piani. Il tunnel sarà lungo circa 300 metri fino a lungotevere Arnaldo da Brescia. Una parte dei posteggi, circa un terzo, sarà destinata ai residenti. Le rampe di accesso consentiranno sia l’uscita dal parcheggio multipiano che l’inserimento sul Muro Torto con il collegamento con via Luisa di Savoia.
Nei prossimi giorni il direttore dell’Ufficio Città storica. Gennaro Farina avvierà le procedure di appalto per il rifacimento di Via Condotti, di un tratto di via Ripetta e via del Corso, di Via Tomacelli e via del Babuino.

Il bando del concorso per il rifacimento di Piazza Augusto Imperatore è stato già predisposto dai tecnici del VI Dipartimento. Contiene varie novità. Una prima fase aperta a gruppi di progettazione formati da architetti, archeologi e paesaggisti che verranno scelti anche in base al curriculum. I primi dieci gruppi parteciperanno ad una seconda fase in cui verrà richiesta una microrelazione per affrontare i temi da sempre irrisolti della piazza, già utilizzata oltre che come mausoleo, anche come giardino, arena, corrida, auditorium. Ma il vero tema da svolgere sarà il rapporto con i portici (opera di Morpurgo, l’autore della vecchia teca realizzata nel 1938), quello con via del Corso e con le chiese. L’incrocio tra due sistemi, il lungotevere e la piazza.

In contemporanea - a giugno - andrà avanti anche il progetto del Sottopasso. Quello che più di ogni altra cosa potrà valorizzare forse il nuovo Museo, le sue caratteristiche di trasparenza e il legame col fiume, «quel rapporto - ha detto l’assessore Roberto Morassut - tra antico e moderno che caratterizza il processo di trasformazione di Roma».

Il 22 settembre, in concomitanza con la Notte bianca, si concluderanno i lavori interni. Verrà completato l’Auditorium e la sala multimediale che si svilupperà su tre livelli. Irrisolto è rimasto il problema dello “gnomone” il monolite che si trova al centro della grande scalinata in travertino. L’idea (troppo costosa, a quanto pare) di Meier è inserire una colonna in granito che abbia un diametro (120 centimetri) sufficiente per ricreare le suggestioni originarie. Resta da completare anche la fontana pensata per fare da barriera: l’acqua darà un senso di movimento, scorrerà anche sugli scalini come a Villa d’Este a Tivoli e a Villa Lante. Giochi di luce, giochi di ombre, giochi d’acqua al posto del lento scorrere del traffico.

Il giallo del tir scomparso: l’apertura stava per saltare 
L’inaugurazione della nuova Ara Pacis stava per saltare. Un Tir mai arrivato a destinazione stava per vanificare la corsa contro il tempo, il lavoro degli operai che erano rimasti in cantiere anche nei giorni di Pasqua e Pasquetta. L’automezzo doveva consegnare la scorsa notte gli ultimi materiali. Servivano per completare la pavimentazione in travertino cui è appoggiata la scalinata monumentale. Il Tir doveva arrivare da Tivoli ma se ne sono perse le tracce. È stato necessario farne partire un altro e ricorrere alle scorte di magazzino. Non completare i lavori, sia pure ancora parziali, avrebbe voluto dire annullare l’effetto-luce delle superficie bianche e lasciare il nuovo Museo in una atmosfera da cantiere. Gli operai hanno lavorato per tutta la notte, la gru è stata spostata dall’ingresso solo all’ultimo momento. Ma il giallo del tir scomparso è rimasto.

 

di Claudio Marincola
da Il Messaggero del 22.04.06


Benvenuti all’Ara Pacis il museo che è un cantiere

Ara Pacis atto secondo. Dopo la prima inaugurazione del mausoleo di Augusto lo scorso settembre, il sindaco Veltroni ha replicato ieri mattina. Taglio del nastro, sorrisi per fotografi e telecamere e stretta di mano con l'architetto Richard Meier. Ma anche questa volta i lavori sono tutt'altro che finiti. Decine di operai ancora all'opera, sampietrini smossi e polvere ovunque.

L'Ara Pacis insomma è un cantiere ancora aperto. «La pavimentazione contiamo di finirla entro poche settimane - ha cercato di giustificarsi l'assessore all'Urbanistica Roberto Morassut - sono lavori in più,  finanziati fuori dall'appalto». Pavimento a parte, però, mancano ancora, per completare l'opera, l'auditorium e la fontana. «La chiusura del cantiere è prevista per fine luglio», ha allungato i tempi l'architetto del comune Gennaro Farina. Per Veltroni, invece, non se ne parla prima di settembre. Quando i cittadini romani potranno visitare l'Ara Pacis senza trovarsi tra ruspe e operai con i picconi non è dato sapere. Quel che è certo è che a breve cominceranno nuovi lavori tesi a risistemare totalmente piazza Augusto Imperatore e il lungotevere in Augusta.  «Il 10 maggio pubblicheremo il bando per la riqualificazione della piazza - ha continuato Morassut - a giugno, invece, quello per la realizzazione del sottopasso del lungotevere che riconnetterà il complesso museale con la sponda del fiume». Evidentemente, nonostante le parole di circostanza, anche alla giunta capitolina convince poco il risultato finale del lavoro di Meier. (...) 

di Daniele Petraroli
da Il Giornale del 22.04.06


Veltroni, quanta fretta di tagliare il nastro dello scempio «modernista»

Anche la pletora di assessori, sovrintendenti, riccastri «de sinistra», giornalisti, cineasti e architetti, giunti per compiacere il sindaco di Roma Walter Veltroni, riusciva ieri con difficoltà a fare buon viso di fronte alla «sistemazione» dell'Ara Pacis realizzata dall'architetto americano Richard Meier (costo circa quaranta milioni di euro). Se Veltroni cercava una passerella elettorale tagliando in tutta fretta a cantiere ancora aperto il nastro della «nuova Ara Pacis», è stato male consigliato. Lo scempio architettonico di Meier è infatti colpa della cultura progressista che non ha mai contestato ciò che appariva un fiasco annunciato. L'indicibile puzzonata offusca letteralmente, con tanto di parete muraria simile a cartongesso divisa da vetrate, i nobili monumenti (le due chiese di S. Rocco e S. Gerolamo degli Schiavoni) raccordati ai bastioni alberati del Lungotevere con le buone regole previste negli anni Trenta dall'architetto Vittorio Morpurgo.

Meier è un architetto famoso ma di storia non capisce nulla o non gliene importa nulla.  Anche uno sprovveduto avrebbe potuto prevedere che uno come lui opera con efficacia nei deserti del Texas oppure nei perimetri di metropoli senza stratificazioni di linguaggio e cultura. Il dosaggio delicato tra l'antico e il contemporaneo è impresa non affidabile a tipi così. Tanto più se si ha la malaugurata presunzione di non apprendere dalla tradizione moderna italiana (e soprattutto romana) che nei suoi esempi migliori (da Piacentini, a Libera, a Del Debbio) si è misurata col problema ottenendo risultati finora insuperati.

Il modernismo «antistoricista» è sempre stato una brutta bestia, fin dall'epoca delle famose demolizioni mussoliniane che fecero perdere a Roma l'aura pittoresca degli acquarelli di Roesler Franz. Ma si trattava di rose e fiori al paragone di oggi. Allora gli sventramenti rispondevano ad una idea-forte della città (la «nuova Roma») pensata in coerente accordo del classico e del moderno. Oggi tutto ciò accade nella confusione e nella ignoranza totale del disegno urbano. Se si pensa poi che la nuova Ara Pacis, oltre a soffocare come uno shopping center il complesso dell'Augusteo, esibisce in fronte-strada anche un mosaico del pittore postmoderno Mimmo Paladino in stile «romaneggiante», tutti capiscono a quale pasticcio si è arrivati. Ciò che resta dell'altare di Augusto diventa un pretesto per lo sfogo di «creatività» senza costrutto in un luogo dove è passata nel tempo l'intelligenza compositiva di Pietro Da Cortona (la cupola di San Rocco), di Specchi (autore del Porto di Ripetta), di Sarti (autore dell'Accademia d'Arte),  di Canova (nei pressi il suo studio), del Valadier e poi nel '900 di Vittorio Morpurgo e Ferruccio Ferrazzi (vedi il suo mirabile mosaico dedicato al Dio Tiberino).
E cosa dire di tutti coloro che queste verità conoscono bene (storici, sovrintendenti, architetti, scrittori, professori) ma che hanno preferito «non disturbare il manovratore»?

 

di Duccio Trombadori
da Il Giornale del 22.04.06


Ara Pacis, uno scrigno di polemiche. L’architetto Meier si augura che il "nuovo vestito" di cristallo e travertino sappia trasmettere serenità. Il sindaco Veltroni: «Salvaguardare, ma anche aprirsi al nuovo» - Sgarbi: «Che obbrobrio».

Roma - Nonostante le polemiche, l'architetto Richard Meier si augura che l'Ara Pacis "vestito di nuovo" da una struttura di intonaco, vetro e travertino - presentata ieri - trasmetta un messaggio di serenità e suggerisca ai visitatori una riflessione sulla pace nel mondo. Il monumento in marmo coperto di bassorilievi - uno dei capolavori assoluti dell'antichità - venne dedicato il 9 avanti Cristo dal Senato romano alla celebrazione della Pax Romana instaurata dal primo imperatore. I commenti dei visitatori variano: dal "difficile dal mandar giù" al "bellissimo spazio d'avanguardia". Entrando nel nuovo museo, col passaggio dal bianco dell'intonaco esterno ai toni più caldi del travertino, si ha la sensazione che, nonostante le forti contrapposizioni che hanno accompagnato l'inaugurazione, l'altare augusteo continui a trasmettere serenità, grazie alla sua lineare trasparenza e alla luce del nuovo spazio che lascia fuori inquinamento e fragore del traffico.

Oltre 1500 metri quadri di vetro temperato assicurano la visibilità nel padiglione, di giorno; e di notte la teca illuminata diverrà un punto di riferimento nel centro storico. «A Roma il bello non è solo alle nostre spalle, non c'e una contraddizione insanabile tra passato e futuro», ha detto il sindaco Walter Veltroni, che ha festeggiato il 2759mo Natale di Roma, passando dalla Nuova Fiera di Roma inaugurata nella notte, all'Ara Pacis, al concerto all'Auditorium, nel pomeriggio col Papa e Ciampi. Per il sindaco, l'Ara Pacis come il Marc'Aurelio prima imbrigliato in una stanzetta, e ora esaltato dall'aula vetrata creata da Aymonino, ci insegnano «che il passato si può proteggere solo con interventi di grande tecnologia». «Una grande metropoli - ha proseguito il sindaco - deve salvaguardare la storia e l'archeologia, ma anche essere capace di aprirsi al nuovo. È giusto che si discuta, nessuna opera contemporanea è sopra la critica, ma se non si entra in considerazioni di altre sfere». È stato l'unico velato accenno alle polemiche, alle proposte di trasferire il monumento in periferia, alle bandiere sventolate da An fuori i cancelli del cantiere e all'ultima sortita di Sgarbi che l'ha definita «cesso inverecondo». Dentro la folla delle grandi occasioni: Francesco Rutelli, Renato Nicolini, il direttore della Darc Pio Baldi, la soprintendente archeologica di Ostia Anna Gallina Zevi, giornalisti italiani e stranieri, autorità, archeologi, architetti, amministratori.

Il sindaco ha ringraziato l'architetto Meier per la sua sensibilità, il soprintendente La Rocca ha fatto notare la parete interna del museo tutta in travertino, chiaro riferimento ai palazzi di Morpurgo sulla piazza, la cui immagine è riflessa dalle vetrate. I prossimi passi saranno il bando internazionale del concorso per la sistemazione di piazza Augusto Imperatore e la realizzazione in project financing del sottopasso sul lungotevere. (...)

 

da Il Gazzettino del 22.04.06


Per l’Ara Pacis apertura della discordia

Tra polemiche (...) si è inaugurata ieri l’Ara Pacis, o meglio una parte del Museo dell’Ara Pacis. Sette anni di lavoro, 4mila mq di calcestruzzo, tremila di vetri per infissi, lucernari e facciate, 2300 di travertino, 26mila chili di ponteggi e 300mila chili di acciaio. In media hanno lavorato al giorno novanta operai. Hanno seguito il progetto di Richard Meier, architetto newyorchese che tra i riconoscimenti di tutto il mondo vanta anche una laurea honoris causa della Facoltà di Architettura di Napoli. Per l’altare-simbolo votato dal Senato romano nel 13 a. C. a simboleggiare la pacificazione vittoriosa di Augusto di ritorno dalla Gallia, ha inventato una struttura ariosa e altissima, bianca com’è nel suo stile. È in grado di mantenere all’interno una temperatura costante grazie a vetri temperati e ionizzati, composti da due strati all’interno dei quali circola gas argon. Sotto il pavimento scorre acqua temperata, calda o fredda secondo le condizioni ambientali esterne. Per lui è «il primo vero cambiamento nel cuore della capitale dall’epoca fascista». Contenitore dell’altare augusteo, ma anche auditorium, terrazze sul Mausoleo della vicina piazza Augusto Imperatore, una biblioteca, spazi espositivi per mostre temporanee (completati entro settembre). Tutto in un’ottica di progettazione urbanistica che, tempo 36 mesi, assicura l’assessore Roberto Morassut, prevede la pedonalizzazione dell’intera area compresa la costruzione di un tunnel per canalizzare il traffico del lungotevere ed evitare danneggiamenti causati dalle vibrazioni. Tra i romani, c’è chi storce il naso e chi s’affascina. Mentre Vittorio Sgarbi continua a fare pollice verso. Walter Veltroni, sindaco, non risponde a chi gli chiede commenti sulla provocazione del rivale Gianni Alemanno, candidato di Fi alle prossime amministrative: se vinco la smonto. Dice: «Quando si fanno cose nuove è giusto che si discuta. Pensiamo alle critiche sulla Piramide di vetro del Louvre. Le grandi città sono un intreccio tra necessità di tutela e capacità di creare il nuovo, il bello».

 

di Maria Tiziana Lemme
da Il Mattino del 22.04.06


Battesimo di folla per l’Ara Pacis. Migliaia di visitatori per la grande teca che si specchia nel Tevere.

Un evento l’apertura della nuova grande teca di vetro e pareti bianche che protegge l’Ara Pacis. Lo dimostrano le migliaia di visitatori che ieri, dopo appena ventiquattr’ore dall’inaugurazione del monumento, hanno affollato le sale e la piattaforma del nuovo complesso e hanno scoperto leggendo i pannelli illustrativi quanto ancora ci sarà da fare per ultimare i lavori. Folla di turisti e romani, fin dalle prime ore della mattina, all’ingresso di Lungotevere in Augusta. La fila scorre, lo spettacolo è lì davanti agli occhi di tutti, tra il Tevere e la chiesa di San Rocco.

L’Ara Pacis o Altare della Pace di Augusto fu dedicato nel IX secolo a.C. dal Senato Romano alla celebrazione della pace instaurata da Augusto. Completamente costruito in marmo, famoso per i suoi bassorilievi, l’altare sembrava non aver pace negli ultimi anni vissuti tra cantieri e polemiche per il progetto della nuova Teca dell’architetto Meier. E oggi, sembra ormai lontano quel 4 settembre del 2000 quando l’allora sindaco della capitale, Francesco Rutelli annunciava il progetto di riqualificazione del monumento che rientrava in un più ampio sforzo per l’ammodernamento della città che faceva seguito al Giubileo. «Il successo di visitatori al nuovo complesso museale dell’Ara Pacis, dimostra l’apprezzamento di tutti. Nella giornata di ieri abbiamo già registrato migliaia di visite», ha detto l’assessore capitolino all’urbanistica Roberto Morassut. «Il nuovo complesso - ha aggiunto - si sta imponendo come un nuovo evento urbano attrattore di curiosità e di interesse che consente di restituire al mondo l'altare di Augusto dopo sette anni di lavori».

L’Ara Pacis, si può visitare, dalle 9 alle 19, tutti i giorni tranne il lunedì. Il biglietto d’ingresso costa 6,50 euro e il ridotto 3: per qualunque altra informazione si può consultare il sito www. arapacis. it

 

da Il Messaggero del 23.04.06


«La teca, uno scatolone insulso. L’obelisco? Osceno». Il professor Muratore (Sapienza): la copertura dell’Ara Pacis è un monumento all’ignoranza.

«Devo dire la verità: la teca di Meier è molto più brutta di quanto ci si aspettasse, molto più stupida di quanto si potesse immaginare dal progetto...». Non usa giri di parole Giorgio Muratore, docente di Storia dell'arte e dell'architettura contemporanea all'università La Sapienza, dopo il taglio del nastro del nuovo museo dell'Ara Pacis. «È uno scatolone privo di senso, un'architettura che non c'entra niente col contesto, sbagliata come scala e come linguaggio. Una cosa assolutamente fuori posto». 

  • Professore, lei era presente all'inaugurazione voluta dal sindaco Veltroni?
    «Sì, ed è stata una cosa imbarazzante. Sono stati talmente imprevidenti che non hanno neanche pulito i vetri. Poiché si tratta di una teca di vetro, immaginate cosa significa se i vetri sono già sporchi il giorno dell'inaugurazione... È un monumento all'arroganza e all'ignoranza, decine di miliardi buttati nel cesso, soldi gettati al vento per un edificio inutile e particolarmente insignificante».
  • Tra l'altro l'opera non è ancora stata completata...
    «Ci vuole ancora parecchio tempo perché sia finita. Diciamo che questa è stata una “falsa partenza” elettorale, per tagliare il nastro un mese prima delle amministrative. Ma del resto è una vicenda nata, ai tempi di Francesco Rutelli, all'insegna della politica. Tutti i passaggi, dall'ideazione dell'opera alla demolizione della precedente copertura, guarda caso sono arrivati in coincidenza con qualche appuntamento mediaticamente efficace o con qualche scadenza elettorale. Fino ai giorni nostri. L'archeologia è stata solo un pretesto per costruire un'architettura pubblicitaria».
  • È stata una buona scelta quella di commissionare l'opera senza un concorso pubblico?
    «La trovo una cosa indecente. E poi sarebbe bastato adeguare e rendere efficiente la teca di Morpurgo, che era in sintonia con il resto dell'architettura della piazza. Invece adesso è stato bandito un concorso per adeguare la piazza al nuovo edificio, una cosa paradossale. Inoltre il rapporto con il contesto è assolutamente sbagliato,  la struttura dà fastidio alle preesistenze, non c'è più possibilità di dialogo tra il mausoleo e il fiume a causa di questa barriera insormontabile. Ma il dato più grave e imbarazzante è la presenza dell'obelisco, una delle cose più oscene che si siano mai viste nel centro di Roma, simile ad una pila di barattoli messi uno sull'altro».
  • Almeno è d'accordo con il modo in cui è stata sistemata l'Ara Pacis?
    «Neanche per idea. Tutto l'insieme è una specie di monumento all'errore degli archeologi,  la collocazione è sbagliata. Andrebbe fatta un'operazione scientifica di ricostruzione con uno studio serio dei pezzi. E invece c'è un museo che ospita i pezzi che gli archeologi non sanno dove mettere. Per non parlare dei possibili effetti collaterali: quest'opera ha di fatto sdoganato la grande speculazione nel centro storico, dopo la teca di Meier non è stato possibile dire di no alla costruzione di alberghi ed alberghetti. È stato infranto un antico tabù, tutto questo ha messo in moto appetiti che nessuno sarà in grado purtroppo di fermare».
  • C'è chi vorrebbe «liberare» l'Ara e spostarla altrove...
    «È l'unica proposta sensata. L'Ara Pacis va messa da un'altra parte, e lo spazio lasciato per le convention dei politici romani o per fare della pubblicità a qualche marca di automobili...».
  • Altri invece propongono di smontare la teca di Meier e trasferirla in periferia...
    «Questa proposta non mi vede d'accordo, ormai la teca è un monumento alla stupidità di questi tempi, va conservata a futura memoria per evitare che simili errori siano ripetuti».

 

di Claudia Passa
da Il Giornale del 23.04.06


Folla di visitatori, Cossiga «Un’offesa».

Una folla di romani e turisti ha «assediato» l’Ara Pacis e la nuova teca museo progettata da Richard Meier. Tra loro anche il presidente emerito della Repubblica Francesco Cossiga, che non ha nascosto il suo disappunto: «Sono stato a vedere la sistemazione che si è voluta dare all'Ara Pacis a Roma: può essere che il malessere che poco dopo mi ha colpito sia dovuto a questo spaventoso impatto visivo». «Fortunatamente per lui - ha aggiunto il senatore a vita - l’amico Walter Veltroni ha accumulato tanti meriti come sindaco di Roma, che la realizzazione di questa opera indecente, che suona offesa al gusto ed alla maestà di Roma, può considerarsi ancora non un piccolo ma un grande peccato veniale».

 

dal Corriere della sera del 24.04.06


Meier e l’Ara senza pace

LEGGENDO le polemiche sulla teca disegnata da Richard Meier per l’Ara Pacis mi veniva in mente una puntata - come sempre geniale - dei Simpson. Gli abitanti della città immaginaria di Springfield decidono in assemblea di autorappresentarsi in modo “prestigioso” e così affidano la costruzione dell’auditorium al grande architetto Frank Gehry. Poi però al concerto di inaugurazione abbandonano in massa la sala. Della musica classica non gliene frega niente. E l’auditorium diventa un carcere!

Il restauro di Meier è una straordinaria opera d’avanguardia o uno scempio vergognoso? Ora, chi è legittimato a valutare la qualità “formale” di un’opera architettonica? A chi spetta l’ultima parola? All’esperto? Alla gente comune? All’amministratore? Come in letteratura anche in architettura è imploso qualsiasi “Canone” unitario e autorevole. Conta soltanto una cosa (almeno in democrazia): se la città stessa mostrerà di voler “usare” quella teca, se deciderà di abitarla e di fruirne, di accoglierla nel proprio immaginario e nella propria esperienza quotidiana. O se invece con il tempo la abbandonerà, come l’auditorium dei Simpson, a una malinconica desolazione.

 

di Filippo La Porta
da Il Messaggero del 24.04.06


Ara Pacis «tesoro romano». «Tempi lunghi ma l’Urbe non nacque in un giorno»

«Visto che Roma non fu costruita in un giorno, forse non sorprende che si siano impiegati dieci anni per realizzare un nuovo museo intorno all’Ara Pacis di Cesare Augusto». Non è proprio lusinghiero l’attacco dell’articolo pubblicato ieri mattina sul New York Times a firma Alan Riding dal titolo «Apre la nuova casa per l’Ara Pacis di Richard Meier, un tesoro romano». Ma, nel corso delle righe, l’articolo, lungo, dettagliato e attento, progressivamente addolcisce i toni fino a dare connotati positivi per Roma.

Alan Riding fa la storia dell’Ara Pacis, destina attenzione alle polemiche «politiche» più che architettoniche o culturali della destra intorno al progetto di Richard Meier, a quelle estetiche di Vittorio Sgarbi che hanno accompagnato gli anni della realizzazione del museo.
Tuttavia, non sfugge al giornalista il fatto che l’Ara Pacis da monumento dimenticato sia diventato oggi meta turistica anche per gli stessi romani, nell’ambito di una modernizzazione della capitale che, da qui a pochi anni, vanterà le firme di Santiago Calatrava, Zaha Hadid, oltre a quelle già acquisite di Renzo Piano e, appunto, di Richard Meier, sotto a numerose iniziative urbanistiche.

L’articolo non poteva che chiudersi con una dichiarazione del sindaco Walter Veltroni che sottolinea «la doppia identità di Roma», una città che va da Bernini e Michelangelo a Giulio Cesare e Meier: «non c’è nessuna contraddizione tra la bellezza del passato e la bellezza del presente». Un patrimonio che Veltroni intende proteggere.

 

dal Corriere della sera del 25.04.06


L’Ara Pacis sul “New York Times”

Il New York Times saluta il nuovo museo dell’Ara Pacis definendolo «uno scintillante bianco palazzo modernista» e ricordando che non è piaciuto a tutti. Al giornalista Alan Riding, l’architetto Richard Meier spiega che il progetto originario era di costruire qualcosa per proteggere l’Ara Pacis. «Poi, mi hanno detto che volevano anche un auditorium, spazi espositivi, uffici ecc. È diventato qualcosa di diverso». Meier si dice comunque convinto che alla fine piacerà ai romani.

 

da Il Messaggero del 25.04.06


LA TECA DI MEIER CELEBRATA NEGLI USA

ROMA, «una città dove si può andare da Bernini a Michelangelo, a Giulio Cesare, a Richard Meier, questo è quello che vogliamo proteggere: la sua doppia identità, dove non c’è contraddizione tra la bellezza del passato e la bellezza del presente». Parole del sindaco Walter Veltroni, con le quali si conclude un articolo del prestigioso New York Times dedicato all’apertura del nuovo allestimento dell’Ara Pacis, inaugurato il 21 aprile scorso alla presenza dall’architetto Usa Richard Meier. «C’è stata molta soddisfazione - scrive il NY Times - ma alcuni turisti non sono stati felici che l’entrata del museo abbia nascosto l’accesso alla facciata di due chiese adiacenti, quella di San Rocco e quella di San Girolamo dei Croati. La controversia che ha accompagnato il progetto, la costruzione e l’inaugurazione del museo ha coinvolto politici e estetici. Per esempio, venerdì, giorno dell’inaugurazione, 40 membri della destra estrema, con bandiere e cori, hanno protestato per l’apertura della cerimonia. Cinque anni addietro, prima delle elezioni - aggiunge la testata statunitense - Vittorio Sgarbi, che avrebbe ricoperto il ruolo di viceministro della Cultura nel Governo Berlusconi, si oppose al progetto del museo. La sua protesta contribuì a ritardare i lavori della costruzione. Sgarbi, in seguito lascio l’incarico ma è tornato a dire che "è il più brutto monumento costruito a Roma"».

«Meier - conclude il New York Times - che tre anni fa costruì una moderna chiesa nella periferia di Roma, ha detto che confida molto nel fatto che il nuovo museo verrà pienamente accettato. "C’è stata una notevole differenza da quello che era il vecchio museo - ha detto - si vede che la città comincia ad avere un differente modo di concepire le nuove costruzionì. Certamente Veltroni non potrebbe essere più felice, non ultimo per il fatto di aver visto questo "meraviglioso lavoro", come lui stesso lo ha definito, che è precursore di un più ambizioso piano di modernizzazione della città. Infatti molto è già stato fatto: il Parco della Musica di Renzo Piano è adesso applaudito da tutti, e ancora un altro grande nome dell’architettura, Zaha Hadid, sta costruendo il museo di arte contemporanea Maxxi».

 

di Francesca Mariani
da Il Tempo del 25.04.06


L'ARA PACIS ALLO SGUARDO DI UN ARCHEOLOGO. Un ego smisurato a svantaggio del monumento.

Nelle polemiche che hanno accompagnato il nuovo museo dell'Ara Pacis (la più scriteriata è quella del candidato a sindaco di Roma Gianni Alemanno, il quale vorrebbe spostare il nuovo edificio in periferia) ciò che rischia di restare nell'ombra è proprio l'altare decretato dal Senato di Roma nel 13 a.C. e inaugurato nel 9 in onore di Augusto. Finora l'attenzione è stata polarizzata dall'edificio di Richard Meier e dal suo impatto sulla piazza, ma poco ci si è chiesti se il museo abbia assolto la sua funzione primaria: cioè l'esposizione adeguata del monumento, in confronto alla precedente sistemazione. Siamo informati del fatto che la teca di Ballio Morpurgo era ormai inadeguata e quindi era necessario trovare una nuova soluzione per il monumento. Ci si chiede, una volta stabilito di rimuovere il vecchio edificio, perché mantenere l'altare nello stesso posto e non musealizzarlo altrove?

La decisione di ricomporre i frammenti dell'altare accanto al Mausoleo di Augusto era - e rimane - arbitraria, dato che essi furono ritrovati altrove, nelle fondazioni di un palazzo a fronte della chiesa di S. Lorenzo in Lucina. Tuttavia, decidendo di fare rimanere l'altare laddove era stata collocata nel 1938, sarebbe stato saggio prevedere un concorso architettonico - che fin da allora comprendesse tutta la piazza - invece di imporre il nome di Richard Meier. A ben guardare, dietro quella decisione sembra esserci un atto di provincialismo culturale che ha condotto a ritenere adeguato al compito un architetto all'apice della fama, dopo il completamento del gigantesco complesso espositivo del Getty Center. Se questo è stato il criterio, la committenza poteva investire anche altri, a partire da Frank Gehry, che avrebbe collocato una delle sue architettura decostruttiviste sulle rive del Tevere: in fondo meglio la provocazione che l'inadeguatezza.

L'edificio di Meier non è sgradevole di per sé: il nitore delle pareti, i suoi angoli taglienti, la combinazione del travertino con il vetro sono il risultato di un disegno elegante e pulito, seppur con delle cadute di tono, come l'inserimento della parete in travertino scabro, sul lato del Lungotevere; sembra bugnato, ma il bugnato ha negli edifici una sua funzione visiva e strutturale, mentre qui sembra un vezzo, dunque stona. Ma le critiche maggiori riguardano il contesto e la funzionalità: la teca precedente era modesta e non invasiva, mentre l'edificio di Meier sembra una nave spaziale posatasi su una terra straniera, che fa violenza all'eleganza della Chiesa di San Rocco, frutto di un moderato intervento urbanistico di Valadier. Ma anche il dialogo con il resto della piazza, tutt'altro che ispirata alla moderazione, resta difficile da immaginare. All'interno la sensazione non muta: certo le vetrate sono ampie, e belle le vedute su entrambi i lati, tanto sui resti della tomba di Augusto quanto sul viale alberato del Lungotevere. Ma cosa ne ha guadagnato il monumento per cui questo ingombrante edificio è stato edificato? Francamente non molto.

Eliminate le pedane laterali, la processione del fregio superiore risulta meno visibile di un tempo e tutto l'altare appare come schiacciato sotto il peso di pesanti lacunari, collocato com'è al centro di una architettura che immiserisce l'oggetto esposto richiamando, piuttosto, l'attenzione su stesso. L'edificio non è ancora completo ma dubito che la fontana prevista cambierà di molto l'impatto urbanistico, né credo che tutte le facilities previste negli interni aiutino molto la fruizione del monumento. Ancora una volta - come succede nella maggior parte degli esempi di architettura museale - il contenitore prevale sul contenuto, e l'architetto dimentica che bisognerebbe partire dall'oggetto da esporre piuttosto che dal proprio ego. In definitiva, il problema del nuovo museo è un problema di contesto. A Tor Tre Teste, infatti, nella periferia est di Roma, Meier ha realizzato una bellissima chiesa, connotata da tre vele; l'edificio si inserisce in un luogo di non-architettura, dominato da una edilizia periferica priva di carattere, e contribuisce a riqualificarlo.

Piazza Augusto Imperatore è dotata di una stratificazione architettonica che avrebbe richiesto un intervento più rispettoso del suo polimorfism. Lasciando l'edificio di Meier mi sono girato più volte verso l'ingresso, cercando di comprendere che cosa mi ricordassero quelle superfici candide, quelle linee nette, quelle colonne (la citazione dozzinale, all'ingresso, dovrebbe richiamare lo gnomone dell'orologio augusteo), quel vetro del museo: e ciò che mi è venuto in mente è la razionalità dell'architettura di Le Corbusier, le ville californiane dipinte nei quadri di David Hockney, forse per tutto quel bianco, così estraneo ai colori di Roma.

 

di Marcello Barbanera
da Il Manifesto del 25.04.06

 

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Commenti

25/05/2006 15.58: Bello ma fuori contesto.
Non vedo come possa conciliarsi un'opera, di per bella, ma fuori contesto tra palazzi rinascimentali e chiese barocche.
Giustino TASSI

05/06/2006 16.38: occasioni perse
Mettevo un pò in ordine la libreria del mio studio e, nell'operazione, sfogliavo con affetto vecchi testi. Mi capita un vecchio catalogo del concorso per il completamento della Camera dei Deputati.....Quaroni, Samonà, Aymonino, Dardi! Ecco lì rappresentato il modo giusto per far colloquiare antico e moderno nel centro storico... e invece non se ne fece nulla!! A questo punto mi metto a ricordare il caso di Venezia: progetto di F. LL. Wright con richiamo alla decorazione bizantina...bocciato!, progetto di L. Kahn per il Palazzo dei Congressi con richiamo alle cupole di S. Marco...bocciato! progetto di Le Corbu per l'Ospedale con richiamo al sistema dei canali...bocciato! Invece arriva questo Meier e questo Rutelli e un fabbricato che non richiama nulla viene acettato e ineluttabilmente costruito. Qualcuno si lamenta dei restauri con intonaci celestrini color "dell'aria" e accettiamo supinamente questo biancore californiano!?. E poi, avete provato a battere con le nocche il portale d'ingresso? Carton gesso! puro carton gesso!
sergio marzetti

22/06/2006 16.23: Anche i grandi sbagliano ??!!!
Progetto bello.... quasi da copertina! Andrebbe bene in mille altri posti.... ma non lì !! peccato !! il grande maestro ha preso un abbaglio ...o forse non è mai venuto sul posto per rendersi conto del contesto e dell'Oggetto ! ...o forse l'abbaglio l'hanno preso i sedicenti esperti che l'hanno approvato!!!!
Francesco Sorrentino

17/07/2006 16.11: correggiamo almeno qualche dettaglio!
Tra gli elementi architettonici più strani del progetto di Meier c'é la bianca e liscia colonna (é uno degli elementi più aderenti allo stile mussoliniano della piazza!) chiamata (e a me sembra una bella presa in giro!) incongruamente "obelisco" dall'architetto losangelegno. Vogliamo almeno sostituire questo elemento passatista con un elemento di più moderna sensibilità come una delle sculture di Arnaldo Pomodoro che l'Artista chiama giustamente "colonne"? Chiediamo allo scultore di ricreare almeno un multiplo che abbia le specifiche geometriche volute dal progettista (diametro un metro, altezza ecc. ecc...). Contento il progettista, contento l'Artista, contenti noi, contenti tutti!
sergio marzetti

27/09/2006 22.26: ...a me piace!
...e invece a me piace! finalmente dal lungotevere si riesce a vedere l'ara...tu passi con la macchina, guardi sulla destra e vedi questo monumento comparire nel ventre della teca, protetto eppure visibile! E poi, se non altro, questo intervento ha riportato la gente a piazza Augusto Imperatore!
marco

06/10/2006 17.48: ai romani piace la polemica
Incuriosita più che mai da ogni sorta di polemica, mi sono avvicinata all'opera di Meier in modo critico e prudente. Invece l'esperienza della visita all'Ara Pacis è stata sensorialmente piacevole : i volumi puri accompagnano in modo discreto e silenzioso il visitatore, che si trova immerso in una luce bianca pacatamente diffusa. Il bianco delle superfici stacca ed esalta il color marmo-crema dell'altare, mentre , entrando, il colore del muro in marmo sbozzato lo ricorda. Mi sembra che questi effetti di luci e ombre siano decisamente indovinati; l'aspetto esterno sicuramente poteva essere curato in un milione di altri modi,perchè ognuno nella propria testa ha la propria idea di estetica, ma funzionalemnte è appropriato : la scalinata d'ingresso, la vasca con l'acqua, le ampie vetrate dalla parte del Lungo Tevere, sono tutti artifici architettonici volti alla ricucitura di diverse zone e quote che prima erano state dimenticate, ed invece ora sono nuovamente ( e piacevolmente) parte della città . Forse a volte parlare è più facile che pensare...A.S.
A.S.

11/10/2006 13.55: pensare, appunto!
Faccio seguito al commento del signor AS:non è vero che ai romani piace la polemica...magari così fosse,forse ci risparmieremmo ore passate nel traffico,cumuli di immondizie ai bordi delle strade...e brutture architettoniche che ormai in maniera pacifica degradano ancor di più le nostre periferie.Dice Lei:"parlare è più facile che pensare".Mi permetta di replicare evidenziando che trattasi di una questione "estetica",dove la comprensione sentimentale dell'oggeto prevale su ogni più pura forma di attegiamento razionale.Non contesto le Sue sensazioni circa la funzionalità del contenitore... ma per quel che mi riguarda l'unica sensazione che il mostro mi trasmette è rabbia! Ergo la mia campagna per rinsanire il "popolo" sullo scempio commesso. E' evidente che tratto delle opinioni basate su sensazioni personali... ma per carità, dire che non sono ragionate solo perchè diverse mi sembra quantomeno limitante. L'atteggiamento culturale del "o la pensi come me o sei un cretino, peggiò un deliquente" viene apostrofato dalla compianta Oriana Fallici ad una certa area culturale politica. Non entro nel merito, ma auspico che un sereno confronto sulle criticità che tale contenitore ha certamente provocato debba essere necessaria all'ordine del giorno.Purtroppo invece, la muta rassegnazione del romano ad ogni tipo di sventura è talmente evidente che non è più nemmeno in grado di manifestare il proprio disaccordo o, quanto meno, le propria incertezza. Non è un problema di "polemica" ma al contrario di "mutismo rassegnato". Ed eccomi qui, unico bambino a giradare che il Re è Nudo (vedi precedente commento) nella più totale indifferenza dei più. Certo...concordo che è la mia personalissima opinione..alla quale ovviamnete cerco di fare legittimamente più proselitismo possibilie(e guai se non fosse così)ma veder criticata la stessa come un "non pensiero" non lo posso accettare. Lei è di un parere diverso dal mio...viva Dio ne son contento, ma ricordiamo del rispetto delle idee altrui
Antani Volanti

vedi anche:

Non c'è pace per l'Ara Pacis

Oggi l'inaugurazione

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La nuova Ara Pacis s'affaccia sul futuro

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La riscoperta dell'Ara Pacis

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Ara Pacis, inaugurazione il 23 settembre

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Ara Pacis, una piazza sul Tevere

L'inaugurazione complessiva il 21 aprile 2006


data pubblicazione: mercoledì 26 aprile 2006
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