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20 Febbraio 2026

Ecocity: progettare con il mondo vegetale per ripensare le città – La lectio di Stefano Mancuso

Alla Casa dell’Architettura, le riflessioni del professore dell’Università di Firenze e figura chiave a livello internazionale sulle strategie per le città del futuro: «verde» come infrastruttura climatica, materiali sostenibili, nuove culture del progetto. Rigenerazione urbana in ottica transdisciplinare, anche con uno sguardo verso realtà complesse come Roma

Riconsiderare il ruolo del mondo vegetale come infrastruttura fondamentale per la «salute» urbana, in un tempo segnato da crisi climatica, ondate di calore, crescente vulnerabilità dei territori. Ripensando le città attraverso discipline, linguaggi e competenze diverse, mettendo in relazione ambiente, progetti, innovazione. Sono i temi intorno ai quali si è sviluppata «Ecocity, traiettorie di progettazione urbana – Tra esperienze e materiali», giornata organizzata dall’Ordine degli Architetti PPC di Roma e provincia – in collaborazione con Connectionethica e Rete231, lo scorso 17 febbraio alla Casa dell’Architettura. Al centro dell’evento la lectio magistralis di Stefano Mancuso, professore all’Università di Firenze, autore, tra l’altro, del libro  «Fitopolis, la città vivente», tra i fondatori della neurobiologia vegetale e voce autorevole a livello internazionale nel ripensare il rapporto tra esseri umani e piante, e nel definire una concezione del «verde» come infrastruttura climatica per le città del futuro. Le riflessioni di Mancuso hanno offerto una chiave di lettura che riguarda non solo nuovi quartieri o città medio-piccole, ma anche metropoli complesse e stratificate come Roma, dove il dibattito sul verde urbano è oggi più che mai centrale.

Ad aprire i lavori è stata la segretaria OAR e coordinatrice scientifica dell’iniziativa, Alice Buzzone, che ha sottolineato l’importanza di ospitare voci autorevoli come quella di Stefano Mancuso per ragionare su un «ribaltamento della visione delle piante, viste come esseri viventi, pensanti, con unintelligenza, introducendo analogie fra la città e il modo di collaborare del mondo vegetale, attraverso una forma di capacità cognitiva diffusa. Per noi architetti è prezioso un confronto di questo tipo per sviscerare questioni apparentemente tecniche sulla centralità del ‘verde’ che coinvolgono ormai il dibattito politico». Buzzone ha richiamato anche l’attualità romana: «La Capitale è stata al centro del dibattito. Qualche giorno fa è caduto un ulteriore pino su via dei Fori Imperiali e si è acceso un faro internazionale. È stato l’avvio di un confronto su piani di manutenzione e coefficienti di rischio. Oggi comitati e associazioni sono molto attenti a ciò che succede». È necessario – ha concluso – puntare a «generare una cultura del verde: non sottovalutarla ma neanche subirla. Per noi tecnici significa affrontare temi come manutenzione e gestione futura, sempre più richiesti anche nei bandi di progettazione».

Stefano Mancuso: il verde come infrastruttura climatica

Momento clou della giornata, come detto, è stata la lectio di Stefano Mancuso, dal titolo «Fitopolis – La città futura. Simbiosi progettuale di soluzioni architettoniche e il contributo del mondo vegetale», che ha posto al centro la necessità di integrare il verde come tecnologia vivente e non come semplice elemento decorativo. Mancuso ha concesso una intervista alla redazione OAR, spaziando sui diversi temi trattati nella sua relazione, ma anche concentrandosi sul alcune riflessioni sul caso di Roma. 

Qui la video intervista integrale a Stefano Mancuso

Uno dei passaggi più forti del ragionamento di Mancuso riguarda il cambio di paradigma culturale: «Il verde viene percepito quasi sempre come decoro. In realtà gli alberi sono uninfrastruttura naturale fondamentale. Quale altra soluzione possiamo immaginare per raffreddare di diversi gradi le nostre città durante l’estate? Non ce n’è nessuna, tranne piantare un’enorme quantità di alberi, non migliaia ma centinaia di migliaia, milioni».

La questione diventa allora spaziale e politica: «Dobbiamo capire – afferma il docente – quali sono le nostre priorità. Ogni anno ormai in Europa rischiano di perdere la vita oltre 100mila persone nei mesi estivi, soprattutto in Paesi come Grecia, Spagna, Italia. Se la priorità è salvare vite umane, gli spazi vanno trovati. Il 20% delle strade urbane potrebbe essere eliminato e sostituito con milioni di alberi che abbasserebbero le temperature».

Anche in una città complessa come Roma? «Certamente – rimarca Mancuso -. Possiamo immaginare di eliminare strade sottoutilizzate e trovare soluzioni non convenzionali. Se diventasse fondamentale aumentare la quantità di alberi e se si pensasse che la quantità di verde è direttamente legata alla salute dell’uomo, troveremmo tante soluzioni. Il problema è culturale: siamo abituati a immaginare città e edifici separati dalla natura. È un errore enorme. Dobbiamo riportare negli ecosistemi urbani la quantità necessaria di piante per affrontare un futuro sempre più caldo». Una visione che, come ribadito nella sua lectio, trova riscontro anche in esperienze europee come Barcellona e Parigi, «dove progetti di trasformazione urbana e progetti in luoghi fortemente simbolici come Notre Dame mostrano come il verde possa diventare parte strutturale delle strategie urbane».

Il nodo del rapporto tra alberi e infrastrutture urbane è stato uno degli argomenti affrontati, anche in riferimento alla recente cronaca romana. «Quando sentiamo notizie di un albero che cade – si pensi al caso dei pini nel centro storico di Roma – si genera un’ondata di indignazione. Ma se confrontiamo quei casi rarissimi con il numero enorme di vittime dovute agli incidenti stradali, il paragone è evidente. Questo non significa non monitorare la vegetazione urbana: significa capirla. Gli alberi producono una straordinaria quantità di benefici che non vengono percepiti dai cittadini». E ha elencato con chiarezza tali benefici: «Assorbono anidride carbonica, rimuovono inquinanti, rendono permeabile il terreno riducendo il ruscellamento. Ma soprattutto, in un’epoca di riscaldamento globale, riducono drasticamente la temperatura anche di 4, 5, 6 gradi attraverso levapotraspirazione. Quando si avviano crociate di abbattimento bisogna avere chiaro che possiamo quantificare esattamente i benefici di ciò che stiamo rimuovendo, ma non possiamo sapere con certezza cosa arriverà in sostituzione». Le proposte concrete, soprattutto in realtà come Roma, riguardano «innanzitutto manutenzione e attenzione. Ma andrebbe fatta una mappatura degli alberi in funzione del danno potenziale che produrrebbero cadendo. Gli alberi in luoghi molto frequentati devono avere un grado di attenzione più elevato rispetto a quelli in aree dove il danno sarebbe minimo».

Esperienze operative 

Dopo la lectio, il confronto si è spostato su esperienze operative. Come il progetto di rigenerazione della Manifattura Tabacchi di Firenze illustrato da Luca Baldini, architetto di Q-BIC. «È una rigenerazione urbana di recupero che non prevede demolizioni, con tanto verde al suo interno e zero auto – ha spiegato -. La sostenibilità parte dal recupero degli edifici esistenti, con la piantumazione di mille nuovi alberi, verde spontaneo che attraversa le fioriture dei 12 mesi. Abbiamo scavato 15 pozzi geotermici per la generazione di calore con pompe di calore. È un pezzettino di città dove si mescolano funzioni, lavoro, vita, studio e ospitalità, e dove le auto sono bandite».

La video pillola di Luca Bandini

Andrea Margaritelli, presidente Inarch nazionale ha invece presentato l’esperienza di Seed, il festival internazionale curato dall’Istituto Nazionale di architettura: «Seed non è soltanto un festival, è una piattaforma culturale internazionale che mette al centro la cultura del progetto in relazione alla transizione ambientale e a quella digitale. Riunisce progettisti, scienziati, economisti e studiosi per comprendere le direzioni che il pianeta e la nostra umanità stanno prendendo. Il tema del 2026 sarà ‘Umanità’, intesa come tratti salienti del nostro ‘essere umani’ e come possano essere interpretati dalla progettazione contemporanea». In quest’ottica, ha osservato, l’intervento di Stefano Mancuso, che «ricolloca le città in una panoramica strategica fondamentale e invita a recuperare spazio per la natura, assumendo il modello organizzativo delle strutture vegetali diffuse e policentriche per dare un contributo reale alla lotta al cambiamento climatico».

La riflessione di Andrea Margaritelli

La giornata si è conclusa con un focus sui materiali sostenibili e sulla materioteca come spazio di confronto e sperimentazione. (FN)

Video interviste di Francesco Nariello

di Francesco Nariello

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