Storie di euforia e storie di depressione culturale.
Prendiamo spunto dalla notizia dell’incarico dato a Mario Botta per chiudere la vicenda dell’Ala Cosenza, durata oltre cinquant’anni, per proporre alcune considerazioni generali.
L’attrattività delle città non è casuale né indipendente dalle politiche generali di un Paese. Questo ormai è un dato certo: dall’intelligenza politica derivano le fortune e le sfortune di una nazione. Ogni Paese ha una sua storia, e la mentalità della popolazione è il risultato diretto del proprio passato.
Non sorprende, quindi, che in Francia il Ministro più importante sia stato e sia quello della Cultura: tra i più importanti si ricordano Jack Lang che fu in carica dal 1981 al 1986 e François Léotard che gli successe dal 1986 al 1988.
In Francia la cultura è da sempre intesa come strumento di conoscenza, crescita e miglioramento della società. A tale miglioramento è chiamato a contribuire non solo l’intero Paese, ma idealmente il mondo intero. Alla base di tale visione vi è la consapevolezza che la chiusura in piccole cerchie non produce progresso, e che esiste un’educazione strutturata al diritto democratico, fondamento della percezione della cosa pubblica come bene comune, da curare e preservare.
La coscienza di cittadinanza trasversale probabilmente si è innestata proprio tre secoli fa quando si è cominciato a parlare di Fraternità, Uguaglianza e Fratellanza. In virtù di tali premesse le città francesi sono spesso diventate centri di attrazione culturale: luoghi dove sperimentare, ospitare le avanguardie, creare cultura trasversalmente e migliorarsi.
In tali contesti dove tutto è possibile, dove vince sempre chi ha una visione innovativa e riesce a sorprendere, dove non c’è chiusura di sorta e si riesce a sperimentare, succede anche che possano nascere talenti straordinari o progetti eccezionali creati da architetti che, come nel caso della Grande Arche della Défense, prima avevano costruito solo una casa e tre chiese.
Dobbiamo allora chiederci, prima di entrare nel merito degli strumenti, cosa ci interessa?
In Italia il Ministro più importante è quello dell’economia, anche più importante del Primo Ministro. È colui che detta la linea, è colui che detta la struttura del Paese.
L’Italia in questo ultimo cinquantennio è involuta culturalmente proprio perché abbiamo basato il nostro agire su quanto ci veniva dettato dalla visione economica del Paese.
La scelta di non credere negli strumenti che generano una selezione delle migliori forze nazionali e internazionali, è figlia di una chiusura mentale che genera l’effetto contrario sulla cittadinanza: genera diffidenza nella politica e nella cosa pubblica. È la chiusura, è l’indicazione diretta del politico che fa si che il Paese sia destinato a non essere interessante culturalmente e quindi non venga scelto dai giovani come posto dove vivere e lavorare.
La chiusura genera asfissia culturale che produce abbandono, retroguardia, spesso anche rabbia e divisione della cittadinanza. Questo è l’effetto più deleterio: quello di non procedere come unico corpo come previsto dalla nostra Costituzione, ma procedere sempre per fazioni. E’ questa la storia antica di Italia: quella delle tifoserie e delle fazioni che però spesso non genera la selezione delle migliori forze del Paese e neanche fermento culturale.
L’appalto integrato su un progetto così importante come l’Ala Cosenza a Roma non solo è un’occasione persa di fare selezione delle migliori forze e di poter ospitare a Roma un’opera che sia veramente figlia del sentire dei nostri tempi è anche una chiara indicazione di miope chiusura.
Quella chiusura che toglie aria e che crea le condizioni di abbandono e disinteresse per il nostro Paese.
Non è il solo caso che purtroppo ci spinge ai margini della competitività culturale. Ce ne sono tanti altri spesso generati dai cambiamenti di amministrazione e di governo della politica. Vale la pena ricordare il concorso dei Mercati generali vinto da Koolhaas, la cui convenzione era in dirittura di arrivo con la firma del commissario e poi cancellata dalla Sindaca Raggi.
Gli appalti vinti e poi revocati, spezzettati, cambiati perché cambia la visione politica generano asfissia e disinteresse da parte dei professionisti capaci che preferiscono abbandonare il Paese e lavorare dove c’è grande quantità di ossigeno e possibilità concrete per chi ha idee innovative.
Serve da parte della cittadinanza una forte presa di coscienza mirata a capire che dalle fazioni non nasce cultura.
L’architetto Massimiliano Fuksas racconta nel suo libro “È stato un caso”, presentato di recente alla Casa dell’Architettura, che nel 2005 decise di non partecipare all’inaugurazione della Fiera di Milano a Rho – progetto straordinario nato da un concorso di architettura – alla presenza dell’allora Presidente Berlusconi. Non voleva, infatti, che la sua opera venisse strumentalizzata politicamente. Il Presidente Berlusconi non gradì affatto l’assenza e nei giorni successivi lo attaccò pubblicamente, arrivando a dichiarare che “l’architetto Fuksas ha il cuore a sinistra e il portafogli a destra”. Tuttavia, come sottolinea lo stesso Fuksas nel libro, non pose mai veti sui suoi progetti successivi.
La buona politica deve aprire le finestre e far entrare aria. Ciò è necessario se vogliamo che il Paese torni a essere un faro, come lo è stato in alcune occasioni del nostro passato. Solo in questo modo si creano le architetture che non invecchiano mai: dal confronto si generano quelle architetture che racchiudono il sentire della contemporaneità.
La chiusura e l’asfissia culturale genera solo occasioni perse.
