Concorsi di architettura: le difficoltà dei giovani

dominati da star e accademici

Concorsi di idee. Le difficoltà dei giovani. Le star non fanno la differenza

ROMA - Poche architetture griffate non riscattano le città senza autore. Per una qualità urbana diffusa non basta la cifra stilistica di un ponte firmato da Santiago Calatrava o di un landmark dell'anglo-irachena Zaha Hadid. Per contrastare il boom edilizio e il degrado del paesaggio è necessaria una cultura del progetto, condivisa da progettisti, potere, committenti, imprese e mezzi di comunicazione.
Il dibattito aperto in questi giorni dal ministro Francesco Rutelli in occasione del convegno del Fai, contro la crescita dei valori immobiliari, la fragilità della pianificazione e l'attacco all'«Italia dei geometri», accende i fari sulla necessità di una forte regia, di committenti illuminati e ancora di professionisti che vengono incaricati in base alla qualità della proposta progettuale. Il vicepremier spinge in particolar modo per un rinnovo del parco progettisti e punta sulle nuove leve da promuovere mediante i concorsi di architettura.
Negli ultimi anni il numero delle competizioni è cresciuto, di conseguenza sono aumentate le possibilità per i più giovani che fino a ora si sono però distinti esclusivamente in concorsi finalizzati al disegno di piazze di piccoli e medi centri.
Per quanto riguarda le gare internazionali tendenzialmente scattano logiche diverse. Da un'analisi dei concorsi aggiudicati nell'ultimo biennio si deduce infatti che per le grandi opere pubbliche (sono oltre una trentina i maxiconcorsi aggiudicati tra il 2005-2007) a vincere sono spesso star internazionali, professori o progettisti locali. A distanza di pochi mesi, per esempio, lo studio di Paolo Cevini, ligure ed ex accademico, ha vinto due concorsi per due waterfront; per grandi opere come il Museo della Moda di Milano e il Polo della Giustizia di Trento si è aggiudicato il primo premio Pierluigi Nicolin, professore del Politecnico di Milano e direttore della rivista Lotus. Per il Parco di Bagnoli e per la riqualificazione dell'area Augusto Imperatore a Roma, Francesco Cellini, progettista e preside della facoltà di Architettura di Roma Tre, si è aggiudicato due maxi incarichi.
A partire dagli anni '90 le archistar hanno dato un'iniezione di adrenalina che ha fatto risorgere un'architettura italiana che stava morendo, ma le opere-icona non bastano più. Servono operazioni di agopuntura urbana. E negli ultimi anni per questi interventi numerosi architetti quarantenni si sono fatti largo soprattutto grazie ai concorsi privati ristretti. Gruppi immobiliari come Hines, Pirelli Re, Bnl con Europa Risorse, Brioschi o ancora Salewa e GD hanno affidato loro importanti progetti, molti già in cantiere. Eccellenze che dimostrano potenzialità in termini di diffusione della qualità architettonica nel Paese.

 

di Paola Pierotti
da Il Sole 24ore del 13.11.07


CONCORRENZA - Concorsi dominati da star e accademici: la «fatica» dei più giovani. Difficile per gli studi emergenti farsi largo nelle competizioni pubbliche di maggiore interesse – Più spazio nelle selezioni a invito promosse dai privati. Premiati spesso grandi firme e professionisti del mondo universitario – Ma tra gli under prevale ancora la fiducia: «Le competizioni sono uno strumento di lavoro».

Nei concorsi bisogna credere per forza. È l'unico modo per affermarsi». Così Gianluca Peluffo, partner dei 5+1AA, che conta 30-40 persone e che in questi giorni sta per aprire una terza sede a Parigi (dopo Genova e Milano), sostiene il sistema dei concorsi, nonostante le numerose ed evidenti debolezze. Sono loro, i 5+1AA, in testa alla classifica di chi in Italia, investe di più nelle competizioni. «Si inizia con le piazze dei paesi, delle città, per poi tentare le gare internazionali, sempre avendo come obiettivo il costruire. Inizialmente – aggiunge Peluffo – è utile anche creare delle cordate, ma poi si deve avere il coraggio di camminare con le proprie gambe».

Negli ultimi anni è cresciuto il numero delle competizioni, di conseguenza sono aumentate le possibilità soprattutto per chi deve emergere. Come una sorta di “audizione”, i concorsi introducono nuove leve, favorite dalle speciali competenze in termini di rappresentazione delle idee, che nei concorsi rimane fondamentale.

Alcuni studi della «nuova architettura» come T studio, Archea, Ipostudio, Camerana, Vaccarini, Botticini e Labics, seppur già inseriti nel mercato delle costruzioni, continuano a partecipare alle gare, come occasione di sperimentazione ma soprattutto di nuove chance concrete. Non più principianti, questi architetti non partecipano a 360 gradi a qualsiasi competizione: valutano attentamente i bandi, le giurie, le condizioni al contorno, talvolta rifiutando anche la partecipazione a consultazioni ritenute poco interessanti, in termini economici o qualitativi. In ogni caso, la maggior parte degli studi già inseriti nel mercato delle costruzioni preferisce contare sugli incarichi diretti, piuttosto che investire energie nei concorsi. E all'estero, dove non c'è l’«apertura allo straniero» tipica del nostro Paese, i pochi architetti italiani che affrontano le sfide, faticano a distinguersi.

I piccoli e medi concorsi restano comunque un trampolino di lancio per i più giovani, per i quali spesso mantenere in pugno il progetto (arrivando a costruire e riuscendo a non delegare a impresa o istituzioni la qualità dell'opera) è quasi più difficile che conquistarlo. Per quanto riguarda le gare internazionali scattano invece logiche diverse. Da una lettura dei concorsi aggiudicati nell'ultimo biennio si deduce che per le grandi opere pubbliche a vincere sono spesso archistar internazionali, mondo accademico e professionisti locali. A distanza di pochi mesi lo studio di Paolo Cevini, ligure ed ex accademico, ha vinto due concorsi per due waterfront; per grandi opere come il Museo della Moda di Milano e il Polo aggiudicato il primo premio Pierluigi Nicolin, professore del Politecnico di Milano e direttore della rivista Lotus; e ancora per il Parco di Bagnoli e per Augusto Imperatore a Roma, Francesco Cellini, progettista e anche preside della facoltà di Architettura di Roma Tre, ha fatto il pieno con due maxi incarichi.

«In dieci anni le cose sono cambiate: negli anni ’90 siamo partiti da zero – spiega Peluffo –, gli stranieri hanno dato un'iniezione di adrenalina che ha fatto risorgere un'architettura che stava morendo, ora spetta alle istituzioni pubbliche, ai privati e alle riviste mettere in piedi un sistema strutturato che con una cura ricostituente potenzi l'organizzazione degli studi e faccia promozione della nuova architettura in Italia e anche all'estero». I quarantenni spagnoli, olandesi, inglesi, francesi si sono affermati anche grazie a istituzioni nazionali che hanno fatto promozione. Così anche in Italia gli studi sognano una struttura in grado di controllare i concorsi a tutti i livelli, dai bandi alle giurie; una struttura che faccia da supervisor evitando concorsi annullati, senza esito o con risultati «improponibili». I professionisti italiani si stanno attrezzando per essere competitivi, ne hanno dato prova quando hanno avuto l'opportunità di costruire; la palla passa ora a committenza e istituzioni (a partire dai Ministeri di competenza ma senza escludere ad esempio la Triennale di Milano o La Biennale di Venezia), che secondo i progettisti ancora scontano limiti di «provincialismo».

«La vicenda delle star è un po' imbarazzante – dichiara Guendalina Salimei, T-studio, facendo riferimento all'inchiesta pubblicata su «Progetti e Concorsi n. 41/2007» –. Molti Comuni e molti privati puntano dritto al nome dello straniero, che in alcuni casi è anche una soluzione per non prendere una decisione, per avallare delle scelte. I concorsi rimangono una via interessante per fare ricerca, sperimentare, ma comincio ad avere un po' di sfiducia. Quando partecipi a molti concorsi, qualcuno lo vinci, provando e riprovando tiri fuori idee interessanti ma di fatto tutto dipende dalle giurie, che non devono essere composte da tecnici». I concorsi sono per gli studi un grande investimento economico, anche a perdere, ma talvolta anche con effetti imprevisti, come conferma la stessa Salimei ora in gara con un archistar americana per un progetto privato su un waterfront italiano, invitata grazie all'esperienza maturata sul tema del frontemare, sperimentata in primis con il concorso per il porto monumentale di Napoli.

  • Bis di incarichi per Nicolin, Cellini e Cevini

MARIO CUCINELLA - «Rimborsi più alti se si vuole qualità». Spesso vincere è un problema, non un'occasione.

Per gli architetti il sistema dei concorsi è uno strumento di lavoro. Ogni anno il mio studio partecipa a 10-15 gare, in parte in Italia e in parte all'estero: per noi i concorsi rimangono una via importante per portare a casa nuovi incarichi». Ormai affermato, in Italia e all'estero, l'architetto bolognese Mario Cucinella conferma la fiducia nel sistema competitivo, ma punta il dito contro le giurie «con palesi intrecci tra mondo accademico e professionale», contro «bandi deboli e pressapochisti e rimborsi spesa inadeguati», e ancora contro l'incertezza del post-concorso: «Purtroppo – dice – diversamente da quanto accade all'estero, spesso in Italia vincere un concorso diventa un problema più che un'occasione di lavoro».

  • I concorsi dovrebbero offrire una chance soprattutto per i giovani ma di fatto senza un buon curriculum non è facile vincere. Ci sono soluzioni concrete? Oggi nei concorsi si richiedono progetti preliminari, in alcuni casi si potrebbero chiedere dei concept, meno dettagliati ma sufficienti per dare l'idea: alternativa che potrebbe offrire occasioni anche ai più giovani e con costi inferiori. I bandi, inoltre, dovrebbero essere stesi da “programmisti” capaci di indicare con precisione contenuti e budget. A questo proposito, quando il margine di manovra dell'importo lavori è ampio è evidente che dietro non c'è una volontà seria.
  • La questione costi è un altro punto dolente? In Francia abbiamo recentemente concluso un concorso per un preliminare che prevedeva un rimborso spesa di 120mila euro, in Italia un simile concorso avrebbe previsto al massimo cinquemila euro. Se mediamente per un buon concorso uno studio spende circa 35mila euro, il compenso è decisamente una discriminante. Negli ultimi anni il mio studio è stato impegnato soprattutto in concorsi privati, ristretti, con maggior probabilità di passare all'esecuzione dell'opera, ma proprio i privati troppo spesso vogliono spendere poco. Finora l'architettura italiana di qualità è stata finanziata dagli architetti, è ora che i committenti riconoscano il valore alle idee.
  • Quali sono gli indicatori di un buon bando di gara? Oltre al rimborso spese, la composizione delle giurie.

 

di Paola Pierotti
da Edilizia e Territorio - Progetti e Concorsi del 5/10.11.07

 

invia la tua opinione!

Commenti

18/11/2007 14:41: titolo
Apprezzo leggere quanto da tempo pensato e urlato al lavoro e ancor prima nelle aule dell'Università....ma detto questo cosa si pensa di fare e soprattutto l'Ordine cosa pensa di fare a parte la demagogia fino ad ora profusa??? Personalmente, ma credo che nelle mie stesse condizioni molti altri giovani Architetti, anche con un curriculum di tutto rispetto non ho mai trovato spazi ufficiali e quando ho partecipato a dei concorsi ho sempre trovato un primo grande scoglio; insormaontabile per i giovani, proprio il curriculum!! .Ebbene sì perchè ad avere punteggio non è solo la qualità del tuo progetto ma le tue precedenti esperienze in concorsi simili????? Ora se sono giovane ovvio che non ho precedenti esperienze ovvio che verrò surclasssato dai vecchi Baroni.... Chi avrà coraggio di spezzare questa catena??
Arc. Pieretti

19/11/2007 09:38: titolo
Dal 1999, il dpr 554 stabilisce che i raggruppamenti temporanei devono prevedere la presenza di un professionista abilitato da meno di cinque anni all'esercizio della professione, con il buon proposito di "appesantirne" il curriculum e dunque facilitare il suo accesso a incarichi e concorsi successivi. Ma non si specifica quale debba essere il ruolo del "giovane". Pertanto la presenza nel raggruppamento di un giovane professionista non equivale ad obbligo di associazione nel raggruppamento: è sufficiente la sua presenza, nella società, come collaboratore. In questo caso il giovane non ha dunque titolarità del progetto. La legge consente quindi ai professionisti "anziani" di eludere la propria finalità: offrire una chance ai giovani (T.A.R. Liguria, sezione II, 22 giugno 2002, n. 705; T.A.R. Calabria, Catanzaro, sez. I, 23 aprile 2002, n. 850). Al di là di poche nobili eccezioni, la prassi è che i giovani vengano inseriti come collaboratori o, al più, come consulenti, sebbene tutti sappiano che in realtà l'unico titolo realmente spendibile per accedere ad affidamenti di incarico è quello di progettista (che tra l'altro spesso corrisponde all'effettivo lavoro svolto dal giovane in questione!). Sfugge allora quale sia lo scopo reale di questa prescrizione. C'è da chiedersi: ai giovani non resterebbe altro da fare che non prestarsi, ove possibile, al perpetuarsi di questi comportamenti?
anna

20/11/2007 11:19: italietta
Sarebbe bello che in questa italia di oggi, affogata nel mare delle raccomandazioni e delle conoscenze, in cui la partecipazione ad un concorso viene decisa in base ai nomi della giuria, in cui bravissimi giovani architetti aprono studi con nomi internazionali rinunciando alla propria identità, in cui i giovani laureati vengono sfruttati in bui piani interrati con orari indicibilie ed a condizioni economiche scandalose, in cui la qualità di un progetto viene decisa dalle solite 4 "menti" e l'architettura italiana si piega al volere dei partiti e del potere... ... sarebbe bello dicevo, sapere che, dopo lunghi anni di lavoro, devozione e dedizione, una famiglia creata senza avere la minima certezza del futuro, quello che hai lasciato abbia fatto parte di un qualcosa di buono, di forte, di positivo... e invece a noi architetti di questa generazione non spetta nemmeno questo.
autore

23/11/2007 15:07: nulla di nuovo sotto il sole!
Dove sono i tanti moralisti che dopo tangentopoli e l'inizio della seconda Repubblica affermavano essere finalmente arriviata anche in Italia la giustizia, la meritocrazia, la qualità etc. etc? Voi notate cambiamenti? io no, e allora? Stavamo meglio quando stavamo peggio o i moralisti si sono fatti raccomandare?
Arch. Stefano D'Amico

vedi anche:

Basta con «l'Italia dei geometri»

Villette, abusi, capannoni...

I grandi architetti sotto accusa

Le grandi opere fanno acqua - rassegna stampa

Quando l'architettura trasforma le città

ma anche «Troppi ecomostri con firme illustri»

Deludente il II correttivo del Codice Appalti

Sintesi delle principali modifiche apportate

L'ultimo addio di Jean Nouvel

Firenze - area ex Fiat di Viale Belfiore

Fuksas e il giallo del progetto sparito

Roma - sede dell'Agenzia Spaziale Italiana

Di Pietro e l'Architettura

In GU la modifica del Codice degli Appalti

«In Italia i concorsi sono carta straccia»

Intervista a Massimiliano Fuksas


data pubblicazione: venerdì 16 novembre 2007
architettiroma è su twitter architettiroma è su facebook le istruzioni per iscriversi al feed RSS Iscriviti alla newsletter di architettiroma.it
Architettura sul web Concorsi di architettura: le difficoltà dei giovani