Un simbolo fuori tempo

Le torri di Ligini all'Eur

La questione della tutela delle torri del Ministero delle Finanze all’Eur, dibattuta in questi giorni in diverse sedi, potrebbe essere superata se solo si considerasse che il recupero di quegli edifici, per la loro stessa natura, comporterebbe un loro totale ridisegno (era stato fatto il nome di Libeskind) riducendo il termine «conservazione» a puro eufemismo. L’esempio del grattacielo Alitalia trasformato da Gino Valle dovrebbe ricordarcelo. Ma il caso solleva un ben più generale problema di metodo, sul quale vale la pena di ritornare. Perché in architettura, a differenza di quanto accade nelle arti visive, non sempre tutelare l’opera significa tutelare la memoria dell’autore.

Nessuno ha notato, al riguardo, come nel progetto delle torri in questione confluisse il contributo di personalità diversissime: non solo il Ligini del Velodromo olimpico, ma anche il Marinucci seguace di Saverio Muratori, l’autore del Palazzo della Democrazia Cristiana. In realtà, se si supera l’emozione e la nostalgia che ogni scomparsa annunciata può provocare, si vedrà come quelle torri siano soprattutto il prodotto, professionalmente dignitoso, di un clima (economico, culturale, politico) che guardava al mito della città americana, ai grattacieli degli anni '50, al Seagram e ai Lake Shore Drive di Mies, seminando edifici pressoché identici in ogni angolo della Terra, con varianti dove i sistemi industrializzati incidevano molto più delle decisioni degli architetti.

Quegli edifici, certamente moderni, segnavano la crisi di un’altra modernità, quella ottimista e utopica che voleva dare un nuovo senso al mondo e non riuscì a cambiarlo. Erano il simbolo, simmetrico ed opposto, di una modernità disincantata, ubiqua, pragmatica, che cominciava allora a cambiare realmente il mondo rinunciando a dargli un nuovo significato. Una neolingua costruita in vitro produceva un universo di forme esattamente prevedibili che esorcizzavano il disordine della metropoli senza proporre alcuna soluzione, vero rito propiziatorio della città liberista nella quale la componente estetica diveniva puro valore aggiunto.

L’architettura globalizzata contemporanea, quella ufficiale che bizzarramente pretende di essere anche avanguardia, è figlia di queste scelte. Per questo, per il rispetto che merita un protagonista del moderno romano come Ligini, credo che le torri dell'Eur non dovrebbero essere elette a simbolo della sua memoria.

 

di Giuseppe Strappa
dal Corriere della sera del 26.03.06


L’INTERVENTO - Nicolini: «Il mio appello al sindaco: risparmia le Torri dell’Eur».

 

Caro sindaco e caro amico, con questa lettera aperta ti chiedo, se non altro, una pausa di riflessione a proposito della demolizione delle Torri del ministero delle Finanze all’Eur, che una delibera a firma dell’assessore Claudio Minelli proporrà alla Giunta comunale in una delle prossime sedute.

Non mi trovo d’accordo con questa decisione per più di un motivo. Le Torri di Cesare Ligini, come hanno ben scritto sull’Unità , sollecitate da un mio primo intervento, le professoresse Antonella Greco e Gaia Remiddi (autrici della migliore guida all’architettura contemporanea a Roma) «accreditano l’immagine civile, colta, internazionale dell’architettura romana e rendono l’accesso da sud uno dei migliori punti di arrivo alla città». Le Torri di Ligini fanno parte integrante dell’operazione di ridisegno dell’Eur che si compie in occasione delle Olimpiadi del 1960. I dieci anni d’età che ci separano non ti hanno consentito quella visione dell’Eur, incompiuto ed abbandonato, senza la quale non si capisce pienamente cosa è stato «riannetterlo alla città democratica». Le Torri di Ligini, in particolare, sono l’alto contrappeso, dall’altra parte del laghetto, del Palazzo dello Sport di Nervi. Per di più sono state giustamente inserite nella «carta della qualità» architettonica da tutelare approvata assieme al nuovo Prg. Demolirle le contraddirebbe subito e clamorosamente. Perché cancellare da Roma la migliore architettura degli anni ’60, quasi a dar ragione a chi le ha definite con disprezzo, il capogruppo di An alla Regione Lazio, in modo del tutto ideologico, «brutture della modernità»? Perché accanirsi in particolare contro Cesare Ligini, che all’Eur ha costruito un altro edificio incomprensibilmente in stato d’abbandono, il Velodromo (un impianto sportivo necessario ad un’Olimpiade)?.

Tralascio le questioni relative alla vicenda della proprietà delle Torri, passate dalla Fintecna ad una cordata composta dalla stessa Fintecna, dalla Lamaro dei fratelli Toti, da Maire engineering, da Salvatore Ligresti e Alfio Marchini (lo apprendo dal Corriere della Sera del 23 febbraio). Mi colpisce sicuramente che la stessa fonte parli di un’operazione finanziaria di 160 milioni di euro; ma non voglio porre una questione di opportunità politica. Voglio porre invece la questione del rispetto dovuto ad un valoroso architetto romano, del quale non si era nemmeno fatto il nome annunciando la demolizione. La Roma città internazionale, che credo abbiamo entrambi in mente, è oggi possibile anche perché qualcuno, come Cesare Ligini, ha sempre saputo mantenere viva, anche nei periodi più difficili per la storia della città, l’idea di questa dimensione ed obbiettivo.

 

di Renato Nicolini
da Corriere della sera del 02,03.06


«Le Torri di Ligini un elemento costitutivo del paesaggio dell'Eur». Gli architetti discutono sulla demolizione: si può abbattere per dare spazio al nuovo ma la riflessione deve essere attenta, quegli edifici sono un elemento di equilibrio rispetto al palazzo dello Sport.

 

Ha sollevato polemiche, perplessità, appelli accorati ma anche una condanna ufficiale, tra gli architetti romani, il progetto che prevede di radere al suolo le Torri del Ministero delle Finanze all'Eur, al posto delle quali dovrebbe sorgere una nuova "creatura" firmata da Renzo Piano. Tra i nomi di fama, c'è anche chi schiva l'intervista ma pronostica: «Nessuno dirà di essere favorevole all'abbattimento». E chi premette:- «Non ho informazioni sufficienti: bisogna conoscere il progetto complessivo per l'Eur. Si sapeva che le Torri sarebbero state recuperate con una nuova destinazione d'uso: se ora si parla di buttarle giù forse hanno problemi di staticità».

Per l'appunto, di questo progetto non si sa molto. Anzi la notizia, quasi per tutti, pare arrivata come un fulmine a ciel sereno. Ed è qui il fulcro di molte contestazioni. Come quella dei docenti di Disegno Industriale della prima facoltà di architettura della Sapienza, che hanno appena approvato una «delibera di sconcerto», come la definisce il presidente del corso di laurea Tonino Paris. «Abbiamo convenuto all'unanimità che questa demolizione è una cosa su cui valeva la pena aprire un confronto. La notizia - spiega Paris - ci ha colto di sorpresa. Al di là della qualità dell'architettura, quello skyline fa parte della memoria storica dell'Eur. Qualsiasi città civile un intervento così importante lo fa digerire». Poi la questione di ordine economico: chi abbatte tre torri per costruire qualcos'altro di pari cubature? «Su tutto questo non ci ha fornito informazioni l'amministrazione pubblica che invece è sempre attenta alla comunicazione. Né la stampa, tranne L'Unità, ha trattato un caso di tale portata e questo è scandaloso», prosegue Paris, che al quesito "favorevole o contrario" replica con un'altra domanda. Se fosse abbattuto il Palazzo dello Sport senza che nessuno ce lo avesse detto, cosa penserebbe? Beh, è la stessa cosa. Quelle torri bilanciano la presenza del Palazzo dello Sport. Qui non si tratta di stabilire se un architetto sia più bravo di un altro. Il punto è che doveva aprirsi un dibattito. E aggiungo che io sono per le facili demolizioni: la città deve trasformarsi, accogliere il nuovo, ma con la consapevolezza della comunità».

A fare da apripista agli appelli per la conservazione delle cosiddette Torri di Ligini, era stato nei giorni scorsi su queste pagine Renato Nicolini. Con lui si dichiara "perfettamente d'accordo" anche Franco Purini. “Io stimo moltissimo Renzo Piano, il mio giudizio non ha niente a che fare con lui. Ma la città di Roma avrebbe dovuto tenere in maggior considerazione le opere che si vogliono demolire e avrebbe dovuto considerare l'Eur come un unico grande monumento da tutelare», commenta Purini, auspicando che quei grattacieli da troppo tempo inutilizzati trovino un'altra funzione, magari dopo un recupero che elimini «quelle brutte scale di sicurezza che vi furono sovrapposte, realizzandone di nuove. Il restauro del moderno ormai ha grandi capacità».

A fornire altre coordinate sul valore delle Torri è Piero Ostilio Rossi, responsabile della "Carta della Qualità" (il documento collegato al Nuovo piano regolatore) per quanto riguarda le opere contemporanee, e che allo stesso modo ha lavorato alla selezione stilata dalla Darc (la Direzione generale per l'architettura e l'arte contemporanee) in cui sono inseriti 264 edifici considerati tra più significativi tra quelli sorti dal dopoguerra a oggi. Ebbene, le Torri dell'Eur figurano in entrambi gli elenchi. «Questo - avverte Piero Ostilio Rossi - suggerirebbe la massima cautela. Inoltre quest'opera, più di altre, fa parte del disegno complessivo del completamento dell'Eur, ricostruito nel dopoguerra. Le Torri sono un elemento costitutivo del paesaggio dell' Eur, per questo raccomanderei la massima attenzione e un'approfondita riflessione».

 

di Alessandro Rubenni
da L'Unità del 01.03.06


«La Darc si riunirà per dare un parere che però non è vincolante».

 

Torri o non torri? Il Velodromo Olimpico e le torri del Ministero delle Finanze, entrambe all'Eur, sono le opere romane più importanti dell'architetto Cesare Ligini. Peccato che non tutti la pensino così. Qualche giorno fa Renato Nicolini, su queste pagine, ha ricordato che per alcuni amministratori e architetti come Renzo Piano le architetture degli anni '60 sono un po' troppo ingombranti, degli errori, ai quali riparare, per esempio, con l'abbattimento e la realizzazione al loro posto di un fabbricato destinato ad ospitare residenze di lusso, come propone l'assessore Claudio Minelli. Secondo Nicolini, dunque, la Darc (Direzione generale per l'Architettura e l'Arte contemporanea) dovrebbe far sentire il proprio dissenso. E a quanto dice la dottoressa Margherita Guccione, la Darc si pronuncerà presto, non sappiamo ancora come, ma sta valutando la questione.

«Non sono convinta del fatto che sia giusto abbattere le torri di Ligini - spiega la Guccione, direttore del Servizio Architettura e Urbanistica della Darc - Ma neppure si può dire "non tocchiamo nulla", altrimenti saremmo accusati di essere contrari alla contemporaneità. Esamineremo con attenzione il progetto in questi giorni e valuteremo la situazione, il punto è che concretamente la Darc non può fare nulla, se non esprimere un parere». Che però sarebbe già qualcosa, visto che si tratterebbe di una presa di posizione importante.
«Non esistono tutele dirette della Darc, che però può valutare quali opere meritano di essere conservate e quali invece devono subire delle trasformazioni. Questo significa, che anche nel caso in cui ci pronunciassimo contro l'abbattimento, non avremmo gli strumenti per impedirlo».

 

di Francesca De Sanctis
da L'Unità del 26.02.06

 

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data pubblicazione: lunedì 27 marzo 2006
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