La moka già brontolava nel far defluire il caffè, mentre l’odore del suo aroma si spandeva in cucina. Come ogni mattina stavo preparando il mio espresso, e stavo attento ad evitare che tracimasse dalla macchinetta. Era l’inizio di una normale e serena giornata, un sabato, San Giuseppe, la festa del papà; avremmo mangiato le zeppole, e mi sarei fatto abbracciare e baciare dai miei due figli, oramai ragazzi. Ma giunse una telefonata; dovetti spegnere il fornello anzitempo, e correre a rispondere.
«Ciao…Hai saputo??»
«Cosa?»
«Pare abbiano sparato ad un prete»
«Un prete? Chi? Mio cognato? Don Armando?»
«No, mi dicono don Peppe».
«…e ora… come sta? È ricoverato? Dove?»
Ma la risposta che mi arriva è come uno schiaffo improvviso in pieno volto, uno schiaffo che modificherà la mia vita e quella di tanti altri: «Non è ferito; don Peppino è morto».
Resto come paralizzato, con la cornetta in mano, in silenzio, bloccato in uno stupore che si trasforma ben presto in panico. Appoggio la cornetta, chiamo mia moglie. «Hanno ucciso don Peppino, dobbiamo andare via.
Se hanno ucciso un sacerdote, nella sua Chiesa, cosa può impedire di uccidere anche il sindaco?!! Qui oramai è tutto perduto, dobbiamo scappare; prepara i bambini, fai le valigie e andiamo via».
Mia moglie mi guarda stupita, non riconosce in quell’uomo tremante il suo compagno di una vita; ma sul suo volto c’è anche il dolore, un dolore immenso per la perdita, la perdita tragica, ingiusta di un amico, di un prete. Ed è guardando nei suoi occhi che mi rendo conto di non aver diritto alla paura, non posso scappare, sono il sindaco, e mi hanno insegnato che il sindaco deve stare lì dove c’è l’emergenza, dove c’è il dolore.
Mi rivolgo di nuovo a mia moglie e le dico di restare a casa con i ragazzi, di non uscire, mentre io mi avvio per andare sul luogo del delitto. Arrivo in pochi minuti; nella piazza non c’è ancora nessuno, solo un carabiniere a guardia del portone della chiesa. Appena mi vede, mi invita ad entrare. Ed eccolo, sul pavimento della sagrestia, un pavimento sporco di sangue. Sono sconvolto, non so cosa fare, non so che devo fare; mi avvicino allora al corpo, quasi a voler portare aiuto, un aiuto oramai inutile; il carabiniere mi ferma; non posso toccarlo, il giudice non è ancora arrivato, e potrei inquinare la scena del crimine. Mi allontano, mi fermo nella chiesa; mi inginocchio lì a pochi metri dal suo corpo, e mi rivolgo al Signore, non ricordo se per bestemmiare o pregare, ma con una domanda: come si può chiedere tanto in nome della giustizia!? Morire per lottare per la verità e per amore della propria gente.
Uscito dalla chiesa resto per un bel po’ di tempo fuori nel piazzale; mi dicono, perché io non ne serbo memoria, che andavo avanti ed indietro continuando a dire «Ora tocca a me, ora tocca a me».
Una cosa però la ricordo, ad un certo punto si avvicina un signore che mi dice: «Brutta storia, eh sindaco?». Lo guardo perplesso: «E certo!! È una brutta storia!»; e lui di rimando: «Ma dicono sia una questione di donne». Fu come un pugno allo stomaco; mi svegliai per un attimo dal mio torpore ed aggredii questa persona: «Ma scusi lei chi è?»; «Sono un poliziotto». La cosa mi fece arrabbiare ancora di più: «Ma come, lei è un poliziotto e dice queste stupidaggini? È così chiaro che è un delitto di camorra! Un prete ucciso in chiesa nel giorno del suo onomastico, e lei me la chiama una questione di donne!? Evidentemente non sa fare il suo mestiere!». Il poliziotto mi chiede scusa e lentamente si allontana.
Quel poliziotto poi, nei mesi e negli anni successivi, è stato spesso a presidiare la mia abitazione, o a farmi da protezione discreta e a distanza. Ma la sua affermazione di quella mattina dimostra come la macchina del fango si era già messa in moto mentre il corpo di don Peppe era ancora caldo, lì a terra, nella sua chiesa.
Dopo che il poliziotto è andato via, resto ancora per un po’ frastornato, ma riprendo subito coscienza, ed ancora una volta mi rendo conto che sono il sindaco, il capo di una comunità, e che devo ora agire, fare qualcosa, mentre cresce in me un altro sentimento, oltre il dolore, oltre la paura, oltre l’angoscia per quella morte, un sentimento per niente nobile, ma un sentimento forte:
la voglia di vendetta; quel sangue andava lavato, quella morte doveva essere la tomba di chi lo aveva ucciso. Chiedo ai miei collaboratori di avviare un tam tam, e coinvolgere tutta la stampa e le televisioni; bisognava far diventare l’evento notizia nazionale.
Bisognava da subito avviare un percorso di riscatto, e far sì che quella morte non fosse inutile, ma fosse l’avvio di un processo di rinascita. È MORTO UN PRETE, MA È RISORTO UN POPOLO, disse Monsignor Riboldi nei giorni successivi, quando in 20.000 accompagnammo il feretro di don Peppe verso il cimitero, mentre su tutti i balconi della città erano esposte lenzuola bianche.

