Negli ultimi mesi il cuore della città di Roma è stato teatro di un acceso dibattito pubblico che ha avuto come protagonista il Mausoleo di Augusto e la rimozione di un gruppo di cipressi, malati e che il progetto prevede di sostituire, che circondavano la sommità del monumento, un’opera simbolica della nostra storia urbana. Ciò che è apparso sui social e sui quotidiani non è stato un semplice confronto di posizioni, bensì – purtroppo – l’espressione di un riflesso culturale che tende a percepire ogni intervento sulla città come un’offesa, anziché come un’opportunità di cura e rigenerazione attenta e qualificata.
L’articolo di recente pubblicato da Artribune ha messo in luce, con rigore e chiarezza, come la decisione di eliminare quegli alberi malati e pericolanti – nonché la volontà di ridisegnare la lettura visiva e spaziale del Mausoleo – si inserisca in un più ampio programma di restauro e riqualificazione che dopo decenni di abbandono oggi prosegue con soluzioni di grande complessità tecnica e culturale. È un progetto che, dopo vent’anni di attese, finalmente restituisce centralità al sito e ne apre prospettive di fruizione pubblica e di connessione con l’assetto urbano circostante.
Purtroppo, come abbiamo visto, molte delle reazioni sono state guidate da posture di rifiuto pregiudiziale, da slogan istantanei, da resistenze culturali che confondono la tutela dei segni del passato con l’esigenza di congelare la città nella sua immobilità apparente.
Da più parti si è voluto far passare il messaggio che lo spazio pubblico sia un luogo sacro, intoccabile, impermeabile a qualsiasi trasformazione; come se la storia di Roma non fosse stata, nei secoli, – proprio nei suoi momenti più fecondi – una continua stratificazione di idee, funzioni, linguaggi e innovazioni architettoniche e urbanistiche.
Siamo certi – e lo ribadiamo con forza – che tali riflessioni non debbano essere consegnate alla facile polemica, né tanto meno affidate alle sirene identitarie che diffidano di ogni forma di progetto e di modernizzazione. Roma non è un museo di lapidi: è una città viva, stratificata, che ha sempre saputo conciliarsi con la propria memoria e contemporaneamente guardare al futuro. La forza evocativa di un monumento come il Mausoleo di Augusto non risiede solo nelle pietre che lo compongono, ma nella capacità di raccontare la costruzione di senso di una civitas che ha saputo attraversare millenni di storia.
In questa prospettiva, l’apprezzamento espresso dall’Ordine degli Architetti di Roma verso l’articolo di Artribune non è un atto di schieramento ideologico, ma un riconoscimento della necessità di un discorso pubblico fondato sulla conoscenza, sulla responsabilità professionale e sulla cultura progettuale.
Un discorso che sappia distinguere tra interventi superficiali e reazioni emotive, e interventi che, al contrario, affrontano problemi reali di conservazione, sicurezza, leggibilità urbana e qualità dell’esperienza pubblica.
Nel quadro delle attuali dinamiche urbanistiche e culturali, è significativo che – oltre alla questione dei cipressi – si stia finalmente riaprendo una discussione più ampia su come Roma possa abitare il proprio futuro.
Parliamo di una città che vede crescere l’interesse per il restauro, per l’architettura contemporanea, per l’ospitalità di qualità e per l’attrazione di investimenti internazionali, ma che allo stesso tempo si scontra con un immobilismo burocratico e culturale che, se non affrontato con coraggio e competenza, rischia di compromettere le possibilità di sviluppo sostenibile e di rigenerazione urbana.
È in questa direzione che dobbiamo guardare: rafforzare la sinergia tra media culturali, ordini professionali, amministrazioni pubbliche e comunità di cittadini consapevoli, affinché la città non si riduca a una somma di
resistenze al cambiamento, ma diventi un laboratorio di idee aperto, capace di coniugare tutela, innovazione e utilità sociale.
Un esempio emblematico di questo approccio è il recente dibattito sulla Torre dei Conti, dove la tragica morte di un operatore ha riportato all’attenzione l’urgenza di interrogarsi non solo sulla conservazione dell’esistente, ma anche su come restituire a un monumento storico una nuova funzione e una nuova centralità pubblica.
Dovremmo chiederci se la semplice ricomposizione statica delle ferite sia sufficiente, oppure se non sia più proficuo lanciare un concorso di idee aperto, trasparente e innovativo – sul modello di ambiti internazionali
(piramide di Pei al Louvre ?!) – per ripensare spazi oggi dismessi o sottoutilizzati. Questo non è un vezzo teorico, ma una concreta chiamata alla responsabilità progettuale.
È dunque con spirito costruttivo che Artribune e l’Ordine degli Architetti di Roma intendono consolidare una collaborazione che valorizzi l’ingegno dei professionisti, promuova una cultura del progetto diffusa e intelligente, e contribuisca a trasformare le controversie in opportunità di crescita collettiva. Le controversie di oggi non devono diventare ostacoli permanenti, ma occasioni di dialogo qualificato.
La città che vogliamo non si misura solo nel recupero del passato, ma nella capacità di interpretarlo criticamente per delineare un domani che sia degno della sua storia e capace di rispondere alle esigenze reali dei suoi cittadini.
