«Cari italiani, così rovinate l'architettura»

Peter Eisenman

POLEMICHE - Eisenman: «Cari italiani, così rovinate l'architettura». L'autore del Monumento all'Olocausto: il denaro annulla la creatività. Il progettista americano attacca: da Ground Zero al Vecchio Continente troppe speculazioni.

«Certo in Italia la politica condiziona l'architettura. Ma ha visto cosa succede in America? Lì sono sempre i soldi a imporre i progetti. È per questo, per far piacere agli investitori, che la ricostruzione del World Trade Center si è ormai ridotta ad una semplice operazione di speculazione edilizia. Ed è proprio così che, negli Stati Uniti di George W.Bush, il denaro ha finito per annullare la creatività».

Peter Eisenman è da sempre «un grande architetto controcorrente» (non a caso è stato direttore di una rivista chiamata Oppositions), un architetto che ama il confronto, la discussione, la polemica, la provocazione. Fin dai tempi dei «Five Architects» (la definizione venne coniata da Kenneth Frampton nel 1969 tra le mura del MoMa di New York): cinque architetti (assieme a lui c'erano Charles Gwathmey, John Hejduk, Richard Meier e Michael Graves) a lungo impegnati nella ricerca dell'«impatto sociale del progetto» e di cui Eisenman è stato inequivocabilmente l'anima teorica.

Un personaggio scomodo, dunque, che ha firmato progetti importanti: lo stadio degli Arizona Cardinals a Phoenix, la Città della Cultura della Galicia a Santiago de Compostela, la Fine Arts Library della Ohio State University a Columbus, la sede centrale della Koizumi Sangyo Corporation a Tokyo, gli edifici popolari al Checkpoint Charlie di Berlino. Fino al recente progetto per la nuova stazione di Pompei e per la ristrutturazione di quella di Villa dei Misteri (con tanto di «interconnessione » fra le aree degli scavi e del santuario).

Eisenman è davvero sicuro che la politica non faccia male all'architettura: «La politicizzazione del progetto è sempre esistita. Oltretutto Bassolino e Veltroni amano la buona architettura e sanno scegliere. Piuttosto il problema è che nelle commissioni che in Italia giudicano i progetti ci sono troppi ingegneri, troppi tecnici, troppi vecchi che penalizzano la creatività, la novità, i giovani». Il presidente della Regione Campania e il sindaco di Roma vanno così ad aggiungersi idealmente agli altri grandi amori italiani di Eisenman (nato nel New Jersey nel 1932, cugino di un'altra superstar dell'architettura come Richard Meier) che ha scoperto il nostro Paese con il più classico dei Grand Tour nel lontano 1961: la Chiesa di Santa Maria del Priorato di Malta di Piranesi, Sant'Ivo alla Sapienza e San Carlino alle Quattro Fontane di Borromini e soprattutto Santa Maria in Campitelli.

E poi Palladio, Scamozzi, Vignola, Giulio Romano, Bernini, Bramante («mi piace perché conosceva le regole e sapeva come trasgredirle») e Giuseppe Terragni (a lui aveva dedicato un bel volume edito nel 2005 da Quodlibet). Oltre al Neorealismo, a Bertolucci, alle Mani sulla città di Francesco Rosi, a Manfredo Tafuri e Aldo Rossi («Frank Lyold Wright? Non mi piace»). E naturalmente al calcio: «Tutto è cominciato a Madrid nel 1982 quando ho visto Paolo Rossi e gli azzurri vincere i Mondiali; oggi mi piacciono Totti, Inzaghi, Iaquinta». In architettura, invece, trova che oggi il nostro Paese «viva un momento di decadenza» mentre Spagna e Olanda rappresentano «realtà ben più attive e intraprendenti».

Il nome di Eisenman è stato legato, di recente, soprattutto al suo Monumento alle vittime dell'Olocausto realizzato nel 2005 a Berlino, costato 27 milioni di euro (la Freedom Tower in onore delle vittime dovrebbe invece costare oltre un miliardo di dollari) e finito questa estate sui giornali tedeschi per colpa delle sue crepe e della sua umidità.

«È stata una tempesta in un bicchier d'acqua, i tedeschi hanno una disposizione naturale per creare problemi quando si parla di Olocausto - questa è l'opinione di Eisenman -. Per lo stesso motivo, in fondo, quando qualche tedesco scopre che io sono ebreo, arrivano subito le giustificazioni: "la mia famiglia non ha avuto niente a che fare con lo sterminio degli ebrei"». Tornando poi ai problemi tecnici del suo Monumento Eisenman chiarisce: «Quando ho scelto il cemento tutti sapevano che le crepe erano fisiologiche, inutile anche cercare di tamponarle perché l'effetto sarebbe esteticamente terribile».

Logico chiedere all'ebreo Eisenman quale sia il significato del suo Monumento: «Il mio non vuole essere un luogo della memoria, non vuole ricordare le vittime, non vuole denunciare nessun orrore perché quel tipo di orrore è irrappresentabile, ogni descrizione è comunque inadeguata» («trivial», insignificante, è il termine preciso). Così Eisenman ha scelto di creare uno spazio che non fosse «né ebreo né cattolico» dove però fosse possibile in qualche modo «immedesimarsi», «provare lo stesso orrore dei deportati». Il meccanismo che l'architetto americano ha voluto suscitare nel visitatore nasce da un ricordo personale o, meglio, familiare: «Un amico di mia madre, un ebreo di Budapest, raccontava che, appena arrivato ad Auschwitz, era stato separato dalla madre. Si era così trovato solo, perduto nello spazio. Ecco, voglio che chi entra nel mio monumento provi quella stessa sensazione di solitudine, che si senta anche lui "lost in the space"».

Eisenman non è particolarmente osservante in materia di religione. Ma parlando di Auschwitz finisce per commuoversi. È solo un attimo e poi torna il solito Eisenman ironico e divertente che insegna architettura a Yale: «I colleghi della della mia generazione, da Gehry a Isozaki, da Graves a Meier, hanno occupato e continuano ad occupare quasi tutto lo spazio disponibile. Quello che restava è andato ai cinquanta- sessantenni come Zaha Hadid, Nouvel o Koolhaas. Ai giovani non è toccato quasi niente anche perché, da parte dei committenti, non c'è quasi mai voglia di cercare nomi nuovi». Ma anche il successo ha, in fondo, i suoi risvolti negativi: «Le superstar dell'architettura sono diventati dei veri e propri "marchi", delle "firme" come quelle della moda. Ed a loro viene chiesto, in qualche modo, di ripetersi: Gehry, insomma, sarà condannato a rifare sempre il Guggenheim di Bilbao».

 

LA REPLICA - «Le crepe di Berlino? Colpa del cemento»

Il Monumento alle vittime dell'Olocausto realizzato a Berlino da Peter Eisenman nel 2005 è un labirinto di 2711 blocchi di cemento che occupano quasi 20 mila metri quadrati nei pressi della Porta di Brandeburgo, un labirinto visitato in un anno da oltre tre milioni di persone. Questa estate il Monumento è finito nel mirino dei giornali tedeschi per le crepe e per l'umidità che sembravano averlo attaccato. Eisenman definisce questo «un non-problema» o meglio un evento «fisiologico» legato alla scelta del cemento. Per ora nessuna soluzione è stata presa: «In realtà - spiega Eisenman - una soluzione ci sarebbe, un silicone spagnolo che sarebbe perfetto, ma i tedeschi vogliono solo materiali made in Germany».

 

di Stefano Bucci
dal Corriere della sera del 17.10.07


Berlino, crepe nel Memoriale per le vittime dell'Olocausto. Inaugurato soltanto due anni fa, è già da restaurare. A rischio l'opera più controversa realizzata dopo la riunificazione: danneggiate dal clima 400 delle 2.711 stele.

BERLINO - A tutto avevano pensato, fuorché agli effetti del cambio climatico. Quattordici anni di discussioni feroci e progetti rifiutati, tre anni di lavori. Ma ne sono bastati due di «estati e inverni estremi», così li definisce il responsabile Uwe Neumärker, per trasformarlo in monumento «a rischio». L'allarme, ieri, è scattato dalle pagine della Berliner Zeitung: «Il campo di stele è pieno di crepe».

Per chiunque sia stato a Berlino negli ultimi due anni, è impossibile non capire all'istante di quale campo si parli: quello del «monumento agli ebrei d'Europa assassinati» (Denkmal für die ermordeten Juden Europas), con i suoi 2.711 parallelepipedi cavi in calcestruzzo scuro. L'opera più controversa della Berlino post riunificazione; al confronto, i dibattiti sulla demolizione (in corso) del Palazzo della Repubblica voluto da Honecker sono chiacchiere da bar.

Dal 1988, anno della campagna sottoscritta da Willy Brandt, Günter Grass e Christa Wolf, alla messa in posa della prima stele, nel 2003, successe di tutto; difficile del resto trovare l'accordo su un monumento che ricordasse «l'unicità e la responsabilità storica» dell'Olocausto come elementi fondanti dello Stato tedesco. La spuntò, tra mille polemiche, il progetto dell'architetto Peter Eisenman e dello scultore Richard Serra, e il 12 maggio 2005, il memoriale aprì le sue porte. In senso puramente simbolico, poiché chiunque e a qualunque ora del giorno può entrare nella spianata e camminare tra le stele grigie, le più basse che spuntano appena dal terreno, le più alte che superano i 4 metri e le 16 tonnellate. Un labirinto di colossali lapidi senza nome, in cui ieri i turisti si aggiravano con l'aria più concentrata del solito, alla caccia di quei 400 blocchi - quasi uno ogni 6 - sulla cui superficie corrono crepe sottili quanto un capello. Individuarle è facile: la pioggia che ci passa attraverso (le stele più grandi sono cave) trascina con sé la calce contenuta al loro interno, disegnando sottili rivoli di bianco sul selciato.

Alle quattro del pomeriggio, nell'enorme spiazzo tra la Porta di Brandeburgo e la futuristica Potsdamer Platz, l'addetto stampa del memoriale è visibilmente accaldato. Chissà se è colpa del sole che in questi giorni ha acceso l'estate berlinese o delle ore passate a rispondere ai giornalisti, «da stamattina siete arrivati già in 17, tra cui molte tv, tutto il mondo vuole sapere che sta succedendo». Nessun rischio di crolli, si affretta a chiarire; «un problema estetico, non statico», lo ha del resto definito Herr Neumärker. La qual cosa non gli ha impedito di prendersela con i media, colpevoli di aver «gonfiato» un problema noto dal gennaio 2005 (allora, le stele ferite erano 20). «Ma già nel contratto l'azienda che ha ideato la miscela ci aveva avvisato della possibilità che si sviluppassero crepe fino a 0,1 millimetri di larghezza». E dire che quello messo a punto dopo innumerevoli test da una ditta di Wilhelmshaven, in Bassa Sassonia, doveva essere un calcestruzzo a prova di terremoto: autocompresso, estremamente resistente, con una patina speciale anti graffiti.

«Stiamo lavorando con Eisenman e con il politecnico di Berlino per trovare una soluzione», rassicura Neumärker. «Nelle fessure inietteremo una resina sintetica - spiega Manuela Damianakis, dell'assessorato allo Sviluppo cittadino - che sarà trattata in superficie» per rendere invisibili le rughe precoci di un'opera costata allo Stato federale 14,8 milioni di euro. Per risanarla ne potrebbero servire, secondo prime le stime, poco meno di un milione; e c'è il rischio che a pagare debba essere l'azienda produttrice, il materiale è ancora «in garanzia».

Resta il mistero sulle origini delle microfratture: due stele sono state smontate ed esaminate a fondo, senza risultati. «Forse hanno influito i lavori per la nuova ambasciata Usa, o per i tunnel della metropolitana», ipotizza Neumärker. L'unica certezza è che bisogna intervenire in fretta; le crepe vanno sanate entro l'autunno, altrimenti l'acqua che si infiltra all'interno rischia, una volta trasformatasi in ghiaccio, di ridurre in pezzi i gusci cavi delle stele più grandi. Un nuovo «inverno estremo» è alle porte. E Herr Neumärker lo sa.


di Gabriela Jacomella
dal Corriere della sera del 08.08.07

 

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data pubblicazione: giovedì 18 ottobre 2007
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