Villeggiature in città tra rovine di utopie

Junkspace/spazi spazzatura - breve rassegna stampa

Metropoli - Villeggiature in città tra rovine di utopie. Le malinconiche derive dell'urbanistica contemporanea nell'era della globalizzazione. Un testo inedito di Rem Koolhaas, progettista della celebre Maison di Bordeaux. Un tempo lo spazio pubblico era terreno di confronto. Oggi, con lo slittamento dal pubblico al privato, non tolleriamo più il vuoto. E il risultato che ne deriva è una opprimente confusione.

Vorrei condividere con voi alcune riflessioni sull'evoluzione della città, un problema a cui noi architetti siamo interessati, e che presenta una serie di questioni tremendamente complesse alle quali mi è difficile dare risposte.

La civiltà greca costruiva i suoi monumenti per una comunità che si sentiva fortemente responsabile della cosa pubblica e che riconosceva con chiarezza la differenza tra pubblico e privato. Questa civiltà ha prodotto tanto nell'architettura quanto nell'urbanistica il modello che consideriamo dominante, nel senso che ancora oggi si pensa in termini di pubblico e privato pressoché nello stesso modo. Negli ultimi quindici anni si è tuttavia verificato un fenomeno di estrema rilevanza: la formazione di quello che, unendo i simboli dello yen, dell'euro e del dollaro, potremmo definire come il regime dello YE$, al cui interno il potere del pubblico è in declino mentre aumenta quello del privato.

Esplosioni e contrazioni. Viviamo oggi in un periodo di intensa negoziazione tra pubblico e privato, e uno dei settori principali in cui questa negoziazione ha luogo è l'architettura nel suo rapporto con la città. Prima che si sviluppasse questa fase finale di globalizzazione e privatizzazione, un edificio come quello di Frank Gehry a Bilbao non sarebbe stato costruito.

Se un tempo, infatti, gli edifici trovavano ragione di esistere nella loro neutralità e dignità, come nel caso del Partenone, oggi la semplice pressione commerciale che sta dietro a qualsiasi edificio obbliga anche l'architetto più serio a ogni sorta di eccentricità. Un altro fenomeno importante che si ripercuote sullo sviluppo della città è dovuto alla non omogeneità della globalizzazione, che si intensifica in zone differenti delle città generando due condizioni completamente diverse: la città che esplode e la città che si contrae, con quasi nulla nel mezzo.

C'è stato un periodo in cui tutti noi sapevamo esattamente cosa fare: in molti abbiamo scritto manifesti dichiarando quello che volevamo realizzare e alcuni di noi sono riusciti ad attuare almeno in parte quelle dichiarazioni di intenti. A seguito dei cambiamenti culturali avvenuti negli ultimi quindici anni e a causa dei nostri stessi errori, però, la fiducia in quei manifesti e nelle nostre certezze è crollata. Oggi non si scrivono manifesti. Tutt'al più si descrivono città particolari nella speranza non tanto di sviluppare una teoria su ciò che occorre fare, quanto di capire come funzionano le città.

In altre parole quelle convinzioni sono scomparse e ci vorrà molto tempo perché qualcosa di simile possa tornare. Molte persone in Inghilterra - e conosco bene le tendenze antiutopistiche di quel paese da quando studiavo lì, nel 1968 - direbbero «che liberazione!», ma l'assenza di spirito utopico è problematica forse quanto una sua dose eccessiva.

In questo dilemma resta sospesa una questione: se confrontiamo l'andamento economico dell'America e dell'Europa - andamento che ha subìto un rapido declino a partire dagli anni '70 - con l'andamento della produzione di manifesti architettonici in questi paesi, vediamo che il punto di stasi è stato raggiunto proprio nel momento in cui abbiamo smesso di pensare. Questo momento coincide con quello in cui l'economia asiatica ha iniziato a crescere molto più rapidamente di quanto avessimo mai visto fino ad allora: una situazione tragica, a mio avviso, perché significa l'apoteosi finale della metropoli. Tutti noi sappiamo dalle statistiche che la città è diventata l'ambiente principale in cui la gente vive. Al momento del suo trionfo il nostro pensiero si è fermato e la partecipazione del settore pubblico nella definizione della città si è progressivamente ridotto.

Tra grattacieli e campi di riso. Non sorprende constatare che questa simultanea assenza di regole e velocità della costruzione generi, come nel caso della Cina, una città completamente nuova, in cui, ad esempio, l'incrocio stradale più importante si trova a meno di quattrocento metri dai campi di riso; in altre parole la metropoli e la non-metropoli si trovano in un rapporto di prossimità che non ha precedenti. Del vasto repertorio di tipologie rimangono solo il grattacielo e la baracca, sistemati all'interno di un impianto urbano apparentemente caotico.

A Dubai il deserto è stato trasformato in città. Normalmente la nascita di una città è associata all'esigenza che un vasto numero di persone ha di vivere nello stesso luogo. Non è così a Dubai dove la riduzione degli introiti dovuti all'estrazione del petrolio viene compensato con l'incremento dello sviluppo insediativo. Di nuovo, assistiamo qui a una situazione in cui le motivazioni per la crescita della città sono del tutto nuove e non misurabili con gli standard tradizionali.

Nel 1990 i residenti che abitavano la città erano troppo pochi, così è stato incoraggiato l'afflusso di stranieri. Dubai consiste sostanzialmente di mare, deserto e sviluppo urbano - sviluppo urbano che è stato progettato sempre più verso il mare favorendo un linguaggio più ornamentale e rivolto al piacere che rispondesse alle richieste della città, cosa che ha rappresentato uno scambio di presupposti e di idee.

La città che osserviamo oggi non è più costituita della sostanza necessaria alla nostra sopravvivenza, ma di contenuti di fatto superflui, per i quali possono essere applicate nuove metafore. Non sorprende che al piano terra di un centro direzionale venga utilizzato il linguaggio del resort (il luogo di villeggiatura) - che ormai dà forma allo spazio pubblico - piuttosto che quello dello scambio delle idee. Per me la parola resort è molto importante perché il nostro modello di vita nella città si sta concettualmente spostando dal lavoro all'ozio e di conseguenza l'estetica della città si trasferisce da iniziative più serie alle condizioni del resort. Un resort non è un posto dove si vive, ma dove l'attività principale è il divertimento. Il paradosso dell'intercambiabilità fra città e resort è evidente in località di mare come quelle della Florida, dove la città stessa è la metafora per il resort. Sarebbe interessante capire se la vita delle persone all'interno di questi insediamenti sia migliore di quella degli abitanti di New York di trent'anni fa.

Un tempo la città veniva considerata un grande meccanismo e lo spazio pubblico era il suo terreno di confronto, di scambio e forse anche di compromesso. Ora, con lo slittamento dal pubblico al privato non c'è più quella base e ci si aspetta che il confronto si attivi altrove. Allo stesso modo non possiamo più tollerare il vuoto e la neutralità nella città, così ogni singolo centimetro della città è regolato e costituisce di per sé uno scenario; il risultato è la opprimente confusione che governa le città. Singapore per esempio ha un'estetica da resort combinata con la realtà di una città.

Questo avviene non solo su scala urbana, ma a ogni livello. Per chi si interessa di politica, Berchtesgaden in Germania, noto per il rifugio-bunker che Hitler vi fece costruire e che ora è un resort, dimostra come le rovine del passato vengano sistematicamente eliminate in nome della storia e della memoria e rimpiazzate con più gradevoli dispositivi per ricordare, così che la sofferenza scompaia lasciando dietro di sé solo vaghi riferimenti. Da un lato, l'arte si espande ovunque, dall'altro perde la sua efficacia. E la protesta, naturalmente, trova un totale contenimento.

Il paradigma di Las Vegas. Più pulito è lo spazio pubblico, più alto è il suo grado di perfezione, e più è probabile che ai margini si manifestino la sofferenza e la pressione tra pubblico e privato. Si fanno oggi a parole e retoricamente innumerevoli rivendicazioni, che eravamo soliti esprimere attraverso l'architettura. Abbiamo trasformato la città in una superficie nella quale ogni singolo centimetro quadrato appartiene a un certo scenario, a una certa visione. In un contesto come questo non è ammesso che ci si comporti male, che si possa morire, chiedere l'elemosina, fare a botte, essere ubriachi. Quanto alle città antiche, eravamo in grado di conviverci e di abitarle, senza che questo avesse conseguenze negative per noi.

Ora, invece, la città è l'opposto di una massa critica ed è centrata sul divertimento. Questo prosciugamento della città e di parte della sua linfa vitale non è forse tanto evidente come a Las Vegas, dove la simulazione di Venezia prima, e di New York poi, hanno infine dato luogo allo snaturamento della città, nel momento in cui uno dei temi di Las Vegas è diventato la città stessa. A Las Vegas c'è una sezione della metropoli in cui tutta la imprevedibilità urbana è stata non tanto addomesticata, quanto rimossa. In questa idea idilliaca in cui ognuno di noi sa come progettare una città, e nella nostra inconscia idolatria e insieme fiducia nel progetto, piuttosto che nell'utopia, siamo oggi messi di fronte a numerosi regimi di controllo; non da soli, ma insieme a quel popolo silenzioso e spesso invisibile che non partecipa a questo idillio, come le immagini della catastrofe di New Orleans hanno dimostrato.

 

di Rem Koolhaas, traduzione di Gabriele Mastrigli
da Il Manifesto del 03.10.07


Anche il cinismo di Koolhaas fa parte dei ricordi. Secondo quel che dice l'architetto olandese in un suo pamphlet pubblicato da Quodlibet con il titolo «Junkspace», noi viviamo appunto in uno spazio-spazzatura, disarticolato, privo di identità e concepito per disorientare.

Appena entrato nelle gallerie di un inferno molto rassomigliante a un qualche locale hard di Manhattan, Woody Allen - nei panni del Deconstructed Harry - domanda a un uomo dall'aria vagamente triste e preoccupata quale sia il motivo della sua condanna. La risposta, ormai celebre almeno quanto il «Nessuno è perfetto» di A qualcuno piace caldo, è «Ho inventato i serramenti di alluminio anodizzato». Se Allen avesse avuto la possibilità di leggere Junkspace di Rem Koolhaas (ora pubblicato da Quodlibet con la cura di Gabriele Mastrigli, euro 13,50) prima di scrivere la sceneggiatura, probabilmente l'inventore dell'alluminio anodizzato sarebbe stato sostituito da due colleghi: gli inventori dell'aria condizionata e della scala mobile.

Stando alla cupa descrizione di Koolhaas, infatti, questi due elementi hanno esercitato un'influenza molto più profonda sul mondo contemporaneo rispetto al pur terrificante pugno nell'occhio offerto dalla diffusione degli infissi di alluminio: la loro combinazione ha radicalmente modificato lo spazio antropizzato nel suo codice genetico, dando origine a un continuuum infrastrutturale sigillato dal cartongesso, a una estensione infinitamente uniforme di aeroporti e centri commerciali che ha assestato un colpo definitivo alla presa dell'architettura sulla realtà.

In spregio alle cure e alle intenzioni degli architetti, infatti, noi viviamo per lo più immersi in questo nuovo tipo di spazio - il junkspace, appunto, lo spazio-spazzatura - manipolatorio, progettato per disorientare, privo di qualsiasi identità e pronto ad assumerne cento fasulle («l'iconografia del junkspace è per il 13% romana, per l'8% Bauhaus, per il 7% Disney, per il 3% Art Nouveau, seguito a poca distanza dai Maya...»), soprattutto privato, cioè «soggetto a condizioni». Uno spazio disarticolato, orizzontale, che sostituisce la gerarchia e la composizione con l'accumulo, la cui valenza politica è contrassegnata «dalla rimozione centrale della facoltà critica in nome del comfort e del piacere».

Che quella di Koolhaas non sia una deprecatio né un appello all'insurrezione contro questo spazio «condizionato» è noto. Koolhaas si limita a descrivere il mondo, non ha alcuna pretesa di cambiarlo, tanto meno con gli inutilizzabili strumenti della teoria e della pratica architettonica. Quello che forse risulta meno chiaro, soprattutto in Italia, è che tuttavia i suoi testi più recenti, scritti e riscritti, pubblicati in decine di versioni diverse e contrastanti - per la disperazione dei filologi - non hanno più quel carattere di manifesto, seppure retroattivo, che aveva il suo primo libro, Delirious New York. Le ultime tracce di quel cinismo ostentato, espressione del postmoderno più ludico, sono sparite da tempo.

 

di Lucia Tozzi
da Il Manifesto del 03.10.07


Superluoghi. Scatoloni edilizi gonfi di retorica architettonica. Ricerche, mostre e dibattiti evidenziano un acritico compiacimento per le cosiddette «nuove centralità metropolitane». Ma sui luoghi come gli outlet, le multisale, i centri commerciali regnano banalità e opportunismo.

La stagione dei «non-luoghi» sembra essersi esaurita. La definizione che l'antropologo Marc Augé coniò per le aree urbane prive di identità, di valore storico e di capacità relazionale, non è più impiegata dai professionisti né appassiona i critici del progetto.

Pare sia scattata, invece, l'ora dei «superluoghi», edifici dotati di plurime funzioni, banali nella composizione ma in grado di accogliere moltissime persone e di dare loro merci da consumare all'istante. Il termine è mutuato dal supermodernism del critico olandese della architettura Hans Ibelings, anche se il primo a descrivere la megacity fu il sociologo scozzese Patrick Geddes: era il 1915 e tanto il fenomeno della dispersione edilizia nel territorio quanto la connessione delle sue parti attraverso le reti infrastrutturali e quelle delle comunicazioni erano ben lungi dall'assumere la dimensione odierna, caratteristica della città globale.

Parole nuove per vecchie cose. Quelli che ora vengono chiamati «superluoghi» sono dunque gli outlet, le multisale, i centri commerciali, le fiere, gli aeroporti, insomma gli spazi che grazie al loro carattere atipico prima definivamo «non-luoghi», ma che secondo gli architetti di Ian+ si sarebbero «evoluti», arrivando oggi a farsi portatori, con la loro «forte carica simbolica», di una «nuova cultura». È curiosa questa necessità di aggiornare periodicamente tutta una serie di termini, i quali da una parte non fanno che descrivere sempre le stesse cose, dall'altra sembrano indispensabili a assecondare la retorica del discorso architettonico. Si coniano così nuove definizioni, o meglio si sottopongono quelle precedenti a un restyling per meglio lanciarle nel circuito dei media, alla maniera di un qualsiasi prodotto commerciale.

Basterebbe, a questo proposito, scorrere la recente indagine muldisciplinare titolata «Superluoghi», che la provincia di Bologna ha commissionato a un gruppo di ricerca composto da architetti, sociologi e pubblici amministratori. Sia la visita alla mostra allestita all'Urban Center (fino al 1 Novembre), sia la lettura del catalogo (La civiltà dei superluoghi, Damiani 2007) evidenziano il compiacimento per queste «nuove centralità metropolitane», descritte senza farsi venire in mente alcuna alternativa. Solo Richard Ingersoll, l'autore di Sprawltown (Meltemi, 2004), prende le distanze dal fenomeno, confermandosi come una tra le poche voci critiche al riguardo.

Nulla nasce dal nulla. Tra l'altro, nel suo intervento parla del soggetto per un film dal titolo Italian beauty, un film che se fosse effettivamente girato denuncerebbe l'assoluta mancanza di estetica di quei luoghi - dall'interporto di Bologna ai megacentri commerciali dell'Ipercoop di Montevarchi e dell'Ikea di Firenze - in cui si rispecchia l'«impoverimento della vita sociale». Purtroppo, la proliferazione di questi scatoloni edilizi che si incontrano disordinati lungo le arterie stradali, non equivale a un accadimento imprevedibile generatosi dal nulla; e tanto meno si può dire - come fa Ricci nel suo saggio in catalogo - che siano portatori di emancipazione in quanto poli di aggregazione sociale. Al contrario, i cosiddetti «superluoghi» stanno lì a dimostrare la conseguenza di un processo di banalizzazione e di ingenua ripetizione dell'architettura, piegata all'opportunismo e alla ambiguità di una determinata prassi edificatoria.

Piuttosto che rappresentare un accesso democratico allo spazio urbano, si risolvono nel contrario: «uno spazio - come ha denunciato l'urbanista Bernardo Secchi - che né la società, né l'individuo o il gruppo in quanto tale riescono a padroneggiare». In Italia, più che altrove, gli spazi segnati dalla presenza di questi disordinati complessi edilizi derivano da un lato dalla liberalizzazione generalizzata del governo del territorio e dalla perdita di efficacia delle strategie urbanistiche degli anni settanta e ottanta, dall'altra parte sono dovuti all'avanzare dei processi globali di produzione delle merci e dei consumi. La città è sottoposta a dinamiche che la privano di qualsiasi gerarchia spaziale, così com'era ancora individuabile agli esordi della modernità. E mentre le tecnologie accelerano la mobilità, la comunicazione, la circolazione dei benie delle idee, gli interni della vita urbana sono sottoposti a movimenti continui e irregolari.

Inedite dislocazioni. Se è vero che la vita sociale si organizza nello spazio e nel tempo, le conseguenze di questi suoi mutamenti comportano nuove «dislocazioni» - direbbe Michel Foucault - più esattamente la creazione di diversi luoghi tendenti ad assumere significati e funzioni specializzate.

Una recente ricerca promossa dalla Caritas Italiana con il titolo «La città abbandonata» (Il Mulino, 2007) inserisce la questione delle periferie italiane all'interno di queste «dislocazioni». Riferendosi proprio alle teorie della postmodernità, prende in esame dieci quartieri periferici delle principali città italiane, considerando le aree urbane marginalizzate come spazi dell'eterotopia, luoghi tutti reali, diversi, polimorfi e socialmente «sensibili». Lo schema centro-periferia, espressione del pensiero della modernità, è dunque superato e riflettere sulle condizioni di disagio della periferia non significa solo confrontarsi con il degrado dei quartieri costruiti nel periodo post-bellico, ma anche con lo stato di abbandono di aree situate nel centro.

Entrati in crisi i progetti di pianificazione urbana di matrice razionalista, e con essi la ricerca utopica di un luogo ideale nel quale proiettare ogni speranza, si sono sostituite alle «regie forti» dell'intervento pubblico governativo quelle deboli e disomogenee degli attori economici privati e locali.

L'interrogativo che occorre porsi è: quale risultato potranno conseguire, in futuro, interventi nella città distribuiti in progetti architettonici che non siano inquadrati in un disegno unitario e organico di pianificazione, bensì connessi funzionalmente ad altri contesti simili? La presenza nelle nostre città di una forte stratificazione storica e culturale ha, fino a oggi, impedito gli effetti più gravi derivanti dalla frammentazione dello spazio e dal collasso della vita sociale, sottoposta a un continuo processo di dislocazione. Ma come ha notato, tra gli altri, Marc Augé, anche la faccia positiva della postmodernità ha il suo risvolto negativo: da tempo, ormai, è ora di guardarla da vicino.

 

di Maurizio Giufrè
da Il Manifesto del 23.10.07


Spazi-spazzatura a misura postmoderna. Un provvidenziale dibattito su una causa che l'architettura sembra avere perso. A vantaggio dei fanatici ancora disposti a provare il brivido della trasgressione entrando in un Mac Donald o al Serravalle Outlet.

Sono ormai decenni che architetti e urbanisti non riescono a parlare d'altro che di luoghi del movimento e luoghi del commercio. Di tanto in tanto emerge timidamente un rigurgito di interesse per l'abitare, il monumento, le carceri, lo spazio del lavoro, ma nel giro di pochissimo tempo ogni discorso viene ricondotto ai fatidici outlet, centri commerciali, stazioni e aeroporti, i contenitori per eccellenza degli stili di vita contemporanei. Sostenitori e denigratori si muovono costantemente dentro lo stesso quadro logico: alcuni dicono che questi luoghi sono prodotto ed espressione del postmoderno, sono gli elementi che disfano materialmente e concettualmente la città compatta; altri sostengono che consumano suolo, sono privi di qualità architettonica, sono il frutto della deregulation urbanistica. In sostanza, è vero che questi luoghi modellano e alimentano il predominio del suburbano sull'urbano.

Ai primi, lontani apprezzamenti di Robert Venturi, Charles Moore o Rayner Banham, intenti a demolire pezzo per pezzo il dogma modernista, si sono sovrapposti nel tempo infiniti commenti, chiose, provocazioni, polemiche. Alla fine del XX secolo le definizioni più autorevoli del problema, se così lo si vuole intendere, hanno coinciso con i celeberrimi «non luoghi» di Marc Augé e con il junkspace di Rem Koolhaas. In entrambi i casi l'entusiasmo veniva fortemente ridimensionato a favore di una cupa descrizione dello stato di fatto, e tuttavia la forza dell'argomentazione derivava ancora dall'attacco nei confronti dell'utopia novecentesca, dall'evidenza di una realtà che è lì, davanti agli occhi di tutti, e che è inutile nascondersi.

Il catalogo della mostra bolognese La civiltà dei superluoghi (a cura di Matteo Agnolotto, Alessandro Delpiano, Marco Guerzoni, Damiani 2007) si situa esattamente sul filo di questa tradizione: con un nuovo nome, connotato in maniera positiva dal prefisso «super», si sancisce per l'ennesima volta il successo (soprattutto in termini numerici) di questi luoghi del contemporaneo, e si ribadisce la necessità di inglobarli nelle politiche cittadine.

Non a caso, nel corso del dibattito che ha affiancato la mostra, Vittorio Gregotti ha parlato di «estetica della constatazione»: senza troppe circonlocuzioni, schierandosi a favore della città finita, del vivere associato, del piano regolatore, ha lanciato un energico appello contro questa condanna alla passività. Incredulo rispetto al lunghissimo trascinarsi della animosità rivolta (ormai senza costrutto) contro l'autoritarismo e le contraddizioni della Carta di Atene o delle linee rette di Le Corbusier e Mies van Der Rohe, poco più che ricordi sbiaditi nella pratica odierna, Gregotti si è chiesto come sia possibile insistere ancora su quel disimpegno che è stato prima teorizzato in nome del cinismo edonista anni '80, poi rivendicato in forma di denuncia contro i fantasmi del politically correct. Un discorso di chiarezza esemplare, quasi impossibile da respingere.

La resa dell'architettura all'esistente. A parte i pochi fanatici che ancora provano il brivido della trasgressione entrando in un Mac Donald o al Serravalle Outlet, la matrice vessatoria, repressiva, coattiva di questi spazi e del genere di vita che inducono è evidente a chiunque abbia un minimo di buon senso. Centinaia di film, saggi, romanzi di Ballard e della quasi totalità degli scrittori americani sotto i quarant'anni raccontano in tutte le possibili varianti gli effetti collaterali di questi territori postmoderni. Eppure, nelle argomentazioni di Gregotti è contenuta anche la chiave del fallimento in pectore di una chiamata alle armi: quello che sembra definitivamente impossibile accettare è che la soluzione provenga dall'architettura. Un ritorno alla qualità del progetto, a larga come a piccola scala, per quanto auspicabile non ha la minima possibilità di influire su un processo di matrice economica, sociale e politica che consiste nella appropriazione dello spazio pubblico, inteso nel senso più ampio, come effetto del macrosistema della rendita immobiliare.

L'equazione tra spazi commerciali (che in definitiva comprendono sempre di più anche tutte le stazioni, gli interscambi, e i luoghi del trasporto) e sistemi non pianificati è una contraddizione in termini. Il real estate pianifica in maniera molto più rigida e pervasiva di quanto qualsiasi sistema pubblico si sia mai sognato di fare, e il fenomeno non è certo limitato alle aree periferiche delle metropoli.

«È strano come si parli ancora di successo della città diffusa come sistema di villette unifamiliari e grandi scatoloni commerciali, quando almeno in Italia le statistiche ne mostrano il declino già da qualche anno - diceva Stefano Boeri, anche lui presente al dibattito. Molto più sensato sarebbe preoccuparsi di un fenomeno prettamente urbano, che per fortuna non ha ancora preso molto piede da noi, come le catene commerciali, fondate su un sistema di monitoraggio - ai limiti della violazione della privacy - delle abitudini dei consumatori e sulla installazione di negozi superstandardizzati in pieno centro, calibrati al centimetro sui profitti calcolati a monte. È il dispositivo che ha plasmato praticamente tutti i centri urbani nordeuropei e nordamericani».

La forza monumentale del tessuto storico delle nostre città non è, ormai appare chiaro, un vaccino contro questo genere di politiche, ma anzi contiene in sé la polpetta avvelenata che spalanca tutte le porte: il turismo. La soluzione è altrove.

 

di Lucia Tozzi
da Il Manifesto del 23.10.07


Un appello per fermare gli scempi. Asor Rosa, Camilleri, Zanzotto, Rigoni Stern.

«Salviamo l'Italia» si intitola un appello promosso dalla Rete toscana dei Comitati per la difesa del territorio coordinata da Alberto Asor Rosa. Il testo è firmato, fra gli altri, da scrittori (Andrea Camilleri, Mario Rigoni Stern, Andrea Zanzotto), urbanisti (Edoardo Salzano, Vezio De Lucia, Paolo Berdini, Paolo Baldeschi, Alberto Magnaghi, Bernardo Rossi Doria, Giorgio Pizziolo, Alberto Pizzati), architetti (Vieri Quilici), storici (Mario Torelli, Adriano Prosperi), storici dell´arte (Bruno Toscano, Bruno Zanardi), geografi (Francesco Vallerani), esponenti dell´ambientalismo e dei comitati (Ornella De Zordo, Benedetta Origo, Carlo Ripa di Meana, Gaia Pallottino, Nino Criscenti).

Il paesaggio italiano, si legge, è stato aggredito. Colpa «di una legislazione troppo permissiva e delle carenze e debolezze delle strutture di controllo dello Stato; ma soprattutto degli orientamenti espressi dal ceto politico, anche da quello di centro-sinistra». Per questo dalla Toscana parte l'invito ad allargare la rete dei comitati che difendono il territorio, i centri storici. Occorre formare, si legge, «una rete delle reti, capace di essere interlocutore autorevole dei poteri locali e centrali» e che fronteggi «una vera e propria emergenza nazionale». «Solo ripartendo dal basso, solo difendendo il territorio in tutti suoi punti, solo unificando tutte le forze disponibili, sociali e intellettuali, si può pensare di affrontare e vincere questa battaglia di cittadinanza e di democrazia».

 

QUANTO PAESAGGIO SI È PERSO IN ITALIA - Tre milioni di ettari consumati in quindici anni. Un territorio vasto quanto Lazio e Abruzzo. L'urbanista De Lucia: "Serve una legge per bloccare l'espansione edilizia. Come in Germania e Gran Bretagna".

ROMA - Duecentoquarantamila ettari ogni anno. Che moltiplicato per quindici fa tre milioni e seicentomila. Un territorio grande quanto Lazio e Abruzzo messi insieme. Ecco quanto suolo libero da costruzioni ha perso l'Italia fra il 1990 e il 2005. Le cifre danno noia, ma rendono meglio delle parole. Le fornisce l'Istat e le cita Vittorio Emiliani in un convegno organizzato questa mattina dalla Provincia di Roma e dal Comitato per la bellezza (Paesaggio italiano aggredito: che fare? - Palazzo Valentini).

Il convegno vuole guardare avanti. Proporre strategie. Ma intanto sono i numeri che danno la dimensione dell'espansione edilizia, che in Italia convive paradossalmente con un'allarmante emergenza casa. Si costruisce tanto, ma soprattutto abitazioni private, costose e in zone pregiate. Non si soddisfa un bisogno crescente e si aggredisce il paesaggio: fino ad alcuni anni fa prevalentemente quello costiero, ora quello dell'interno. Sempre sulla base dei rilievi Istat, citati da Emiliani, si scopre che è la Liguria la regione che ha consumato più suolo in quei quindici anni: il quarantacinque per cento dell'intero suo territorio. Seguono la Calabria (ventisei), l'Emilia Romagna e la Sicilia (ventidue), la Sardegna (ventuno), il Lazio (diciannove). La media italiana è diciassette, ma va aggiunto che dal calcolo è esclusa l'edilizia abusiva, che è ancora un dieci per cento di tutto quello che si costruisce, soprattutto nelle regioni meridionali.

Una delle vie indicate dal convegno è quella di una legge che ponga un limite al consumo di suolo. È una prassi europea, spiega nel suo intervento l'urbanista Vezio De Lucia citando gli studi contenuti in No Sprawl, un libro curato da Maria Cristina Gibelli ed Edoardo Salzano (Alinea). Altre cifre: in Germania è in vigore dal 1998 una norma che ha fissato una soglia di trenta ettari al giorno, un quarto di quanto effettivamente si costruisse a quel tempo, vale a dire quarantaquattromila ettari l'anno che era pur sempre un sesto di quanto si costruisca oggi in Italia. La legge fu voluta dall'allora ministro dell'Ambiente, che si chiamava Angela Merkel. Più antica è la tradizione inglese. Racconta l'architetto Richard Rogers (in un'intervista al trimestrale Terzo Occhio): «A Londra abbiamo avuto un incremento di popolazione di un milione di persone in dieci anni e non abbiamo toccato un solo metro quadrato di green field, la campagna intorno alla città». In Gran Bretagna si è stabilito che per almeno il settanta per cento le nuove costruzioni devono sorgere riciclando aree urbane esistenti, per esempio ex stabilimenti industriali. «A Londra», aggiunge Rogers, «il sindaco Ken Livingstone ha portato la quota al cento per cento».

L'assalto al paesaggio ha condizioni politiche e finanziarie. L'urbanista Paolo Berdini ricorda che le entrate dei comuni italiani derivano, per una media del sessanta per cento, dall'Ici e dagli oneri che pagano i costruttori. Il che significa che per fare cassa i comuni trovano conveniente dare concessioni edilizie e sprecare territorio. Come? Per esempio a Roma «sono stati aperti ventotto grandi centri commerciali con superficie superiore a un ettaro». Poi ci si accorge che provocano paurosi intasamenti di traffico (accade per l'immenso insediamento chiamato Porta di Roma est, definito il più grande d'Europa) e allora si decide di costruire due corsie autostradali accanto a quelle già esistenti: «Chilometri di asfalto, altre migliaia di ettari di campagna romana cancellati». 

 

pag. 40 - Cultura
da La Repubblica del 25.10.07


Convegno del «Comitato per la bellezza». Paesaggio da tutelare per legge «Contro il consumo del suolo».

«Tutta la provincia di Roma nel 2011 avrà una superficie urbanizzata di 61.000 ettari, vale a dire il 48% dell'intero territorio. Si sta andando verso la scomparsa del meraviglioso agro romano». A lanciare l'allarme contro la cementificazione selvaggia, ieri mattina a Palazzo Valentini, è stato l'urbanista Paolo Berdini durante il convegno organizzato dalla Presidenza del consiglio provinciale e dal Comitato per la bellezza sul «Paesaggio italiano aggredito».

«Gran parte delle entrate dei comuni italiani proviene dal mattone. Roma è aggredita continuamente dalla costruzione di nuovi centri commerciali, ogni volta più grandi: in dieci anni, in prossimità del Grande raccordo anulare, ne sono stati inaugurati 28, con una superficie di vendita superiore a un ettaro. La mancanza di regole non devasta soltanto il paesaggio, ma distrugge la ricchezza sociale delle nostre città», ha proseguito Berdini, che insegna Urbanistica all'università di Tor Vergata.

Nella critica agli «abusi» sul suolo urbano è in buona compagnia. L'ex sovrintendente di Roma Adriano La Regina ha puntato il dito contro la pubblicità selvaggia sui monumenti: «Certi cartelloni coprono i nostri tesori per più di un anno». E poi, il problema di quegli spazi votati a usi che ne fanno perdere il significato originale: «L'Ara Pacis prima era un monumento, poi la copertura di un monumento, adesso sembra un palazzo delle esposizioni. Per non parlare di quelle colonne in vetro resina su via dei Fori Imperiali, sulle quali non voglio aggiungere altro».

A tirare le somme è stato il presidente del consiglio provinciale, Adriano Labbucci: «Il nostro paesaggio sta subendo un'aggressione senza precedenti». Un esempio: «L'ultimo scempio è stato la decisione di fare un parcheggio sotterraneo. Nell'area del Tridente c'è un fabbisogno di diecimila auto. In quel parcheggio ci saranno 700 posti, la maggior parte dei quali riservata ai residenti. A quale prezzo ambientale si vorrà contribuire a "non" risolvere il problema del posto auto?». Per Labbucci restano poche alternative: «Serve una legge nazionale per contenere il consumo del suolo, come già esiste in Germania. E una legge regionale per limitare l'edificabilità dell'agro romano. Il modello Toscana con i suoi comitati cittadini può insegnarci molto: i cittadini devono poter dire la loro e farsi ascoltare».

 

di Elvira Serra
dal Corriere della sera del 26.10.07

 

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data pubblicazione: lunedì 29 ottobre 2007
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