Editoriale

Il cervo e Ciparisso

L’esperienza che fa sapienza

L’Italia è sempre stata la patria della professionalità e dell’artigianalità.

Proprio per la grande sapienza derivante spesso da capacità artigianali ed intellettuali, l’Italia, il nostro paese, detiene la percentuale più alta del patrimonio culturale UNESCO del pianeta. Tale patrimonio intellettuale passa sempre attraverso una linea ereditaria di incredibile valore culturale che di secolo in secolo ha attraversato le nostre generazioni, arrivando a costruire un DNA così vasto che nessun altro popolo al mondo ha.

Siamo un paese ricco, ma non della ricchezza che oggi si immagina essere la base di ogni tipo di fortuna e gloria. La ricchezza economica derivante dal danaro, infatti e come abbiamo visto in questi anni, non porta spesso all’arricchimento dell’anima e al progresso intellettuale delle genti come avvenuto in passato, ma porta invece, e soprattutto nei nostri tempi così poco attenti alla sapienza intellettuale, ad uno spreco di risorse e ad un livello di ignoranza che spesso stupisce. E stupisce ancora di più perché tali visioni sgangherate, spesso, assurgono incredibilmente ad una tale dignità giornalistica che, diventando un ostacolo serio alla nuova produzione artistica nel presente, tagliano di fatto quel filo rosso che ci ha portato ad essere il paese più prolifico nel settore dei beni culturali.

Siamo oltre che un paese di grande produzione artistica, fino a poco tempo fa, anche un grande paese ultimamente di grandi presuntuosi: dei tuttologi che, per un raggio di luce e per un momento di notorietà, arrivano a declinare superficialmente questioni che avrebbero bisogno invece di grande studio, attenzione e professionalità per poterne parlare. Non si tratta infatti di declinare e commentare una partita di calcio, anche se pure in questo settore gli allenatori devono studiare per poter capire le strategie di gioco e per prendere una qualifica da allenatore, si tratta invece di questioni delicate e che addirittura arrivano a commentare anche non avendone titolo o/e capacità: questioni anche di grande valenza pubblica, come fu nel momento del covid 19 per esempio, dove i medici, che fanno spesso un corso di studio più lungo di ogni altro, 6 anni per la laurea in medicina e chirurgia e 4 per la specializzazione, oltre anche tanti anni di esperienza, si videro messi in discussione da persone che non avevano neanche la licenza superiore di studio.

Questo è oggi il nostro problema: il dilettantismo e l’egocentrismo.

Ma se da una parte stupisce che il dilettantismo assurga un’importanza non supportata da alcuna saggezza, stupisce ancora di più l’attività di coloro che portano agli onori delle prime pagine il pensiero fondato sul nulla.

É il caso del mito del cervo ucciso per sbaglio da Ciparisso che gli procurò talmente tanto dolore da chiedere al Dio Apollo di essere trasformarlo in un albero: il cipresso.

E di alcuni cipressi intendiamo parlare: dei cipressi sul Mausoleo di Augusto imperatore sito a Roma in campo Marzio che sono anche descritti da un prezioso scritto dello scrittore greco Strabone:

«Il più notevole è il cosiddetto Mausoleo, un grande tumulo di terra, innalzato presso il fiume sopra un’alta base rotonda di marmo bianco, tutto ombreggiato da alberi sempre verdi, fino alla cima, sulla quale era la statua di Cesare Augusto, in bronzo dorato. E sotto quel tumulo vi erano le celle sepolcrali di lui, dei suoi parenti e degli amici più intimi. Dietro c’è un grande bosco sacro che offre splendide passeggiate. Nel mezzo del campo c’è un recinto, sempre di marmo bianco, costruito intorno al crematorio di Augusto, che ha una balaustra circolare in ferro ed all’interno ci sono dei pioppi.»

 Ora il taglio degli attuali cipressi, che non sono chiaramente quelli di epoca romana come qualcuno ha raccontato, piantati in occasione del rifacimento della piazza in epoca fascista secondo progetto dell’architetto Muñoz, ha fatto indignare alcuni opinionisti, arrivando addirittura ad avere gli onori di un’interrogazione parlamentare. Ma lasciamo queste amenità e cerchiamo di entrare nel merito.

Il Mausoleo di Augusto è passato nei vari secoli fra differenti usi. Era l’edificio, come scrive Strabone, rivestito da travertino. La cosa più importante però è che gli antichi costruttori romani, come ripeteva a non finire il compianto prof. Antonio Michetti, facevano tesoro dell’esperienza e conoscevano non solo le tecniche di costruzione, fusione e tecnologia varie, ma avevano dalla loro la conoscenza e il buon senso che viene proprio dal fatto di voler tramandare i manufatti e, insieme farlo con la minore fatica possibile.

Tra il mito e la realtà della costruzione, dobbiamo pensare ai cipressi come elementi facenti parte di un unico progetto e non come elemento a sé stante. Un elemento architettonico e non un bosco naturale.

E proprio per questo che i cipressi vengono utilizzati nei cimiteri e vennero utilizzati probabilmente anche nel mausoleo di Augusto, perché il loro apparato radicale, essendo a fittone, va in verticale in profondità senza ledere le strutture in adiacenza.

Solo quando questi cipressi, e soprattutto alcune specie di cipressi, tendono a crescere in altezza e larghezza, il loro apparato radicale cresce anche a livello orizzontale per stabilizzare anche le sollecitazioni orizzontali del vento sulla chioma dell’albero.

Quelli ripiantati da Muñoz, evidentemente, sono proprio di questa specie e non sono adatti a stare compartimentati tra due muri portanti perché, trovando ostacolo, le radici non riescono a dare stabilità ad un albero di 90 anni che è cresciuto molto rispetto a come era stato pensato. Le radici orizzontali avrebbero danneggiato le mura del mausoleo ed è per questo che la sapienza dei romani aveva scelto alberi con radici a fittone e non a accrescimento orizzontale, ed è per lo stesso motivo che questi alberi si usano ancora nei cimiteri. C’è anche un motivo architettonico/decorativo: i cipressi con la loro linea snella e con l’essere sempre verde, rispondono perfettamente all’esigenza di sembrare delle fiamme sacre e anche perché la loro resina sembra disegnare delle lagrime e risponde perfettamente al luogo di dolore.

I cipressi predisposti da Antonio Muñoz nel restauro del 1938 non avevano novant’anni. Erano appena posti e, quindi, avevano una dimensione contenuta e proporzionata all’architettura del mausoleo che con essi dialogava e i cipressi non negavano la vista al mausoleo nel suo intero perimetro.

C’è una sapienza nel fare architettura che non è cambiata nei secoli e che è fatta di rapporti tra le parti: sia nella costruzione che nel progetto vero e proprio. Tale rapporto è nascosto spesso ai più, ma i più sanno riconoscerlo quando lo vedono. È un’armonia che fa funzionare sia quanto appare che quanto non si vede.

Ora ci chiediamo cosa si voglia tutelare nella polemica innestata sul taglio di cipressi sproporzionati all’architettura, pericolosi perché ormai troppo grandi e con un apparato radicale insufficiente e con il reale e concreto pericolo che le stesse radici orizzontali danneggino in modo importante i muri del Mausoleo.

In questa vicenda una sola cosa è veramente chiara. Gli interventi o i non interventi non possono essere deviati da persone che non hanno capacità di lettura del monumento, che chiedono la tutela di un minestrone verde e che non sono consapevoli dell’idea del mausoleo semplicemente perché non hanno la capacità per prevederla, ma ne riconoscerebbero la bellezza nel vederla realizzata. Forse.

Questa la differenza tra quei professionisti che sanno fare architettura, e la sanno quindi anche restaurare, e coloro che, pur non sapendo, hanno l’arroganza di ergersi a sapienti.

Questo sta alla base di questa ennesima triste storia dove l’autoreferenzialità del dilettantismo vuole dettare legge a coloro che sapientemente e diligentemente hanno proposto un restauro di un progetto di architettura in modo professionale.

A un chirurgo un dilettante non direbbe mai come operare. O forse oggi l’egocentrismo è tale che ci si arriverebbe anche.

Dobbiamo tornare ad affidarsi alla sapienza, piuttosto che all’arroganza: è l’unico modo per riannodare quel filo rosso di produzione culturale proprio dell’Italia e che ci ha portato ad essere il paese con il più grande tesoro artistico del pianeta.