Editoriale

Roma contemporaneamente ETERNA!

Il valore della professionalità e il ruolo del dibattito pubblico

Da sempre, da due millenni a questa parte, Roma ha avuto la capacità di rinnovarsi, di cambiare e nel contempo di esprimere al mondo intero le proprie passioni.

Per questo la candidatura di Roma alle Olimpiadi del 2040 ci appare come uno strumento ottimo per poter ridare un impulso importante al motore di produzione architettonica della città. Potrebbe rappresentare, come è stato con le Olimpiadi degli anni ’60, un modo per poter ridare fiducia ai cittadini nel cambiamento di Roma.

Per questo guardiamo con favore anche all’impulso dato alla risoluzione di problemi inerenti alle attrezzature sportive calcistiche, così come agli interventi pensati per affrontare il problema dell’immondizia nei cassoni, progettando infrastrutture nuove ed ecologicamente sostenibili.

Sempre nella certezza che attraverso la professionalità esiste sempre un modo per poter migliorare la nostra realtà anche quando si lavora sugli stessi beni culturali. Pensiamo alle grandi capacità di architetti come Carlo Scarpa.

Ci vuole quindi azione e non stasi.

Non è un caso che Roma da sempre sia tra le mete più ambite e visitate da un turismo variegato nei suoi interessi. E noi architetti, che siamo stati nel tempo tra gli artefici del cambiamento voluto dai governanti che si sono succeduti e che hanno reso la città sempre capace di confrontarsi con il proprio tempo e con le sfide della contemporaneità, non possiamo che continuare a metterci a disposizione per questo eterno cambiamento. Siamo coloro che hanno spesso gestito il cambiamento e prodotto quell’architettura che rende Roma unica al mondo.

Nelle ultime decadi abbiamo visto crescere un periodo in cui, attraverso gli strumenti telematici, ognuno ha avuto la possibilità, come in un immenso ed orizzontale “speaking corner”, di manifestare la propria opinione. Tale opinione spesso non richiedeva necessariamente un’analisi approfondita che potesse rendere pienamente credibile ciò che si diceva. Non sempre si distingueva se tali parole provenissero dalla professionalità della conoscenza o da opinioni personali. Si affermava soprattutto il diritto ad esserci e ad esprimere una opinione, con l’idea che potesse valere quanto quella di professionisti esperti, nella logica che abbiamo sentito spesso riassunta nell’espressione: 1 vale 1.

Tale logica ha incontrato i propri limiti durante la grande sfida del COVID sars 14, quando è apparso evidente il valore delle professioni, della conoscenza e dello studio, messi a confronto con l’incertezza che può derivare dall’opinionismo. Eppure, dopo aver affrontato come unico corpo un enorme problema mondiale che ha causato decine di migliaia di morti, oggi in Italia troviamo, in vari settori, alcune ricadute di quel modo di pensare che continua talvolta ad affacciarsi nel dibattito pubblico.

Nel nostro settore, quello dei beni culturali e dell’edilizia in genere, capita spesso che ogni intervento nuovo venga guardato con grande cautela da parte di gruppi di cittadini che ricorrono a esposti o ricorsi quando ritengono che determinate trasformazioni possano compromettere il contesto urbano.

In molti casi questi interventi riguardano aree del territorio abbandonate o degradate che, anche in luoghi ormai consolidati e centrali delle nostre città, possono diventare spazi problematici dal punto di vista sociale. Tuttavia il dibattito spesso si concentra sulla possibilità stessa di intervenire, più che sul merito dei progetti: se siano belli o meno, funzionali o meno, utili o meno alla società.

Il risultato è talvolta un rallentamento del progresso urbano legato a quella sensibilità che in altri contesti viene definita “not in my garden”, una posizione che appare in contrasto con quanto accade in molte capitali europee, dove la contemporaneità è spesso considerata uno strumento di miglioramento progressivo delle città, di attrazione per i giovani e — come è stato anche per noi nei secoli passati — di produzione di nuovi beni culturali.

Qui nasce anche un piccolo cortocircuito: spesso si ama profondamente un bello del passato che è stato costruito proprio attraverso quegli stessi interventi trasformativi che oggi si guardano con sospetto.

La demolizione o trasformazione di edifici che per molti cittadini rappresentano ormai un punto di riferimento, può essere percepita come una perdita per un patrimonio urbano che viene vissuto quasi come un “sancta sanctorum” di un parco “disneyland” della città. Anche quando la soprintendenza statale, che è per legge l’organo deputato alla verifica dell’interesse culturale del nostro edificato, non riconosce un particolare valore culturale, il dibattito pubblico continua comunque ad essere molto acceso.

E allora torna la domanda: 1 vale 1?

1 vale 1 quando si hanno gli strumenti per poter discernere.
1 vale 1 quando si sono acquisite le competenze necessarie per valutare.
E talvolta 1 non vale 1 neanche quando si hanno le stesse abilitazioni, perché dobbiamo ammettere con umiltà che c’è sempre qualcuno che, per esperienza o studio, può avere una conoscenza più approfondita.

Viviamo però in un’epoca caratterizzata da una forte dimensione comunicativa, dove ognuno ha il proprio spazio per esprimersi nel grande “mare magnum” dell’informazione. In questo contesto il dibattito pubblico può diventare molto acceso, e talvolta le opinioni più rumorose o più semplificate rischiano di avere maggiore visibilità rispetto a riflessioni più articolate e fondate su competenze professionali.

Questo è uno degli aspetti con cui oggi ci confrontiamo anche nel settore delle costruzioni: Il cortocircuito del cittadino che si erge a tutela del bello decretato dallo stesso cittadino, non importa se non abbia le competenze per farlo, viene comunque seguito da giornali interessati più allo scandalo che attira e fa “sharing” che allo stesso noioso merito professionale che non attira nessuno.

Eppure è proprio attraverso il lavoro della cultura, della progettazione e delle competenze professionali che si costruisce la storia delle città e quell’architettura che ha reso Roma eternamente contemporanea.

Siamo per proseguire sul rinnovamento di Roma.
Siamo per proseguire su una strada che ha reso Roma eterna ed unica al mondo.

Siamo per la capacità che sempre hanno avuto gli architetti di lavorare innovando anche i beni culturali, conservandone il valore.

Siamo per la vitalità della cultura che ha sempre contraddistinto una Roma che per questo è stata, fino a poco tempo fa, eternamente contemporanea.

Siamo per una Roma che abbia il coraggio di cambiare la propria pelle restando una delle città culturalmente più prolifiche e, proprio per questo, attrattive per i nostri ragazzi: italiani e stranieri.

E non possiamo che parteggiare per un Paese in cui ognuno venga ascoltato per le proprie competenze, valorizzando lo studio, la conoscenza e la capacità professionale, nel rispetto di un dibattito pubblico che rimanga sempre aperto ma anche consapevole della complessità delle scelte che riguardano il futuro delle nostre città.