LA MERAVIGLIA DELLA SCOPERTA!

Oltre le nostre colonne d’Ercole.


Si è raccontato molte volte come l’essere umano abbia conosciuto il mondo perché sospinto da un’irresistibile voglia di dare una spiegazione a quello che vedeva davanti a sé e che generava stupore. La capacità di meravigliarsi ha spinto tantissime popolazioni a mettersi in marcia sul solco della ricerca. Ricerca che ha prodotto pensieri intangibili, ma non per questo meno importanti se si pensa a tutta la produzione filosofica, e fatti concreti come la scoperta da parte di noi occidentali, di nuove terre, di nuove piante, di nuove animali ecc. ecc. ecc.

È sempre la meraviglia e la paura dell’ignoto che ci spinge ad indagare su qualsiasi settore e che ci ha portati a salpare dal Portogallo, andando verso l’ignoto, spinti da un’idea innovativa che il mondo fosse sferico e non piatto e che quindi saremo arrivati nelle indie navigando dalla parte opposta. 

È sicuramente bizzarro, ma secondario, che poi si siano scoperte le Americhe e che abbiamo definito indiani i nativi locali. Si è dimostrato che ciò in cui si è creduto per tanti secoli, che il mondo finisse al di là delle colonne d’Ercole, che nessuno doveva permettersi di varcare perché sarebbe incorso nella collera divina di Dio, sorte toccata ad Ulisse in uno dei canti dell’inferno, fosse di fatto una superstizione generata dall’ignoranza. 

C’è quindi un’eterna lotta tra coloro che, attraverso la conservazione della superstizione, tendono a tenere le cose ferme, immobili, e coloro che invece, avendo la capacità ancora di meravigliarsi, si attrezzano perché il mondo possa essere ancora conosciuto.

Tale capacità di meravigliarsi, che tende come dicevamo alla conoscenza del nuovo, è un motore fortissimo in tantissimi settori: tra questi settori, il settore delle arti vede l’Italia come il più straordinario territorio di produzione di capolavori artistici.

Attraverso le arti gli esseri umani non hanno solo indagato l’ambiente esterno, ma, mettendolo in relazione con il proprio sentire, hanno di fatto scandagliato negli abissi più profondi del nostro cervello, generando spesso sensazioni remote, a noi prima sconosciute. Non si può che rimanere a bocca aperta e spesso commossi, per esempio, davanti ad opere concrete come l’Apollo e Dafne di Bernini, alle forme architettoniche e ai quadri di Fuksas, agli edifici di Gae Aulenti, ai quadri di Caravaggio, alla ricerca di Rita Levi Montalcini che ha aperto un mondo nuovo nel settore della neurologia, alla musica straordinaria di Rossini, Verdi, Boito, Monteverdi, alle straordinarie opere d’arte di Maria Lai che muovono e commuovono, eccetera, eccetera, eccetera.

Tutta questa straordinaria mole di produzione artistica muove da un unico fattore: conoscere l’ignoto, fuori e dentro di noi. E l’Italia è una stupenda nazione cresciuta sull’arte, sulla conoscenza e sulla curiosità che è strumento di indagine della meraviglia dell’ignoto.

Ma ci interessa ancora? 

Siamo ancora attirati dall’ignoto? 

Abbiamo ancora la capacità di meravigliarci per un mondo che, per quanto indagato, rimane e rimarrà ancora sostanzialmente sconosciuto?

Indagare nei settori come il nostro, settore che ha una forte implicazione con la modifica del reale, richiede capacità gestionale, richiede capacità di lavorazione che presuppone velocità. 

Velocità!

Il confronto e la sperimentazione nel settore dell’architettura sono basilari e non possono essere legati e incastrati da cavilli burocratici che sono invece il veleno della meraviglia e della conoscenza. 

Il veleno!

Negli ultimi decenni abbiamo deciso in Italia che la ricerca, in quasi tutti i settori, dovesse essere affossata dai mille rigagnoli dei cavilli burocratici e giurisprudenziali. Abbiamo deciso per la stasi, per la conservazione che diventa stagnante e che ha fatto sì che il nostro indagare, quell’attitudine che ha prodotto tante opere d’arte e che è stata la nostra colonna portante per tanti secoli, si sia arrestato. 

Arrestato proprio in Italia! 

Ma non siamo riusciti ad arrestare, sicuramente, quell’attitudine che è propria del nostro dna di italiani: di ricercatori e di navigatori del mare della conoscenza. Semplicemente quell’attitudine l’abbiamo espulsa dal nostro paese e tale forza strabiliante e meravigliosa costituita da tanti giovani che si sono formati sì in Italia, ma che vedendo un posto stagnante se ne sono andati in acque mosse dove le loro capacità culturali hanno trovato massima applicazione. 155 mila persone l’anno se ne vanno dall’Italia. La metà di questi laureati. Ogni anno una città medio grande se ne va via dall’Italia.

Ogni anno l’Italia diventa sempre più vecchia ed incapace sia di far rimanere i propri giovani, che di attrarre i giovani di altri paesi: non è un caso che Bernini fosse di Napoli, Borromini di Bissone (Lugano), Michelangelo Buonarroti di Firenze, Carlo Maderno di Capolago sempre in Svizzera, Vasari di Arezzo, Raffaello e Bramante di Urbino, Gian Giacomo Della Porta di Porlezza vicino Como, Sebastiano del Piombo di Venezia, ecc.ecc.ecc. Oggi come allora i ragazzi vanno nelle città dove c’è possibilità di applicare il proprio ingegno. 

E il nostro paese non attrae più come allora.

Abbiamo perso la capacità di meravigliare e l’abbiamo relegata, congelata, in quella meraviglia che, avendo prodotto le nostre città d’arte 4 secoli fa, è diventata ormai un museo per turisti: un lontanissimo ricordo di ciò che siamo stati capaci di fare e di costruire, che fa ancora più male perché ci mostra cosa siamo stati capaci di fare e cosa potremmo ancora essere.

Possiamo rimettere in marcia tale capacità di produzione e di conoscenza, ma ci vuole il coraggio e la capacità della politica. Quella politica che è più filosofia e quindi anch’essa strumento di ricerca per un continuo miglioramento progressivo e che fa fare le cose non per essere rieletti, ma perché è semplicemente giusto farle. Sciogliere i nodi che impediscono questo flusso positivo è compito della politica sana ed etica. 

Spalancare le porte alla produzione culturale e tornare ad attrarre la vitalità dei giovani e non espellerla. Questo è l’obiettivo.

Dobbiamo tornare ad invocare un ambiente attraente culturalmente, che sia foriero di novità e che generi innovazione architettonica, che generi i beni culturali del nostro futuro e che racconti ai nostri posteri che siamo esistiti, che abbiamo avuto il coraggio di affrontare il futuro e che abbiamo vinto la superstizione dell’apparato burocratico che tende a non far cambiare nulla, o meglio a semplificare perché non si semplifichi nulla e a cambiare, quindi, perché non cambi nulla.

La meraviglia è che ci sono ancora tante cose da scoprire e da conoscere e, se non siamo interessati al nostro futuro, per quale altra ragione pensiamo di poter respirare? Per soldi? Per gloria? Per un piedistallo? La capacità di creare un ambiente prolifico che dia possibilità di futuro, non vale tutto l’oro del mondo e tutta l’inutile quanto deperibile notorietà fine a sé stessa.

Oggi è il tempo di tagliare la zavorra burocratica.

Oggi è tempo di tornare a meravigliarci!

Oggi ci aspettiamo di andare oltre i nostri limiti.

Oltre le nostre colonne d’Ercole.

Christian Rocchi