Quando l'architettura trasforma le città

ma anche «Troppi ecomostri con firme illustri»

Il reportage. Bilbao rinata col Guggenheim. Quando l'architettura trasforma le città. A dieci anni dall'inaugurazione del Museo Guggenheim viaggio nell'ex centro industriale che oggi vive di arte e design. "Oggi il rischio è che l'opera di Frank O' Ghery nasconda le altre cose belle". "Nell'ottobre 1997 nella città spagnola si respirava un'aria dickensiana".

A dieci anni dall'inaugurazione del Museo Guggenheim, viaggio a Bilbao, per capire come si è trasformata la città: era un ex centro industriale, ora vive di arte e design. D'altra parte la forza di attrazione della creazione architettonica di Frank O' Gehry è enorme. La struttura è stata un evento culturale. «Dieci anni fa negli Stati Uniti nessuno aveva sentito parlare di Bilbao» ricorda Terence Ridley, direttore del Museo d'Arte di Miami.

Un leggero picchiettio si ripercuote attraverso le scaglie in titanio del Museo Guggenheim di Bilbao ogni qualvolta un autobus di turisti si ferma a ridosso di Puppy, il terrier di Jeff Koons alto tredici metri e fatto interamente di violette fresche. Un flusso di turisti sciama attraverso la piazza in pietra calcarea, preciptitandosi a immortalare l'istante con le cineprese. Poi si dirigono lungo una scalinata inclinata che conduce al cuore del museo, e per entrare a visitare la mostra di un artista di cui non hanno mai sentito parlare sborsano 10,50 euro. Questo rituale si ripete identico parecchie volte ogni ora, come in un cinema multisala ben organizzato, ed è così che Bilbao, assonnata città portuale situata sulla costa settentrionale della Spagna, grazie a un museo si ritrova prepotentemente inserita nella cartina geografica culturale.

«Non sappiamo nulla di Bilbao, tranne che c'è il Guggenheim» dice Luigi Fattore, analista finanziario di 28 anni mentre scatta fotografie alla sua ragazza posizionata sotto il terrier. La forza di attrazione della creazione architettonica di Frank O' Gehry è enorme e suscita applausi a scena aperta a dieci anni di distanza da quando colpì per la prima volta l'immaginario dell'opinione pubblica quasi fosse una nuova stellina di Hollywood. Quella struttura iridescente non era soltanto un nuovo edificio: era un vero e proprio evento culturale. Philip Johnson lo definì «il migliore edificio della nostra epoca». La sua sagoma stravagante iniziò a comparire ovunque, dagli spot pubblicitari per le automobili ai filmati rap su Mtv. In alcuni ambienti artistici il pellegrinaggio a Bilbao divenne di rigore e la domanda "Ci sei mai stato?" una specie di gioco di società da cocktail party. «Dieci anni fa negli Stati Uniti nessuno aveva sentito parlare di Bilbao né sapeva dove fosse» ricorda Terence Ridley, direttore del Museo d'Arte di Miami, ex architetto e curatore del Museo di arte moderna di New York. «Nessuno sapeva nemmeno come si scrive "Bilbao"». Il Guggenheim trasformò istantaneamente ogni cosa. Microsoft Word, continua Ridley, aggiunse il vocabolo "Bilbao" all'elenco di parole del dizionario di controllo dei testi, e quando iniziarono a diffondersi le voci sul Guggenheim turisti da tutto il mondo iniziarono ad affluire nella piccola città industriale.

Questa città è diventata sinonimo della gara scatenatasi tra gli urbanisti di tutto il mondo per erigere edifici-trofeo nella speranza di trasformare le loro città di secondo piano in mete di attrazione del turismo internazionale. Il cosiddetto "effetto Bilbao" è stato oggetto di studio nelle università di tutto il mondo come esempio da manuale da seguire per conferire alle città un nuovo look tramite un'architettura fenomenale e sbalorditiva. A mano a mano che varie città, da Denver a Dubai, hanno seguito le tracce di Bilbao, Gerhy e gli architetti suoi pari sono stati elevati al ruolo di messia urbani. Ma che cosa ha implicato per Bilbao l´"effetto Bilbao"? Ho visitato la città spagnola per la prima volta nel 1999, stimolato dalla lettura di un articolo di copertina del New York Times Magazine. Scattai foto alle curve sinuose del museo, sfiorai furtivamente con la mano il rivestimento di titanio e mi stupii per la mancanza di angoli retti nelle gallerie. Oh, e poi c'era l'arte: le alte colonne di led di Jenny Holzer, una raccolta di schizzi da Albrecht Dürer a Robert Rauschenberg, nonché una delle Ellissi di Richard Serra, pronta per essere esposta da lì a poco.

Ma a impressionarmi maggiormente, più ancora della splendida architettura, fu un orrendo fetore. Ero lì in un museo magnifico, il capolavoro d'architettura più osannato di un'intera generazione, e il fiume che gli scorreva sotto era di un marrone scuro, maleodorante come una fogna a cielo aperto. Un museo di importanza mondiale galleggiava in acque a rischio biologico da terzo mondo. Il Guggenheim - venni a sapere più avanti - era stato edificato nel punto esatto in cui sorgeva un ex cantiere navale affacciato sul fiume Nervión, che attraversa serpeggiando tutta la città di Bilbao fino alla Baia di Biscay, vera e propria via di collegamento della rivoluzione industriale spagnola. Ricca di montagne di ferro, dotata di ferrovie e di un porto eccellente, Bilbao si era espansa e aveva prosperato alla fine del XIX secolo grazie alle sue officine metallurgiche e i suoi cantieri navali. Ma un intero secolo di scarichi industriali aveva trasformato il possente Nervión in un lurido corso d'acqua. Le miniere di ferro pian piano si esaurirono. I cantieri navali si trasferirono in Asia. E quando nell'ottobre 1997 il Guggenheim aprì i battenti, ciò che rimaneva della prosperità di Bilbao era un lungofiume dickensiano disseminato di arrugginite piattaforme per i cargo e di spettrali magazzini fatiscenti. È vero, qualche altro accenno di design qua e là c'era - gli ingressi alla rete della metropolitana a forma di bruco, disegnati da Norman Foster, un ponte pedonale panoramico progettato da Santiago Calatrava - ma in realtà facevano sembrare ancora più tetra e squallida la città, come accade quando si appoggia una forchetta ben lucidata su un vassoio di posate d'argento ossidate.

Eppure nel primo anno di vita il Guggenheim ha attirato circa 100 mila visitatori al mese. In seguito, invece di calare bruscamente come accade a un blockbuster estivo, il tasso delle presenze si è assestato a «una velocità di crociera di quasi un milione di visitatori l'anno»: lo assicura Juan Ignacio Vidarte, direttore del Guggenheim. Alla fine del 2006 avevano reso omaggio al miracolo di Gehry oltre 9 milioni di visitatori.

L'impatto del flusso di turisti su questa città di 354.000 abitanti è stato spettacolare. Gli albergucci senza fascino né pretese e le pensioncine ammuffite sono state sostituite da alberghi di tendenza. Gli arrugginiti cantieri navali accanto al Guggenheim sono stati rasi al suolo, e al loro posto si è fatto spazio per una curatissima cintura verde di giardinetti, piste ciclabili e caffè affacciati sulla sponda del fiume. Un tram giallo-verde passa adesso lungo il Nervión. Il gotha dell'architettura internazionale ha lasciato il proprio nome impresso nella skyline in costante evoluzione di Bilbao: Álvaro Siza (gli edifici dell'università), Cesar Pelli (un grattacielo di uffici di 40 piani), Santiago Calatrava (il terminal dell'aeroporto), Zaha Hadid (il piano generale), Philippe Starck (la conversione delle distillerie di vino), Robert A. M. Stern (un centro commerciale) e Rafael Moneo (una biblioteca), per nominarne soltanto alcuni. Oggi il processo di rinnovamento e imbellimento si è allargato interessando tutta la città, e persino il fiume Nervión non puzza più. Eppure, ciononostante, Bilbao resta ancora una città con un'unica attrattiva.

Una domenica mattina di qualche settimana fa, con un cielo limpido e sgombro di nuvole, il Museo de Bellas Artes - che ospita importanti opere di El Greco, Francis Bacon e Eduardo Chillida - era pressoché deserto, nonostante un'ala aggiunta nel 2001 e il fatto di trovarsi a pochi passi dal Guggenheim. Ma almeno era aperto: la città - ristoranti, negozi di alimentari, bar e caffè - la domenica è tutto chiuso, fuorché il Guggenheim. Javier Gimeno Martiñez-Sapiña, proprietario della Photogallery20 aperta da un anno dice sconsolato: «Non credo che il Guggenheim abbia aiutato più di tanto. Ancor oggi è molto difficile per un artista vendere le sue opere qui. Se vuole davvero vendere qualcosa è costretto ad andare a Madrid e Barcellona». Non stupisce che molte guide dedichino tuttora lo stesso numero di pagine al Guggenheim e al resto di Bilbao.

E' come se la città fosse priva di quella massa di attrazioni che le possano consentire di passare dal livello di cittadina post-industriale di provincia a città cosmopolita globale. E nel frattempo è come se quel suo aspetto un po' trasandato, quella patina che in passato le aveva conferito un certo fascino, stesse svanendo. La concentrazione di opere architettoniche di prima categoria è strabiliante, anche senza contare il capolavoro in titanio di Gehry. Ciò nondimeno da sola l'architettura non fa una città.

Bilbao è benvestita ed elegante, ma non ha capito ancora in quale direzione andare. «La nostra cultura non si è ancora integrata con il Guggenheim» dice Alfonso Martínez Cearra, general manager di Bilbao Metropoli-30, una società in joint-venture tra pubblico e privato incaricata di decidere il processo di rinascita della città. «Questa è ancora una città industriale» conclude.

Il divario tra la Bilbao immagine e la Bilbao reale è risultato palese un sabato sera, quando le stradine di Casco Viejo si sono riempite ancora una volta di giovani frequentatori di locali e bar. Su un gruppetto di ragazzi fuori da un bar di Calle de Somera aleggiava un effluvio di marijuana. Mentre l'automezzo addetto al lavaggio delle strade iniziava a ripulire le macchie di urina e di birra dal selciato, Ikel, un giovane di 22 anni che all'università frequenta ingegneria per calcare le orme del padre, tra una boccata di fumo e l'altra, ha confidato: «No, non sono mai stato al Guggenheim… è un posto da turisti».


di Denny Lee - (Traduzione di Anna Bissanti dal "The New York Times")
da La Repubblica del 15.10.07


L'intervista - Massimiliano Fuksas: sempre più diffuso il turismo architettonico. "Siamo un volano per l'economia ecco perché ci chiamano".

ROMA - Architetti sempre più taumaturghi in grado, con un tocco di master plan, di ridare vitalità a zone degradate da troppi anni nel dimenticatoio. L'Italia è in questi giorni un cantiere a cielo aperto. I lavori in corso sono spesso diretti dalle "archistar" che rifanno il look alle piccole realtà di provincia. In Sardegna gli architetti svizzeri Herzog & De Meuron e Zaha Hadid, a Siena Jean Nouvel, a Nuvoli Odile Decq e a Pisa David Chipperfield. Tra i più talentuosi c'è sicuramente Massimiliano Fuksas che, proprio in questi giorni è alle prese con il restyling delle Terme di Montecatini.

  • Allora architetto, come saranno queste terme?
    «Potenzialmente potrebbero diventare meglio di Baden Baden anche se, per anni, sono state lasciate andare. Il mio intervento prevede inizialmente un rilancio della parte storica e la totale rimessa a nuovo della zona salute e benessere. In un secondo momento sarà riattivata anche la parte industriale di Montecatini. La cosa quasi commovente, per noi progettisti, è percepire quello che le piccole realtà si aspettano da un intervento di questo tipo. Ci chiamano convinti che la loro vita grazie a noi potrà effettivamente cambiare».
  • Ma l'architettura può effettivamente rilanciare una città o è pura utopia?
    «Nessuna utopia, le aspettative sono ben riposte perché è sempre più diffuso un turismo architettonico. Si va in un luogo per vedere un aeroporto, un museo o uno stadio e per ammirare il lavoro di chi lo ha costruito. Anche viaggiare è diventato più accessibile e oggi, molto più di prima, c'è chi può permettersi un aereo per un fine settimana culturale».
  • Tutti pazzi per l'architettura dunque?
    «L'interesse per il bello è per fortuna molto forte. Del resto non è una novità, anche nella storia era così: la gente partiva per visitare i sassi di Matera o le chiese della Cappadocia».
  • E cosa cambia, nei fatti, per l'economia locale?
    «Si attiva un motore che serve a rilanciare l'indotto e quindi aprono alberghi, negozi e locali ma soprattutto c'è un incontro con persone diverse. Insomma una nuova vita per chi da anni non vedeva nessuno».
  • Dei luoghi sperduti in cui ha lavorato quali lo ha sorpreso più piacevolmente?
    «Sicuramente le "Bolle"della distilleria Nardini dove, ancora oggi, si organizzano mostre ed eventi con incredibile entusiasmo. Poi, in una sperduta località nei Pirenei, un pazzo visionario della provincia mi ha commissionato il restauro delle Grotte di Niaux ed è stato un boom di visitatori. Nessuno si aspettava tanto successo».

 

di Irene Maria Scalise
da La Repubblica del 15.10.07


«Troppi ecomostri con firme illustri». L'assessore Boni: gli architetti ammettano gli errori commessi.

MILANO - «Come i medici prestano il giuramento di Ippocrate, prima di iniziare la loro professione, così servirebbe un codice dell'ambiente sul quale far giurare ingegneri e architetti. Si dovrebbero impegnare solennemente a non disegnare mostri di cemento, che devastano il paesaggio e deformano il profilo di città e paesi». Davide Boni, assessore leghista al territorio della Lombardia, non è né architetto, né ingegnere. Ha il diploma di perito industriale. Ma, dopo aver visto sul sito www.nonsolopuntaperotti.it le immagini delle 80 brutture messe in rete dal consigliere dei verdi Marcello Saponaro, illustra la ricetta salva-ambiente del Pirellone: «L'etica precede l'estetica, prima rispettiamo il paesaggio, poi pensiamo alla bellezza delle forme».

Una filosofia urbanistica che, secondo Boni, dovrebbero anzitutto applicare le grandi griffe dell'architettura: il riferimento è ovviamente a Mario Botta e a Vittorio Gregotti, «padri» di due degli ecomostri segnalati, il nuovo casino di Campione d'Italia e l'incompiuto palasport di Cantù. «Professionisti pagati fior di quattrini non possono discolparsi scaricando sempre le responsabilità di scelte sbagliate sugli amministratori locali. Piuttosto ammettano che, in alcuni casi, hanno partorito opere orrende», accusa l'assessore.

Ma non è che il Pirellone sia immune da colpe: come la mettiamo con la condanna inflitta dal Consiglio di Stato alla Regione per il ponte dei Mondiali di sci in Valtellina? «Faremo ricorso. Il Pirellone aveva stabilito dei vincoli di impatto ambientale che andavano rispettati nella costruzione dell'opera e che invece sono stati disattesi. Chi ha sbagliato e mi riferisco alle amministrazioni locali, pagherà per questo scempio».

La sola immagine di «ecomostro» lombardo che Boni ha personalmente fotografato è l'albergo dei Mondiali del '90, rimasto a metà e da 17 anni monumento allo squallore nella zona di Ponte Lambro, allo svincolo delle tangenziali milanesi. «È lo stesso caso dell'Hotel Brescia. Quale soluzione adottare? - dice -. Il pubblico non ha soldi né per abbatterli né per riqualificarli. Se non intervengono i privati rimarranno così come sono per anni. Analogo discorso per la funivia di Lanzo d'Intelvi, che sono andato a vedere nei giorni scorsi».

Il Pirellone per difendere l'ambiente ha intensificato i controlli sui Piani di gestione del territorio (gli ex Prg) stilati da Comuni e Province. «Le verifiche sono più capillari - dice Boni -, ma se Roma continua a tagliare i fondi ai sindaci, gli enti locali sono costretti a trasformare in edificabili sempre più aree verdi per aumentare il gettito degli oneri di urbanizzazione».

  • IL CASINO' - La nuova casa da gioco di Campione d'Italia: l'architetto Botta, progettista, sottolinea la mancata realizzazione del parco.
  • ITALIA '90 - L'Ecomostro di Ponte Lambro, a Milano: doveva essere un albergo per i Mondiali di calcio del '90, si sta pensando al recupero.
  • IL PALABABELE - Il Palazzetto di Cantù, in attesa di demolizione: il progettista Gregotti, però, fu estromesso nella fase di realizzazione.

 

di Paolo Marelli
dal Corriere della sera del 14.10.07


Il pugno nell'occhio? L'ha disegnato Botta. Il casinò di Campione vince il titolo di «ecomostro» lombardo

MILANO - Ottanta brutture - sotto forma di MMS - per imparare a guardare soprattutto alle cose belle: sono arrivate tra maggio e settembre al sito www.nonsolopuntaperotti.it per partecipare alla seconda edizione del premio organizzato dal consigliere regionale verde Marcello Saponaro e intitolato all'ecomostro pugliese abbattuto nell'aprile 2006.

Come l'anno passato, i vincitori sono quattro, ma - stavolta - con cinque scatti perché il concorrente Carlo Silva ha proposto le immagini del nuovo Casinò di Campione d'Italia (il trasloco nel complesso progettato da Mario Botta è avvenuto nel maggio scorso) e della funivia incompiuta e abbandonata di Lanzo d'Intelvi, sul Monte Sighignola.

Da Brescia, Alessandro Giardina ha inquadrato l'Hotel Brescia, anch'esso abbandonato, nonostante (o a causa?) il rosa sgargiante delle facciate a vetri. Dal lago d'Iseo, Adelio Gregori ha spedito un'immagine della Lucchini Sidermeccanica, stabilimento peraltro storico (i primi capannoni sono del 1861). Da Milano, infine, Lionel Abrial ha messo a fuoco un non meglio identificato «casermone», ancora una volta abbandonato.

Storie di abbandoni e incompiute sono disseminate a piene mani anche nel vasto album delle immagini non premiate (tutte visibili al siti www.nonsolopuntaperotti. it) che, per esempio, comprende anche il «Palabele» Cantù, progetto firmato da Vittorio Gregotti ma poi modificato, stravolto, infine abbandonato nel '96 ed ora in attesa di demolizione.

Proprio il fatto che molti di questi «mostri» siano stati creati in occasioni di fiere o eventi sportivi (anche i Mondiali di calcio del '90 hanno lasciato un'eredità cospicua, cominciando dal complesso-fantasma milanese di Ponte Lambro) ha offerto a Stefano Zecchi, professore di estetica e membro della giuria, lo spunto per lanciare un appello: «Se Milano avrà l'Expo nel 2015, sarà bene stare con gli occhi aperti, vigilare perché si facciano le cose in modo, se non proprio bello, almeno decente». L'educazione al bello che il professore vorrebbe vedere fatta fin dalle scuole elementari («basta mostrare ai bambini la bellezza, imparano subito») è la stessa di cui parla Fabio Treves, anch'egli in giuria come insegnante di fotografia più che come bluesman: «Ben vengano queste iniziative che accendono gusto e sensibilità, mentre i giovani si vedono offrire tante cose brutte». Della giuria, con i consiglieri regionali Pippo Civati, ds, Silvia Ferretto, An, e Carlo Monguzzi, Verdi, hanno fatto parte l'assessore all'Ambiente di Sesto San Giovanni Fabio Fiminiani; Fabio Poletti, giornalista e parlamentare; Edoardo Raspelli, critico gastronomico; infine i fotografi Oliviero Toscani, Uliano Lucas, Maria Mulas e Silvia Tenenti.

L'appuntamento con gli ecomostri tornerà l'anno prossimo, con il proposito di estendere il concorso a tutta Italia. Anche per fare il bilancio: dei quattro premiati nel 2006, uno - il pornocinema a forma di asciugacapelli abbandonato a Zingonia - nel frattempo è stato abbattuto. Non solo Punta Perotti: per l'appunto.

  • CEMENTO - Il nuovo casinò «svetta» fra i tetti delle case di Campione d’Italia


L'ARCHITETTO - «La mia idea realizzata a metà, manca il parco»

MILANO — Mario Botta, l'architetto ticinese della nuova Scala di Milano e della biblioteca Tiraboschi di Bergamo, non sarà contento di questo sia pure indiretto «riconoscimento...
«Cosa posso mai dire... dopo tanti consensi posso anche incassare qualche dissenso. Però...»

  • Però?
    «Bisogna anche precisare che il progetto fatto 17 anni fa per il Casinò di Campione non è completo. Hanno fatto il trasloco, d'accordo, ma era prevista la demolizione del vecchio edificio e la realizzazione, al suo posto di un grande parco».
  • Tutta un'altra cosa, dunque?
    «Senza il verde quella volumetria non ha senso. E con il verde, 17 anni fa, avevamo ottenuto il benestare anche dalla Sovrintendenza ai Beni Ambientali».
  • C'è qualche speranza?
    «Il Comune ha l'impegno, anche morale, di realizzare il parco che, peraltro, è anche inserito nel piano regolatore. L'ho voluto io, non sono mica così naif ...».

TICINESE - Mario Botta ha «firmato» anche il centro Giovanni XXIII di Seriate

 

di Laura Guardini
dal Corriere della sera del 12.10.07

 

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Commenti

13/10/2010 12:46: titolo
Il nuovo Casinò resta una schifezza in riva al lago. Dall'interno non si riesce a vedere nemmeno il panorama del lago, tant'è che i tavoli da pranzo destinati agli ospiti di riguardo sono collocati ai due angoli estremi del salone. Poteva ospitare un supermercato di medio-basso livello o un discount. E' la classica "opera d'arte" affidata a un presunto grande dell'architettura. Per farsi un'idea andate a vedere le scale mobili come e dove sono state realizzate.
Armando

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data pubblicazione: martedì 16 ottobre 2007
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