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Architettura
16 Febbraio 2026

Urban Center Metropolitano, visioni sul futuro di Roma: l’incontro con Francesco Cellini 

Il primo appuntamento del ciclo «Lezioni romane» mette a fuoco il ruolo del nuovo hub attivo a Viale Manzoni come laboratorio e infrastruttura civica della conoscenza urbana. Dal dialogo con l’architetto romano sono emerse riflessioni per la Capitale, dalle criticità alle opportunità dei grandi progetti - Il valore di generare un archivio vivo capace di trasformare dati dispersi in strumenti operativi

Il futuro della città come costruzione collettiva, fondata su memoria, dati e capacità critica. E una riflessione sulle trasformazioni urbane, immaginando la Roma di «domani». È questa una delle traiettorie che ha guidato il primo appuntamento del ciclo «Lezioni romane: visioni sul futuro della città», promosso dall’Ordine degli Architetti di Roma con l’Urban Center Metropolitano. Il tema dell’incontro — svoltosi lo scorso 13 febbraio presso il nuovo hub di viale Manzoni – ha aperto una riflessione sulla necessità di dotare la Capitale di strumenti permanenti di lettura cambiamento sul tessuto urbano, capaci di mettere in relazione progettazione, archivi, partecipazione pubblica. Il cuore dell’incontro è stato il dialogo con larchitetto Francesco Cellini, presidente dell’Accademia Nazionale di San Luca e protagonista, con team di progettazione diversi, di alcuni interventi chiave per la Capitale, come la sistemazione dell’area del Mausoleo di Augusto e il progetto di Piazza Pia.

L’evento – come detto – è stata anche una occasione di riflessione sul potenziale del nuovo Urban Center come collettore di conoscenza – qui l’articolo sul lancio del programma LINK -: non solo spazio espositivo, ma infrastruttura culturale capace di raccogliere dati, disegni, documenti e narrazioni utili alla comprensione della città, nato come «presidio stabile» di confronto sulle trasformazioni urbane, aperto a tecnici, istituzioni, cittadini, con l’obiettivo di sistematizzare informazioni, spesso disperse e renderle accessibili, e fare rete in un ambito metropolitano e non solo.

Ad aprire l’incontro sono stati le riflessioni – a partire proprio dal «ruolo» dell’Urban Center Metropolitano – di Christian Rocchi, presidente dell’Ordine degli Architetti PPC di Roma e provincia, e di Anna Rita Turlò, Città Metropolitana Roma Capitale, oltre all’introduzione dei coordinatori scientifici dell’evento, Elena Andreoni, Assessorato all’Urbanistica di Roma Capitale, e Luca Ribichini, Coordinatore Commissione Formazione OAR, che ha poi condotto il dialogo con l’ospite di giornata, Francesco Cellini.

Christian Rocchi, in particolare, ha sottolineato la portata culturale dell’iniziativa, che restituisce l’idea di ciò che l’Urban Center di Roma deve essere: uno «spazio di confronto stabile sul futuro della Capitale», uno strumento che può rendere questo dialogo continuo, leggibile e condiviso: un luogo «dove i progetti non sono solo presentati, ma discussi, contestualizzati, messi in relazione con la storia e con le esigenze della città contemporanea. Significa dotarsi di una memoria attiva e di una capacità critica che permetta a professionisti e cittadini di partecipare in modo consapevole alle trasformazioni urbane». Sono processi che aprono possibilità enormi, ha rimarcato il presidente OAR: «Guardiamo allesperienza spagnola, dove un lavoro sistematico — sostenuto dal segretario segretario generale del Ministero dell’Abitazione e dell’Agenda Urbana, Iñaki Carnicero — ha portato a una legge sullarchitettura (Ley de Calidad) e all’attività della Casa de la Arquitectura di Madrid (recente la firma del protocollo d’intesa con la Casa dell’Architettura di Roma LINK), capace di mettere insieme contributi, dati e visioni. È un esempio di come la cultura del progetto possa diventare infrastruttura pubblica. Anche qui possiamo costruire un luogo che accorci la distanza tra progetto e realizzazione».

A richiamare la dimensione territoriale e politica è stata Anna Rita Turlò, ricordando come «l’Urban Center sia stato pensato come un presidio stabile di confronto sulle trasformazioni urbane in una visione che supera i confini amministrativi. Roma è una città metropolitana e le sue dinamiche influenzano lintero territorio. Questo spazio serve a mettere in relazione scale diverse — urbana e metropolitana — e a favorire il dialogo tra istituzioni, professionisti e comunità».

Elena Andreoni ha ampliato il senso del nuovo spazio per Roma, che «nasce per raccontare e interpretare le trasformazioni urbane a scala metropolitana, ma soprattutto per costruire cultura sulla città. Non parliamo solo di architettura in senso fisico: qui si lavora su reti sociali, partecipazione, consapevolezza collettiva. L’Urban Center è pensato come uninfrastruttura civica dove professionisti e cittadini possano consultare dati, cartografie, archivi e strumenti di lettura della città. Il valore sta proprio nella sistematizzazione di conoscenze che spesso esistono ma sono disperse. Metterle in relazione significa rafforzare la qualità delle decisioni pubbliche e la capacità di comprendere cosa sta accadendo nello spazio urbano».

L’obiettivo programmatico delle «Lezioni Romane» – prima di lasciare spazio alla lectio di Francesco Cellini – lo ha invece indicato Luca Ribichini, spiegando come il ciclo «nasca come occasione di apprendimento collettivo: mettere insieme esperienze e visioni significa costruire una coscienza critica. Roma è una città straordinaria e contraddittoria, capace di generare amore e frustrazione allo stesso tempo. Proprio per questo è necessario parlarne in modo strutturato, creando un luogo dove i pensieri si incontrano e diventano patrimonio comune. Questo dialogo continuo è fondamentale per dare una direzione alle trasformazioni urbane». 

La lezione di Francesco Cellini: visioni per Roma

La lectio di Francesco Cellini è stato momento clou della giornata. L’architetto ha aperto il suo intervento proprio con una riflessione sul ruolo strategico dellUrban Center per Roma, proponendo un parallelismo con un’esperienza consolidata come quella di Berlino, da cui poter trarre alcuni spunti utili. «Un Urban Center – ha detto Cellini – è il luogo dove il pubblico può capire cosa sta succedendo in città: cosa è programmato, cosa è in costruzione, cosa è stato realizzato, chi lo ha fatto, quanto è costato. È un archivio vivo. Noi abbiamo una quantità enorme di studi, cartografie, ricerche, disegni — spesso di qualità straordinaria — che restano dispersi. Digitalizzarli, ordinarli e renderli accessibili significa trasformare la memoria in strumento operativo». Ha quindi insistito sulla necessità di far convergere archivi diversi — tecnici, storici, audiovisivi — in un sistema leggibile: «Roma – ha sottolineato – è documentatissima: fotografie, filmati, rilievi, studi archeologici, indagini idrauliche. Mettere insieme queste informazioni permette di risolvere problemi reali. L’Urban Center può diventare il luogo dove queste conoscenze si incontrano, evitando che il lavoro di anni venga perso o resti accessibile solo a pochi».

Passando alle visioni per la Capitale, il presidente dell’Accademia Nazionale di San Luca ha descritto un approccio sobrio e operativo: «Roma è già carica di memoria e significati, non ha bisogno di effetti speciali. Il compito è risolvere i conflitti evidenti», garantendo – attraverso la realizzazione di progetti di qualità – spazi che siano «lisci, agevoli, puliti, ordinati, illuminati bene», connotati che lo stesso Cellini ha indicato, sottolineando come «sia una questione di civiltà urbana prima ancora che di linguaggio architettonico».

Cellini ha dedicato grande attenzione al tema della qualità degli interventi nello spazio pubblico, a partire dai grandi progetti a Roma in cui è coinvolto e protagonista nell’ambito di team di progettazione diversi. Come la nuova Piazza Augusto Imperatore, frutto del concorso internazionale del 2006 e oggi simbolo di un percorso lungo ormai vent’anni: «Intervenire in un luogo stratificato come l’area del Mausoleo – ha detto – significa confrontarsi con vincoli, archeologia, quote diverse, aspettative simboliche. È un processo lungo e complesso, dove ogni scelta deve tenere insieme memoria e uso contemporaneo. Le difficoltà non sono solo tecniche: riguardano tempi, coordinamento, capacità di integrare informazioni. Ma il risultato deve restituire chiarezza e continuità urbana».

Sul progetto di Piazza Pia, invece, ha raccontato alcuni aspetto relativi alla risoluzione di problemi infrastrutturali e di quota: «Ci siamo trovati davanti a dislivelli importanti e a sistemi murari che impedivano la lettura dello spazio. Capire la stratificazione — anche grazie a documentazioni storiche — ha permesso di individuare soluzioni che ricompongono il rapporto tra percorsi e visuali. È l’esempio di come dati e conoscenza possano tradursi in progetto: senza quelle informazioni, le scelte sarebbero state arbitrarie». Cellini ha poi ampliato il ragionamento: «Il progetto urbano non è un gesto isolato, ma un lavoro di ricomposizione: leggere ciò che esiste, capire dove intervenire e restituire continuità. Questo vale per Piazza Pia come per molti altri luoghi romani: l’obiettivo è rendere lo spazio leggibile e vivibile, senza sovraccaricarlo».

In generale, è emerso dalle parole di Cellini, ogni progetto «deve dialogare con ciò che esiste, ma anche offrire una nuova possibilità duso». La città storica non è un museo: è un «organismo vivo che richiede interventi precisi, misurati, capaci di migliorare l’esperienza quotidiana». E per quanto riguarda il lavoro dell’architetto e la responsabilità pubblica del progetto: «Progettare significa assumersi il compito di rendere la città più comprensibile e fruibile. È un lavoro che richiede rigore, ma anche capacità di visione».

La conclusione della lectio ha riportato il discorso sul ruolo dellUrban Center, «un luogo che raccoglie e rendere accessibili informazioni, studi e progetti è una garanzia di trasparenza e di qualità. Significa costruire una cultura condivisa del progetto urbano, dove cittadini e professionisti possono capire e discutere». (FN)

di Francesco Nariello

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