Lo Stato si riappropria del paesaggio
Riforma del Codice Urbani - rassegna stampa
LA LUNGA GUERRA FRA STATO E REGIONI. L'aggressione al nostro patrimonio è agevolata da conflitti di competenza che si riproducono da decenni indebolendo la salvaguardia. Una riforma del Codice Urbani secondo rigorosi principi di tutela e di pianificazione. L'intrico di norme non chiarisce se ambiente e territorio sono la stessa cosa.
Sulla Repubblica del 19 novembre Mario Pirani ha attirato l'attenzione sull'assalto al paesaggio italiano, e sull'intreccio di norme e competenze che lo incoraggia. Per cercare una soluzione, auspicata sullo stesso giornale da Francesco Rutelli (15 novembre) con dure parole contro «i programmi di edificazione che possono irreversibilmente far male al Paese», è bene richiamare i "precedenti" del problema.
La tutela del paesaggio in Italia è più recente di quella del patrimonio culturale, ma si innesta sullo stesso tessuto etico, giuridico, civile e politico. Difesa dei monumenti e difesa del paesaggio si legano nel primo Novecento: un articolo di Corrado Ricci su Emporium (1905) mette insieme il tentativo di aprire una nuova porta nelle mura di Lucca (battuto da una campagna di opinione, che incluse Pascoli e D'Annunzio) e le minacciate distruzioni della cascata delle Marmore e della pineta di Ravenna, poco dopo protetta da apposita legge. Ma la prima legge sul paesaggio fu presentata nel 1920 da Benedetto Croce, ministro della Pubblica Istruzione nell'ultimo governo Giolitti.
La relazione Croce invoca «un argine alle devastazioni contro le caratteristiche più note e più amate del nostro suolo», perché la necessità di «difendere e mettere in valore le maggiori bellezze d'Italia, naturali e artistiche» risponde ad «alte ragioni morali e non meno importanti ragioni di pubblica economia». Il paesaggio «altro non è che la rappresentazione materiale e visibile della patria, coi suoi caratteri fisici particolari (...), formati e pervenuti a noi attraverso la lenta successione dei secoli». Si nasconde qui una citazione della formula di Ruskin, il paesaggio come «volto amato della Patria»; ma ancor più notevole è che Croce cercasse precedenti nella legislazione degli antichi Stati italiani, trovandoli nei «Rescritti Borbonici del 1841, 1842 e 1843», che «vietavano di alzare fabbriche, che togliessero amenità o veduta lungo Mergellina, Posillipo, Capodimonte». È sui principi della legge Croce (778/1922) che si fondò la legge Bottai 1497/1939 sulla «protezione delle bellezze naturali», non a caso emanata poco dopo la parallela legge 1089/1939 per la tutela del patrimonio culturale.
La legge Bottai fissa due strumenti per la tutela del paesaggio: l'identificazione delle aree protette «a causa del loro notevole interesse pubblico» e la redazione per cura del Ministero di «piani territoriali paesistici», da depositarsi nei singoli Comuni.
Questo sistema centralizzato non poteva resistere all'impetuoso sviluppo abitativo dopo la guerra. Già la legge urbanistica del 1942 aveva introdotto percorsi misti, aggiungendo ai «piani regolatori territoriali di coordinamento», in capo al Ministero dei Lavori Pubblici, i piani regolatori di iniziativa comunale, da approvarsi oltre che dai Lavori Pubblici, dagli Interni e dalla Pubblica Istruzione. L'art. 117 della Costituzione repubblicana (nella sua versione originaria) previde fra le potestà legislative delle Regioni anche l'urbanistica.
Questo passaggio di competenza avvenne tardi e lentamente, con leggi e decreti dal 1970 al 1977, lasciando allo Stato funzioni di indirizzo e coordinamento. In questo iter desultorio la materia urbanistica, che nella Costituzione e nelle leggi si riferiva solo a quanto coperto dalla legge del 1942, finì per ingoiare i «piani territoriali e paesistici» che la legge Bottai riservava alla tutela dello Stato. Il DPR 8/1972, presumibilmente oltrepassando i limiti della delega al governo, trasferì alle Regioni redazione e approvazione dei piani paesistici; il DPR 616/1977 attribuì alle Regioni «la disciplina dell'uso del territorio comprensiva di tutti gli aspetti conoscitivi, normativi e gestionali, nonché la protezione dell´ambiente».
Il peccato d'origine del sistema legislativo di epoca fascista, che aveva separato la materia paesaggistica da quella urbanistica senza prevedere alcun raccordo e anzi sottoponendole a regimi differenziati, finiva dunque col provocare una strisciante annessione del paesaggio all'urbanistica, ambito controllato da istanze locali e meno soggetto ai principi della tutela.
Ma lo spostamento del paesaggio in capo alle Regioni contrasta con l'art. 9 della Costituzione, che è fra i principi fondamentali dello Stato: «La Repubblica tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione». Esso riflette l'intimo legame fra tutela del paesaggio e tutela del patrimonio culturale, anticipando gli sviluppi del costituzionalismo europeo, secondo cui «il territorio dello Stato è reso unico dalla cultura specifica del Paese; va inteso come uno spazio culturale, non un factum brutum» (così Peter Hüberle), e la tutela in capo allo Stato ne rappresenta un valore primario e un elemento altamente simbolico.
L'art. 9 della Costituzione impedisce il trasferimento delle competenze sul paesaggio a Regioni ed enti locali. È per questo che nelle norme del 1972 e del 1977 la parola "paesaggio" è rimossa e sostituita con "ambiente" o "beni ambientali", senza precisare che cosa li distingua da "paesaggio" o "beni paesaggistici". L'istituzione (1975) del Ministero per i Beni Culturali e Ambientali presupponeva anzi la coincidenza delle due nozioni giuridiche, annientata però con l'istituzione del Ministero per l'Ambiente (1985). Questa incoerenza fu avvertita da Giovanni Urbani: l'istituzione del Ministero dell'Ambiente, egli scrisse allora, comporta «la rinuncia a una politica di tutela fondata sul rapporto organico tra beni culturali e ambientali»: meglio sarebbe stato (e sarebbe ancora) creare un unico ministero per i beni culturali, il paesaggio e l'ambiente.
È in questo quadro che si innestò la legge Galasso (431/1985), che impose alle Regioni sia l'immediata redazione (spesso disattesa) di piani paesistici o urbanistico-territoriali, sia un controllo sulla gestione delle aree vincolate, affidato ai poteri sostitutivi del Ministero (mai messi in atto). Di fatto, le Regioni hanno sub-delegato ai Comuni le competenze paesaggistiche, cancellando ogni unitarietà nella tutela del paesaggio. La crescita del fabbisogno e la diminuzione delle entrate ha spinto i Comuni a cercare nuovi introiti dagli oneri di urbanizzazione, «dilatando i permessi di lottizzazione e di costruzione per far cassa subito» (così Gilberto Muraro), e provocando un'ondata di cemento senza precedenti. La stessa nozione di paesaggio, nonostante l'art. 9 della Costituzione, è stata sepolta sotto norme che sovrappongono piani urbanistico-territoriali e piani territoriali paesistici, per giunta introducendo anche la nozione di "beni ambientali".
Ognun vede quanto sia incerto il confine fra paesaggio, territorio e urbanistica, ambiente. La riforma del Titolo V della Costituzione (2001) rimuove completamente la nozione di paesaggio, pur così importante nell'art. 9. Essa assegna alle Regioni il «governo del territorio» (competenze urbanistiche), e riserva allo Stato la potestà esclusiva di legislazione su «tutela dell'ambiente, dell'ecosistema e dei beni culturali», lasciando indeterminata la nozione di "beni ambientali" e dunque la delimitazione di competenze fra i due ministeri. Il Codice dei Beni Culturali e Paesaggistici (che Francesco Rutelli intende ora modificare secondo rigorosi principi di tutela e di pianificazione) ha ereditato questa vasta panoplia di problemi irrisolti.
Davanti allo scempio del paesaggio a cui assistiamo, sempre più chiara è la debolezza di questo sistema normativo. Non giova l'intrico di norme e competenze, che non chiarisce se "territorio", "ambiente" e "paesaggio", ambiti regolati da diverse normative e sotto diverse responsabilità, siano tre cose o una sola. Esiste un "territorio" senza paesaggio e senza ambiente? Esiste un "ambiente" senza territorio e senza paesaggio? Esiste un "paesaggio" senza territorio e senza ambiente? Eppure "paesaggio" e "ambiente" sono prevalentemente sul versante delle competenze statali (ma di due diversi ministeri), mentre il governo del territorio spetta a Regioni ed enti locali. Una ricomposizione normativa, per cui le tre Italie del paesaggio, del territorio e dell'ambiente ridiventino una sola, è al tempo stesso ardua e necessaria.
Il conflitto fra tutela paesaggistica e urbanizzazione si è intrecciato con quello fra Stato e Regioni e coi problemi della finanza comunale, provocando le ferite al paesaggio che sono sotto gli occhi di tutti, e che richiedono con urgenza quella leale intesa, che cento norme declamatorie dichiarano e mille fatti smentiscono ogni giorno. Come ha scritto Giacomo Vaciago, «il nostro "federalismo" invece di "specializzare" ciascun livello (...), coinvolge tutti e ciascuno in varie parti dei relativi processi decisionali ed esecutivi, aumentando così le probabilità di fallimento».
Abbiamo finito col porre al centro del sistema di quella che fu la tutela del paesaggio (materia fragile e cruciale) non la certezza della norma e delle responsabilità istituzionali e personali, bensì la perpetua conflittualità fra regole parziali, ora carenti ora ridondanti, privilegiando de facto gli interstizi dell'interpretazione, che per sua natura è soggetta a ideologismi, contingenze politiche, interessi speculativi e pressioni di parte. Benvenuta è perciò la sentenza della Corte Costituzionale del 7 novembre (nr. 367), che ribadisce la tutela sul paesaggio come «un valore primario ed assoluto, che rientra nella competenza esclusiva dello Stato», e dunque «precede e limita il governo del territorio».
Lo scontro fra normative incoerenti fra loro e fra le interpretazioni rese possibili dall'analisi giuridica formale non conduce in nessun luogo, se non all'ingorgo che sta travolgendo il paesaggio italiano. È ora di tornare a un'alta consapevolezza della dimensione storica, etica e civile della tutela del patrimonio culturale e del paesaggio, che l'art. 9 della Costituzione ha fissato con lungimiranza; è ora di ricordarsi, secondo una sentenza della Corte (341/1996) «che il paesaggio costituisce, nel nostro sistema costituzionale, un valore etico-culturale (...) nella cui realizzazione sono impegnate tutte le pubbliche amministrazioni, e in primo luogo lo Stato e le Regioni, in un vincolo reciproco di cooperazione leale».
di Salvatore Settis
da La Repubblica del 27.11.07
I BENI CULTURALI. Lo Stato protagonista nella tutela del paesaggio. La riforma del Codice riserva ai soprintendenti maggiori poteri di tutela del patrimonio ambientale. Le novità non piacciono alle Regioni, che hanno chiesto di cambiare il testo.
Nella tutela del paesaggio lo Stato si ritaglia un ruolo da protagonista. A scapito delle regioni, che si lamentano e chiedono a Roma di avviare un confronto sulla riforma del Codice dei beni culturali.
Il testo approntato dal ministero aumenta, infatti, il potere vincolante dei soprintendenti sugli interventi nei territori protetti e riserva allo Stato una presenza più forte in sede di pianificazione paesagglstica.
Punti che le Regioni hanno chiesto di modificare. Il ministero, però, ha dalla sua la recente sentenza della Consulta, che riconosce allo Stato la primaria funzione di tutela del paesaggio.
E con questa sono tre. Praticamente una riforma all'anno. Il Codice dei beni culturali (Dlgs 42/2004) si prepara a essere rimaneggiato per la terza volta in poco più di tre anni di vita, per mano di tre differenti ministri. Quello in carica, Francesco Rutelli, si appresta infatti a portare in uno dei prossimi consigli dei ministri il testo che rivede sia la parte del Codice dedicata al patrimonio culturale sia quella relativa ai beni paesaggistici. Ma è soprattutto quest'ultima, che al tempo dell'allora ministro dei Beni culturali Giuliano Urbani (artefice del Codice) era stata interessata anche da un discusso condono, a essere investita dalle modifiche più profonde.
Lo Stato, infatti, che già con l'ultima riforma del 2006 - targata Rocco Buttiglione, allora responsabile del dicastero - aveva affermato una maggiore presenza nella gestione del paesaggio sottoposto a tutela, compie un ulteriore passo in questa direzione, affidando un ruolo ancora più forte alle soprintendenze. E suscitando, una volta di più, i malumori delle regioni, alle quali il ministero ha sottoposto il nuovo testo. La consulta degli assessori regionali alla Cultura, coordinata dall'assessore calabrese Michelangelo Tripodi, lunedì scorso ha inviato al ministero le proprie osservazioni, chiedendo inoltre di aprire un tavolo di confronto.
I rilievi regionali non hanno, però, fatto breccia. Anche perchè il ministero questa volta ha una carta in più da giocare. E di sicuro atout. Può, infatti, contare sulla recente sentenza della Corte costituzionale - la 367, depositata il 7 novembre scorso - che ha ritenuto infondate le lamentele avanzate da una serie di regioni verso la precedente riforma del Codice dei beni culturali nella parte relativa al paesaggio. La questione di fondo riguardava il riparto delle competenze: le regioni accusavano lo Stato di essersi appropriato di un ruolo che nella prima versione del Codice spettava agli enti territoriali.
La Consulta è stata esplicita: il paesaggio è l'aspetto del territorio «per i contenuti culturali» che esprime e la sua tutela, «gravando su un bene complesso e unitario, considerato dalla giurisprudenza costituzionale un valore primario e assoluto, e rientrando nella competenza esclusiva dello Stato, precede e comunque costituisce un limite alla tutela degli altri interessi pubblici assegnati alla competenza concorrente delle regioni in materia di governo del territorio e di valorizzazione dei beni culturali e ambientali». In altre parole, lo Stato non deve stare a guardare.
Ancora prima che la Corte si esprimesse, e seguendo le indicazioni di Rutelli, che ha dichiarato guerra agli abusi anche attraverso un maggiore potere da affidare ai soprintendenti, la commissione ministeriale guidata da Salvatore Settis aveva già predisposto una riforma dove, per esempio, i piani paesaggistici devono essere elaborati dal ministero e dalle regioni. Ora, invece, sono le regioni a doversi muovere, «anche in collaborazione con lo Stato».
Il nuovo testo, che dopo l'approvazione del Consiglio dei ministri sarà sottoposto alle commissioni parlamentari competenti, è costellato di altri riferimenti al maggior peso destinato agli uffici romani. Se ne trovano nella parte riservata all'autorizzazione paesaggistica - il parere del soprintendente diventa sempre vincolante, mentre ora lo è solo in taluni casi -, come in quella relativa all'installazione di cartelloni pubblicitari a alla decisione dei colori delle facciate delle case in realtà particolari (per esempio, i centri storici o le zone panoramiche): anche in questi casi l'ultima parola spetta allo Stato, ovvero al soprintendente, che è il suo braccio operativo sul territorio.
Per non parlare, poi, della vigilanza sul paesaggio: oggi è genericamente affidata alle regioni e al ministero. Domani sarà soprattutto il soprintendente a spiegare il da farsi.
- PARERE VINCOLANTE - Gli uffici territoriali del ministero avranno l'ultima parola su pianificazione, autorizzazioni e controlli
I NUMERI
- 301.387 - Il territorio. Sono i chilometri quadrati del territorio nazionale. La Regione più estesa è la Sicilia, con oltre 25mila kmq. Anche il Piemonte ha una vastità di 25mila kmq, ma è poco più piccolo. In terza posizione c'è la Sardegna, con più di 24mila chilometri quadrati.
- 141.358 - Il territorio vincolato. Sono i chilometri quadrati del territorio nazionale sottoposti a vincolo. La Regione con il maggior numero di zone tutelate è il Piemonte (13.424 kmq), seguito dalla Toscana (13.352) e dal Trentino (13.075 chilometri quadrati).
Giro di vite. Le principali modifiche in arrivo al Codice dei beni culturali nella parte relativa al paesaggio:
Definizione di paesaggio.
- Com'è - Parti di territorio i cui caratteri distintivi dalla natura, dalla storia umana e dalle reciproche interrelazioni.
- Come sarà - Il territorio nazionale è composto, nella sua interezza, da ambiti di valore paesaggistico differenziato in ragione delle previsioni del Codice.
Tuteta e valolizzazione.
- Com'è - Finalità indicate, ma in modo generico.
- Come sarà - Distinzione tra tutela e valorizzazione: la prima è intesa a conservare e ripristinare i valori espressi dai beni paesaggistici, l'altra a promuovere lo sviluppo della cultura attraverso l'accrescimento e la diffusione della conoscenza del paesaggio medesimo e dei suoi valori.
L'intesa Stato-Regioni.
- Com'è - Si parla di cooperazioni delle amministrazioni pubbliche.
- Come sarà - Si specifica che il ministero dei Beni culturali e le Regioni definiscono d'intesa le politiche sul paesaggio.
Pianificazione paesaggistica.
- Com'è - Le regioni, anche in collaborazione con lo Stato, approvano i piani paesaggistici.
- Come sarà - Il ministero e le regioni provvedono a elaborare e redigere i piani paesaggistici.
Piani paesaggistici.
- Com'è - Le regioni, il ministero dei Beni culturali e quello dell'Ambiente possono stipulare intese per l'elaborazione congiunta dei piani paesaggistici.
- Come sarà - Le regioni, il ministero dei Beni culturali e quello dell'Ambiente stipulano intese per la definizione delle modalità di elaborazione congiunta dei piani paesaggistici.
L'autorizzazione paesaggistica.
- Com'è - Il parere del soprintendente è vincolante nel caso le regioni deleghino ai comuni il rilascio dell'autorizzazione paesaggistica.
- Come sarà - Il parere del soprintendente sull'istanza di autorizzazione paesaggistica è sempre vincolante.
Cartelli pubblicitari.
- Com'è - Per l'installazione, presso beni paesaggistici, di cartelli o altri mezzi pubblicitari è prevista l'autorizzazione dell'amministrazione competente individuata dalla regione.
- Come sarà - Resta l'autorizzazione dell'amministrazione competente, che però provvede su parere vincolante del soprintendente.
Colore delle facciate.
- Com'è - L'amministrazione competente individuata dalla regione può ordinare che, in presenza di determinati beni paesaggistici, sia dato alle facciate dei fabbricati un colore che si armonizzi con l'insieme.
- Come sarà - L'amministrazione competente, su parere vincolante del soprintendente, o il ministero possono ordinare un colore delle facciate che si armonizzi con il contesto.
Vigilanza.
- Com'è - Le regioni vigilano sull'ottemperanza delle disposizioni.
- Come sarà - Il soprintendente può dettare prescrizioni specifiche per assicurare la conservazione del paesaggio e le amministrazioni si devono conformare a tali disposizioni.
Il regime transitorio.
- Come sarà - Le nuove regole si applicano anche ai procedimenti di rilascio dell'autorizzazione paesaggistica e di approvazione degli strumenti di pianificazione urbanistica ancora in itinere.
Abusi puniti con la reclusione
Non solo la riforma del concetto di paesaggio e delle regole per intervenire su di esso, ma anche la revisione delle sanzioni per chi commette abusi. A prevederla è il disegno di legge presentato dal ministro dei Beni culturali, Francesco Rutelli, ora all'esame della commissione Giustizia della Camera.
Alla fine l'obiettivo è lo stesso: si tratta di rimetter mano al Codice dei beni culturali. Ma mentre la parte relativa alla tutela del paesaggio è possibile rimaneggiarla rifacendosi all'originaria delega che ha consentito la prima stesura del Codice, per le modifiche all'apparato sanzionatorio si rende necessaria una legge ad hoc. Utilizzare la vecchia delega non è, infatti, possibile (così come non è stato possibile all'epoca della predisposizione del Codice), perchè non contempla interventi di riforma delle sanzioni.
Ecco perchè il Governo ha messo a punto un disegno di legge mirato. Anche in questo caso si è deciso di ricorrere alla delega, che dà all'Esecutivo il potere di revisionare sia le sanzioni per i reati contro i beni culturali in senso stretto sia quelle per i danni al paesaggio.
Per quanto riguarda quest'ultimo punto, si pone mano, tra l'altro, all'articolo 734 del Codice penale, che al momento punisce con l'ammenda da 1.032 a 6.197 euro la distruzione o il deturpamento di bellezze naturali. L'intenzione è di trasformare la contravvenzione in delitto di danneggiamento di bene paesaggistico, stabilendo la reclusione fino a quattro anni e la multa fino a 50mila euro.
Altro giro di vite riguarda i lavori eseguiti sul paesaggio senza autorizzazione o in difformità da quest'ultima, al momento puniti con contravvenzione. L'obiettivo è sanzionarli penalmente con la trasformazione in delitti: le pene sarebbero le stesse applicate al danneggiamento di bene paesaggistico.
Si vuole, inoltre, introdurre il delitto di frode paesaggistica, rivolto a chi fa (letteralmente) carte false per costruire in zone vincolate. In tal caso scatterebbero il carcere fino a sei anni e la multa fino a 10mila euro.
- IL DDL A MONTECITORIO - Si rimette mano al sistema sanzionatorio con la trasformazione, in alcuni casi, delle contravvenzioni in delitti
di Antonello Cherchi
da Il Sole 24ore del 26.11.07
LINEA DI CONFINE. In mancanza dei Budda aggrediamo il paesaggio.
I toscani son fumantini e facilmente la polemica con loro volge in aceto. Se ne è accorto Vittorio Emiliani, il quale, dopo una brillante carriera giornalistica, ha dedicato la seconda parte della sua esistenza all'ambientalismo e alla difesa della bellezza, dando vita, appunto, ad un comitato che si richiama espressamente a questo nobile fine. E, come poteva, partendo da questo assunto, non scontrarsi con alcune brutture inflitte alla più bella delle regioni italiane? La sua denuncia non è, però, piaciuta agli amministratori fiorentini, così come non era piaciuta quella del professor Asor Rosa quando aveva protestato per la sconcia lottizzazione di Monticchiello e per l'allargamento di una fabbrica di laterizi nel bel mezzo di una zona protetta dall'Unesco.
Peraltro Emiliani ha parlato nel quadro di un convegno sulle devastazioni territoriali avvenute in tutta Italia nell'ultimo quindicennio durante il quale sono stati "divorati" altri 3 milioni 663 mila ettari di verde, una superficie pari al Lazio e all'Abruzzo uniti, con un consumo del territorio senza eguali in Europa. Vi sono ormai regioni, come il Veneto e la Liguria, quasi interamente ricoperte di cemento e asfalto. Colpisce, inoltre, che, nel contempo, la crescita esponenziale (+ 21%) dell'edilizia privata sia correlata al crollo dell'edilizia pubblica e sociale. Quindi si "consuma" il suolo a solo vantaggio della rendita mentre restano con la fame di casa giovani coppie, immigrati, anziani impoveriti. Anche questo è un primato negativo del nostro Paese che ha il 4% di alloggi sociali sul totale delle abitazioni nei confronti del 31% del Regno Unito, del 38% della Francia, del 39% di Austria e Svezia e di ben il 55% della Germania. Inoltre in questi paesi una apposita legislazione obbliga e/o incentiva per le nuove costruzioni l'utilizzazione delle cosiddette brown field (ex aree industriali, strutture edilizie degradate, ecc.). In Inghilterra una legge nazionale impone addirittura di allocarvi il 70% di ogni nuova costruzione (il sindaco di Londra sta arrivando al 100%).
Vorrei, però, tornare al discorso sulla Toscana la quale, essendo una delle regioni più belle del mondo, suscita sensibilità più vigili che per altre, come argomenta Emiliani indicando ad esempio negativo – dopo Monticchiello, l'Argentario, Pienza - altri casi come la gigantesca cantina alle porte di Capalbio e il maxi parcheggio che incombe sul borgo medievale, le lottizzazioni di Poggio del Leccio e di Casole d'Elsa, ecc. Ma quel che suscita allarme, ben oltre i singoli casi, è la delega affidata in ultima istanza ai Comuni in merito alla difesa del paesaggio. Così, con una risibile interpretazione della «democrazia partecipativa», si è non solo abrogato l'art.9 della Costituzione secondo cui «la Repubblica tutela il paesaggio» (non certo i comuni), ma si è innescato un diffuso conflitto d'interessi: gli enti locali, sempre a corto di mezzi, sono invogliati a introiti aggiuntivi, attraverso concessioni edilizie, spese di urbanizzazione, ecc. tanto più che hanno ottenuto di usarli come spesa corrente, cosa che la vecchia legge Bucalossi vietava. Una pratica che può invogliare in qualche caso anche a finanziamenti illeciti, di partito o personali.
Purtroppo a Firenze ci si è inalberati per la denuncia. «Non capisco questo accanimento contro la Toscana», ha scritto sull'Unità l'assessore regionale al Territorio, Riccardo Conti, contestando i dati Istat riportati da Emiliani. In conclusione, però, affronta meritoriamente quello che a suo avviso (e anche a mio) è il punto politico centrale: «Vogliamo una conservazione attiva (attenzione all'aggettivo, ndr) del nostro territorio. Quello che non vogliamo è che si affermi una idea della Toscana come un'arcadica regione residuale, buona solo per i fini settimana di ospiti illustri. Siamo una complessa moderna regione europea». Affermazione che rivela un pernicioso errore ideologico derivante dalla ottocentesca «religione del Progresso industriale». Oggi in Europa l'icona delle ciminiere e degli opifici è, invece, resa sbiadita dalla globalizzazione. Le fabbriche del mondo saranno sempre più in Cina, in India, in Indonesia, in Brasile. In Occidente subentrerà, per chi saprà raccogliere la sfida, l'impresa immateriale, tecnologica, informatizzata. In questo quadro l'Italia possiede un solo bene insostituibile, non scalfibile dalla concorrenza, il territorio. Ogni ettaro distrutto è una picconata contro noi stessi. Chi non lo capisce si comporta come i talebani che fecero saltare i Buddha di Bamyan in nome dell'islamismo puro e duro.
di Mario Pirani
da La Repubblica del 19.11.07
La battaglia per il bello nel Paese dei geometri. La lettera di RUTELLI
Caro Direttore, proprio sicuro, mi chiedono, che la colpa dei guasti al paesaggio italiano debba cadere sui geometri? Certo che no. Le colpe sono larghissime. Il mio intervento all'Assemblea del Fondo per l'Ambiente Italiano – se il problema fosse solo di offrire spunto per titoli ai giornali – si sarebbe potuto riferire polemicamente verso gli architetti. O verso i sindaci e le commissioni edilizie dei Comuni, le Regioni e i loro mancati piani paesistici, i legislatori degli ultimi 50 anni, una committenza pubblica e privata quasi sempre assente nelle strategie.
Ma è evidente che ci troviamo di fronte a un fallimento generale; e poiché la soluzione da trovare è ambiziosa e molto difficile, cerchiamo di uscire dai luoghi comuni. Da oltre un anno sto conducendo una battaglia per la tutela del paesaggio, di cui ho indicato i tre maggiori nemici nella crescita formidabile dei valori immobiliari (che rende remunerativo qualsiasi intervento edificatorio in ogni angolo del paese), nella confusione dei poteri e mancanza di programmazione delle trasformazioni del territorio, nella cattiva qualità delle progettazioni.
E' evidente che i geometri italiani sono una categoria piena di sobrie e serie qualificazioni tecniche (io per primo le ho apprezzate, in molti campi, nella esperienza da Sindaco); ma nessuno potrà negare che moltissime costruzioni mono-bi-trifamiliari realizzate in ogni parte d'Italia dagli anni '60 – spesso con poca attenzione a tipologie storicizzate e alla scelta dei materiali – e centinaia di migliaia di pratiche di condono edilizio portino anche quelle firme.
Gli architetti hanno perso la madre di tutte le battaglie: quella di imporre la qualità del progetto come condizione culturale e civile – non solo intellettuale o professionale – del dibattito pubblico sul volto dell'Italia contemporanea. La gran parte delle amministrazioni comunali si è regolata perché a dominare le trasformazioni urbane – nell'Italia profonda soffriamo il male di Villettopoli, ma nelle città viviamo il disastro dell'edilizia di periferia – fosse la quantità (i metri cubi, i metri quadri) piuttosto che rendere "conveniente" la qualità delle realizzazioni e realizzare attrezzature capaci di migliorare la vita nelle città.
Le Regioni hanno combattuto solo in alcuni casi l'abusivismo; e solo raramente hanno programmato e governato le trasformazioni del paesaggio. Governi e Parlamento non hanno varato adeguate leggi per l'urbanistica, né per l'architettura; le pubbliche amministrazioni non hanno inserito il design nella programmazione di funzioni, servizi, infrastrutture. La categoria più attiva nel campo delle opere pubbliche è divenuta quella degli avvocati, le opere pubbliche più diffuse essendo i contenziosi amministrativi e le liti giudiziarie. Costruttori e developer hanno raccolto negli ultimi anni l'oro delle città (le rendite), ma raramente lo hanno reinvestito per migliorare le città stesse.
Nonostante abbia sviluppato capacità di tutelare e valorizzare il patrimonio antico molto meglio che nel passato, la Bella Italia è diventata generalmente più brutta?
Dunque, siamo al punto. E' un punto di non ritorno: i programmi di edificazione previsti e prevedibili possono fare irreversibilmente male al Paese. Io ho proposto una strategia precisa: riformare il Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio, per rendere obbligatoria la co-pianificazione tra lo Stato (che ha il potere esclusivo della tutela del paesaggio) e le Regioni (che debbono elaborare i piani); i risultati della Commissione presieduta da Salvatore Settis attendono in queste ore una risposta di collaborazione da parte delle Regioni. Inasprire le sanzioni per le ferite illegali al paesaggio (da 6 mesi c'è un ddl in Parlamento).
Un impegno di tutti non solo del centrosinistra, perché non vi siano mai più condoni edilizi; un monitoraggio accorto per impedire scempi e realizzazioni orribili (le Soprintendenze, senza alcun fondamentalismo, hanno fermato decine di programmi insensati; abbiamo disposto alcune demolizioni esemplari di "eco-mostri" già costruiti).
E' in rete il Sitap, il sistema informativo dei Beni Culturali che descrive i vincoli sull'intero territorio nazionale.
Intendiamo promuovere nuova qualità della progettazione, della formazione, dell'organizzazione pubblica. Stiamo incentivando, pur con pochi mezzi, concorsi di architettura e riqualificazioni del paesaggio stressato.
In termini generali, le grandi trasformazioni debbono riguardare innanzitutto le aree grigie come ha scritto Richard Rogers, ovvero il territorio compromesso e da riqualificare, piuttosto che il sempre più scarso territorio integro.
Soprattutto, è tempo di aprire un dibattito costruttivo e propositivo perché l'Italia del XXI secolo – la società italiana, non solo gli intellettuali, i tecnici, i politici – condivida la sfida della tutela e della trasformazione di qualità del paesaggio italiano come la prima e più importante causa culturale per cui valga la pena di impegnarci, se vogliamo che il destino delle "belle contrade" non sia memoria passata, ma messaggio al mondo e banco di prova dell'Italia contemporanea.
di Francesco Rutelli
da La Repubblica del 15.11.07
Ambiente. Dopo le critiche di Rutelli. «Ma non si può dire sempre no». Martini: basta cemento selvaggio. Il governatore della Toscana: patto per il paesaggio.
FIRENZE - «Dobbiamo dar vita a una stagione diversa. Ha ragione il ministro per i Beni e le attività culturali Francesco Rutelli quando dice che la stagione della crescita edilizia indiscriminata è finita. Dobbiamo contrastare un'aggressione che sulla Toscana, soprattutto sulle zone più pregiate, ci può essere e c'è. Ma ciò non può significare dire sempre "no" a tutto. La regione ha bisogno di uno suo sviluppo qualitativo». Claudio Martini, presidente Ds della regione Toscana, ora esponente del Partito democratico, presiede oggi a Firenze gli «Stati generali della sostenibilità in Toscana» al Polo universitario di Novoli. Interverranno molti interlocutori internazionali (Noam Chomsky in collegamento dal Mit di Boston, il ministro dell'ambiente dello Stato brasiliano del Parà, Valmir Gabriel Ortega) ma anche il ministro per lo Sviluppo economico Pierluigi Bersani, Franco Prodi e Alberto Asor Rosa per la rete dei Comitati per la difesa del territorio toscano.
Proprio sul nodo del territorio Martini annuncia una nuova stagione però chiede un confronto serio soprattutto dopo le polemiche dei Comitati asor-rosiani: «Occorre rigore analitico. È vero che la Toscana è diventata terra appetibile dalla speculazione. Ed è vero che il rischio non va sottovalutato. Negli ultimi tempi le difficoltà crescenti per la tenuta dei bilanci spingono molti comuni alle concessioni edilizie come unica valvola di sfogo. Ma occorre una logica di collaborazione e di chiarezza. Soprattutto perché non è vero che la Toscana si va cementificando». E Martini mostra le cifre calcolate dai suoi uffici: secondo quel dossier la Toscana resta la regione più boscosa d'Italia col 50.2% del territorio e il consumo di suolo tra il 1990 e il 2000 sarebbe di 82.000 ettari circa, quindi 8.100 l'anno, cifra ben distante dai 150.000 ettari denunciati dai Comitati. In Toscana, sempre secondo gli uffici di Martini, le aree urbanizzate rappresentano il 4.08% della superficie totale contro il 10.4% della Lombardia, il 4.7% dell'Emilia e il 7.7% del Veneto.
Martini invita a «uscire dalla logica degli opposti estremismi ideologici, da una parte la crescita indiscriminata e dal-l'altra un blocco altrettanto indiscriminato di qualsiasi ipotesi di sviluppo». Per questo oggi Martini presenterà un «Decalogo della sostenibilità». Un programma di educazione al paesaggio per una nuova generazione più consapevole, la destinazione dell'1% del Pil locale contro l'effetto serra, sviluppo delle fonti energetiche rinnovabili, campagne per la raccolta e il riuso dell'acqua, trasporti collettivi più efficienti. Soprattutto una diversa politica del territorio: «Limitare l'espansione edilizia, privilegiare il recupero». E poi «contrastare l'uso scorretto degli oneri di urbanizzazione e del-l'Ici ai fini della copertura dei bilanci, rifiutando la distorta relazione tra più edificazione e più entrate per le spese correnti». Però Martini rifiuta un'altra ipotesi che si sta facendo, il «ritorno a Roma» (cioè allo Stato centrale) degli strumenti di controllo sul territorio ora affidati al Comune: «Non si può fare appello alla partecipazione dal basso e poi proporre di accentrare i poteri. Così si delegittimano i Comuni, che restano esposti all'attacco di forti gruppi finanziari. Invece le amministrazioni vanno responsabilizzate ed aiutate a crescere».
- Rutelli: architetti e urbanisti hanno perso una battaglia storica. Hanno vinto i geometri
- Contestate le villette in costruzione a Monticchiello, in Val d'Orcia (Siena). Il progetto, al centro di una lunga polemica, prevede la realizzazione di 92 abitazioni. Fine lavori: forse entro maggio 2008.
di Paolo Conti
dal Corriere della sera del 15.11.07
Qualità urbana. Architetti, ingegneri e geometri contestano le critiche del vicepremier Rutelli: «Cattivi progetti, colpa politica». Le categorie: sono mancate pianificazione e best practices.
MILANO - Il dissesto paesaggistico italiano? Un «concorso di colpa» per architetti, ingegneri e geometri, chiamati in causa - soprattutto questi ultimi - dalle affermazioni che il ministro per i Beni e le attività culturali, Francesco Rutelli, ha rivolto sulle responsabilità della scarsa tutela del patrimonio ambientale e architettonico al seminario del Fai, sabato scorso ad Assisi.
Le categorie - che non hanno mai nascosto, negli anni, dissapori reciproci su invasioni di ruoli e competenze - fanno invece quadrato nei confronti delle dichiarazioni del ministro. E accettano un mite «concorso di colpa» nella gestione opaca e spesso scoordinata delle opere pubbliche e del disordinato boom edilizio residenziale, chiamando però in causa l'assenza di competizione tra progetti e di collaborazione tra professionisti, costruttori, enti locali e cittadini.
«Gli architetti e gli urbanisti del dopoguerra - aveva affermato Rutelli - hanno perso una battaglia storica, magari anche per colpa della politica. Non sono riusciti a imporre una leadership culturale e quindi una cifra stilistica alla trasformazione del territorio». Di fatto, aveva concluso, «hanno vinto i geometri che hanno accondisceso in modo incompetente, sbrigativo e dozzinale a ogni bisogno del committente. Coi risultati che vediamo».
Ammette che il dopoguerra sia stato una «sconfitta dell'architettura» il presidente della categoria, Raffaele Sirica, che però fa notare come il legislatore si sia «per anni disinteressato alla promozione architettonica. Ecco perchè manca su larga scala il concorso di progettazione - che è solo una delle opzioni inserite nel nuovo Codice degli appalti - surclassato dalle gare per l'offerta economica più vantaggiosa. Se in Italia in un anno - ha proseguito Sirica - si fanno appena dieci concorsi, per lo più per progetti ambiziosi e riservati alle grandi firme, Spagna, Francia e Germania assieme arrivano a quota mille». Insomma, tutto il settore deve capire l'importanza di operare su larga scala con tecniche e materiali d'avanguardia:«L'Italia - ha concluso Sirica - è rimasto l'unico Paese Ue a non avere ancora recepito la direttiva 2006/32/Ce sul risparmio energetico in edilizia che obbligherà a costruire con criteri nuovi».
«Esterrefatti», per le parole usate da Rutelli si sono detti i geometri. Per il consigliere nazionale, Enrico Rispoli, «il geometra interviene su una progettazione di piccolo cabotaggio. Che poi qualche professionista abbia colmato spazi lasciati liberi dagli architetti può essere, ma non è la norma. E comunque chi doveva pianificare, ovvero la politica, per anni non lo ha fatto».
«È vero, molti colleghi hanno applaudito alla politica dei condoni, mentre i vertici istituzionali erano contrari», ha affermato Paolo Stefanelli, presidente del Consiglio nazionale degli ingegneri. «E' necessario - ha continuato - che le norme, quando ci sono, non siano viste come paletti da schivare ma come principi da condividere per il bene comune». Per Stefanelli è prioritario però che la politica sia «meno schizofrenica» e che non incoraggi il bassissimo costo a scapito di progettazione e sicurezza. «La realizzazione dei dispositivi di sicurezza nei cantieri - ha concluso Stefanelli - non è assoggettabile a ribasso d'asta ma è una prestazione complementare senza soglie minime che può essere anche a costo zero».
- RESPONSABILITÀ - Ma i vertici istituzionali ammettono che molti colleghi hanno approfittato dei vuoti di programmazione
di Laura Cavestri
da Il Sole 24ore del 13.11.07
vedi anche:
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