Operare stabilmente tra Roma e Parigi offre al nostro studio una possibilità rara e significativa: quella di osservare e vivere le diversità , a volte profonde, tra due modi di intendere non solo l’architettura, ma il ruolo sociale e civile dell’architetto.
Questa condizione di doppia cittadinanza professionale è diventata un osservatorio privilegiato su come il processo del progetto possa sostenere o, al contrario smarrire, la qualità della visione generata dai concorsi di architettura.
In Francia, l’architettura è storicamente riconosciuta come un’espressione della cultura e un interesse pubblico. Questo si traduce nella Loi MOP del 1985 e nel successivo Code de la comande publique, una struttura legislativa che tutela l’integrità della visione progettuale. In Francia, la figura della Maitrise d’Oeuvre ,il team di progettazione, è alla base del processo: il progettista che vince un concorso è, quasi per legge naturale, colui che seguirà il cantiere fino alla sua consegna . C’è una continuità intellettuale e tecnica che garantisce che la qualità promessa nelle prime idee possa diventare realtà costruita, contestualmente ad un‘attribuzione fortissima e doverosa di responsabilità.
In Italia, ci troviamo di fronte a una realtà frammentata: nonostante la creatività e la capacità di visione di architetti e ingegneri, italiani sia storicamente un ‘avanguardia , il sistema degli appalti attuale tende a trattare il progetto come una prestazione di servizi, scindibile in fasi stagne, dissipando la capacità evolutiva civile e tecnica , che l’architettura può portare a tutte le scale della trasformazione urbana . Il ricorso frequente all’appalto integrato e la conseguente separazione tra chi pensa lo spazio e chi ne dirige l’esecuzione crea una frattura pericolosa. In questo vuoto, l’architetto rischia di ridursi a un fornitore di idee, perdendo la possibilità di costruire e ricercare la qualità anche durante la fase di adattamento del cantiere.
In Francia, il dialogo con la Maîtrise d’Ouvrage (la committenza) è strutturato. Il committente pubblico francese è spesso un soggetto tecnicamente preparato, che vede nel progetto un investimento di lungo termine sulla città.
In Italia, la burocratizzazione estrema ha trasformato il processo in una corsa a ostacoli normativa, dove il rispetto del codice prevale spesso sul rispetto del progetto.
La vicenda della riqualificazione di Piazza dei Cinquecento alla Stazione Termini nasce da un concorso internazionale di progettazione bandito da GS Rail in collaborazione con Sistemi Urbani e Comune di Roma e rappresenta, purtroppo, il paradigma di questa criticità italiana. Come parte del team vincitore del concorso ,in associazione con TVK e con Artelia, Net engineering , Latitude Platform, Rustici , abbiamo proposto una visione preposta a trasformare un non-luogo, un caos di flussi e asfalto, in un nuovo ambito urbano, in un luogo vivibilità contemporanea, ridisegnando quella che sarà la porta d’ingresso alla capitale,attraverso nuovi canoni ambientali ed estetici legati alla presenza della natura, alla permeabilità dei suoli, alla mobilità alternativa alle auto .
Tuttavia, ci scontriamo oggi con il paradosso più ambiguo per un progettista: l’impossibilità di seguire operativamente la fase di cantiere. Nonostante la vittoria del concorso e la paternità dell’idea, le dinamiche di gestione dell’appalto e le procedure attuative che oggi vedono Anas come soggetto attuatore, ci hanno relegato in una posizione di marginalità rispetto all’esecuzione dell’opera rispetto alla quale non siamo stati, e non siamo attualmente, resi partecipi delle scelte strategiche e di quelli che sono i naturali adattamenti di progetto di questa scala durante il cantiere .
Riteniamo che questa non sia una questione di difesa della parcella o di ego professionale: riteniamo sia una questione di responsabilità civile. Un progetto di questa scala e complessità vive di dettagli, di scelte materiche fatte in corso d’opera, di reazioni agli imprevisti, di adattamenti progressivi al contesto. Escludere i progettisti dal cantiere significa interrompere il flusso naturale che lega l’intenzione alla sua traduzione costruita. È un rischio per la città: senza la supervisione di chi ha concepito lo spazio, il progetto rischia di essere snaturato da semplificazioni tecnico-esecutive o da scelte apparentemente marginali che ne impoveriscono il senso e l’impatto urbano originario.
Il confronto tra l’esperienza francese e quella italiana ci racconta di come la riuscita di una trasformazione urbana non dipenda solo da un buon progetto , ma dalla solidità del processo. La vicenda di Piazza dei Cinquecento deve far riflettere ed evolvere l’approccio di istituzioni e amministrazione: se il concorso è lo strumento migliore per selezionare la qualità di una visione , questa deve essere resa costruita e per questo portata avanti con il coinvolgimento degli autori fino alla conclusione finale.
Dobbiamo batterci affinché la Direzione Artistica e la continuità dell’incarichi non siano considerate concessioni gentili, ma pilastri obbligatori del processo del costruire la città . L’architettura e l’ingegneria non sono un’immagine che si esaurisce nel rendering, ma un’opera aperta che si compie solo nel costruire. Allontanare gli autori dalla fase esecutiva è un atto di miopia amministrativa che tradisce l’interesse pubblico. Solo garantendo la presenza attiva dei progettisti in ogni fase potremo tornare a fare architettura in Italia con la stessa efficacia e lo stesso rispetto per il bene comune con cui vediamo crescere le grandi capitali europee di cui speriamo , e vogliamo, che anche Roma sia parte.