Architetti date bellezza alla città

Un appello, non solo, per Palermo...

LE IDEE - Cari architetti dateci bellezza. La città ha bisogno di posteggi, case scuole e marciapiedi ma anche di estetica.

Forse gli architetti, che nessuno qui sa in realtà di cosa si occupino, si dovrebbero ri-prendere il ruolo di "garanti" degli spazi della città e della qualità delle loro trasformazioni. Tra consulenze tecniche per banche e tribunali, costretti, per la maggior parte, a fare per sopravvivere o, nel migliore dei casi, tra progetti gratuiti per parenti e amici e partecipazioni a concorsi senza esito, si dovrebbero fare avanti, chiedendo che gli venga riconosciuta la loro specifica sensibilità e formazione (in verità presente non in tutti) per manifestare a pieno titolo contro l'attuale "fisicità" di Palermo e proporre eventuali soluzioni.

Se questo avvenisse, produrrebbe due effetti positivi. Una grande forza di pensiero critico e creativo a servizio della città e una possibilità per la categoria di riscattarsi da quella frustrante condizione di "inutilità" in cui giace da anni per mancanza di richiesta del suo lavoro: la necessità di spazi con qualità espressive.

Una drammatica assenza che a Palermo ha costretto gli architetti a restare in panchina e a veder giocare una partita, la "loro", a chi, senza cognizione di causa e alcuno scrupolo, ha ab-usato dello spazio della collettività, quello urbano.

E allora sarebbe una vera e propria "resurrezione" quella dell'architettura a Palermo, sepolta prima dai bombardamenti, poi dalla ricostruzione e dall'espansione selvaggia e poi, ancora peggio, da una diffusa "ignoranza" in tema di spazio e delle sue relazioni con l'uomo; riportata in vita occasionalmente da qualche meritevole intervento, ma prontamente ri-seppellita. Una sorta di miracolo, pensare e operare in termini di qualità dello spazio a Palermo, di luoghi che rendono "migliore" la vita di chi li abita, dare risposta a ciò che, l'architetto americano Louis Kahn chiamava «alte aspirazioni dell'uomo», per cui l'architettura ha motivo di esistere. Prima tra tutte l'esigenza di "bellezza", non come optional, come lusso per una élite, ma come componente essenziale della vita di tutti, in quanto "utile". Mezzo di piacere, emozioni, benessere ma soprattutto di conoscenza. Un modo di conoscere fatto di segni, immagini, simboli, forme su cui chiunque e a proprio modo, per le "sintesi" che questi medium producono, può trovare riflesso qualcosa che gli appartiene. E soprattutto facendo "esperienza" diretta della cosa.

Sì, è vero, la città ha bisogno di posteggi e marciapiedi, case, scuole e ospedali, ma anche di queste altre componenti per chi le ricerca. La città, del resto, «non è un singolo stato evolutivo, un singolo movimento, ma l'accumulazione di vari stati: realtà, azioni ed esperienze simultanee» (Manuel Gausa) e quindi, come fenomeno complesso costituito da compresenze, deve cercare di dare risposte positive a tutti coloro che vi abitano. E comunque anche i marciapiedi e i posteggi possono essere pensati in termini di architettura.

Il messaggio lanciato nel secolo scorso da uno dei filosofi più vicini alle questioni dell'architettura, Martin Heidegger, del quale ancora condividiamo ed esploriamo le istanze, «è il poetare che, in primissimo luogo, rende l'abitare un abitare», è oggi, e qui, più che mai attuale. L'architettura e l'arte, poiché producono "poeticità", sono un mezzo per un vero abitare. E l'intera città può essere considerata un fatto di arte se riconosciamo la dimensione estetica insita inevitabilmente in tutti i suoi fenomeni.

Gli architetti, che dovrebbero "vedere" dove altri "non vedono", sono gli unici, in questo momento particolare per Palermo, che possano promuovere una cultura dello spazio, dell´architettura, della contemporaneità che possa ri-educare la città a queste alte aspirazioni e produrre effetti positivi nelle auspicate "illuminate" amministrazioni.

E a chi obietta che a Palermo, prima di pre-occuparsi di bellezza, ci sono altri problemi da risolvere, sociali, morali, etici, di giustizia, sicurezza, si può semplicemente dire di non tenere separati il buono, il giusto, il bello e il vero perché, come ci hanno insegnato i greci, in ognuno di essi sono contenuti gli altri.

 

di Fabio Alfano
da La Repubblica del 01.05.07

 

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Commenti

14/05/2007 07:33: ovvero delle competenze
E' uno scritto bello, vero e necessario, ma ricordo che pochi anni fà , un noto fotografo per aver denunciato, proprio dalle colonne de - La Repubblica-, la bruttezza del nostro panorama urbano, dalle Alpi alla Sicilia, devastato da progettucoli di geometri e similia, fu querelato dai loro organi rappresentativi, multato per 200 milioni, e costretto a rettificare. Ebbene una delle possibili letture di queste belle parole di Alfano, e delle sue citazioni, è il, problema del "chi fa che cosa", perchè in Italia tutti progettano tutto, con o senza competenze. La scomparsa dei concorsi, avvenuta nella seconda metà del secolo appena trascorso, il mercimonio degli incarichi gestito da una classe politica incopatibile con la meritocrazia, e poi l'abusivismo, hanno fatto il resto.
Clemente Baccarini

vedi anche:

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...bisogna continuare a volare alto


data pubblicazione: domenica 13 maggio 2007
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