Introduzione su "DIS-Ordine Professionale"

dell'arch. Amedeo Schiattarella - Riforma professioni

Convegno organizzato dall’Ordine degli Architetti P.P.C. di Roma
DIS-ORDINE PROFESSIONALE - DIALOGO CON GLI ARCHITETTI ROMANI
Casa dell’Architettura – Roma, 20 giugno 2007

 

SINTESI DELL’INTERVENTO DEL PRESIDENTE AMEDEO SCHIATTARELLA

L’Ordine degli Architetti di Roma ha promosso questo convegno per confrontarsi con il mondo della politica su un tema di grande rilevanza economica e sociale, ma anche per segnalare la condizione di grande disagio in cui versa la categoria.

La classe politica deve assumersi pienamente il proprio ruolo e le proprie responsabilità e, coraggiosamente, mettere mano ad una vera riforma delle professioni o altrimenti è meglio abrogare gli Ordini Professionali.

Appare in tutta la sua evidenza che è molto difficile, per un presidente di un Ordine professionale come il nostro, con i suoi 15000 iscritti, fare queste affermazioni, ma sento che, responsabilmente, non  è il momento né per tatticismi né per giri di parole.

Noi crediamo naturalmente nel ruolo centrale della politica, cui non intendiamo in alcun modo sostituirci, che ha la responsabilità di governare e fare scelte che orientano le strategie del paese, ma crediamo anche nella necessità di attivare processi di concertazione che consentano ai cittadini, alle associazioni, ai sindacati, alle categorie economiche e sociali di trovare spazi di interlocuzione per poter esporre le proprie opinioni e le proprie posizioni.

Crediamo, infine, che la concertazione abbia un senso reale se chi va a parlare a nome di parti significative della società ha effettivamente delega per farlo avendo, a sua volta, fatto discendere le proprie opinioni da una larga condivisione delle proposte avanzate mediante la partecipazione attiva e consapevole di tutta la categoria in tutte le sue articolazioni.

E’ per questo che noi non ci riconosciamo, oggi, nelle scelte che sta operando il Comitato Unitario delle Professioni a livello nazionale.
Non le condividiamo perché non siamo d’accordo su parti non secondarie dei contenuti, riteniamo quanto meno improprio il metodo utilizzato per definire gli obbiettivi e politicamente inopportune le forme scelte per raggiungerli.

Per questo noi non raccoglieremo le firme per sostenere il disegno di legge di iniziativa popolare per la riforma delle professioni promosso dal Cup.

Il primo motivo di disaccordo è nel merito dei contenuti.

Non ci piace una politica che rappresenta una difesa acritica dello stato attuale.
Il mondo delle professioni sta cambiando anzi è già cambiato e noi abbiamo l’obbligo di comprendere che fare una politica che tenda ad una difesa strenua di alcuni modi di essere del nostro attuale sistema non solo è un errore grave, ma costituisce un danno per le nostre potenzialità di sviluppo.

In tutta l’architettura del testo della proposta di legge del Cup traspare un interesse prevalente per la regolamentazione del sistema ordinamentale che è tutta tesa a definire la netta separazione tra il sistema ordinistico e quello associativo, a costruire una organizzazione fortemente accentrata di tipo piramidale fondata su una ripartizione dei ruoli che tendono a decrescere secondo le pertinenze territoriali, a rivendicare per il mondo ordinistico un vero e proprio potere di rappresentanza.

E’ questa dunque la riforma delle professioni rivendicata dagli ordini?

E’ questa la svolta auspicabile per consentire allo straordinario potenziale culturale ed economico rappresentato dal mondo delle professioni di contribuire alla crescita complessiva del Sistema Italia?

A noi sembra piuttosto un modo per non cambiare molto se non nel senso di rafforzare i poteri centrali e conferire qua e là qualche possibilità in più al sistema ordinistico.

La riforma deve avere ben altro respiro e deve guardare in via prioritaria agli interessi prevalenti del Paese ed a valorizzare la cultura professionale, e solo in via subordinata a porsi il problema della riforma degli Ordini.

Dovendo comunque limitarci ad esaminare il solo problema della riforma degli ordini ci sono molte cose che non ci convincono nella proposta del Cup.

Se riteniamo (e noi ne siamo profondamente convinti) che un sistema ordinistico profondamente riformato ha ancora un ruolo nel futuro delle professioni non si possono ignorare alcune questioni di fondo.

La realtà professionale in Italia e nel mondo è organizzata in modo articolato e complesso seguendo logiche anche molto diversificate tra di loro: In Italia sono presenti ed attive associazioni professionali di diversa natura e sindacati professionali che rappresentano uno spaccato della realtà di cui non solo bisogna tenere conto, ma che costituiscono una risorsa fondamentale per il sistema democratico. Non dobbiamo dimenticare che gli ordini hanno natura pubblica e la condizione di iscrizione è un obbligo per tutti i professionisti. Questo implica necessariamente che gli ordini non possono avere un potere di rappresentanza visto che il loro ruolo non è quello di difendere (contrariamente a quanto credono erroneamente molti iscritti) i professionisti, quanto piuttosto quello di essere posti proprio in conseguenza della loro natura pubblica a tutela degli interessi generali della comunità.   

Ognuno deve fare pienamente la sua parte senza commistioni o sovrapposizione dei ruoli: ai sindacati ed alle associazioni quello di rappresentare, agli ordini quello di garantire (e non ci sembra compito di poco conto).

Questo, quindi significa auspicare il sistema duale anche per le professioni con attività riservate.

Abbiamo detto che crediamo nel ruolo pubblico del sistema ordinistico e della sua funzione di garante degli interessi generali del paese; questo implica che il mondo ordinistico sia pronto a rivedere non solo il numero degli ordini, ma anche a pensare seriamente ad alcuni accorpamenti che oggi appaiono quasi obbligati (Architetti ed ingegneri edili ad esempio). Al di là delle dichiarazioni non riteniamo credibile che tra i 29 consigli nazionali che hanno controfirmato la proposta Cup ce ne sia uno solo disposto a fare un passo indietro e a rinunciare alla propria natura ordinistica. 

La definizione del modello e del suo funzionamento è un dato centrale della riforma degli aspetti ordinamentali della auspicata riforma ed è strettamente connessa all’esercizio dei diritti democratici e del trasferimento di deleghe: vogliamo premettere che riteniamo necessario ed opportuno che esista un organismo che abbia una funzione di raccordo ed un forte potere di interlocuzione verso l’esterno, ma un sistema democratico e soprattutto l’interesse generale impongono che questo potere derivi da un trasferimento progressivo di deleghe e sia il frutto un sistema ordinamentale interno che garantisca la piena attuazione di un sistema democratico.

Di tutto questo nella proposta del Cup che pure è molto attenta agli aspetti ordinamentali, non c’è traccia.

Esiste un secondo motivo per cui non siamo d’accordo sui contenuti del testo CUP ed è di carattere metodologico.

Ho detto che noi crediamo nella concertazione che non è solo quella tra classe politica  e società civile, ma è anche quella che si deve svolgere all’interno di una realtà professionale quale quella degli architetti.

Il testo della proposta CUP noi lo abbiamo ricevuto già confezionato quasi in contemporanea con la richiesta di organizzare la raccolta delle firme.

Ho dichiarato, durante l’Assemblea dei Presidenti di Parma che saremmo stati disponibili in nome delle regole della democrazia a sostenere iniziative, che pur vedendoci in disaccordo, fossero state oggetto di una discussione approfondita all’interno della categoria e avessero avuto il consenso di una maggioranza.

Nel nostro caso oltre a non condividere molti dei contenuti della proposta non ci sentiamo vincolati in alcun modo a difendere posizioni che non sono state neanche poste all’ordine del giorno se non per comunicarcele. Crediamo nel valore fondamentale della unità quando è il risultato di un processo di condivisione e non quando è una condizione a priori.

C’è un terzo motivo di disaccordo ed è strettamente connesso con l’opportunità politica.

Con un’azione sciagurata questo governo ci ha costretti su un terreno di confronto su cui noi non avremmo voluto scendere!

Hanno attaccato la categoria professionale sulle parcelle e ci hanno descritto come un mondo di evasori fiscali, un mondo in cui, sostanzialmente, gli interessi di casta sono superiori a quelli generali della società italiana e gli Ordini sono stati descritti come l’espressione più tipica di tale realtà!

Noi rifiutiamo categoricamente questa etichetta che non ci appartiene perché molti ordini italiani hanno improntato la loro azione nella consapevolezza di dover tutelare gli interessi della comunità prima ancora di quelli dei propri iscritti!

Non ci piace quindi questo tipo di provocazione perché ci porta a discutere su un piano completamente sbagliato ed in una posizione difensiva. Di fronte a questa dimostrazione di mancanza di conoscenza del mondo professionale da parte del governo la risposta che dobbiamo dare in quanto Ordini professionali è quello di alzare il livello del confronto e non di arroccarci in una posizione di difesa formulando un testo di legge autoreferenziale e chiedendo alla cittadinanza di prendere posizione a nostro favore attraverso una campagna di raccolta di firme. L’accusa di corporativismo sembra essere sufficientemente suffragata da una scelta del genere ed il sospetto della gente nei nostri confronti certamente non diminuirà. Si tratta di un errore politico.

Noi riteniamo si debba guardare alla riforma in modo diametralmente opposto ponendo al centro la riforma delle professioni e non quello del sistema ordinistico che dovrà essere regolamentato in funzione degli obbiettivi da raggiungere.

Noi agiamo in un settore strategico della economia e la nostra attività rappresenta per il Paese una risorsa, ma questo sistema professionale deve essere messo in condizione di sviluppare appieno il proprio potenziale come accade in tutte le nazioni a sviluppo avanzato. Questo implica una disponibilità piena a voler rivedere i meccanismi e le logiche dell’esercizio professionale in Italia in funzione di quella globalizzazione che oramai è divenuta lo scenario necessario per definire qualunque strategia di trasformazione che voglia avere un minimo di prospettiva.

Verificata la disponibilità dimostrata dal Governo a voler ridiscutere la bozza Mastella, noi abbiamo l’obbligo di cogliere questa opportunità di rinnovamento per riallineare il potenziale professionale italiano a quello degli altri paesi.

Dobbiamo farlo, però, senza commettere errori che potrebbero vanificare le possibilità reali di ottenere una riforma efficace.

Il mondo professionale non rappresenta un unicum riconducibile ad una matrice unica.
I settori di attività sono profondamente diversi tra di loro e non soltanto per meccanismi di tipo professionale, ma anche perché è diverso il credito ed il ruolo sociale delle singole professioni così come sono molto differenti le redditualità che riescono a produrre.

Non è un caso che i Ragionieri abbiano rivendicato una loro completa autonomia rispetto alle posizioni del Cup e che gli avvocati abbiano accennato alla possibilità di stralciare la loro posizione.

In realtà l’unione in questo caso potrebbe rappresentare una condizione penalizzante anziché, come apparrebbe logico, una risorsa.

La nostra principale preoccupazione è comunque quella che lo stesso mondo professionale non abbia in mente un progetto per il nostro futuro, né a breve né a lungo termine. Siamo noi, infatti, a dover avanzare le nostre riflessioni al mondo della politica e siamo noi a dover fornire i dati che ci riguardano e siamo sempre noi a dover indicare gli obiettivi da raggiungere e gli strumenti da utilizzare. La nostra mancanza di elaborazione indica in modo evidente i limiti operativi e politici dei nostri organismi e, quando lo facciamo, ci occupiamo di questioni regolamentari che guardano ai problemi interni all’Italia anziché collocarle nell’ambito degli scenari internazionali che oggi rappresentano un riferimento obbligato per ogni attività di governo.

Abbiamo ospitato all’Ordine degli Architetti di Roma 15 giorni fa il Ministro della pianificazione  cinese che è anche Viceministro delle costruzioni, l’On. Qiu Baoxing, che ci indicava i loro programmi di sviluppo che prevedono  nei prossimi 50 anni la costruzione ex novo di “due New York all’anno!”  con uno spostamento di popolazione di circa 500 milioni di persone, chiedendoci ragione della assenza degli architetti italiani, con sporadiche eccezioni, in operazioni di questa rilevanza.

Di fronte ad un fatto epocale di dimensioni senza precedenti dal punto di vista economico e sociale, noi ci stiamo ancora preoccupando se il sistema debba o non debba essere duale, se le associazioni possano avere un riconoscimento nell’ambito delle attività riservate o, ancora, di calibrare con il bilancino i rapporti di forza all’interno del sistema nazionale!

La sfiducia nei nostri confronti appare ampiamente giustificata dalla nostra incapacità di capire il momento storico che stiamo vivendo e le opportunità che ci si stanno presentando.

Noi dobbiamo, in qualche modo, comprendere che se vogliamo veramente avere una prospettiva dobbiamo cambiare completamente l’ottica con cui guardiamo al problema.

Ad evitare equivoci vogliamo precisare che noi abbiamo fiducia nel sistema ordinistico perché crediamo nel valore etico della professione, ma crediamo anche che per gli ordini si debba trovare un ruolo profondamente diverso, sempre più attento alla sua funzione di servizio e di garanzia (authority?) ed è proprio questo lo sforzo che stiamo facendo all’Ordine degli Architetti di Roma sperimentando nuovi modi di funzionamento al servizio della comunità (Casa dell’Architettura,…), ma laddove riscontrassimo che il sistema ordinistico rappresenta il problema che impedisce al sistema professionale italiano di concorrere alla pari con quello degli altri paesi, noi preferiamo che si passi ad altre forme organizzative!

I pochi dati in nostro possesso (sempre fonte Wonderland) ci dicono che il nostro settore professionale ha un bassissimo livello di competitività.

Crediamo veramente che la proposta del Cup possa cambiare anche se in minima parte la situazione attuale o non bisogna rivedere completamente la logica con cui ci stiamo muovendo?

Come intendiamo cercare di recuperare il nostro ritardo e di ricollocarci nel mondo gobalizzato della progettazione e, di conseguenza, esiste un progetto per le professioni, quale è il futuro a cui stiamo lavorando? Queste sono domande che debbono essere poste alle forze politiche, ma anche, e soprattutto, a noi stessi. A fronte di una strategia e di una serie definita di obbiettivi per ridare slancio alla nostra professione, la questione dei minimi di tariffa che pure ha reso incandescente il clima politico, tornerebbe, se si esclude il settore delle opere pubbliche per le quali il rapporto tra livelli prestazionali e costi deve garantire la qualità professionale a tutela degli interessi generali (è possibile ammettere l’affidamento di incarichi con lo sconto del 70% sulle parcelle per la sicurezza?), ad essere un fatto secondario.

Vogliamo allora parlare seriamente delle priorità che noi ci dobbiamo dare?

Il primo obbiettivo è legato al tema della internazionalizzazione della professione che non è solo legato alla necessità di recuperare fette di mercato, ma implica l’obbligo di rivedere non tanto i contenuti quanto piuttosto i modi e le forme di esercitare la professione.

Siamo convinti che il mondo della progettazione italiano non solo ha la possibilità di essere competitivo ma addirittura ha la potenzialità di essere vincente a livello internazionale per creatività, per flessibilità, per capacità di governare in modo coerente i livelli di complessità della progettazione, ma deve rivedere completamente i livelli della organizzazione del lavoro e riducendo i fattori di polverizzazione dei meccanismi produttivi, semplificando il mercato e ritornando a fare sistema.

La seconda priorità riguarda l’investimento e l’incentivazione nei settori della ricerca avendo come obbiettivo  strategico il rafforzamento della nostra identificabilità internazionale legata alla produzione dell’eccellenza.

Dobbiamo investire sulla formazione ripensando anche radicalmente alcune scelte fatte sciaguratamente dal sistema universitario italiano.

Abbiamo bisogno di investire sulle nuove generazioni. Non è possibile che il nostro sistema professionale mandi allo sbaraglio ragazzi appena laureati in un mondo professionale  senza potenzialità economiche, senza possibilità di fare concorrenza in un mercato che garantisce scarsissime opportunità di fare architettura e per il debolissimo ricambio generazionale.

Dobbiamo incentivare la nascita di forme di aggregazione professionali complesse ed interdisciplinari eventualmente mutuando dal mondo della produzione forme di sostegno alle nuove generazioni di professionisti (accesso ai finanziamenti agevolati, creazione di incubatoi professionali,..) cercando di far comprendere che l’individualismo esasperato che caratterizza i nostri percorsi professionali non ha prospettive e che l’obbiettivo da perseguire è quello dello svilupparsi, favorendo la formazione continua, di un tessuto professionale di alta tecnicità.

In questo senso è necessaria la nascita di una consapevolezza e l’assunzione di responsabilità diretta da parte del mondo della formazione, della professione e del mercato nella costruzione di strategie a breve ed a medio termine mirate a costruire i  modi, gli strumenti e le forme per affrontare la competizione internazionale.

Per questa ragione noi architetti iscritti all’Ordine di Roma chiediamo al Parlamento Italiano semplicemente di consentirci di fare la professione con le modalità e le possibilità che sono offerte ai nostri colleghi europei e di poter mettere a frutto le nostre capacità; in questo senso c’è una priorità assoluta e per la quale come Ordine di Roma stiamo lavorando oramai da tempo: abbiano bisogno di una nuova legge sulla progettazione piuttosto che sull’architettura. Ci interessano poco affermazioni di principio generale che non modificano i modi ed i comportamenti del mercato che vede il nostro ruolo di progettisti asservito agli interessi imprenditoriali o alle intenzioni degli amministratori.

Noi vogliamo liberare le potenzialità che la progettazione può mettere a servizio del progresso in questo Paese e per farlo dobbiamo tirarla fuori dal Codice degli Appalti.

Il progetto non è una parte del sistema produttivo economico dell’edilizia ed è portatore di valori disciplinari legati alla cultura del proprio tempo. L’attività di progettazione rappresenta quindi una risorsa della comunità e come tale ne va garantita la salvaguardia e difesa l’autonomia, ribadendo almeno tre principi fondamentali: il diritto d’autore dell’architetto; la tutela dell’unitarietà del progetto; la concorsualità per tutte quante le opere pubbliche.

 

di Amedeo Schiattarella, Presidente Ordine Architetti, P.P.C. di Roma e Provincia
del 20.06.07

 

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Commenti

22/10/2007 13:34: titolo
Condivido pienamente quanto espresso nell'articolo, la battaglia più importante che possiamo fare per "l'architettura" e di non farla imbrigliare. E' l'attività svolta per fare architettura, cioè la progettazione, che va normata secondo criteri di contemporaneità. RAgione per cui resta sacrosanto il riconoscimento del diritto di autore nell'opera di architettura, ne conseguono pertanto che il progetto non può che rappresentare un unicum. Solo questa riconosciuta titolarità all'architettura, può permetterle di liberare tutta la sua forza creatrice di ambienti umani nuovi. ed il concorso come forma di massima espressione democratica ne è il veicolo!
Dinisio Mariano Magni

vedi anche:

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data pubblicazione: lunedì 6 agosto 2007
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