«Gli architetti stranieri ci invadono, ora basta»

Fra i 35 firmatari Gregotti, Portoghesi e Sottsass

«Basta con gli stranieri», architetti divisi. Fuksas: utile la sfida globale. Bellini: appello fuori tempo. Gregotti: no, siamo invasi.

Scusi, Fuksas, ha letto l'appello dei suoi colleghi ai presidenti Ciampi e Berlusconi in «difesa della tradizione architettonica italiana»? «Sa, sono a Parigi a presentare un mio progetto per i nuovi archivi della cultura nazionale. L'ho letto. Ma lei ha considerato l'età media dei firmatari? Il più giovane avrà sessant'anni»! Cioè? «Oggi guardiamo film francesi, mangiamo giapponese e compriamo prodotti cinesi, non capisco perché l'architettura dovrebbe rimanere della tradizione italiana. E quale tradizione, poi? È ora che anche l'architettura entri nell'età della globalizzazione. Il mondo è uno. A Vienna ho costruito due grattacieli: non mi hanno detto "torna indietro italiano!"». Già, locali o globali nell'arte? Bisogna difendere una «tradizione», come invocano, con Portoghesi, i firmatari dell'appello, o lasciare che ogni internazionalismo venga a noi? «L'appello doveva essere contro i condoni e l'abusivismo - continua Massimiliano Fuksas -. L'apertura alla competizione con gli stranieri fa bene. Ci vuole meno burocrazia, non più».

La difesa dell'appello è affidata a Vittorio Gregotti, che si aggiunge al richiamo di Mario Botta, che ha parlato di «risentimento legittimo» da parte degli italiani. «L'internazionalismo critico, che è uno dei fondamenti del progetto moderno, è qualcosa di assai diverso dall'ideologia del globalismo dei mercati e delle tecniche, delle inutili bizzarrie e della riduzione dell'architettura ad immagine».

Ma Gregotti prende le distanze rispetto a un aspetto: «Credo che sia un errore individuare nelle sovrintendenze l'ostacolo ad uno sviluppo italiano dell'architettura. Dovremmo chiedere che esse siano meglio dotate di strumenti e di mezzi, che il loro personale sia meno burocratizzato e culturalmente più qualificato. Chi deve essere messo sotto accusa per la "invasione dello straniero", che io straniero non considero, è la struttura dei concorsi ed il basso livello culturale di molte amministrazioni pubbliche. Anch'esse hanno qualche scusante. Premiare uno straniero significa per loro accodarsi alla falsa idea che la qualità dell'architettura sia un problema di marketing e che quindi convenga premiare architetti che sono internazionalmente alla moda. E qui si inseriscono anche le responsabilità dei mezzi di comunicazione di massa e della loro fissazione per la presunta novità anziché per il giudizio».

Più che la difesa della tradizione italiana invocata nell'appello, si scopre allora che il problema è quello di difendere la qualità (ma di tutti). «La difesa dell'italianità è fuori tempo - afferma Mario Bellini -. Poiché mi sento ben accettato quando progetto a Parigi o a Melbourne sono tollerante quando vengono gli altri e non mi sento invaso. Ora aspetto l'arrivo dei cinesi. Certo, le procedure delle sovrintendenze vanno riformate, ma non cancellate, e i concorsi devono essere più qualificati: meno partecipanti e rimborsi più alti, come in Francia. È vero che c'è la tentazione in alcuni di portare il grande nome straniero, ma così come ci sono gli accademici che chiamano il loro amico».

L'immobiliarista Luigi Zunino, presidente di Risanamento, punta al sodo della questione: «Ho affidato a lord Norman Foster il progetto Santa Giulia a Milano, e all'italiano Renzo Piano quella degli ex stabilimenti Falck di Sesto San Giovanni. Il criterio è uno solo: scegliere il meglio. E quando l'obiettivo è questo non si guarda al passaporto».

Una lettura cultural-politica è quella del filosofo e assessore alla Cultura a Milano, Stefano Zecchi. «La verità è che la pietra dello scandalo è Milano, che ha saputo rompere con la vecchia tradizione architettonica da salotto chic della sinistra e aprire alle grandi firme straniere. Nel rispetto della qualità, della preesistenza storica, ma non nella difesa di lobby artistiche-architettoniche».

Chiamato in ballo dall'appello poiché responsabile della direzione Architettura del ministero a Roma, alla quale i firmatari vorrebbero dare maggiori poteri per tutelare la qualità della nostra architettura, Pio Baldi risponde lusingato: «I firmatari hanno delle ragioni, perché siamo al provincialismo alla rovescia. L'Italia ha un tessuto storico tale che ha bisogno di interventi solo Scarpa o alla Ridolfi; spesso questi architetti internazionali non hanno la sensibilità adatta per operare da noi».

 

di Pierluigi Panza
dal Corriere della sera del 08.09.05


L'APPELLO « I T A L I A N O » - Se architetto vuole far rima con protetto

«Non passa lo straniero!»: rassomiglia alla Canzone del Piave il manifesto al presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, dei 35 architetti italiani pubblicato sul Corriere della Sera di ieri, ma il suo messaggio non pare né dolce né lusinghiero. Per gli architetti italiani, innanzitutto, rassegnati in questa maniera al ruolo di una specie in via di estinzione a dispetto delle straordinarie affermazioni di protagonisti della scena internazionale come Vittorio Gregotti, Renzo Piano, Massimiliano Fuksas, Mario Bellini, e tanti altri, le cui opere segnano gli avamposti vittoriosi della cultura italiana in America come in Cina, in Francia o in Australia. Per l'intero sistema Italia, poi, implicitamente descritto come un Paese in declino, estraneo alle dinamiche di una professione che si è autocondannata alla marginalità per mancanza di fiducia in se stessa e per un eccessivo accomodamento a un potere attratto solo dal rumore mediatico del gossip giornalistico.

La polemica non è nuova, ma nei suoi due bersagli principali — l'invasione degli stranieri e lo strapotere delle soprintendenze — riassume malumori e opinioni diffuse che servono più a nascondere i veri problemi che a trovarvi una ragionevole soluzione.

Una seria diagnosi del "male italiano" non può non partire infatti che da un'analisi del contesto e da una rilettura della storia: soprattutto quella recente degli anni terribili dell'assalto al patrimonio ambientale e della corruzione sotto la pressione di potenti spinte politico affaristiche che hanno lasciato tonnellate di disegni e di progetti incompiuti. Abbandonata la cultura del restauro nella tradizione moderna di Scarpa e di Albini, non abbiamo saputo neanche puntare sull'innovazione: con il risultato che quando la prospettiva dell'Europa ha reso indispensabile il ricorso al libero confronto dei concorsi, gli architetti italiani si sono scoperti fuori mercato. La prima stagione dei grandi concorsi non ha richiamato in Italia solo grandi firme dall'esito scontato, ma ha visto affermarsi protagonisti come l'inglese David Chipperfield, ad esempio, la cui carriera, proprio dopo la vittoria con il Palazzo di Giustizia di Salerno, si è impennata in modo vertiginoso.

Se è vero che la burocratizzazione delle Soprintendenze ha rivelato i limiti di un personale incapace di valutare le potenzialità del progetto, ciò non ha impedito tuttavia a Guidi Canali di intervenire in modo esemplare nel delicato contesto di Siena, o ai giovanissimi siciliani Fidone e Latina di contribuire alla rinascita del centro storico di Siracusa. Non manifesti, dunque, ma opere convincenti: questo si richiede al coraggio dei nostri architetti. Che i concorsi siano aperti alle grandi firme estere resta un fatto molto positivo

 

di Fulvio Irace
da Il Sole 24ore del 08.09.05


Contro l'appello - Fuksas: Padania dell'architettura? «No, grazie». L'APPELLO CONTRO GLI STRANIERI DI 35 GRANDI NOMI: «Vedo una battaglia di retroguardia fatta a nome anche di chi non c'è».

ROMA - Vogliono una Padania allargata dell'architettura: ride amaro Massimiliano Fuksas, il creatore della nuova Fiera di Milano, mentre, nel suo parlare torrenziale e pirotecnico, scova quest'immagine per definire la rivolta di 35 Grandi Firme dell'architettura che, in una lettera a Ciampi e a Berlusconi, chiedono d'essere difesi dall'invasione dei colleghi stranieri. «Ritardi, lungaggini burocratiche, strapotere delle Sovrintendenze»: ecco le accuse che una fetta consistente dell'Olimpo tricolore della matita - da Gregotti a Portoghesi a Sottsass - rivolge al nostro Paese imputandogli d'usare il contagocce nell'attribuire ai progettisti italiani occasioni di lavoro.

  • Architetto, le hanno chiesto di sottoscrivere quest'appello?
    «Sì, ma non ho neppure risposto. Se mi chiamasse un gruppo di contadini per aiutarli a produrre, che so, un nuovo melone, andrei di corsa. Qui no».
  • Perchè, appunto, vede alla radice della protesta solo un esempio di «Padania culturale»?
    «Possiamo definirla così, o se preferisce, "pantano". Non cambia nulla. Si tratta, comunque, d'un atteggiamento anacronistico».
  • Una scelta fuori del tempo? I suoi colleghi la motivano con esempi calati proprio nella realtà dei nostri giorni.
    «Ma, insomma, siamo o no nell'era della globalizzazione? Ebbene: questa rabbia, questo gesto sono emblematici. Dimostrano chiaramente l'ennesimo ritardo dell'Italia nei confronti della mondializzazione. Dovremmo essere duttili, sforzarci di recuperare il gap. Invece no: ce ne usciamo con prese di posizione che sarebbero andate bene ai tempi di Craxi».
  • Craxi?
    «Certo, una denuncia del genere sarebbe stata più utile allora quando, nel campo dell'architettura, lavoravano solo pochissimi noti: quelli vicini e graditi alla cerchia del capo».
  • Crede che il Presidente della Repubblica e il premier prenderanno in considerazione la richiesta?
    «Lei pensa che dovremmo avere uno stato che ci aiuta a difendere gli interessi di un gruppo?»
  • Si tratta d'una battaglia che qualcuno, prendendo a prestito un'immagine rilanciata recentemente dalla politica, giudica anche contro il pericolo di un «meticciato architettonico».
    «Secondo me è solo una battaglia di retroguardia. Per di più condotta da persone che parlano a nome di chi non c'è».
  • E chi sono questi convitati assenti, Fuksas?
    «I giovani, visto che la lista dei firmatari è composta da signori tra i 64 a i 90 anni. I trentenni-quarantenni hanno alle spalle corsi di Erasmus, borse di studio europee, una cultura internazionale che li porta a pensieri più aperti. Non sottoscriverebbero mai prese di posizione simili. Gli anziani, magari, li considerano troppo esterofili o modaioli, ma loro hanno capito che la verifica si fa nel mondo».
  • Un'architettura senza frontiere, allora.
    «Certo, pensi che io abolirei persino gli stati perchè sono convinto che facciano male. A mio giudizio non si devono temere "calate di barbari". Questo non è un pericolo, ma un'opportunità benefica. Lavoriamo, dibattiamo, vediamo se siamo più forti degli altri nel campo delle idee».
  • In realtà i 35 auspicano una sorta di «par condicio». Chiedono: il nostro Paese realizzi, come avviene altrove, grandi opere d'interesse sociale e le affidi anche a noi.
    «A me pare una chiusura corporativa. Mi lasci fare una considerazione personale: Renzo Piano ed io lavoriamo parecchio in Italia. Siamo forse slovacchi? Tra poche ore, a Parigi, parteciperò alla mostra su un mio progetto che ha vinto il concorso per la realizzazione dei nuovi archivi nazionali: mi sentirò a casa. Proprio come sento aria di casa a Londra dove ho preso parte a una gara e il primo posto è andato a un altro».
  • Gli architetti della protesta lamentano, soprattutto, lo strapotere delle Sovrintendenze e, per annacquarne se non per eliminarne l'autonomia, auspicano la nascita d'una commissione da insediare presso la Darc, la Direzione d'architettura.
    «Parlare di "strapotere" significa fare d'ogni erba un fascio. Ho lavorato a Torino per un progetto che mi è particolarmente caro e riguarda la zona di Porta Palazzo: con il sovrintendente Malara ci sono state discussioni aperte e interessanti. E così a Roma. Se poi si vuole chiudere la Darc, d'accordo. Sostituiamola, però, con un organismo che promuova tutta l'architettura, non soltanto quella italiana».

 

di Renato Rizzo
da La Stampa del 08.09.05


«Gli architetti stranieri ci invadono, ora basta». Lettera a Ciampi e Berlusconi. Fra i trentacinque firmatari Gregotti, Portoghesi e Sottsass. Sotto accusa le sovrintendenze: «Il loro potere autonomo ha privato il nostro Paese di opere significative rimaste sulla carta». Architetti in rivolta: invasi da progetti stranieri

Libeskind, Hadid, Isozaki, Meier, Calatrava, Foster... Di fronte alla calata delle star internazionali, gli architetti italiani fanno appello a Ciampi e Berlusconi «in difesa della tradizione italiana». Tra i primi firmatari: Portoghesi, Gregotti e Sottsass. La colpa dello scarso ricorso agli italiani nelle grandi opere sarebbe legata ai ritardi del Paese nello sviluppo e alle sovrintendenze.

Gregotti, Portoghesi e Sottsass guidano la protesta. Appello a Ciampi e Berlusconi «Ritardi, burocrazia e veti: agli italiani sono spesso mancate occasioni di lavoro»

Un tempo, con Palladio, l'Italia esportava la propria architettura in tutto il mondo senza importarne alcuna. Il suo trattato, «I Quattro libri dell'Architettura» (1570), fu il primo bestseller del genere e diventò una «Bibbia» da seguire per tutti i costruttori anglosassoni; tanto che il palladianesimo è ancora diffuso a Beverly Hills. Oggi, le maggiori commesse del Belpaese stanno invece andando a «archistar» internazionali.

Proprio ieri, la Giunta di Milano ha approvato il Programma per la riqualificazione della Fiera di Daniel Libeskind, Zaha Hadid e Arata Isozaki, un progetto che la Fondazione Fiera esporrà a fine settembre a Buenos Aires come «simbolo» della nuova Italia. Poi ci sono i progetti contestati: pensilina degli Uffizi di Isozaki, nuova Ara Pacis di Richard Meier e ponte di Venezia di Santiago Calatrava. Quindi il Museo di Roma della Hadid e, a Milano, Santa Giulia di Norman Foster, la Città della Moda di Cesar Pelli e il Palazzo della Regione di I.M.Pei. Di fronte a tanta «invasione straniera», al «pericolo» di un «meticciato architettonico» è l'ora di una levata di scudi in difesa del «patrio suol»?

Parrebbe di sì, poiché - dopo anni in cui ci si è lamentati dell'assenza di architetti stranieri - l'attuale situazione ha indotto un gruppo di prestigiose firme di casa nostra a scendere in campo in difesa della «irrinunciabile risorsa culturale italiana, che non può essere ulteriormente vanificata e ignorata». Tra i primi firmatari di questo appello - inviato ai presidenti della Repubblica, del Consiglio, di Camera e Senato - figurano Vittorio Gregotti, Guido Canella, Antonio Monestiroli, Franco Purini, Aimaro Isola, Ettore Sottsass, Cesare Stevan e Paolo Portoghesi. Il quale, a dire il vero, nel 1980 organizzò una Biennale Postmodern che rompeva stilisticamente proprio con quella tradizione dei Terragni, Libera e Ridolfi che ora si vuol difendere.

L'«Appello per lo sviluppo in Italia della nuova architettura», parla di situazione «drammatica» e individua come una delle cause il ricorso agli stranieri che, a differenza degli italiani, hanno potuto realizzare «grandi opere di interesse sociale» nei loro Paesi, mettendosi in buona luce. Al contrario l'Italia ha accumulato ritardi privando i nostri architetti di analoghe «occasioni di lavoro».

L'appello ritiene maggiormente responsabili di questo «stato dell'arte» - che non considera il fatto che gli stranieri sono stati vincitori di concorso e che agli italiani non era vietato costruire all'estero - le sovrintendenze. Per questo l'appello chiede di «mettere fine al diritto di veto» dei sovrintendenti «per limitarne il potere totalmente autonomo… che ha privato l'Italia di molte opere significative rimaste sulla carta» (ma anche salvato centri storici, no?) per affidarlo a una commissione più pluralista da insediarsi al ministero presso il Darc, la Direzione architettura. In questo modo si sostituirebbe il controllo periferico sul territorio «totalmente autonomo» delle sovrintendenze (una forma di federalismo) con un centralismo pluralistico.

Per l'architetto italo-svizzero Mario Botta, l'appello è condivisibile. «Rafforzare la Direzione Architettura sarebbe un passo avanti. Credo ci sia un po' di risentimento legittimo da parte degli italiani perché chi viene da fuori ha un portfolio ampio; basta che ciò non si trasformi sciovinismo». Botta condivide anche la critica alle sovrintendenze: «Il loro strapotere va limitato, perché intervenire con un veto quando si vuole è un lusso che nessun Paese può permettersi. La figura del sovrintendente è un po' arcaica, borbonica, va riformata se crediamo che il progetto sia ciò che trasforma la città».

Dante O. Benini, progettista della cosiddetta nuova Torre di Pisa, è «d'accordo sui cinquant'anni di immobilismo del nostro Paese» ma non condivide l'idea che gli italiani siano discriminati: «Vince chi presenta la miglior opera. Per la chiesa del nuovo millennio, in finale c'erano cinque ebrei: che vuol dire? Dovevano essere cattolici? Io sto lavorando a Istanbul e non sono musulmano!». Sulle sovrintendenze condivide la critica: «Ricordiamoci che vietarono un progetto di Frank Lloyd Wright. Lo snellimento dell'apparato burocratico è indispensabile. Il diritto di veto a posteriori è un anacronismo: la soprintendenza faccia parte delle commissioni di approvazione».

 

di Pierluigi Panza
dal Corriere della sera del 07.09.05

 

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Commenti

09/09/2005 09.36: La logica del quieto vivere moderno
Ci risiamo, su tutto a perderci è l'Architettura. Si perchè il vero problema è che a nessuno interessa fare progetti validi, ma solo a far valere i propri interessi (e a che costi!) . Se la Qualità Architettonica fosse l'obiettivo vero, cosa volete che importi chi progetta ??? Si dovrebbe solo scegliere il progetto migliore e basta, senza vedere nemmeno i nomi i cognomi nazionalità religione partito politico e chi più ne ha più ne metta. La logica delle lobby e degli interessi personali rimane invece l'unica regola del nostro "quieto" vivere. Sia chiaro : da parte di tutti.
claudio flabiano

09/09/2005 10.23: Secondo me
Una volta tanto non si può essere in disaccordo con il più celebre (attualmente) architetto italiano... Dovremo una volta per tutte scrollarci di dosso il nostro solito provincialismo e pensare che esistano architetti bravi e meno bravi, e non italiani e stranieri. C'è il rischio che la prossima disfida sia tra scapoli ed ammogliati....
Mauro Farina Architetto

12/09/2005 09.38: opinione di una studentessa
E pensare che molti dei 35 firmatari sono considerati tra i migliori professori a livello universitario...cosa possiamo imparare noi studenti da persone che ,al giorno d'oggi, vogliono chiudere le porte alla globalizzazione...ma soprattutto all'innovazione e alla creatività...che si lamentano della Mostra Internazionale di Architettura della Biennale di Venezia e che ritengono che in Italia l'architettura debba obbligatoriamente seguire modelli di più di cinquant'anni fa...
isabella

15/09/2005 12.49: FACILE LAMENTARSI...ORA
A tutti quegli architetti-professori che hanno firmato l'appello alle autorità italiane vorrei dire: dove eravate mentre lo scempio dell'Italia era in atto, quando il territorio veniva deturpato da professionisti e costruttori senza scrupoli, geometri, architetti ed ingegneri politicanti che convivevano allegramente con il potere? Ora non lamentatevi se a voi, inermi o collusi, viene preferito un talento non italiano, almeno avremo un po' di tempo"pulito" per riflettere sui nostri errori!
Paolo Macoratti

15/09/2005 14.52: Fuksas ha ragione
Che dire? Sottoscrivo in pieno leparole di Fuksas. I firmatari di questo delirante appello sono i principali responsabili del ritardo culturale dell'architettura italiana, a partire da quello che per almeno un ventennio è stato insegnato nelle facoltà di architettura con la deriva postmoderna che imperversava nelle tesi di laurea e negli esami di progettazione, mentre il resto del mondo architettonico andava avanti.
Pierfrancesco Rossi

26/09/2005 13.58: PROTEZIONISMO ? NO,
Può sembrare un appello di retroguardia, forse perchè i firmatari rappresentano la cosiddetta "baronia" universitaria, ma comunque il problema c'è ed è tutto sintetizzato nella prima frase dell'appello: "L'architettura italiana attraversa una situazione drammatica."! Certo prima è necessario prendere atto che molti incarichi vengono affidati solo sulla base della rinomanza del progettista a livello nazionale o internazionale e le preselezioni sono fatte solo sulla base di un portfolio ricco di opere gia realizzate. In questo modo le nuove leve vengono tagliate fuori, mentre si alimentano sempre gli stessi nomi noti. E' pienamente condivisile pertanto l'appello che auspica un vitale ricambio generazionale. Ma per far ciò è necessario dare più spazio ai giovani e dare più spazio all'Architettura che non può essere ridotta a fenomeno di griffe di cui le nostre "provinciali" amministrazioni si fregiano per dar lustro al loro operato. Prima mettiamo gli architetti italiani in condizione di poter lavorare senza essere asserviti al potere politico e poi vediamo se siamo più bravi o meno bravi degli stranieri. Creiamo sistemi di reale trasparenza nei concorsi, denunciando le connivenze fra concorrenti e commissioni giudicanti e poi parliamo! Non si tratta di fare protezionismo, ma di mettere gli archiettti italiani nella situazione di "par condicio"!
Francesco Sorrentino Architetto

vedi anche:

Quest’Italia non ci dà spazio

Non è una levata di scudi contro gli "stranieri"


data pubblicazione: venerdì 9 settembre 2005
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