Il progetto come ricerca, costruzione di senso e strumento critico per interpretare la città contemporanea. Nel lavoro dello studio svizzero Christ & Gantenbein, il rapporto tra architettura e patrimonio storico si sviluppa infatti come un confronto continuo – mai ridotto a citazione o imitazione – ma tradotto in un dialogo tra tempi, forme e significati. Un approccio che attraversa opere e contesti differenti, dai progetti museali alle architetture pubbliche. Sono i temi che hanno attraversato l’incontro del 27 marzo alla Casa dell’Architettura, primo appuntamento del 2026 del ciclo «Conversazioni sulla pratica del progetto», promosso dall’OAR nell’ambito della rassegna Contemporanea – Contaminazioni 2026. Protagonista Emanuel Christ, intervenuto con una lecture incentrata su alcuni dei progetti più significativi dello studio Christ & Gantenbein, seguita – secondo il format – da una conversazione con l’architetto Giovanni Cozzani.
Il senso del ciclo e della rassegna in cui si inserisce è stato illustrato, nella sua introduzione, da Claudia Ricciardi, direttrice della Casa dell’Architettura, che ha restituito il quadro teorico entro cui si colloca l’incontro, ricordando come «Conversazioni sulla pratica del progetto» nasca «con l’obiettivo di riportare il progetto al centro del dibattito, inteso come sintesi tra ricerca teorica e sperimentazione spaziale, all’interno di una riflessione più ampia sul contemporaneo promossa dalla Casa dell’Architettura. Uno spazio che si propone come osservatorio e laboratorio permanente, capace di intercettare le questioni emergenti e di attivare un dialogo tra culture e geografie diverse». Nel presentare il protagonista della giornata, Emanuel Christ, Ricciardi ha evidenziato come «la ricerca dello studio Christ & Gantenbein si fondi su un’idea di sostenibilità che va oltre i parametri tecnici, per radicarsi nella forma architettonica come capacità di durata e di significato nel tempo, e nella sua universalità, intesa come possibilità di essere compresa e riconosciuta. Una tensione che si traduce in una costante relazione con il contesto storico, un dialogo continuo con l’esistente si ritrova nei principali progetti dello studio svizzero trattati nella presentazione».
Ad aprire la giornata era stata la segretaria OAR, Alice Buzzone, che ha sottolineato il valore di questo tipo di incontri ma anche della collaborazione istituzionale: «Siamo molto contenti di ospitare un nuovo appuntamento della Conversazioni sulla pratica del progetto, a cui teniamo molto. È un percorso iniziato già negli anni scorsi, passando anche attraverso il Festival dell’Architettura di Roma, che oggi prosegue rafforzando collaborazioni importanti come quella con l’Istituto Svizzero. Roma ha una ricchezza straordinaria di istituzioni culturali e accademiche e il nostro obiettivo è proprio quello di costruire una rete di sinergie capace di valorizzarla sempre di più».
Un breve saluto è stato portato anche da Paolo Caravello, che ha sottolineato il valore della collaborazione: «Eventi come questi rappresentano pienamente il nostro obiettivo comune: mantenere vivo il dibattito e lo scambio culturale, creando occasioni di confronto sempre stimolanti».
La lecture e l’intervista a Emanuel Christ
Ampio spazio è stato quindi dedicato alla lecture di Emanuel Christ, che ha ripercorso i principi alla base della pratica progettuale dello studio Christ & Gantenbein, fondato nel 1998, con sedi a Basilea e Barcellona, composto da oltre 100 professionisti, attivo a livello internazionale con opere significative – soffermandosi anche sul tema della relazione tra architetture contemporanee e patrimonio storico – come l’ampliamento del Museo Nazionale Svizzero di Zurigo e il Kunstmuseum di Basilea. Tra le opere presentate dall’architetto svizzero anche – tra l’altro – la House on the Railroad di Zurigo, il Vauchirard Housing a Parigi, la Tichelhaus di Amburgo, il Macba di Barcellona.
Emanuel Christ, a margine della sua lecture, ha concesso una video intervista alla Redazione OAR, riportata qui di seguito, iniziando con il rimarcare come all’attività progettuale affianchi anche quella di docente, credendo «molto nella relazione tra insegnamento e pratica professionale: una combinazione estremamente fertile. Il dialogo e lo scambio tra pratica e accademia sono per me fondamentali», ha detto.
La video intervista integrale in inglese a Emanuel Christ e, a seguire, la trascrizione.
Nel lavoro di Christ & Gantenbein è molto forte il dialogo con il contesto storico e urbano: come si traduce concretamente questo approccio nel processo progettuale dello studio? Come integrate la memoria dei luoghi in un linguaggio contemporaneo senza ricorrere a una semplice citazione?
Nel nostro lavoro il contesto ha un’importanza fondamentale. E per contesto non intendo solo il luogo fisico, ma anche quello storico. Esiste quindi una dimensione legata al tempo, alla memoria e più in generale alla cultura, che è centrale in tutti i nostri progetti. Questo approccio si traduce in un metodo di lavoro fortemente basato sulla ricerca. Il nostro processo progettuale è, prima di tutto, un processo di ricerca: affrontiamo ogni progetto come se fosse il primo, costruendo ogni volta una conoscenza specifica. Naturalmente, con il tempo questa conoscenza si accumula, e questo porta a una consapevolezza più ampia del nostro modo di progettare. Per noi l’architettura è una produzione culturale fondata sulla conoscenza. Questo significa che è fondamentale essere preparati, coltivare curiosità, indagare, studiare. La ricerca e l’analisi sono elementi chiave del nostro lavoro. Accanto a questo, c’è poi la dimensione degli strumenti dell’architettura: la composizione, la costruzione, la comprensione della struttura, della tettonica e della geometria. È nell’interazione tra questi due ambiti – da un lato la conoscenza e dall’altro gli strumenti disciplinari – che si sviluppa il progetto, mettendo in relazione i principi universali dell’architettura con le specificità di un luogo e della sua storia.
L’estensione del Museo Nazionale Svizzero (Landesmuseum) di Zurigo è uno dei vostri progetti più citati per il rapporto tra nuovo e antico: quali sono state le principali sfide nel trovare un equilibrio tra continuità e contrasto?
In un certo senso, ogni progetto contemporaneo è sempre un progetto che mette in relazione il nuovo e l’esistente. Io considero ogni intervento come un’estensione di qualcosa che è già lì, sia che si tratti di una trasformazione o di una nuova costruzione. Nel caso del Museo Nazionale Svizzero, questa condizione era particolarmente evidente. Da un lato si trattava di restaurare e trasformare un edificio esistente con più di cento anni di storia, dall’altro di realizzare un ampliamento completamente nuovo. L’estensione aveva un duplice obiettivo. Da una parte, doveva essere chiaramente contemporanea, in modo che fosse immediatamente leggibile la distinzione tra ciò che è antico e ciò che è nuovo. Dall’altra, però, doveva anche essere in grado di dialogare con l’edificio storico. Il nostro interesse era proprio quello di costruire un dialogo, una vera e propria conversazione tra le due parti. Credo che il progetto del museo riesca a realizzare questo equilibrio. Mi piace definirlo un “contrappunto contestuale”: non potrebbe essere diverso, perché è determinato dalla presenza dell’edificio esistente, dal parco, dagli alberi, dal contesto specifico. Allo stesso tempo, però, è un elemento autonomo, con una propria forma, una propria identità e una propria personalità. Questo aspetto è interessante non solo sul piano dello spazio e della forma, ma anche su quello simbolico ed emotivo. Anche chi non è architetto, visitando il museo, può percepire questa tensione tra passato e presente, tra continuità e discontinuità.
Nelle diverse opere dello studio, come si declinano metodo e scelte progettuali su scale e contesti differente?
Se guardo al nostro lavoro nel suo insieme, al di là dei singoli casi, credo che ci sia un elemento comune: la ricerca di principi tipologici chiari. Che si tratti di un edificio per uffici ad Amburgo, di un progetto residenziale a Parigi o del Museo del cioccolato in Svizzera, cerchiamo sempre di individuare una struttura spaziale precisa. Per esempio, nel caso del museo, si tratta di un volume compatto organizzato attorno a un atrio, una tipologia molto classica che viene poi adattata e trasformata in relazione al contesto specifico. Lo stesso vale per l’edilizia residenziale a Parigi, dove il progetto si basa su un principio tipologico molto chiaro. Il nostro metodo consiste, quindi, nel comprendere prima a fondo il luogo e le sue condizioni, e poi elaborare una struttura spaziale che sia leggibile e coerente. Talvolta si fa riferimento a esempi esistenti, ma questi riferimenti funzionano più come una memoria interna, come immagini sedimentate, piuttosto che come modelli da replicare. Alla fine, ciò che conta è che l’edificio risulti chiaro, naturale, quasi inevitabile nel luogo in cui si inserisce. Per me un progetto è riuscito quando si dimentica l’autore, quando non si pensa più agli architetti o alle idee che lo hanno generato, ma si percepisce semplicemente che quell’edificio appartiene a quel luogo.
Architettura contemporanea e patrimonio storico: qual è la sua visione per il futuro di Roma?
A mio avviso, ogni progetto architettonico si colloca all’interno di una tensione tra le esigenze del presente e il passato. Come architetti costruiamo sempre su qualcosa che esiste già. Il grande privilegio dell’Europa è proprio la presenza forte di questa dimensione storica. E nel caso dell’Italia, e di Roma in particolare, questo patrimonio è ancora più evidente e potente. Io considero questa condizione una straordinaria opportunità. Il futuro di Roma, per me, sta nella reinterpretazione di questo passato. In questo senso Roma diventa quasi un progetto simbolico, il simbolo di una possibile nuova stagione di rinnovamento, una sorta di nuovo Rinascimento. Nel tempo in cui viviamo, credo che l’Italia possa tornare a essere un modello per un più ampio processo di rinnovamento europeo. Non si tratta di ricostruire o sostituire le città, ma di adattare e reinterpretare ciò che abbiamo ereditato. Da questo punto di vista, l’Italia è in una posizione privilegiata, e Roma in particolare. Trovo inoltre molto significativo il fatto che Roma, nel corso del Novecento, abbia dimostrato una grande capacità di innovazione. La città è cresciuta molto e le sue periferie ospitano quartieri di grande qualità, che considero ancora oggi molto validi. Credo quindi che l’architettura e l’urbanistica contemporanee a Roma debbano proseguire in questa direzione. Uno spirito di continuità, ma aperto al futuro: questa è la mia visione per l’Italia e per Roma. Ed è per questo che guardo al futuro con grande ottimismo.
La conversazione con Giovanni Cozzani
L’incontro si è concluso, come previsto dal format, con la conversazione con Giovanni Cozzani, fondatore di Gico Studio, con base a Roma – che si occupa di progetti a varia scala e tipologia, sia in Italia che anche all’estero, principalmente in Nord Africa e in Lussemburgo – e coordinatore del corso di Interior Design dello IED. Cozzani ha sottolineato come «i temi di dialogo con Christ hanno riguardato soprattuto il ruolo dell’architetto e il rapporto tra ricerca, pratica e insegnamento». Il lavoro di Christ & Gantenbein è particolarmente rilevante – ha rimarcato – anche per Roma, perché affronta in modo diretto la questione del rapporto tra patrimonio storico e linguaggio contemporaneo. Non si tratta di negare il contemporaneo, ma di costruire un dialogo capace di dare nuova forma all’esistente».
La video pillola con Giovanni Cozzani
Video interviste e fotografie di Francesco Nariello (FN)