Oscar Niemeyer: "I miei 100 anni"

Interviste - rassegna stampa

Niemeyer "I miei 100 anni": SE L'ARCHITETTO INVENTA IL PAESAGGIO 
INTERVISTA - L'autore di alcuni tra i più noti palazzi del mondo compie cento anni. RIO

DE JANEIRO - Oscar Niemeyer, uno dei più grandi architetti contemporanei, compie cent'anni. E racconta il suo lavoro, il suo rapporto con la natura e le sue opere. «Un giorno - spiega il maestro - Lùcio Costa disse che il paesaggio di Brasilia era la mia architettura. Ed aveva ragione: era una regione triste, vuota e senza rilievi che, in contrasto, richiedeva un'architettura più agile, più disinvolta che esige l'uso del cemento armato che io preferisco». Tra i suoi progetti anche quello del nuovo auditorium di Ravello.

  • Oscar Niemeyer, la sua architettura ha sempre cercato una relazione con la natura, non un'integrazione ingenua e ottimistica ma piuttosto dialettica e complessa. I suoi progetti sono una ricerca della naturalezza intesa come concetto? «L'architettura deve adattarsi alla natura senza modificarla. Nel progetto della casa di Canoas, per esempio, ho lavorato rispettando i dislivelli del terreno».
  • Il suo rapporto con Burle Marx costituisce un esempio di sodalizio quasi «rinascimentale» tra due architetti, uno della costruzione e uno dei giardini. Che relazione ha avuto con lui? «Burle Marx è stato un grande paesaggista. Prendendo lo spunto dai giardini giapponesi ha fatto sua l'idea che la natura deve prevalere, come se la mano dell'uomo vi fosse appena intervenuta. Dei giardini portoghesi, realizzati in Brasile, ha mantenuto il concetto di creare livelli differenti ricreando così gli spazi più intimi che li caratterizzavano. Pampulha è stato il mio primo progetto e, probabilmente anche il primo giardino disegnato dal Burle. Era senza alcun dubbio un paesaggista esperto, che rispettava e amava la natura e sapeva così bene coltivarla e difenderla».
  • Ritengo che con Brasilia lei abbia costruito un nuovo tipo di natura in cui artificio e organico coesistono. E' d'accordo? «Un giorno Lùcio Costa disse che il paesaggio di Brasilia era la mia architettura. Ed aveva ragione: era una regione triste, vuota e senza rilievi che, in contrasto, richiedeva un'architettura più agile, più disinvolta che esige l'uso del cemento armato che io preferisco».
  • L'architettura moderna non è sempre occupazione di spazio o progettualità contro il caos della natura. Può avere anzi una funzione ecologica. «Ho già parlato del rapporto tra l'architettura e la natura. Di come l'ho concepito osservando la natura piana, l'orizzonte infinito di Brasilia. Adesso preferisco trattare dello spazio nell'architettura; non solo dello spazio che la racchiude, ma di quello che l'architetto crea nell'elaborare un progetto. E' un compito così importante che nel disegnare due edifici il progettista deve per prima cosa definire lo spazio esistente tra di essi. L'architetto deve affrontare il problema dello spazio durante tutto lo sviluppo dei suoi progetti. Comincia con la distribuzione dei suoi edifici sul terreno, cercando di creare un buon rapporto tra volumi pieni e spazi vuoti. Poi questo problema si ripropone esternamente e internamente in ciascuno dei suoi progetti. Nel disegnare, ad esempio, un colonnato, l'architetto dovrà creare e proporzionare lo spazio fra le colonne, altrettanto importante delle colonne stesse. E, se per caso ha letto Rilke, lei ricorderà con piacere questa frase: "Come gli alberi sono magnifici, però ancor più magnifico è lo spazio sublime e commovente che esiste tra loro". Se tuttavia considera l'invenzione architettonica come sua parola d'ordine, il problema dello spazio si moltiplica. Quando progettai il colonnato per la sede di Mondadori a Milano, evitai di creare spazi uguali tra le colonne. Ispirato dall'invenzione architettonica ho progettato spazi diversi tra loro, variandoli da quindici a tre metri in una sequenza che mi sembrava musicale».
  • Il suo Museo di Niteròi costituisce la prova di una vitalità creativa senza limiti. L'idea di piantare un contenitore di arte contemporanea su uno scoglio è il segno della relazione esistente tra le sue forme e il mare. L'architettura, dunque, è matrice di energia e modello di movimento? «Il mare, un lago, un semplice specchio d'acqua sono sufficienti per dare all'architettura un'altra dimensione e bellezza. Ed è quello che ho scoperto nel progettare il Museo di Arte Contemporanea di Niteròi, affacciato sulla baia di Guanabara. Il terreno era esiguo, l'edificio doveva assolutamente essere in posizione centrale, e da ciò l'architettura si è sviluppata naturalmente. Per preservare il paesaggio, doveva galleggiare nello spazio, sotto al quale si distendeva un panorama magnifico. Non volevo che la soluzione si limitasse a due volumi sovrapposti, come avviene di solito, ma puntavo verso una forma che sorgesse dal terreno e ne ricalcasse il profilo con rette e curve. Ed ecco che il mio Museo è lì ad arricchire il paesaggio, destando, grazie alla sua forma inconsueta, quella curiosità che un'opera architettonica come quella dovrebbe sempre suscitare».
  • Noi tutti festeggiamo i primi suoi cento anni. Il XX secolo le appartiene per intero. L'ha attraversato tutto, sfondando il 2000 ed entrando nel Terzo millennio. Suoi compagni di strada sono stati protagonisti della modernità. Eppure in Brasile esiste una cultura autoctona, frutto di una sensibilità tropicale e della lezione delle avanguardie storiche europee. «Sono completamente d'accordo. Questo è avvenuto per tutte le arti. Pensa in letteratura a Mario de Andrade ed alla Lispector, alla poesia concreta con il gruppo Noisgrandes (Decio Pignatari e i fratelli De Campos), alle arti visive Ligia Clark, Antonio Dias fino a Ernesto Neto. Insomma una cultura senza complessi edipici o di inferiorità capace di coniugare insieme sensibilità tropicale e rigore concettuale, vitalismo e progettualità».
  • Come è nata l'illuminazione del suo segno che ha portato al progetto del nuovo auditorium di Ravello? «Dai lunghi colloqui in tanti anni con il mio amico Domenico De Masi, Presidente del Festival di Ravello. Fantasticando sul luogo mitico, toccato da Nietzsche e Wagner, sede di concerti prestigiosi. Ho pensato allora ad un opificio del bello, capace di ospitare tutte le arti più avanzate, funzionante per tutto l'anno, ben bilanciato architettonicamente tra le bellezze di un paesaggio incomparabile, quello della costiera amalfitana. Così il mare di Rio de Janeiro arriva fino a Ravello».
  • Cosa pensa dell'ultima generazione di architetti? Troppo autoreferenziale e performativa? «L'architettura deve bilanciare le sue forme innovative con la funzione. Non è una disciplina che può fermarsi al piacere dell'involucro, alla sorpresa delle apparenze. Credo che debba ecologicamente promuovere una nuova ospitalità all'uomo moderno e trovare un equilibrio tra il naturale e l'artificiale, tra l'organico e il costruire. Un'armonia difficile da raggiungere ma verso cui tendere». 

 

di Achille Bonito Oliva
da La Repubblica del 15.12.07


IL PERSONAGGIO. Niemeyer, un'architettura lieve come le nuvole. Oggi uno dei maggiori architetti viventi compie 100 anni: «festeggiare e' una sciocchezza». La sua prima grande opera, un quartiere intero a Belo Horizonte, risale al 1940-41. La sua firma su edifici famosi.

Oggi uno dei maggiori architetti viventi compie cent'anni. Oscar Niemeyer si è detto contrario a qualsiasi cerimonia: «Festeggiare il centenario è una sciocchezza», ripete negli ultimi mesi. Ma anche così il Brasile e i suoi ammiratori in tutto il mondo celebreranno la data per riverenza al creatore modernista di Brasilia e di tanti altri monumenti e edifici con i suoi tratti sinuosi così marcanti.

«Compiere cent'anni non significa niente, già dai 70 in poi cominciamo a dar addio agli amici, alle donne, a tutte le cose che valgono veramente nella vita - ha dichiarato Niemeyer di recente, nel ricevere la Legion d'Onore concessagli dal governo francese - Quello che vale è la vita intera, ogni minuto. Quando guardo indietro la mia vita, vedo che non ho fatto concessioni e che ho seguito la strada giusta. E questo dà una certa tranquillità». Anni fa, un Niemeyer più giovane e meno saggio aveva affermato pubblicamente che «la vita è una merda, è ingiusta e spesso senza senso» o che «la vita è molto più grande dell'architettura».

La miglior definizione del pensiero e dell'opera di Niemeyer è forse quella di Eduardo Galeano. «Si sa che Oscar Niemeyer odia il capitalismo e odia l'angolo retto - afferma lo scrittore uruguayano nel documentario "Niemeyer: la vita è un soffio"-. Contro l'angolo retto, che offende lo spazio, ha creato un'architettura lieve come le nuvole, libera, sensuale, simile ai paesaggi delle montagne di Rio de Janeiro, montagne che sembrano corpi di donne sdraiate, disegnate da Dio in un giorno che Dio pensava di essere Niemeyer». Nello stesso filmato, realizzato nel 2006, il grande architetto afferma: «Quando mi ordinano il progetto di un edificio pubblico, cerco di farlo il più bello possibile, differente, che susciti sorpresa. Perchè so bene che i più poveri non avranno modo di approfittarne, ma perlomeno potranno fermarsi a guardarlo, e voglio dar loro un attimo di piacere, di sorpresa. Questo è un modo in cui l'architettura può rendersi utile».

Oscar Ribeiro de Almeida de Niemeyer Soares è nato il 15 dicembre 1907 a Rio de Janeiro, in una famiglia agiata e nella stessa città passa una gioventù spensierata e dedita alla vita mondana e alla bohème tipica carioca. Solo con il matrimonio con Annita Baldo, figlia di emigranti italiani, il 21enne Oscar mette la testa a posto e comincia a studiare e poi a lavorare. Con Annita resterà sposato fino alla morte di lei, 62 anni dopo.

Niemeyer comincia a lavorare come architetto nello studio di Lucio Costa, l'urbanista che sarà assieme a lui alla fine degli anni '50 il creatore di Brasilia. Ma la sua prima grande opera - un quartiere intero nuovo a Belo Horizonte, la Pampulha - risale al 1940-41. Nel 1947 è chiamato a New York per progettare assieme a Le Corbusier la sede delle Nazioni Unite.

Più tardi seguiranno altri edifici famosi, la sede della Mondadori, la sede del Partito Comunista francese, l'Università di Costantine e la moschea di Algeri, e finalmente nel 1996, quando ha già 89 anni, quello che molti considerano il suo ultimo capolavoro, il Museo di arte contemporanea di Niteroi (Brasile).

Nel 2002 il governo brasiliano gli ha reso omaggio con l'apertura del Museu Oscar Niemeyer a Curitiba.


da L'Arena del 15.12.07


ARCHITETTURA - Oscar Niemeyer oggi festeggia i 100 anni

Oscar Niemeyer, uno dei più importanti protagonisti dell'architettura internazionale, compie oggi 100 anni. E non accenna minimamente ad abbandonare la carriera. Il Brasile lo festeggia: il 2008 sarà «l'anno di oscar Niemeyer», come ha detto il presidente Lula consegnando all'architetto la medaglia al merito culturale.


da Il Gazzettino del 15-12-07


Niemeyer, un compleanno napoletano. A Palazzo Reale la mostra di Salvino Campos dedicata al grande architetto.

Scomposto nell'enorme polittico, l'Edificio Copan, la più grande struttura in cemento armato di Sau Paulo, ondeggia di una duttilità che nemmeno Niemeyer, il genio dell'architettura che lo edificò nel 1951, avrebbe immaginato. Più cinestetico e antigeometrico di quanto lui stesso ha teorizzato e realizzato.

Merito di uno sguardo innamorato, quello di Salvino Campos, giovane fotografo del Brasile più intenso, quello del Minas Gerais, che al grande vecchio dedica «Oscar Niemeyer. Architettura, città, paesaggio» la mostra che oggi pomeriggio, vernissage alle 19, inaugurerà nell'appartamento storico di Palazzo Reale. Subito dopo la presentazione che alternerà gli interventi Pierandrea Amato, professore di filosofia dell'Università degli Studi di Messina, Benedetto Gravagnuolo, preside della Facoltà di Architettura, della Federico II, Enrico Guglielmo, soprintendente per i Beni Architettonici ed il Paesaggio di Napoli e Provincia, Cettina Lenza, preside della facoltà di Architettura Luigi Vanvitelli Sun, Ernesto Mazzetti, professore di Geografia Urbana e Aldo Loris Rossi, professore di Progettazione dell'Università degli Studi di Napoli Federico II.

Data significativa, perché oggi Niemeyer compie cento anni. «Unico festeggiamento italiano» sottolinea Maurizio Siniscalco, coordinatore di Arteas, l'associazione promotrice della mostra curata da Aldo Loris Rossi e Patrizia Di Maggio. E secondo step, dopo il gemellaggio, la scorsa estate, tra Napoli e Rio de Janeiro. Un omaggio lungo 46 scatti per ventidue immagini di grande formato che l'elegante nitore di un bianco e nero rigorosissimo esalta in modo sorprendente.

Le grandi invenzioni architettoniche dell'Edificio Niemeyer (Belo Horizonte, '53), il Teatro Popular o l'Hidroviaria de Charitas (Niteroi, Rio Janeiro, 2002), per esempio, indagate da un obiettivo che decostruisce e fraziona, per rintracciare, complice la disciplina di fotografare sempre alla stessa ora e sempre in un contesto umanizzato, tutta la grammatica del processo creativo post-razionalista del grande Niemeyer. Fino al 15 gennaio.
 

di Melania Guida
dal Corriere del Mezzogiorno del 15.12.07


Il fotografo e l'architetto della gente. Campos per Niemeyer scatti sulla modernità. Una coppia di artisti e sognatori brasiliani per i quali "è importante la vita e la nostra voglia di cambiare il mondo". Da domani a Palazzo Reale la mostra "Architettura, Città e Paesaggio".

Si inaugura domani a Palazzo Reale la mostra fotografica di Salvino Campos dedicata al grande architetto Oscar Niemeyer. Curata da Aldo Loris Rossi e Patrizia Di Maggio, l'esposizione verrà introdotta da Pierandrea Amato, Benedetto Gravagnuolo, Enrico Guglielmo, Cettina Lenza, Ernesto Mazzetti. "Oscar Niemeyer. Architettura, Città e Paesaggio" propone una lettura personale e fascinosa dell'opera di questo paladino della modernità, che continua a sviluppare ancora oggi una decina di progetti in giro per il mondo alla mitologica età di cento anni.

Campos in 46 scatti di grande formato, rigorosamente in bianco e nero, esalta la forza espressiva e la poetica del costruire del centenario architetto, che ha come motto «Non è importante l'architettura, importante è la vita, e la nostra voglia di cambiare il mondo». Campos, anch'egli brasiliano, ha lavorato a Brasilia e in seguito a New York, dove, nel campo della pubblicità e della moda, ha sperimentato lo studio della luce e l'utilizzo dei grandi formati. Queste espressioni sono state poi trasferite in particolare nei ritratti, che Campos ha eseguito in varie parti del mondo e che risulta la forma espressiva nella quale si riconosce di più. Trasferitosi a Napoli, nel 2000, il fotografo la elegge a sua città di adozione, vivendo alternativamente tra la nostra città e Rio de Janeiro.

Nell'affrontare fotograficamente l'architettura di Niemeyer, Campos ha dedicato particolare attenzione al rapporto tra l'uomo, l'architettura e il paesaggio, chiarendo, con le sue foto il perchè della definizione brasiliana di Niemeyer come "l'architetto della gente". Certo, ha dovuto porsi il problema dell'inevitabile riduzione spazio temporale che il medium utilizzato dà dell'architettura, che può essere capita solo vivendone le reali dimensioni volumetriche e plastico-spaziali. Ma ha deciso di concentrarsi sulle invenzioni del linguaggio post-razionalista, libertario, lirico, del grande architetto per decifrarne il movimento delle opere attraverso una serie di scatti da punti di vista leggermente differenti, de-costruendo, in una sorta di visione stroboscopica, opere come il Centro Residenziale Copan (San Paolo, 1951), l'Edificio Niemeyer (Belo Horizonte, 1953), il Teatro Popular e l'Hidroviaria de Charitas (entrambi a Niteroi, Rio Janeiro, 2002).

Le foto riescono così a darci un'idea dell'operare di Niemeyer, architetto che ha saputo unire, unico esempio nel novecento, l'astrattismo razionalista alla sinuosità barocca contemporanea, e con geniale semplicità. Rendere omaggio a Niemeyer significa anche rendere omaggio ad un'idea di nitidezza e moralità politica sia per la sua distanza dalle mode effimere, dallo star-system, che dal "capitale progettista". La cosa più importante per un architetto, afferma, «è saper dire di no». Quando, infatti, gli chiesero di progettare le sedi delle compagnie petrolifere della nuova capitale rispose «non posso, sono solo un funzionario che lavora per lo stato». Niemeyer teorizza il senso di profondo distacco dalle cose che è tipico dei brasiliani, una forma di malinconia che contamina ogni idea felice, come se ogni meraviglia realizzata portasse con sé il dramma della solitudine che il capolavoro contiene nella sua essenza.

 

di Mario Franco
da La Repubblica del 14.12.07


OSCAR NIEMEYER - Un secolo di sorprese per un mondo migliore

Tra il '68 e il '75 l'architetto brasiliano Oscar Niemeyer progettò la sede del Gruppo Mondadori a Segrate, Milano. Era l'epoca in cui il committente illuminato, in questo caso Giorgio Mondadori, chiamava a lavorare un brillante architetto sulla base di scelte che oggi potrebbero sembrare strane, avulse da investimenti immobiliari su larga scala. Dopo 32 anni la costruzione di Niemeyer è ancora lì, ed è entrata nell'iconografia generale più per abitudine che per comprensione della complessità del progetto e della visione del suo autore.

Un marziano chiamato Oscar Niemeyer che nasce a Rio de Janeiro il 15 dicembre del 1907, anno in cui Picasso dipinge Les Demoiselles d'Avignon. La sua è una famiglia cattolica, piena di pregiudizi, cosa che lo spinge ad appassionarsi al comunismo perché, ha dichiarato, «è nel comunismo che ho trovato la gente migliore e più idealista, che voleva una vita migliore. E che cosa vogliamo dall'architettura? Solo un mondo migliore». Leggenda vivente, genio, ultimo modernista o, come ha detto il suo amico Fidel Castro «l'unico altro comunista sopravvissuto», si iscrive all'Accademia nazionale di Belle Arti di Rio de Janeiro nel '29, l'anno del crollo di Wall Street. Giovane idealista, si mette al servizio del governo brasiliano. A ventinove anni, nel '36, in collaborazione con Le Corbusier progetta il ministero dell'Educazione e della Sanità di Rio.

Allora Rio era una città settecentesca e barocca: la costruzione di Niemeyer e Le Corbusier la fece diventare contemporanea, una rivoluzione di cemento dove ancor oggi tra le sue colonne si può respirare l'energia e l'esuberanza tropicale di Niemeyer. È infatti un modernista, ma le sue radici brasiliane, lontane dall'Europa, lo portano a sperimentare nuove forme, a piegare il cemento armato seguendo il suo segno caratteristico, la curva che è «la soluzione naturale di uno spazio, la curva che ritrovo nelle montagne del mio paese, nelle rotondità femminili, nelle anse dei fiumi e nelle onde del mare». Guardando la forma del Museo d'Arte Contemporanea di Niteroi, si ha la sensazione di un'enorme navicella spaziale miracolosamente atterrata su una base cilindrica di 9 metri di diametro per 2 di altezza che regge un peso di 400 kilogrammi per centimetro quadrato e resiste a venti fino a 200 Km/h. Per quel progetto Niemeyer chiese anche il parere della gente per la strada, decidendo poi di aggiungere una rampa che all'esterno percorre da una parte all'altra l'edificio. «Nell'architettura - ha detto - ricerco sempre qualcosa di nuovo, se non c'è non mi interessa. Forse non ti piacerà la mia architettura, ma non avrai mai visto nulla di simile».

Nel '45 inizia la militanza nel partito comunista brasiliano, posizione che lo costringerà ad allontanarsi varie volte dal Brasile. Nel '56 viene coinvolto dal presidente Kubitschek in un progetto visionario: costruire una nuova capitale al centro del paese, Brasilia. Un esperimento socialista forse politicamente discutibile ma ineccepibile sotto il profilo architettonico. Solo quattro anni per costruire la maggior parte degli importanti edifici della città quali il Congresso Nazionale, il Palazzo del Planalto, la Corte Suprema Federale, il Palazzo Arcos, la Cattedrale e il Museo Juscelino Kubitschek, edifici ancor oggi di riferimento per la storia dell'architettura. «Come architetto - ha dichiarato Niemeyer - la mia preoccupazione per Brasilia era trovare una soluzione strutturale che caratterizzasse l'architettura della città. Così ho fatto del mio meglio nelle strutture, cercando di differenziare la distanza delle colonne, così vicine che a volte i palazzi sembrava non toccassero terra, potevo vedermi camminare lì in mezzo, immaginare le loro forme e i diversi punti di vista che avrebbero provocato».

Spesso paragonato all'americano Louis Kahn, il centenne Oscar mostra nel video Oscar Niemeyer, allegato questo mese alla rivista Interni, una vitalità lontana da Kahn. Sorridente, col sigaro in mano, parla di vita avvolta nel mistero, di futuro, di filosofia e dell'importanza della lettura e della poesia. «C'è tanta curiosità intorno al fatto che compio 100 anni. Sono qui e non ho chiesto di esserci, come tutti gli altri. Il tempo non è importante e la vita è giusto un segno». Sarà, ma in questi cent'anni Niemeyer ha lasciato segni profondi: il palazzo delle Nazioni Unite di New York, il Sambodromo di Rio, la Piazza dei Tre Poteri a Brasilia, l'Università di Costantino e il Giardino Zoologico ad Algeri, la sede del Partito Comunista Francese e gli uffici della Renault a Parigi, edifici costruiti durante l'esilio politico in Europa. E ancora, la sede della FATA a Pianezza (Torino) e quella delle Cartiere Burgo, a San Mauro Torinese, e poi la sede della Mondadori di Milano-Segrate, le cui colonne dalla distanza irregolare hanno «uno spazio musicale unico a Milano», mentre la sua casa a Rio de Janeiro è diventata un punto di riferimento.

Premio Pritzker d'architettura nel 1988, cita Baudelaire nel discorso di ringraziamento: «L'inaspettato, l'irregolare, la sorpresa, il meraviglioso sono parte essenziale e caratteristica della bellezza. E questo è quel che io ho da dire sull'architettura».

 

di Michela Moro
da Il Giornale del 14.12.07


L'architetto della felicità  - Niemeyer, la festa dei cent'anni. L'architetto brasiliano che ha progettato l'auditorium di Ravello.

Il settimanale più autorevole del Brasile - «Epoca» del potentissimo editore Globo - dedica il suo ultimo numero in edicola ai cento personaggi più importanti del Paese. Ognuno di essi è presentato da un altro personaggio illustre.

Oscar Niemeyer è presentato dal presidente Lula in persona. Nessun altro brasiliano, infatti, sarebbe parso adatto a descrivere un genio indiscusso e universalmente amato come Niemeyer. Ed ecco cosa scrive Lula: «Il mio amico Oscar Niemeyer usa dire che la vita è più importante dell'architettura». «Sintetizzando così - aggiunge il presidente Lula - la sua filosofia esistenziale, la sua condotta professionale e la sua posizione politica. Nel momento di compiere 100 anni di un'esistenza ricca e produttiva, Niemeyer offre al Brasile e al mondo, oltre a un'opera architettonica di bellezza ineguagliabile, una sincera lezione di umanesimo, di amore e di solidarietà verso il prossimo. Più ancora delle sue opere - Brasilia, Pampulha, Ibirapuera, il Museo di Arte Contemporanea di Niteròi, i nuovi progetti come il Centro Culturale di Avila in Spagna - egli rappresenta l'esempio monumentale dell'artista che mai si contaminò con il lusso, il potere e la gloria, che si è levato contro tutti i tipi di ingiustizia e disuguaglianza e che ama, sopra ogni cosa, il popolo del suo paese».

Sabato 15 Oscar Niemeyer compirà cento anni e l'intero Brasile - dal Palazzo alle favelas - si è preparato a questo giorno con una grande emozione collettiva. E mentre tutto il Sud America festeggia il suo massimo architetto, non come un divo ma come un modello di vita, nel mondo intero si inaugurano mostre sulle sue opere e si tengono seminari per decifrare la bellezza dei suoi progetti, semplici e sorprendenti al tempo stesso. A Napoli, nell'Ambulacro di Palazzo Reale, si aprirà l'esposizione delle fotografie sulla sua opera scattate da Salvino Campos: «Architettura, Città e Paesaggio».

Ma perché questo vecchietto minuto e ancora arguto esercita tanto fascino e segna in misura così decisiva l'architettura e la vita del nostro tempo? Oggi non esiste città - da Barcellona a Dubai, da Bilbao a Salerno - che non abbia l'ambizione di ridisegnare se stessa e il proprio skyline, affidando grandi opere ai cosiddetti archistar: le grandi firme dell'architettura contemporanea: da Norman Forster a Renzo Piano, da Hadid a Jean Nouvel, da Fuksas a Calatrava. Ma Niemeyer ha precorso di mezzo secolo questa ondata e - unico al mondo - ha realizzato oltre 600 edifici con cui ha cambiato la faccia del Brasile e ha impresso una svolta all'architettura di tutto il pianeta: dall'Algeria alla Spagna, dalla Francia agli Stati Uniti. Alcuni suoi edifici, come il palazzo delle Nazioni Unite a New York o la cattedrale di Brasilia, fanno ormai parte imprescindibile dell'iconogarfia mondiale, accanto alla Torre Eiffel o alla cupola del Brunelleschi.

Ma ci sono altre due buone ragioni che fanno di Niemeyer un genio a parte. Egli è forse l'unico, in tutta la storia dell'architettura, ad avere progettato e costruito un'intera città: la prima città nata dopo l'avvento dell'automobile, una metropoli di due milioni di abitanti, realizzata in quattro anni. La volle negli anni Cinquanta il presidente Joselino Kubishec per spostare la capitale dello Stato da Rio de Janeiro, sulla costa sovrappopolata, all'interno del territorio brasiliano spopolato. Sotto questo aspetto, l'operazione Brasilia somiglia, in grande, a quella concepita nel Settecento da Carlo III quando affidò a Vanvitelli il compito di creare a Caserta una seconda capitale per decongestionare Napoli.

L'altra ragione per cui Niemeyer è una figura a parte consiste nel fatto che, con lui, per la prima volta, il Terzo Mondo si è espresso attraverso un'architettura profondamente indigena e tuttavia capace di gareggiare, per arditezza tecnologica e per purezza di forme, con la grande architettura del Primo Mondo: di confrontarsi a testa alta con i Gropius e con i Le Corbusier. Quest'ultimo, tra l'altro, ha firmato con Niemeyer due palazzi: quello, già ricordato, delle Nazioni Unite e quello di Rio de Janeiro, destinato al Ministero della Cultura.

Il giorno del suo centesimo compleanno pranzerò con Niemeyer nell'incantevole Casa Canoa, da lui costruita nella foresta da Tijuca, quando era ancora giovanissimo. Lì verranno a festeggiarlo i personaggi più in vista di tutto il Sud America. Poi la sera, per suo espresso desiderio, ceneremo ancora insieme, questa volta solo in otto amici, che da anni ci stimiamo ed amiamo. So già che cosa ci diremo. Come sempre riandremo agli anni in cui eravamo a Parigi: io come studente, lui come esule; entrambi squattrinati. E poi Oscar tornerà, come sempre, all'argomento che più lo angustia: i poveri del suo paese, i dannati della terra, le dittature da sconfiggere, i soprusi da eliminare. Il suo studio, semplice e incomparabile, dove sono nati tutti i suoi capolavori, man mano si riempirà di ombre e di speranze perché Niemeyer, mai pessimista, resta convinto che la parte sana dell'umanità prevale sempre su quella malata. Debbo confessarlo: sono felice di essere amico di questo galantuomo. E sono orgoglioso che una scintilla di questo genio, un piccolo auditorium, semplice e raro come il suo progettista, fra qualche mese entrerà a fare parte per sempre del panorama di Ravello, arricchendo la Campania con un nuovo capolavoro che rappresenta un segno di bellezza architettonica e di onestà intellettuale. 

Il viaggio nelle foto di Campos - Niemeyer, la festa dei cent'anni. Un grande progettista e un modello di vita nel ritratto di un amico. La mostra a Napoli. «Architettura, Città, Paesaggio» è il titolo della mostra fotografica sull'opera di Oscar Niemeyer che si aprirà nell'Ambulacro di Palazzo Reale a Napoli proprio il giorno in cui il grande architetto festeggerà i suoi 100 anni, sabato 15. Attraverso venti foto di Salvino Campos si potranno ripercorrere le varie fasi dell'attività progettuale di Niemeyer. L'iniziativa dell'esposizione è dell'associazione culturale Arteas con la partecipazione degli annali dell'Architettura. L'apertura della mostra - sabato alle 17 - sarà accompagnata da un convegno su Niemeyer con la presenza di Benedetto Gravagnuolo, Aldo Loris Rossi, Cettianm Lenza, Ernesto Mazzetti e Pierandrea Amato. 

 

di Domenico De Masi
da Il Mattino del 13.12.07


DVD - I cento anni di Niemeyer e il fascino delle linee curve.

Cento anni vissuti con la leggerezza di una linea curva. L'architetto Oscar Niemeyer compie sabato prossimo 15 dicembre il secolo di vita, ma lui addosso se ne sente solo una sessantina. Per augurargli buon compleanno la rivista «Interni», insieme con Pirelli Re, ha realizzato un dvd con un'intervista in cui il maestro brasiliano, nello studio di Copacabana, racconta di sé e del mondo: il senso della vita («Avere al proprio fianco una moglie») e quello dell'architettura («Essere creativa, stupire»); ce n'é anche per gli architetti di oggi «bacchettati» perché fanno troppo affidamento alla tecnica.

Curioso di tutto (politica, scienza, filosofia), da sempre affascinato dalla sensualità delle linee curve, Niemeyer ha costruito buona parte della città di Brasilia; negli anni 1968-70 Giorgio Mondadori lo volle in Italia per progettare la nuova sede di Segrate. «Un'opera unica, di cui sono molto orgoglioso» ricorda lui a quarant'anni di distanza. «Resta un'opera tra le migliori della sua carriera» ha sottolineato Fulvio Irace, docente di Storia dell'Architettura Contemporanea, durante la presentazione dell'iniziativa editoriale di «Interni». Il numero di dicembre della rivista è in edicola a 10 euro.

 

di s.col.
dal Corriere della sera del 13.12.07


NIEMEYER 100 anni da Oscar. L'intervista - Il grande architetto brasiliano parla del suo primo secolo di creatività e di sfide, dei suoi progetti passati e di quelli futuri. Ma anche di Dio, di Bush e Che Guevara.

Rio de Janeiro - Nell'attico di Copacabana dove riceve Oscar Niemeyer, c'è un'intera parete di vetri sospesa sul mare. Il perimetro somiglia a due seni di donna uniti da una linea retta, unica eccezione di una vita fatta di curve morbide dove arte e ideale si incontrano sempre. Anche in quel lontano 1967, quando la dittatura lo portò via dal Brasile in un esilio europeo durato 13 anni.

Quest'uomo che ha vissuto il suo secolo con la matita in mano (compierà 100 anni il 15 dicembre), ha disegnato miracoli come Brasilia, il Palazzo di Vetro dell'Onu (progettato insieme con Le Corbusier), il museo di Niteroi e centinaia di altre opere famose fra edifici, sculture e disegni. Ma seduto sulla sua poltrona con una gamba da riabilitare per un femore rotto e la voce impastata dagli anni, Niemeyer preferisce non parlare troppo della sua produzione artistica perché «ci sono cose molto più interessanti dice come la lotta dei popoli e la solidarietà che cambia il mondo». Si riaggiusta il colletto della camicia bianca. Si lascia andare a un piacevole divagare dove c'è spazio anche per Dio, Bush e Che Guevara.

«Sono stanco di parlare di me e delle mie opere d'arte. Ma soprattutto ritengo che questo sia un momento importante per spingere i giovani a occuparsi di politica. Oggi l'università ti insegna una professione. I ragazzi escono dalle facoltà sognando di diventare grandi professionisti. A me piacerebbe che fossero soprattutto uomini, con una mente più aperta alla filosofia e soprattutto alle battaglie politiche combattute assieme agli altri. Purtroppo il mondo segue le logiche dell'imprevisto e io non sono un pessimista. Ma fortunatamente in me c'è anche la forza di avere nuove aspettative. Come quella che un giorno cessino le politiche irresponsabili che minacciano gli equilibri del mondo. Mi spaventa la politica capitalista di Bush perché da questa nasceranno nuovi Bin Laden e nuove guerre. Ma sto parlando di Bush e della sua politica, non di tutto il popolo nordamericano».

  • La rivoluzione bolivariana di Chavez, il riscatto della dignità indigena di Evo Morales e il secondo mandato di Lula. Dove sta andando il Sudamerica? «Questi presidenti stanno facendo crescere l'America Latina ed è importante per lottare contro l'imperialismo. Anche Lula sta contribuendo a fare del Brasile un Paese indipendente. È un presidente operaio che non ha dimenticato le sue origini. Noi come brasiliani abbiamo il dovere di rimanere al suo fianco perché questo è un buon momento per il nostro Paese. Quello che apprezzo di lui è che non ha mai venduto le proprie idee per piegarsi alle logiche americane».
  • È stato molto amico del comunista Luiz Carlos Prestes, “il cavaliere della speranza” del romanzo di Jorge Amado. Quando Prestes nel '45 uscì dal carcere gli cedette il suo studio per farne la sede del Partito Comunista. Quali sono stati gli uomini secondo lei più importanti di questo secolo? «Prestes è stato un grande uomo per il nostro Paese. Di lui ricordo la coerenza e la partecipazione alla vita comunista. Proprio come Che Guevara, altro personaggio che stimo e che rimarrà un simbolo della storia del '900».
  • Ha vissuto in Francia, in Italia, ha girato l'Europa, il Nord Africa, la Russia. Alla fine però torna sempre qui. Il suo studio, la sua casa, la sua città sono a Copacabana... «Per me Rio de Janeiro, il suo mare, queste montagne sono la mia vita perché in questa città sono nato e cresciuto. E del resto moltissimi turisti se ne innamorano e poi decidono di rimanerci per sempre».
  • La sua arte è nata e ha vissuto un momento magico negli anni del Brasile di Juscelino Kubitschek, poi la dittatura e l'esilio in Europa. Cosa le ha lasciato il Vecchio Mondo? «Adoro l'Europa, dove ho incontrato tanta gente pronta a darmi una mano. Ma non sono riuscito a vivere pienamente quegli anni perché a casa mia c'era la dittatura. Hanno torturato tanti amici e con la testa sono rimasto sempre in Brasile. Tra le città che amo di più c'è Venezia. Ho conosciuto tanti cari amici in Italia da Renzo Piano che stimo molto a Giorgio Mondadori che mi aiutò negli anni dell'esilio. Realizzai per lui il palazzo Mondadori, un successo per quel gioco di spazi fra colonne. Spazi mai uguali proprio come uno spartito musicale».
  • Lei è credente? «Sono andato a scuola dai frati Barnabiti e a casa mia c'era sempre una foto del Papa ma io non credo in Dio perché in giro c'è troppa povertà, la gente convive con la morte tutti i giorni».
  • Come definirebbe l'architettura e quali le sfide del futuro? «L'architettura è sorpresa non semplici linee rette. Gli architetti devono fare quello che ritengono opportuno e non quello che dicono gli altri. Quando nell'82 mi chiesero di realizzare lo Spazio Niemeyer a Le Havre, in Francia, decisi di costruire la piazza 4 metri sotto il livello della strada. Il sindaco era scettico. Ma era una zona molto ventosa e la piazza in quel modo rimaneva protetta. Penso che le opere d'architettura nascano per la gente ricca. Per il futuro mi piacerebbe pensare a progetti per il popolo. Due giorni fa ho realizzato un centro ricreativo per Brasilia dove entreranno 40 mila persone. È un'opera importante perché è pensata per la gente».

Cento anni e parla di futuro. C'è da credergli mentre un assistente gli porta il plastico del nuovo progetto di Brasilia. Lo sfiora con delicatezza e poi ne spiega i dettagli. Ha tante idee per la testa che si dimentica perfino di parlare del ponte realizzato per il progetto d'urbanizzazione della Rocinha. Anche la favela più conosciuta di Rio porterà la sua firma. 

 

di Rosita Cavallaro
da Il Messaggero del 27.08.07


Un talento impetuoso e la gelida Brasilia

Un talento innegabile coronato da riconoscimenti come il Pritzker (il Nobel dell'architettura, 1988) o il Praemium Imperiale (2004), una fantasia torrenziale, un piglio ideologico indistruttibile (comunista militante da sempre, l'esilio a Parigi dal '67 all'85 durante la dittatura militare in Brasile), un groviglio di contraddizioni creative clamorose, quella di Niemeyer è stata ed è - nel bene e nel male - una vita da Oscar. Nomen omen: come dicevano i latini, nel suo caso, si può sostenere che il nome sia stato un presagio...

La sua predilezione per le forme sinuose e naturali lo portano, fin dall'inizio, ad abbandonarsi al linguaggio impetuoso del neoespressionismo e a trovare (come avviene con la chiesa di San Francesco a Pampulha) un'alternativa al razionalismo imperante negli anni 30 e 40. Ma è un obiettivo difficile da coniugare con la lezione di Le Corbusier, che condizionerà gran parte dell'iter progettuale dell'architetto brasiliano, dal comune lavoro per realizzare il ministero dell'Educazione e della Sanità a Rio nel '39 a quello per il Palazzo di vetro delle Nazioni Unite a New York nel '47. Un eccesso di attività lo porta a un'onesta autocritica: «Ho svolto troppi incarichi con fretta e negligenza. L'architettura è state per me come uno sport in cui bastava possedere capacità di improvvisazione...».

Nel '57, l'avventura della costruzione di Brasilia (condivisa con l'amico e maestro Lucio Costa) evidenzia ancor di più queste contraddizioni ideali e linguistiche. L'obiettivo di dar vita a una città che possa finalmente avverare i suoi sogni progressisti si scontra con l'impietosa realtà di esigenze politico-burocratiche e la nuova megalopoli assume una fisionomia quasi kafkiana, segnata da una gelida grandeur che si fa beffe di ogni dimensione socializzante e comunitaria. Paradossalmente, l'irriducibile Oscar si prenderà una bella rivincita in tarda età, con lo splendido Teatro popolare di Niteroi, che molti critici considerano il suo capolavoro, inaugurato quest'anno. Châpeau!

 

di Massimo Di Forti
da Il Messaggero del 27.08.07


ESCLUSIVA - Niemeyer. Amori e furori del grande architetto brasiliano che sta per compiere cento anni: «Io, comunista irriducibile, mi ispiro alle curve delle donne».

RIO DE JANEIRO - Si dice sempre: la solitudine dei Grandi Vecchi. Niente di più sbagliato. Almeno quando si parla di Oscar Ribeiro de Almeida de Niemeyer Soares universalmente conosciuto come Oscar Niemeyer, uno dei maestri dell'architettura di tutti i tempi, quello che dal nulla è stato capace di inventare addirittura una città-sogno, Brasilia.

Niemeyer tra pochi mesi (per l'esattezza il 15 dicembre) compirà cento anni, eppure nel suo piccolo studio con vista sulla spiaggia di Copacabana, al nono piano di Casa Ypiranga, non c'è aria di smobilitazione né di celebrazione preventiva (come era invece accaduto a suo tempo per Philip Johnson). «Non sono mai solo - dice -. Al mattino arrivo alle dieci e mi metto subito a lavorare ai nuovi progetti con i miei assistenti. Disegno, faccio qualche schizzo, soprattutto li consiglio, mangio insieme a loro». Ma il bello arriva alla sera: «Smetto di occuparmi di architettura, in fondo l'ho fatto per una vita intera. Tutti i giorni alle cinque apro il mio studio ad un amico professore per fare piccole conferenze sui grandi temi dell'esistenza». E così sulle sedie di plastica gialla, davanti a quel muro su cui proprio Niemeyer ha disegnato la silhouette di una donna nuda distesa («le mie architetture nascono da lì, dalle "curve" delle femmine che ho amato»), si sono già seduti in tanti, spesso anche giovani. Per discutere di stelle, di letteratura, di filosofia, di politica, dell'evoluzione dell'uomo, qualche volta persino di religione. Insomma «del domani e di quello che sarà» spiega con orgoglio Niemeyer.

Non sembra certo di parlare con un centenario (che tra l'altro si è appena risposato con la fedele Vera Lucia Cabrera poco più che sessantenne). Ma forse ci siamo sbagliati tutti quanti: «Di anni ne ho soltanto sessanta - assicura -, perché se ne festeggiassi cento vorrebbe dire che la mia vita è finita. Invece, visto che ne ho in realtà solo sessanta, posso fare e pensare molte altre cose ancora». Del suo «quasi secolo», quindi, guai a parlarne (nonostante il Brasile prepari per lui celebrazioni degne di un re). E per lui nessun declino dorato visto che, oltretutto, sembra addirittura più giovane di qualche tempo fa. Alla faccia degli acciacchi (i reumatismi, l'orecchio che non ci sente bene, la fisioterapia per la recente frattura del femore) che sembrano essere quasi più un vezzo che una realtà obiettiva. Al pari della bottiglia di «Chanel pour homme» perennemente sulla libreria, della necessità di parlare solo francese, del terrore per l'aereo («mi piace soltanto viaggiare sul Concorde altrimenti preferisco la nave»), della puntigliosa precisazione di aver vinto il Pritzker Prize (il Nobel dell'architettura) ma anche il Premio Lenin per la pace.

A suo tempo Niemeyer era diventato persino il protagonista di un film (leggenda vuole che proprio a lui si fosse ispirato Philippe De Broca per "L'uomo di Rio" con Jean Paul Belmondo). Ed è stato tra le celebrità del suo tempo (è nato nel 1907), un tempo in cui progettisti e design non erano ancora superstar e non dovevano vestirsi necessariamente di nero per farsi notare (oggi però anche lui, vezzosamente, qualche concessione alla moda sembra volerla fare con il suo giubbottino scuro simil-Prada, la camicia bianca, i pantaloni chiari, i mocassini testa di moro lucidissimi, gli occhiali da sole modello Cinemascope).

Eppure Niemeyer non è mai stato «solo un architetto»: forse perché per lui «l'architettura è appena una piccola parte del sapere dell'uomo», forse perché ha sempre voluto rendere pubblici non solo i propri edifici ma anche le proprie idee, per quanto scomode. Grande amico di Fidel Castro, fino a poco tempo fa si era definito «l'ultimo comunista vivente». Ed ecco, ora, la prima sorpresa: «La crisi del capitalismo è ormai definitiva. Le cose stanno cambiando ed io non mi sento più solo, accanto a me ci sono tanti giovani che protestano contro Bush e contro l'America che ci vuole costantemente colonizzare» (Niemeyer preferisce definirli rispettivamente «figlio di troia» e «impero assassino»).

Ma non le pare che anche il comunismo sia in crisi? «Sta cambiando certo e Putin non piace a tutti, ma non va mai dimenticato comunque che la Russia è stata capace di fermare Hitler e di essere davvero dalla parte del popolo». Tra quelli che non l'avevano capito, Niemeyer cita il presidente Pompidou: «L'avevo incontrato ad una cena a Parigi, ai tempi del Beaubourg. Qualcuno gli disse che avevo progettato la sede del Partito comunista francese. Lui mi ha detto: sarà l'unica cosa buona che hanno fatto i comunisti. Io l'ho gelato: non mi sembra davvero». A parte questo, la Francia rimane pur sempre il Paese di riferimento per Niemeyer: «Mi ha formato con i suoi scrittori e con i suoi pensatori, mi piace Parigi, mi piace passeggiare per gli Champs-Elysées e soprattutto mi piace guardare le donne camminare arrampicate sopra i loro tacchi altissimi, è una visione che ancora oggi mi turba». Più cauto, invece, l'apprezzamento su Sarkozy: «Mi sembra una brava persona». Il suo amico Fidel resta ancora tra le sue poche, vere certezze: «Un grande, un vero líder maximo, è riuscito a dare dignità ad un popolo». Dopo di lui? «Il Paese ce la farà, è pronto». Nel 2004 Niemeyer è stato anche tra i firmatari (con Saramago, la Gordimer e Claudio Abbado) del documento in difesa di Cuba e della sua rivoluzione. Mentre più di recente è stato in prima linea durante le manifestazioni del marzo scorso contro la visita del presidente Usa in Brasile («Lula? Si sta muovendo bene, ma forse con qualche incertezza di troppo»). D'altra parte difficile aspettarsi qualcosa di diverso da chi in un suo libro ( E agora) si era immaginato un alter ego che «dormiva poco, ma che quando dormiva sognava sempre e solo la rivoluzione».

Se è vero che per lui l'architettura non è più tutto, a Niemeyer il lavoro però non manca. Da poco è stato inaugurato il suo Teatro Popolare a Rio, sta continuando ad occuparsi del contestato Auditorium di Ravello e della manutenzione dei suoi edifici molti dei quali riconosciuti «patrimonio dell'umanità» (quindi solo lui in teoria dovrebbe restaurarli). E sta progettando un nuovo museo a Valparaiso in Cile: «La cosa più importante è che accanto al museo ci saranno una biblioteca e una scuola dove i ragazzi potranno leggere e studiare. Lo sa che gli studenti sono sempre più specializzati, ma che non hanno mai letto un libro?». Niemeyer è anche scultore: tra i suoi «classici» c'è una tigre (l'America) che si avventa su un piccolo uomo armato solo della bandiera di Cuba e (il più recente) un fiore rosso aperto verso la Senna appena collocato nel Parco di Bercy, a Parigi. Un suo erede? «Se le dicessi un nome, farei un torto a molti» (magari all'altro Pritzker brasiliano, Paulo Mendes da Rocha che finge di conoscere). Qualche collega che stima in modo particolare? «Renzo Piano » (fu proprio Niemeyer a sponsorizzare il suo nome per il progetto del Beaubourg ndr). Tra gli altri amori: Palladio, il palazzo dei Dogi a Venezia, il cemento armato, Georges Simenon. Mentre (forse più banalmente) considera l'Italia «un Paese bellissimo, un museo a cielo aperto dove lavorare è più difficile che da altre parti, almeno per gli architetti che debbono confrontarsi con modelli troppo importanti».

«Quando muti questi occhi all'altrui cuore» diceva Leopardi parlando dell'aridità della vecchiaia (era Il passero solitario). Forse per questo a Niemeyer più che ai suoi capolavori (il Palazzo dell'Onu con Le Corbusier, Pampulha, il Memorial dell'America Latina a San Paolo, la Mondadori a Segrate, il Museo d'arte di Niterói) piace ritornare sempre più spesso al racconto di quelle lezioni alle cinque della sera: «È il mio modo per fare qualcosa per l'uomo, in fondo l'architettura è un gioco da potenti». Su questo è categorico dall'alto degli oltre seicento progetti realizzati finora: «L'architettura non può essere mai uno strumento di dominio, costruire le case vuol dire dare dignità all'uomo».

Qualcosa sembra comunque essere davvero cambiato per Niemeyer che a proposito di Brasilia può oggi addirittura dire: «La considero una sfida vinta, ma quando vidi quella distesa, pensai: impossibile, è troppo lontano da tutto». E nelle sue parole trova spazio adesso anche la religione (anche il suo amico e sodale Roberto Burle Marx aveva riempito la sua casa-fattoria di Barra De Guaratiba di statue di santi e madonne): «Vengo da una famiglia cattolica, in casa mia c'è sempre stata una fotografia del Papa. La fede è una parte importante dell'essere umano, che va rispettata. Sia che si tratti di chiesa cattolica, di islam, di ebraismo o di buddismo». Così tra i tanti «dogmi» del centenario Niemeyer (la famiglia, l'amicizia, la modestia, il rispetto) adesso trova spazio persino la Fede: niente di strano, in fondo, visto che per qualcuno le sue architetture «organiche» non sono altro che vere e proprie «forme mistiche».

 

di Stefano Bucci
dal Corriere della sera del 09.08.07

 

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Commenti

19/12/2007 16:27: titolo
Vorrei segnalare e se possibile vorrei che voi mettiate la notizia sul vostro sito, la seguente cosa: per i 100 anni Che Oscar Niemeyer compiuti il 15 dicembre, a Parigi si é tenuta una tavola rotonda organizzata dalla Cité de l'Architecture et du Patrimoine et dal Conseil d'Architecture, d'Urbanisme et d'Environnement de Seine-Saint-Denis all'interno di un edificio di Niemeyer stesso: la Bourse du Travail de Bobigny. Il titolo del convetgno era "Oscar Niemeyer. 40 ans de creation en France" e tra i relatori, personaggi di rilievo come i collaboratori di Niemeyer come Marc Emery, Jacques Tricot, Jean-Maur Lyonnet, e inoltre Gerard Monnier, Gilbert Luigi e Nicoletta Trasi. In questa occasione la casa editrice Le Moniteur ha pubblicato il libro di Nicoletta Trasi "Oscar Niemeyer - Permanence et invention ». Questo libro, attraverso una intervista, vuole mettere l'accento sulle preoccupazioni dell'architetto degli ultimi anni: il ruolo della politica, sempre maggiore nella sua riflessione, il suo gusto per la poesia e per la filosofia - come anche i suoi progetti più recenti : il Camino Niemeyer a Niteroi, et l´auditorium di Ravello, solo per citarne alcuni.
NICOLETTA TRASI

vedi anche:

Ravello, al via l'Auditorium di Niemeyer

aggiornamento rassegna stampa - nov2007/set2006

Niemeyer firma un nuovo teatro in Brasile

E Ravello resta a guardare

I nostri avi costruivano cattedrali...

...bisogna continuare a volare alto

Niemeyer arcobaleno di cemento

Vincitore del Praemium Imperiale 2004


data pubblicazione: martedì 18 dicembre 2007
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Architettura sul web Oscar Niemeyer: "I miei 100 anni"